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25 Dicembre: una data da riscoprire insieme alla Stella

Last Update: 2/16/2010 5:46 PM
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Arrow 25 Dicembre: una data storica da riscoprire....insieme alla Stella

25 dicembre,
una data storica

Non fu una scelta arbitraria per soppiantare antiche feste pagane. Quando la Chiesa celebra la nascita di Gesù nella terza decade di dicembre, attinge all'ininterrotta memoria delle prime comunità cristiane riguardo ai fatti evangelici e ai luoghi in cui accaddero. Tommaso Federici, professore emerito di teologia biblica, fa il punto su indizi e recenti scoperte che confermano la storicità della data del Natale

di Tommaso Federici

Un preambolo
In genere si assumeva e si assume senza discutere la notizia già antica secondo cui la celebrazione del Natale del Signore nella prima metà del secolo IV fu introdotta dalla Chiesa di Roma per motivi ideologici. Infatti sarebbe stata posta al 25 dicembre per contrastare una pericolosa festa pagana, il Natale Solis invicti (fosse Mitra, come è probabile, o fosse una titolatura di un imperatore romano). Tale festa era stata fissata al solstizio invernale (21-22 dicembre), quando il sole riprendeva il suo corso trionfale verso il suo sempre maggiore risplendere. Quindi in ambito cristiano, risalendo di 9 mesi, si era posta al 25 marzo la celebrazione dell'annuncio dell'Angelo a Maria Vergine di Nazareth, e la sua Immacolata Concezione del Figlio e Salvatore. In conseguenza, sei mesi prima della nascita del Signore si era posta anche la memoria della nascita del suo precursore e profeta e battezzatore Giovanni.

D'altra parte, l'Occidente cristiano non celebrava l'annuncio della nascita di Giovanni al padre, il sacerdote Zaccaria. Che invece, e da lunghissima data, è commemorato nell'Oriente siro alla prima domenica del "Tempo dell'Annuncio (Sûbarâ)", che comprende in altre cinque domeniche l'annunciazione a Maria Vergine, la visitazione, la nascita del Battista, l'annuncio a Giuseppe, la genealogia del Signore secondo Matteo.

L'Oriente bizantino, e sempre da data immemoriale, celebra invece al 23 settembre anche l'annuncio a Zaccaria.

Si hanno in successione quattro date evangeliche che inseguendosi si intersecano, ossia I) l'annuncio a Zaccaria e II) sei mesi dopo l'annunciazione a Maria, III) rispettivamente nove e tre mesi dopo le prime due date, la nascita del Battista, e IV) rispettivamente sei mesi dopo quest'ultima data, e naturalmente nove mesi dopo l'annunciazione, la Nascita del Signore e Salvatore.

Il referente per così dire "liturgico" di tutto questo sarebbe quindi il Natale del Signore, al 25 dicembre, sulla cui base, si assume, furono disposte le feste dell'annunciazione nove mesi prima, e della nascita del Battista sei mesi prima. Gli storici e i liturgisti su questo svolgono diverse ipotesi più o meno accolte. Il problema è che già nei secoli II-IV erano state avanzate diverse datazioni, che tenevano conto di computi astronomici, o di idee teologiche.

Una data "storica" esterna, ossia che non fosse biblica, patristica e liturgica, e che portasse una conferma agli studiosi, non era ancora conosciuta.

Un riferimento:

l'annuncio a Zaccaria

Luca ha una certa sua cura di situare la storia. Così ad esempio cita "l'editto di Cesare Augusto" per il lungo censimento di Quirino (circa il 7-6 a. C.), durante il quale avvenne la nascita del Signore (Lc 2, 1-2). Inoltre rimanda all'anno quindicesimo di Tiberio Cesare (circa il 27-28 d. C.), quando Giovanni il Battista cominciò la sua predicazione preparatoria del Signore (Lc 3, 1). E annota: "E lo stesso Gesù era cominciante [il suo ministero dopo il Battesimo, Lc 3, 21-22] quasi di anni 30" (Lc 3, 23), di fatto avendo circa 33 o 34 anni.


Secondo la sua suggestiva narrazione evangelica, lo stesso Angelo del Signore, Gabriele, sei mesi prima dell'annunciazione a Maria (Lc 1, 26-38), alla conclusione della solenne celebrazione sacrificale quotidiana aveva annunciato nel santuario all'anziano sacerdote Zaccaria che la sua sposa, sterile e anziana, Elisabetta, avrebbe concepito un figlio, destinato a preparare un popolo a Colui che doveva venire (Lc 1, 5-25). Luca si preoccupa di situare questo fatto con una precisione che rimanda a un dato conosciuto da tutti. Così narra che Zaccaria apparteneva alla "classe [sacerdotale, ephêmería] di Abia" (Lc 1, 5), e mentre gli appare Gabriele "esercitava sacerdotalmente nel turno [táxis] del suo ordine [ephêmería]" (Lc 1, 8).

Zaccaria apparteneva alla classe sacerdotale di Abia. Il "turno di Abia", nel servizio liturgico al tempio, era prescritto due volte l'anno... La seconda volta corrispondeva all'ultima decade di settembre. Così il rito bizantino, che al 23 settembre fa memoria dell'annuncio a Zaccaria, conserva una data storica certa, e pressoché precisa

Così rimanda a un fatto generale senza difficoltà, e a uno specifico e puntuale, che presenta un problema. Il primo fatto, noto a tutti, era che nel santuario di Gerusalemme, secondo la narrazione del cronista, David stesso aveva disposto che i "figli di Aronne" fossero distinti in 24 táxeis, ebraico sebaot, i "turni" perenni (1 Cr 24, 1-7.19). Tali "classi", avvicendandosi in ordine immutabile, dovevano prestare servizio liturgico per una settimana, "da sabato a sabato", due volte l'anno. L'elenco delle classi sacerdotali fino alla distruzione del tempio (anno 70 d. C.) secondo il testo dei Settanta era stabilito per sorteggio, così: I) Iarib, II) Ideia, III) Charim, IV) Seorim, V) Mechia, VI) Miamin, VII) Kos, VIII) Abia, IX) Giosuè, X) Senechia, XI) Eliasib, XII) Iakim, XIII) Occhoffa, XIV) Isbaal, XV) Belga, XVI) Emmer, XVII) Chezir, XVIII) Afessi, XIX) Fetaia, XX) Ezekil, XXI) Iachin, XXII) Gamoul, XXIII) Dalaia, XXIV) Maasai (l'elenco, in 1 Cr 24, 7-18).

Il secondo fatto è che Zaccaria quindi apparteneva al "turno di Abia", l'VIII. Il problema che pone questo è che Luca scrive quando il tempio è ancora in attività, e quindi tutti potevano conoscere le sue funzioni, e non annota "quando" stava in esercizio il "turno di Abia". Inoltre, non dice in quale dei due avvicendamenti annuali Zaccaria ricevette l'annuncio dell'Angelo nel santuario. E sembra che lungo i secoli nessuno abbia avuto cura di riportare la memoria, o di fare qualche ricerca. La stessa Comunità madre, la Chiesa di Gerusalemme, giudeo-cristiana di lingua aramaica, che tradizionalmente (almeno per due secoli) era guidata dai parenti di sangue di Gesù, Giacomo e i suoi successori, non sembra che si curasse di questo particolare, che per i contemporanei andava da sé.

Il "turno di Abia" con data certa

Nel 1953 la grande specialista francese Annie Jaubert, nell'articolo Le calendrier des Jubilées et de la secte de Qumran. Ses origines bibliques, in Vetus Testamentum, Suppl. 3 (1953) pp. 250-264, aveva studiato il calendario del Libro dei Giubilei, un apocrifo ebraico assai importante, che risaliva alla fine del sec. II a. C. Ora numerosi frammenti di testo di tale calendario, ritrovati nelle grotte di Qumran, dimostravano non solo che esso era stato fatto proprio dagli Esseni che lì vivevano (circa sec. II a. C.-sec. I d. C.), ma che esso era ancora in uso. Detto calendario è solare, e non dà nomi ai mesi, ma li chiamava con il numero di successione. La studiosa aveva pubblicato poi su questo diversi altri articoli importanti; vedi anche la sua voce Calendario di Qumran, in Enciclopedia della Bibbia 2 (1969) pp. 35- 38. E in una celebre monografia, La date de la Cène, Calendrier biblique et liturgie chrétienne, Études Bibliques, Paris 1957, aveva anche ricostruito la successione degli eventi della settimana santa, individuando in modo convincente (salvo dissensi di qualcuno) al martedì, e non al giovedì, la data della cena del Signore.

Da parte sua, anche lo specialista Shemarjahu Talmon, dell'Università Ebraica di Gerusalemme, aveva lavorato sui documenti di Qumran e sul calendario dei Giubilei, ed era riuscito a precisare lo svolgersi settimanale dell'ordine dei 24 turni sacerdotali nel tempio, allora ancora in funzione. I suoi risultati erano consegnati nell'articolo The Calendar Reckoning of the Sect from the Judean Desert. Aspects of the Dead Sea Scrolls, in Scripta Hierosolymitana, vol. IV, Jerusalem 1958, pp. 162-199; si tratta di uno studio accurato e importante, ma, si deve dire, passato pressoché inosservato dal grande circuito, ma non ad Annie Jaubert. Ora, la lista che il professor Talmon ricostruisce indica che il "turno di Abia (Ab-Jah)", prescritto per due volte l'anno, ricorreva così: I) la prima volta, dall'8 al 14 del terzo mese del calendario, e II) la seconda volta dal 24 al 30 dell'ottavo mese del calendario. Ora, secondo il calendario solare (non lunare, come è l'attuale calendario ebraico), questa seconda volta corrisponde circa all'ultima decade di settembre.

Come annota anche Antonio Ammassari, Alle origini del calendario natalizio, in Euntes Docete 45 (1992) pp. 11-16, Luca, con l'indicazione sul "turno di Abia", risale a una preziosa tradizione giudeo-cristiana gerosolimitana, che da narratore accurato di storia (Lc 1, 1-4) ha rintracciato, e offre la possibilità di ricostruire alcune date storiche.

Così il rito bizantino al 23 settembre fa memoria dell'annuncio a Zaccaria, e conserva una data storica certa, e pressoché precisa (forse con un decalco di uno o due giorni).

La nascita di Giovanni il Battista nove mesi dopo, intorno al 24 giugno, è una data storica. Ma allora, l'annunciazione a Maria "nel mese sesto" dopo la concezione di Elisabetta risulta come un'altra data storica. E in conseguenza, è una data storica la nascita del Signore il 25 dicembre, ossia 15 mesi dopo l'annuncio a Zaccaria, nove mesi dopo l'annunciazione alla Madre semprevergine, sei mesi dopo la nascita di Giovanni il Battista


Date storiche del

Nuovo Testamento

La principale datazione storica sulla vita del Signore verte sull'evento principale: la sua resurrezione nel resoconto unanime dei quattro Evangeli (e del resto della Tradizione apostolica del Nuovo Testamento, vedi 1Cor 15, 3-7) avvenne all'alba della domenica 9 aprile dell'anno 30 d. C., data astronomica certa, e quindi quella della sua morte avvenne circa alle 15 pomeridiane del venerdì 7 aprile del medesimo anno 30.

Secondo i dati ricavati dall'indagine recente come sopra accennata, viene un intreccio impressionante di altre date storiche.
Il ciclo di Giovanni il Battista ha la data storica accertata (circa) del 24 settembre del nostro calendario gregoriano dell'anno 7-6 a. C. per l'annuncio divino concesso a suo padre Zaccaria. Nel computo attuale, sarebbe nell'autunno dell'1 a. C., ma si sa che dal VI secolo vi fu un errore di circa sei o cinque anni sulla data reale dell'anno della nascita del Signore.
La nascita di Giovanni il Battista nove mesi dopo (Lc 1, 57-66), (circa) il 24 giugno, è una data storica.

Ma allora, nel ciclo di Cristo Signore, che Luca pone in forma di un dittico speculare con quello del Battista, l'annunciazione a Maria Vergine di Nazareth "nel mese sesto" dopo la concezione di Elisabetta (Lc 1, 28) risulta come un'altra data storica.

E in conseguenza, e finalmente, è una data storica la nascita del Signore al 25 dicembre, ossia 15 mesi dopo l'annuncio a Zaccaria, nove mesi dopo l'annunciazione alla Madre semprevergine, sei mesi dopo la nascita di Giovanni il Battista.

La santa circoncisione otto giorni dopo la nascita, secondo la legge di Mosè (Lev 12, 1-3), è una data storica.
E così, quaranta giorni dopo la nascita, il 2 febbraio, la "presentazione" del Signore al tempio sempre secondo la legge di Mosè (Lev 12, 4-8), che segna l'hypapantê, l'Incontro con il suo popolo, è una data storica.

continua...........

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Perciò il Signore da tutti i popoli della terra scelse Sem. Dalla posterità di Sem scelse la famiglia di Tare. Dai figli di Tare scelse Abramo e la sua discendenza, Isacco e Giacobbe. Dai dodici figli di Giacobbe scelse la tribù di Giuda. Dalla tribù di Giuda scelse la semitribù dei Cainiti con Caleb, con capitale Hebron. Da questa semitribù scelse la famiglia di Iesse e dagli otto figli di Iesse scelse David. Da David finalmente e irreversibilmente discese nella carne, attraverso la sola Maria e senza concorso d'uomo, il Figlio di Dio, Figlio di Abramo, Gesù Cristo, il Redentore


"Problemi liturgici"

La data del Natale ha intorno un nugolo di problemi. Anzitutto viene il fatto che in alcune Chiese si cumulò e talvolta si confuse il 25 dicembre con il 6 gennaio, giorno che cumulava la memoria degli eventi che contornavano la nascita del Salvatore.

Poi, soprattutto, la non chiara distinzione tra memoria di un fatto, che può durare generazioni, la devozione intorno a questo fatto, che si può esprimere con un culto non liturgico, e l'istituzione di una festa "liturgica" con data propria e con una vera e propria ufficiatura, che comprende la liturgia delle ore sante e quella dei divini misteri.

Qui va tenuto conto, come invece in genere si trascura, dell'incredibile memoria delle comunità cristiane quanto a eventi evangelici, e ai luoghi che videro il loro verificarsi.

L'Annunciazione, ad esempio, era entrata nella formulazione di alcuni "Simboli battesimali" più antichi già nel secolo II. Essa nella medesima epoca fu rappresentata nell'arte cristiana primitiva, come nella catacombe di Priscilla. A Nazareth stessa, come ormai ha dimostrato splendidamente l'archeologia, il luogo dell'Annunciazione fu conservato e venerato senza interruzione dalla comunità locale, e fu visitato da un ininterrotto afflusso di pellegrini devoti, che lungo i secoli lasciarono anche graffiti e scritte commoventi, fino ai giorni nostri.

Quando si avviò il culto "liturgico" della Madre di Dio, nel V secolo inoltrato, si ebbe la grande festa "liturgica" dell'Euaggelismós, l'annunciazione a Maria. Questa acquistò tale straordinaria risonanza che in Occidente i Padri la annoverarono tra i "primordi della nostra redenzione" (con il Natale, i Magi e le nozze di Cana), e in Oriente fu considerata così solenne e quasi soverchiante, che la sua data nel rito bizantino abolisce la domenica e perfino il giovedì santo, cede solo al venerdì santo, e se cade alla domenica della Resurrezione divide la celebrazione così che si celebra metà del Canone pasquale e metà del Canone dell'Annunciazione.

A Betlemme già prima della costruzione della Basilica costantiniana (primo trentennio del IV secolo), la comunità cristiana aveva conservata la memoria e la venerazione ininterrotte del luogo della nascita del Signore.
In Egitto la Chiesa copta conserva con ininterrotta devozione la memoria dei luoghi dove la santa famiglia sostò nella sua fuga (Mt 2, 13-18), dove furono costruite chiese ancora officiate.

Si può parlare qui dei luoghi santi della Palestina, in specie quelli di Gerusalemme: dell'Anástasis, la Resurrezione (così riduttivamente chiamato "santo sepolcro") e del Golgota, del Cenacolo, del "Monte della Galilea" che è quello dell'Ascensione, del Getsemani, di Betania, della piscina probatica (Gv 5, 1-9), dove fu costruita una chiesa, del luogo della "Dormizione" della Madre di Dio nel Cedron, e così via. Su tutti questi luoghi esiste una documentazione preziosa, impressionante e ininterrotta lungo i secoli fino a noi, dei pellegrini che li visitarono sempre con gravi sacrifici e pericoli, e lasciarono descrizioni e resoconti scritti della venerazione di cui erano oggetto, e degli usi della devozione degli abitanti e degli altri visitatori.

Il problema di grande interesse qui è la scelta delle date per le celebrazioni "liturgiche" vere e proprie. Quanto alla celebrazione "liturgica", nel senso visto sopra, del Signore, della sua Madre Semprevergine, di Giovanni il Battista, si trattò di scelte arbitrarie, provenienti da ideologie o da calcoli ingegnosi? Non pare. Il 23 settembre e il 24 giugno per l'annuncio e la nascita di Giovanni il Battista, e il 25 marzo e il 25 dicembre per l'annunciazione del Signore e per la sua nascita, non furono arbitrarie, e non provengono da ideologie di riporto. Le Chiese avevano conservato memorie ininterrotte, e quando decisero di renderle celebrazioni "liturgiche" non fecero che sanzionare un uso immemoriale della devozione popolare.

Va tenuto conto anche del fatto poco notato che le Chiese si comunicavano le "date" delle loro celebrazioni, e così ad esempio quelle delle "deposizioni dei martiri", che chiamavano il "natale dei martiri" alla gloria dei cielo. Per le grandi ricorrenze, come le feste del Signore, degli apostoli, dei martiri, dei santi vescovi delle Chiese locali, e dal secolo V anche di quelle della Madre di Dio, le Chiese adottarono volentieri le proposte delle Chiese sorelle. In pratica, pressoché tutte le grandi feste del Signore e della Madre di Dio vengono dall'Oriente palestinese, e, furono accettate con grande entusiasmo dalle Chiese dell'Impero, e prima dei grandi scismi del V secolo, anche dall'immensa cristianità dell'Impero parto. Il Natale, come sembra, venne da Roma, e fu accettato, sia pure con qualche esitazione, da tutte le Chiese.

Con questo, si vuole dire che le Chiese avevano la possibilità di controlli e di verifiche, e va detto che gli antichi padri nostri non erano affatto creduloni, ma spesso giustamente diffidenti, così da respingere ogni tentativo illecito e illegittimo di culto "non provato".

L'evangelista Luca in tutto questo ha una parte non piccola, quando con opportuni e abili accenni rimanda a luoghi ed eventi e date e persone.


Il clan di Caino

La Chiesa madre dei giudeo-cristiani aveva conservato molte altre memorie sul suo Signore, l'ebreo Gesù, il "Diacono della circoncisione" (Rm 15, 8), che la ricerca moderna con pazienza e con fatica si incarica di riportare alla luce dopo tanti secoli di affossamento. Alcune di esse sono intense e splendenti di luce. Una riguarda la scelta della Madre di Dio. Dopo la rovinosa caduta di Adamo, i Tre fecero urgente consiglio. Il Padre comunicò che per ripartire da zero aveva scelto Maria, la Vergine di Nazareth, e aveva deciso di farne la Madre del Figlio, dotandola della Verginità permanente come imitazione della sua Verginità paterna. Il Figlio da parte sua comunicò che anche Lui aveva scelto Maria per farne la sua propria madre, e aveva deciso di farla assistere ai "tre terrificanti Misteri", della Nascita verginale, della Croce e della Resurrezione gloriosa.

Anche lo Spirito Santo comunicò che aveva scelto la medesima Maria, per darle come dote nuziale la sua divina Soavità, per conferirle la sua Paráklêsis, l'Avvocatura potente contro il Nemico, e insieme la sua Consolazione irresistibile. Così venne agli uomini "dallo Spirito Santo e da Maria Vergine" (Lc 1, 32; e il Simbolo apostolico) Cristo Signore, che, "generato nella divina eternità dal Padre senza madre", il Medesimo "fu partorito nel tempo degli uomini dalla Madre senza padre" (i Padri). Così che il Figlio di Dio e Figlio di Maria ebbe come Termine divino della sua esistenza umana lo Spirito Santo, nel quale è consustanziale con il Padre, e come Termine umano la Madre Semprevergine, mediante la quale è consustanziale con tutti gli uomini.

Tutti gli uomini non tanto da "salvare", termine che nell'età moderna si è fatto molto equivoco, quanto da redimere dal peccato. Il peccato di Adamo, che si configura poi anche come peccato di Caino (Gen 4, 1-12). Dopo il fratricidio consumato sull'innocente Abele, Caino ebbe paura della punizione, e non tanto di quella del suo Signore misericordioso, quanto di quella degli uomini (Gen 4, 13). Ma il Signore misericordioso gli concesse un "segno", il "segno di Caino", che per lui fosse di salvezza dalla morte.

Allora il Signore dopo il diluvio, da tutti i discendenti di Noè, operò con sapienza e con pazienza secondo le due irresistibili leggi della redenzione, la "selezione regressiva" o "concentrazione", che è scelta di "uno", un "resto" assunto e posto in favore di tutti gli altri ed è eliminazione degli altri da questa operazione, e per "sussunzione progressiva", che è aggregazione universale di tutti nella salvezza ottenuta dal "resto". Perciò il Signore da tutti i popoli della terra (Gen 10) scelse Sem e la sua posterità (Gen 10, 21-31). Dalla posterità di Sem scelse la famiglia di Tare, padre di Abramo (Gen 11, 27-32). Dai figli di Tare scelse Abramo (Gen 12, 1-3), e la sua discendenza, Isacco e Giacobbe. Dai dodici figli di Giacobbe scelse la tribù di Giuda (Gen 49, 8-12). Dalla tribù di Giuda scelse la semitribù dei Cainiti (o Qainiti, o Qeniti, o Qenizziti) con Caleb, con capitale Hebron (Gios 14, 6-15). Da questa semitribù (o clan) scelse la famiglia di Ishaj (Iesse), e dagli otto figli di Ishaj scelse David (1 Sam 16,1-12), sul quale pose il suo Spirito divino onnipotente e messianico (1 Sam 16, 13).

Da David finalmente e irreversibilmente discese nella carne (Mt 1, 1; Rm 1, 3) attraverso la sola Maria Semprevergine, senza concorso di uomo (Mt 1, 16), il Figlio di Dio, Figlio di Abramo, Gesù Cristo, il Redentore.
Il "segno" che Caino ricevette è la confluenza sua e di tutti i peccatori nella sua posterità peccatrice, riassunta dai Cainiti, il "clan di Caino", il cui Capo divino e umano è il Figlio di Dio, nato dallo Spirito Santo e dalla Semprevergine Maria. Perciò il Figlio di Dio, l'Impeccabile "fatto peccato per noi" (2 Cor 5, 21), "reso maledetto per noi" secondo la Legge perché sospeso sul Legno (Gal 3, 13, che cita Dt 21, 23) per ottenere la Benedizione e la Promessa d'Abramo che è lo Spirito Santo (Gal 3, 14), che "assunse la carne di peccato" carica quindi di morte (Rm 8, 3), che essendo e restando Dio si fece anche schiavo obbediente fino alla morte e morte di croce (Fil 2, 6-8). Portando sulla croce Caino e la sua discendenza, il Figlio di Dio distrusse l'incapacità di Adamo e di Eva di dare figli a Dio, e riaprì in "sussunzione progressiva" illimitata le porte dell'ingresso al Padre nello Spirito Santo.

Questo è anche il contenuto delle liturgie d'Oriente e dell'Occidente alla domenica della Resurrezione e al venerdì santo, ma anche del Natale, dell'Annunciazione, della nascita della Vergine.
Il Natale del Signore nella carne è una fonte inesauribile, che non conosce l'ovvio banale del gelido "albero" cosificante, ma la sorpresa rinnovata, la meraviglia mai sazia, lo stupore adorante davanti a Colui che dall'Oceano infinito della Divinità beata volle approdare alla riva angusta e dolente della storia degli uomini per un unico scopo: "Dio restando quello che era volle farsi anche quello che non era, Uomo creato, vero, limitato, mortale, affinché gli uomini creati, limitati e mortali, restando quello che erano, diventassero finalmente dèi per grazia" dello Spirito Santo. Questa è la "formula di scambio" o "formula della divinizzazione", che viene dalla santa Scrittura, è codificata fedelmente dai Padri e si vive con efficacia infinita nella santa liturgia della Chiesa.

Il "segno" che Caino ricevette è la confluenza sua e di tutti i peccatori nella sua posterità peccatrice, riassunta dai Cainiti, il "clan di Caino", il cui Capo divino e umano è il Figlio di Dio, nato dallo Spirito Santo e dalla Semprevergine Maria... Portando sulla Croce Caino e la Sua discendenza, il Figlio di Dio distrusse l'incapacità di Adamo e di Eva di dare figli a Dio


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Il Presepio come oggi lo interpretiamo in ogni Natale è nato, come sappiamo, con san Francesco d'Assisi il quale ideò il primo Presepe VIVENTE, ricostruendo i fatti attraverso la lettura dei Vangeli......riscosse un enorme successo tanto da essere mantenuto e sempre più perfezionato......Su questo Presepe è sempre brillata UNA STELLA... ..non sottovalutiamola, perchè se ci soffermiamo a leggere il Vangelo, essa deve essere stata non solo molto luminosa, ma concretamente invitante tanto da far intraprendere un lunghissimo viaggio ai Magi che provenivano dal lontano Oriente....
Tale fatto è rispettato dai Musulmani che nei Magi vedono raffigurati loro stessi nel portare rispetto alla Vergine che aveva partorito un "grande Profeta" (anche se poi per loro è minore a Mohamed-Maometto), Gesù Cristo.

Leggiamo ora una meditazione del Card. Tettamanzi quando era a Genova, ed oggi lavora per la comunità milanese.....

Fraternamente CaterinaLD






Genova.
Cattedrale, 6 gennaio 2002


Alza gli occhi e guarda la stella



In questo solenne giorno dell'Epifania del Signore, desidero che la mia voce, quasi infinitamente amplificata dalle volte stupende della nostra Cattedrale, raggiunga tutti gli abitanti di Genova e della Diocesi: certo, a cominciare da voi, qui presenti. Tutti saluto con affetto, a tutti porgo il mio augurio cordiale e sincero, tutti invito a entrare in quella casa dove i Magi incontrarono il Bambino Gesù.

Ho detto tutti; e non a caso. Epifania significa "manifestazione", lo sappiamo. Manifestazione del Figlio di Dio fatto uomo a tutte le genti, nessuna esclusa. Ecco perché proprio a tutti mi rivolgo: cattolici e non cattolici, cristiani e non cristiani, credenti e non credenti. Il Bambino nato a Betlemme è l'unico Salvatore di tutti e di ciascuno. Questa è la mia, la nostra fede! Questa fede oggi rinnoviamo con gioia. E non solo: questa fede vogliamo tradurla in una vita cristiana aperta all'incontro e al dialogo che nessuno esclude, ma allo stesso tempo ferma nella convinzione che l'annuncio di Cristo è necessario sempre e che senza Cristo manca ciò che è fondamentale per l'esistenza dell'uomo, chiunque egli sia.
Per questo abbiamo cantato: "Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra". Nel canto abbiamo manifestato una certezza e un desiderio che guardano al futuro. Ma certezza e desiderio, per diventare realtà, hanno bisogno del nostro rinnovato e appassionato impegno missionario.




La luce della stella

1."Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te". Sono le parole che il profeta Isaia rivolge al suo popolo prefigurando il tempo della venuta del Messia atteso. Sono parole, queste, che oggi sentiamo rivolte a noi, alla Chiesa. "Alzati, Chiesa! Rivestiti di luce, perché viene a te la tua luce, Cristo Salvatore". Quale gioia per noi, per la Chiesa! E quale stupore!

A volte pare che questa nostra Chiesa faccia fatica a percorrere il proprio cammino per le vie del mondo: infedeltà, mancanze e ritardi al suo interno; incomprensioni con la società e la cultura del nostro tempo; opposizioni e anche vere e proprie persecuzioni in tante nazioni. Al proposito non è possibile passare sotto silenzio le molteplici sofferenze e crudeltà inflitte, anche nell'anno appena trascorso, a molti nostri fratelli e sorelle nella fede in varie parti del mondo. Di loro si parla poco, a volte per nulla. Uno strano e ingiusto silenzio avvolge il sangue versato da tanti cristiani. Ma noi, questi cristiani li vogliamo ricordare: perché sono parte di noi, perché sono l'avanguardia della Chiesa, perché gridano con il loro sacrificio che la libertà non è ancora una conquista universale dell'umanità, perché hanno testimoniato e testimoniano pagando di persona, fino al dono della vita, l'appartenenza a Cristo Signore.

Ecco le fatiche della Chiesa. "…le tenebre ricoprono la terra, nebbia fitta avvolge le nazioni…". Ma ecco i motivi della gioia e dello stupore della Chiesa: "…su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te". Non c'è infedeltà o incomprensione o persecuzione che possa minacciare la gioia della Chiesa: perché il Signore le si è manifestata e continua a manifestarsi accordandole luce, forza, coraggio, speranza con la sua presenza d'amore fedele.

"Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te". Non c'è parziale insuccesso nella missione o mancanza e ritardo od opposizione debole e forte che possa minacciare lo stupore della Chiesa: perché il Signore le si è manifestato e continua a manifestarsi offrendole la stupenda visuale di sempre nuovi popoli che si uniscono a lei.
Alzo gli occhi e guardo, allora. E nella luce di cui parla il profeta come nella stella che brilla di cui parla il Vangelo vedo lo splendore della Chiesa di Cristo.


Alziamo insieme gli occhi e guardiamo la stella! Risplende di luce perché è Dio che la illumina, come uno sposo che rende più bella e felice la sposa con il calore del suo amore. Chiesa che amiamo, Chiesa nella quale viviamo e per la quale viviamo! Ancora oggi, come allora al tempo dei Magi, manifesta con la tua luce la presenza del Signore. Indica, con l'orientamento sicuro della tua direzione, la strada che ogni uomo è chiamato a percorrere per incontrarsi con Cristo ed essere finalmente e integralmente uomo. Ricolma di gioia quanti ti incontrano nel cammino della loro vita con la verità della Parola che annunzi, con la carità delle opere che compi, con il calore della comunione che vivi.

In questi giorni, un'anziana signora, costretta a casa per motivi di salute, dopo aver seguito la celebrazione natalizia del Santo Padre mi confidava: "Come è bella la Chiesa; nulla al mondo è bello quanto la Chiesa!". Era forse un'affermazione di carattere estetico. Però rivelava anche una percezione interiore di fede. Davvero nulla è affascinante quanto la Chiesa a questo mondo! Perché Dio l'ha voluta e la ama. Perché Dio la custodisce e vi abita.
Alziamo gli occhi, come i Magi, e guardiamo la stella! Invitiamo tutti a guardarla! Insieme seguiamola e, con grandissima gioia lasciamoci portare da colui che la illumina: Gesù Salvatore.


Il percorso interiore dei Magi

2.Soffermiamoci per un momento sull'esperienza fatta dai Magi: esperienza che il brano del vangelo di Matteo ci ha narrato e che offre a ciascuno di noi molti motivi di riflessione. Forse, per certi aspetti, un vero e proprio percorso interiore di vita cristiana.

Dei Magi si dice che "giunsero da Oriente a Gerusalemme e domandavano…". Due annotazioni semplici, quelle dell'evangelista; eppure di grande significato. Giunsero da Oriente: quindi, da lontano, molto lontano. E domandavano, esprimendo così la forza del loro desiderio e la profondità della loro ricerca. Questi uomini, primi tra i pagani a incontrare il Signore, ci lasciano un significativo messaggio. Non c'è uomo, per quanto venga da lontano, che non porti nel cuore desiderio e domanda. Sono il desiderio e la domanda di Cristo, anche se a volte diversamente e indistintamente orientati. Perché ogni autentico desiderio e ogni vera domanda sulla vita sono desiderio e domanda di Cristo. Anche per questo la Chiesa è cattolica: perché porta Cristo e, dunque, è aperta a ogni uomo e bussa alla porta del cuore di ogni uomo; perché porta Cristo e, dunque, ogni uomo chiede di lei. Siamo davvero cattolici, allora; cioè universali. Protesi verso tutti, pronti ad accogliere tutti.

Quando, entrati nella casa, videro il bambino, i Magi si prostrarono e lo adorarono. In questo modo i tre personaggi provenienti dall'oriente hanno dato forma visibile al loro atteggiamento interiore di adesione e di dipendenza dal Salvatore. Una domanda si impone: viviamo anche noi, abitualmente, questo atteggiamento spirituale di adesione e di dipendenza rispetto a Dio e alla sua volontà? Un elemento tipico del modo in cui spesso oggi si vive la fede è quello del soggettivismo. In questo senso ciascuno tende a fare proprio quanto del vangelo gli è confacente e a eliminare quanto invece del Vangelo risulta estraneo alla sua mentalità o difficile da realizzare. E' forse anche per questo che poco si adora. In verità è proprio l'adorazione che urge recuperare: come stile della preghiera e, soprattutto, come stile del vivere il rapporto di fede con Dio.

L'evangelista, con attenzione, sottolinea che i Magi fecero ritorno al loro paese per un'altra strada rispetto a quella percorsa nell'itinerario precedente. La nota di Matteo è certamente geografica. Però rivela anche un elemento di spiritualità. Dopo aver incontrato Gesù non si può più percorrere la strada di un tempo. Qualcosa è cambiato. Anzi, tutto deve cambiare, nulla può essere come prima. Così è stato per i Magi. Così possa essere per noi ancora una volta. La rinnovata esperienza del Natale sia il fondamento di una vita nuova che tutti possano vedere: a riprova che il Signore lo abbiamo davvero incontrato, che il Signore è con noi e che per il Signore, luce della Chiesa e del mondo, vale la pena donare per intero la propria vita.


+ Dionigi Card. Tettamanzi






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Padri della chiesa


Il nome stesso di Betlemme, luogo dove è nato il Signore, aveva in sé una significazione profetica molto antica. La traduzione di Betlemme vuol dire ‘casa del pane’, poiché proprio lì bisognava che nascesse il Figlio di Dio, lui che è pane della vita, secondo l’attestazione dell’Evangelo, dove il Signore di sé dice: io sono il pane vivo disceso dal cielo (Gv 6,35)
(Cromazio, Commento a Mt 4.3).


Quanto grande è il mistero della condiscendenza divina!… Accetta di venir posto in una mangiatoia colui che racchiude dentro sé i cieli! È dentro una culla colui che il mondo intero non può contenere! Si percepisce la voce di un neonato che sa solo gemere, ed è colui al cui grido, al tempo della Passione, il mondo intero è stato scosso. I magi dunque vedono questo innocente e lo riconoscono: è il dio della gloria e il Signore della maestà. Anche Isaia l’aveva vaticinato come bimbo, e come Dio, e come Re eterno, quando scrive: perché un bambino è nato per voi, vi è stato dato un figlio; sulle sue spalle è il segno della sovranità (Is 9,6)
(Cromazio, Commento a Mt 5,1).


L’oro designa la sapienza, come attesta Salomone: un tesoro prezioso sta sulla bocca del sapiente (Pv 21,20). Con l’incenso che viene bruciato in onore di Dio, si esprime la virtù dell’orazione, come attesta il salmista: la mia preghiera si diriga al tuo cospetto, come incenso (Sl 141,2). Con la mirra è simboleggiata la mortificazione della nostra carne, e per questo la santa Chiesa dice dei suoi fedeli che lottano sino alla morte: le mie mani stillarono mirra (Ct 5,5). Noi dunque offriamo oro al re che è nato, se brilliamo al suo cospetto per lo splendore della soprannaturale sapienza. Offriamo incenso se bruciamo sull’altare del cuore i pensieri terreni attraverso il sacro anelito della preghiera… Offriamo la mirra se reprimiamo i vizi della carne in forza dell’astinenza
(Gregorio magno, Omelie sui Vangeli 10.6).


La nostra dimora è il Paradiso, e ad essa, dopo aver conosciuto Gesù, non è possibile ritornare rifacendo la via attraverso la quale ci siamo allontanati. Dalla nostra patria ci siamo infatti trovati lontani a motivo della superbia, della disobbedienza, inseguendo le cose che appaiono…, ed è perciò necessario che vi facciamo ritorno nel pianto, praticando l’obbedienza, disprezzando le cose visibili e frenando i desideri della carne. Ritorniamo dunque alla nostra patria attraverso un’altra via: finiti lontano dai gaudi del Paradiso a motivo dei piaceri terreni, possiamo far ritorno attraverso la penitenza
(Gregorio Magno, Omelie sui Vangeli 10,7).


Altri autori cristiani

(I Magi) partirono all’avventura, come un tempo Abramo, senza sapere dove andare. E ciò che doveva accadere accadde: la stella, la piccola stella, si nascose e i Magi, i tre Magi restarono soli, per strada, lontani dalla loro patria, lontani dalla meta del loro viaggio. Altri sarebbero ritornati indietro, ma la fede che ardeva nel loro cuore non lo permetteva. Questo cammino non conosceva che un’unica direzione: in avanti.

Appartenevano a quei credenti di cui parla la lettera agli Ebrei, quei credenti che, lasciata la loro patria per rispondere all’appello di Dio, non saprebbero ritornarvi, perché aspirano oscuramente a una patria migliore (cfr. Eb 11.15-16). (...) I Magi possono scomparire dalla scena della storia come dalla scena dell’Evangelo; il mondo potrà dimenticarli, la Chiesa conserva per sempre il loro ricordo e venera in essi il lungo pellegrinaggio dell’umanità verso il suo Dio. La loro storia è la nostra storia; è la storia del credente che risponde alla chiamata di Dio che gli giunge in mezzo alla confusione di questo mondo, e che, nonostante le notti dello Spirito che deve attraversare, persevera nel suo cammino. Dio spesso si nasconde e raramente si svela a quelli che vuole chiamare al suo servizio, giusto quel tanto per spingerli a un primo passo che dovranno proseguire, come i Magi, nell’oscurità, nella fedeltà e nella fede, fino all’incontro faccia a faccia
(J. Goldstain, Harmoniques évangéliques pp. 68-74).


Dov’è il re dei Giudei? L’Epifani, manifestazione alle genti, ribadisce e non annulla la primogenitura di Israele: essi sono israeliti, loro è l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, a loro è stata data la Legge, il culto, le promesse, i patriarchi, da loro proviene il Cristo secondo la carne (Rm 9,4-5). Eppure, come dimenticare quell’altro ‘Re dei Giudei’ scritto in ebraico, greco, latino, (le tre lingue che nel loro intrecciarsi, rappresentano quasi l’origine stessa della nostra civiltà occidentale) appeso sul legno della croce? Esso ammonisce a non dimenticare che la stella di Betlemme è passata attraverso una lunga eclissi… Quelle parole scritte sulla croce indicano che i versetti della lettera agli Efesini (2,14-15) secondo cui proprio la croce unisce i due popoli annullando il muro di divisione posto tra loro, sono stati, a propria volta, crocifissi dal peso della storia, anche se neppure questo smisurato peso può estinguere dal cuore di Dio il desiderio di usare misericordia verso tutti (cfr Rm 11.32)
(P. Stefani, Sia santificato il tuo nome A p. 50).


Numerosi sono coloro che si stupiscono sentendo che dei preti, dei religiosi, delle religiose, dei laici hanno scelto di vivere in Algeria, quando le vicissitudini della storia hanno portato quasi tutti i cristiani del paese a lasciarlo. Stupirsi significa dimenticare che l’Epifania del mistero di Dio e dell’uomo non è riservata al solo gruppo dei battezzati. Ogni uomo è chiamato da Dio all’interno della propria cultura, come testimonia il gesto simbolico di quei magi d’oriente. I cristiani sono storditi di felicità a causa del dono che è stato loro fatto in Gesù Cristo. Ma la loro gioia è immensa anche quando scoprono che i semi del Verbo di Dio sono presenti in ogni esistenza umana e in ogni tradizione culturale, per preparare quella messe dal Padre alla quale ogni popolo deve portare il proprio contributo
(H. Teissier, Accanto a un amico p. 35).


Divertiamoci cercando nelle Scritture....

Passi biblici paralleli

v. 1 Gen 35,19: Così Rachele morì e fu sepolta lungo la strada verso Èfrata, cioè Betlemme.
Gs 19,15: Esso includeva inoltre: Kattat, Naalal, Simron, Ideala e Betlemme: dodici città e i loro villaggi. 16 Questo fu il possesso dei figli di Zàbulon, secondo le loro famiglie: queste città e i loro villaggi.
Dn 2,12: Allora il re, acceso di furore, ordinò che tutti i saggi di Babilonia fossero messi a morte.
Gdc 6,3: Quando Israele aveva seminato, i Madianiti con i figli di Amalek e i figli dell’oriente venivano contro di lui,
1 Re 4,30: La saggezza di Salomone superò la saggezza di tutti gli orientali e tutta la saggezza dell’Egitto.
Sal 48,3: Il suo monte santo, altura stupenda, è la gioia di tutta la terra. Il monte Sion, dimora divina, è la città del grande Sovrano.

Lc 1,15: Poiché egli sarà grande davanti al Signore; non berrà vino né bevande inebrianti, sarà pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre
Lc 2,4-7: Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo.
Lc 2,15: Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: “Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”.
Gv 7,42: Non dice forse la Scrittura che il Cristo verrà dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide? ”.

v. 2 Nm 24,15-17: Egli pronunciò il suo poema e disse: “Oracolo di Balaam, figlio di Beor, oracolo dell’uomo dall’occhio penetrante, oracolo di chi ode le parole di Dio e conosce la scienza dell’Altissimo, di chi vede la visione dell’Onnipotente, e cade ed è tolto il velo dai suoi occhi. Io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non da vicino: Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele, spezza le tempie di Moab e il cranio dei figli di Set.
2 Sam 5,2:Già prima, quando regnava Saul su di noi, tu conducevi e riconducevi Israele. Il Signore ti ha detto: Tu pascerai Israele mio popolo, tu sarai capo in Israele”.

Ger 23,5: “Ecco, verranno giorni - dice il Signore -nei quali susciterò a Davide un germoglio giusto, che regnerà da vero re e sarà saggio ed eserciterà il diritto e la giustizia sulla terra.
Ger 30,9: Essi serviranno il Signore loro Dio e Davide loro re, che io susciterò loro.
Ez 48,35: Perimetro totale: diciottomila cubiti. La città si chiamerà da quel giorno in poi: Là è il Signore.
Zc 9,9: Esulta grandemente figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino,un puledro figlio d’asina.

Mt 24,27: Come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo.
Mt 27,11: Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore l’interrogò dicendo: “Sei tu il re dei Giudei? ”. Gesù rispose “Tu lo dici”.
Gv 1,49: Gli replicò Natanaèle: “Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele! ”.

Ap 22,16: Io, Gesù, ho mandato il mio angelo, per testimoniare a voi queste cose riguardo alle Chiese. Io sono la radice della stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino”.

Sal 47,6: Ascende Dio tra le acclamazioni, il Signore al suono di tromba.
v. 3 Est,1,13: Allora il re interrogò i sapienti, conoscitori dei tempi. - Poiché gli affari del re si trattavano così, alla presenza di quanti conoscevano la legge e il diritto.
2Re 6,11: Molto turbato in cuor suo per questo fatto, il re di Aram convocò i suoi ufficiali e disse loro: “Non mi potreste indicare chi dei nostri è per il re di Israele? ”.

Sal 30,8: Nella tua bontà, o Signore, mi hai posto su un monte sicuro; ma quando hai nascosto il tuo volto, io sono stato turbato.
v. 4 Es 12,7: Sallu, Amok, Chelkia, Iedaia. Questi erano i capi dei sacerdoti e dei loro fratelli al tempo di Giosuè.
Cr 24,3: Davide, insieme con Zadòk dei figli di Eleàzaro e con Achimèlech dei figli di Itamar, li divise in classi secondo il loro servizio.
Mt 1,16: Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo.

v. 5-6 2 Sam: Già prima, quando regnava Saul su di noi, tu conducevi e riconducevi Israele. Il Signore ti ha detto: Tu pascerai Israele mio popolo, tu sarai capo in Israele”.

Ez 34,23: Susciterò per loro un pastore che le pascerà, Davide mio servo. Egli le condurrà al pascolo, sarà il loro pastore.
Mic 5,1: E tu, Betlemme di Efrata così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda, da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall’antichità, dai giorni più remoti.
Gv 7,42: Non dice forse la Scrittura che il Cristo verrà dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide? ”.

Gv 21,15-17; Ap 7,7.
v. 7-8 Gv 4,24.
v. 9-10 Gb 38,32; 2Pt 1,19; Ap 22,16.
v. 11 Es 30,23; Sal 45,9; Sal 72,10-11.15; Is 49,23; Is 60,6; Lc 2,16:19; Gv 19,39; Ap 18,13.
v. 12 Gn 41,12; Nm 12,6; Mt 1,20.

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Dalla Costituzione dogmatica Lumen gentium sulla Chiesa del concilio Vaticano II.

Lumen gentium, 9.13, in AAS 57 (1965), 13-14.17.

Cristo istituì la nuova alleanza nel suo sangue (Cf 1 Cor 11,25); egli chiama gente dai Giudei e dalle nazioni, perché si fondino in unità non secondo la carne, ma nello Spirito, e costituisce il nuovo Popolo di Dio.
Infatti i credenti in Cristo, essendo stati rigenerati non da seme corruttibile, ma da uno incorruttibile, che è la parola di Dio vivo (Cf 1 Pt 1,23), non dalla carne, ma dall'acqua e dallo Spirito Santo (Cf Gv 3,5-6), costituiscono la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato; quello che un tempo era non-popolo, ora invece è il popolo di Dio (Cf 1 Pt 2,9-10).

Questo popolo messianico ha per capo Gesù, il quale e stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione(Rm 4,25). Ora, dopo essersi acquistato un nome che è al di sopra di ogni altro nome, regna glorioso in cielo.

Questo popolo ha per condizione la dignità e libertà dei figli di Dio, nel cuore dei quali dimora lo Spirito Santo, come in un tempio. Ha per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati (Cf Gv 13,34). E, finalmente, ha per fine il regno di Dio, incominciato in terra dallo stesso Dio, e che deve essere ulteriormente dilatato, finché alla fine dei secoli sia da lui portato a compimento, quando comparirà (Cf Col 3,4).
Cristo, vita nostra. Allora anche le stesse creature saranno liberate dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio (Rm 8,21).

Perciò il popolo messianico, pur non comprendendo in atto tutti gli uomini e apparendo talora come un piccolo gregge, costituisce per tutta l'umanità un germe validissimo di unità, di speranza e di salvezza. Costituito da Cristo in una comunione di vita, di carità e di verità, è pure da lui preso per essere strumento della redenzione di tutti; quale luce del mondo e sale della terra (Cf Mt 5,13-16) esso è inviato a tutto il mondo.

Come già Israele secondo la carne, pellegrinante nel deserto, viene chiamato Chiesa di Dio (2 Esd 13,1; cf Nm 20,4; Dt 23,2ss.) così il nuovo Israele, che cammina nel secolo presente, alla ricerca della città futura e permanente (Cf Eb 13,14), si chiama pure Chiesa di Cristo (Cf Mt 16,18). Egli l'ha acquistata con il suo sangue (Cf At 20,28) riempita del suo Spirito e fornita di mezzi adatti per l'unione visibile e sociale.
Dio ha convocato l'assemblea di coloro che guardano nella fede a Gesù, autore della salvezza e principio di unità e di pace, e ne ha costituito la Chiesa, perché sia, per tutti e per i singoli, il sacramento visibile di questa unità salvifica.

Destinata ad estendersi a tutta la terra, essa entra nella storia degli uomini e insieme, però, trascende i tempi e i confini dei popoli. Fra le tentazioni e le tribolazioni del cammino, la Chiesa è sostenuta dalla forza della grazia di Dio, promessa dal Signore; tramite tale grazia, nonostante l'umana debolezza, non viene meno alla perfetta fedeltà, ma permane degna sposa del suo Signore e non smette, sotto l'azione dello Spirito Santo, di rinnovare sé stessa, finché attraverso la croce giunga alla luce che non conosce tramonto.

In tutte quindi le nazioni della terra è radicato un solo Popolo di Dio, poiché di mezzo a tutte le stirpi egli prende i cittadini del suo regno, non terreno ma celeste. E infatti tutti i fedeli sparsi per il mondo, comunicano con gli altri nello Spirito Santo, e così chi sta in Roma sa che gli Indi sono sue membra (Cf Giovanni Crisostomo, In Io., hom. 65, 1, in PG 59, 361).

Siccome, dunque, il regno di Cristo non è di questo mondo (Cf Gv 18,36), la Chiesa, cioè il Popolo di Dio, introducendo questo regno, nulla sottrae al bene temporale di qualsiasi popolo, ma al contrario favorisce e accoglie tutta la dovizia di capacità e consuetudini dei popoli, in quanto sono buone, e accogliendole le purifica, le consolida ed eleva. Poiché bene essa si ricorda di dover raccogliere con quel Re, al quale sono state date in eredità le genti (Cf Sal 2,8), nella cui città portano i loro doni e offerte (Cf Sal 71,10; Is 60,4-7; Ap 21,24).



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classici e cristiani

Dal Sole a Gesù, la lunga storia del 25 dicembre


Di Manlio Simonetti
www.avvenire.it

Quando, nel IV secolo, il cristianesimo viene favorito dagl'imperatori fino ad assurgere a religione di Stato, la Chiesa attivamente si adopera per la cristianizzazione, oltre che dello spazio, anche del tempo, e a tal fine pratica pure la sovrapposizione di festività cristiane a precedenti celebrazione pagane: la più importante fu la sostituzione, il 25 dicembre, della festività romana del Sol invictus</B> col giorno commemorativo della natività di Gesù. La sovrapposizione fu tutt'altro che casuale in quanto ebbe precisa motivazione ideologica. Vediamo perché.

Siamo nell'antica Roma: nel mese di dicembre sono terminati i lavori dei campi e il solstizio invernale comporta il giorno più breve dell'anno; come il tempo oscuro prevale su quello luminoso, così si conclude il ciclo dei lavori dei campi: è un periodo dell'anno logoro ed esaurito, in attesa di essere restaurato. In questo contesto s'inseriscono le feste, per lo più notturne, di dicembre, ultimo mese dell'anno secondo il sistema calendariale romano che fa cominciare l'anno a gennaio.

Tra queste feste, nei Saturnalia - che celebravano, col rovesciamento di usi e costumi dell'abituale vivere quotidiano, il mitico tempo felice in cui aveva regnato Saturno - Giove, che avrebbe spodestato il padre Saturno, era presentato come ancora troppo giovane per regnare, come ancora «bambino». Tra le festività di questo periodo c'era anche quella del Sol Indigetes</B>, che sembra essere stata molto antica.

Nel 276 l'imperatore Aureliano trasferì al 25 dicembre la festività del Sol invictus</B>, il cui culto l'imperatore Eliogabalo aveva introdotto dall'Oriente nel 218 e che Aureliano potenziò grandemente, considerando il solo dio universale quant'altri mai, oltre che suo personale protettore. Il significato della festa e del suo trasferimento era evidente: a partire da questo giorno si sospendeva l'atmosfera caotica delle feste di fine d'anno e si intendeva che il sole, e con esso il tempo, ormai rinnovato, fosse in grado di iniziare il nuovo anno.

A questo punto si capisce facilmente perché i cristiani abbiano fissato proprio a questa data la celebrazione della natività di Gesù, inizio del nuovo decisivo tempo della storia, tanto più che li soccorreva anche il ricordo di Giove «bambino» dei pressoché contemporanei Saturnalia, e soprattutto la suggestione del messianico «sole di giustizia» predetto da Malachia (3, 20), identificato per tempo con Cristo e perciò diventato uno dei principali appellativi cristologici.

Ma forse è possibile aggiungere ancora un tassello a questa ricostruzione. Nei primi giorni di gennaio nell'Egitto ellenizzato si celebrava una festa in onore della dea Iside, e certamente questa festività sarà stata celebrata anche a Roma dagli egiziani qui residenti. Orbene, il tipo iconografico di Iside, madre con in braccio il figlio Horus bambino, identificato col sole, a detta di vari studiosi ha costituito la base per la raffigurazione della Madonna con Gesù Bambino.

La festività del Natale del Signore al 25 dicembre è attestata per la prima volta, a nostra conoscenza, in un documento romano del 336 circa; si diffonde rapidamente in Occidente e verso il 380 passa in Oriente. Da una isolata testimonianza apprendiamo che in Africa la festa del 25 dicembre celebrava il ricordo, oltre che della nascita del Signore, anche dell'adorazione dei Magi, a testimonianza dell'interferenza della festività del Natale con quella orientale dell'Epifania (in greco epiphàneia</B>).

Nel IV secolo questa festa era celebrata in Oriente il 6 gennaio e aveva significato ideologico, celebrando la «manifestazione» dell'opera redentrice e benefattrice di Cristo (Mohrmann). Questo concetto si concretava nella celebrazione di tre episodi della vita di Gesù: l'adorazione dei Magi, il battesimo nel Giordano da parte di Giovanni Battista, il miracolo delle nozze di Cana. Ma ci sono buoni motivi per ritenere che in origine con questa festività si celebrasse anche la natività di Gesù, che poi fu trasferita al 25 dicembre quando, nel IV secolo avanzato, la festa del Natale fu importata in Oriente.

Parallelo al trasferimento del Natale dall'Occidente all'Oriente fu quello dell'Epifania dall'Oriente all'Occidente. La prima attestazione è del 360 in Gallia, e alcuni anni dopo a Roma e in Spagna. Come in Oriente, essa celebra adorazione dei Magi, battesimo e miracolo di Cana, ma già verso la fine del IV secolo il ricordo dell'adorazione dei Magi comincia a prevalere, fino a imporsi gradualmente in Occidente.




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Interessante analisi degli Astrofisici Trentini......

La stella di Natale


Quando Gesù fu nato a Betlemme di Giudea ai tempi del Re Erode, ecco apparire dall'Oriente a Gerusalemme alcuni Magi, i quali andavano chiedendo dove fosse nato il Re dei Giudei, perché - dicevano - avevano visto la sua stella al suo sorgere ed erano venuti ad adorarlo
[...]. Allora Erode, accolti segretamente i Magi, si informò accuratamente da loro circa l'epoca in cui la stella era apparsa [...]. Udito il re, essi partirono ed ecco, la stella che avevano visto al suo sorgere, apparve di fronte a loro, finché si arrestò sul luogo dove stava il Bambino. Matteo (II, 1-2)
In ogni presepio del mondo, sopra la grotta che ospita la sacra famiglia, o sulla punta dell'albero addobbato per la festa, trova posto da tempo immemorabile una splendente stella cometa. Vuole la tradizione che i re Magi fossero stati guidati nel luogo dove nacque Gesù proprio da una luminosa cometa, divino messaggero del glorioso evento. Ma quanto c'è di verificabile, dal punto di vista astronomico, in questa affascinante rappresentazione? La stella dei Magi è esistita davvero?

I progressi odierni della scienza permettono, grazie a computer con programmi di calcolo sempre più potenti ed all'affinamento dell'indagine storiografica ed archeologica di ricostruire con grande precisione il cielo notturno osservato dai nostri progenitori migliaia di anni e di dare un contributo decisivo alla risoluzione di un "caso" affascinante ed assai complicato.
L'interesse degli astronomi per la stella di Betlemme è sempre stato vivo e non accenna a diminuire: dopo duemila anni si susseguono ancora interpretazioni e studi al riguardo. Superata come è giusto che sia la volontà di far corrispondere fatti ed eventi scientificamente provati alle parole degli Evangelisti, come se l'attendibilità delle Sacre Scritture dovesse risiedere nella verificabilità storica e scientifica dell'interpretazione letterale, pare sia mantenuta solo dagli astronomi la speranza di poter conferire un senso preciso a questo astro misterioso.


Quando nacque Gesù?

Diventa necessario per la nostra indagine andare alla ricerca di tutti i possibili fenomeni astronomicamente rilevanti, e possibilmente riportati nelle cronache dell'epoca, avvenuti in corrispondenza della nascita di Gesù.
Questa viene celebrata, come tutti sappiamo, il 25 dicembre: ma nel passato le cose andavano ben diversamente. Su questa data per lungo tempo la comunità cristiana fu dubbiosa, visto che mancava al riguardo una tradizione apostolica. L'origine della natività del 25 dicembre andrebbe considerata nell'ottica di un'importante festa pagana, la celebrazione del Sol invictus, dio del Sole e signore dei pianeti: in quei giorni, infatti, avviene il solstizio invernale, che segna il momento a partire dal quale il Sole riprende il suo moto in salita sull'eclittica (1) facendo allungare di conseguenza le giornate. Il messia veniva spesso descritto come "Sole di giustizia" e lo stesso vangelo ne parla a volte paragonandolo al Sole. Ecco spiegata la preferenza per questa data, anche se probabilmente non è esatta: la scelta del 25 dicembre sembra quindi essere derivata dalla necessità, per la nuova religione del Cristianesimo che si stava diffondendo, di contrapporre una festa cristiana ad una pagana, ed è stata accettata come storicamente certa da Sant'Agostino verso la metà del IV secolo.

Ricordiamo che in Palestina e a Gerusalemme ancora fino al V secolo era comunque l'Epifania ad essere festeggiata in memoria della nascita di Cristo. Storici famosi come Clemente Alessandrino propendevano per il 6 gennaio, altri per il 10 gennaio o il 25 marzo. Consideriamo allora come intervallo temporale accettabile per la nascita di Cristo il periodo dal 20 dicembre al 20 marzo. E per quanto riguarda l'anno di nascita?

L'anno zero della nostra epoca fu stabilito dal monaco Dionigi il piccolo vissuto nel VI secolo: dopo laboriosi calcoli ed indagini egli si convinse che coincidesse con il 754° anno dalla fondazione di Roma. Oggi sappiamo che Dionigi sbagliò in eccesso di almeno quattro anni. Nella lettura dei Vangeli vi sono riferimenti che ci aiutano a fissare un limite superiore ed uno inferiore alla nascita di Cristo.

Lo storico Giuseppe Flavio racconta che Erode morì in un giorno intermedio tra un'eclisse di Luna visibile a Gerico e la Pasqua ebraica successiva. Conti alla mano si scopre che questa eclisse avvenne nella notte tra il 13 e il 14 Marzo dell'anno 4 avanti Cristo. Allora, essendo Erode morto nella primavera del 4 a.C. ed essendo stato visitato dai Magi quando Gesù era già nato, Gesù stesso deve essere venuto alla luce come minimo quattro anni prima di quanto vuole la tradizione. D'altra parte questa data non può essere anticipata oltre il 7 a.C., perché questo è l'anno del censimento voluto da Augusto in conseguenza del quale - secondo l'evangelista Luca - Giuseppe e Maria, genitori di Gesù, furono costretti a tornare nella natia Betlemme. Fu allora che Erode "mandò ad uccidere tutti i maschi che erano in Betlemme e in tutto il territorio dall'età di due anni in giù, secondo il tempo del quale s'era esattamente informato dai Magi", Matteo (2,16).


Chi erano i magi?

I Magi appartenevano originariamente una delle dei tribù in cui era diviso il popolo dei Medi. Essi costituivano la classe sacerdotale: in Persia infatti, dove vivevano, il loro nome assunse il significato generico di sacerdoti. I Magi esercitavano la professione che oggi definiremo astrologia: alla corte di Babilonia essi interpretavano i segni celesti, osservando i moti delle stelle e dei pianeti, traendone auspici favorevoli o meno. La "stella" che essi videro era uno di quei segni con i quali presso i pagani la divinità rendeva noti i propri disegni. Alcuni testi arabi collegano i Magi alla religione iranica e a Zoroastro "fondatore della dottrina del magismo", al quale veniva attribuita tra le altre cose anche la profezia della nascita di Cristo.

Oggi sorridiamo del fatto che gli astri possano avere un'influenza prevedibile sul nostro agire quotidiano, o che tantomeno permettano di predire eventi futuri: l'astrologia ha perso ogni fondamento di scientificità, anche presunta, con l'avvento del metodo scientifico nel 16° secolo. Non dobbiamo dimenticare tuttavia che astronomia e astrologia hanno proceduto di pari passo per secoli, la prima al servizio della seconda. Fu a causa della creduta influenza dei corpi celesti sul destino dell'uomo che i sapienti dell'epoca affinarono la propria conoscenza sull'astronomia posizionale.


La stella dei Magi nelle letture sacre.

I Vangeli sono una fonte privilegiata per inquadrare con una certa precisione la "stella" che videro i Magi. Dal Vangelo di Matteo ci proviene un'utile informazione: il fenomeno astronomico osservato dai Magi fu si importante ma non certo eclatante, ossia perfettamente evidente a chiunque. In caso contrario anche Erode ne sarebbe stato a conoscenza e non avrebbe dovuto chiederne informazioni dettagliate. Da perfetti conoscitori della volta celeste quali erano, i Magi sicuramente si resero conto che ciò che videro, nel loro lungo viaggio da Babilonia a Betlemme, era qualcosa di importante per la propria esperienza di studiosi del cielo, anche se poi, a livello popolare, poteva passare del tutto inosservato. Ecco dunque perché furono i Magi a vedere "la stella" e non altri: solo loro erano in grado, come esperti osservatori delle stelle, di apprezzarne la particolarità.

Di grande interesse sono anche i Vangeli apocrifi, che la Chiesa esclude dal novero di quelli canonici per motivi dottrinali. Dopo il concilio di Trento i primi persero credito nei confronti dei secondi, ma ebbero una vita sotterranea molto intensa almeno fino al Medioevo, influenzando fortemente l'iconografia cristiana. Gli stessi Vangeli apocrifi, nella loro forma orale, sembrano avere un'origine molto remota, perlomeno come i Vangeli canonici, e contengono elementi dogmatici che la Chiesa ritiene validi.


Nel Protovangelo di Giacomo (databile tra il 130 e il 140 d.c.) viene più volte ribadito un concetto: la stella è un simbolo di regalità, rappresenta l'annuncio della nascita di un re. Un altro Vangelo apocrifo, quello definito dello Pseudo-Matteo, delinea molti particolari sulla grotta di Gesù e sulla brillante stella che vi splendeva dal tramonto all'alba. Nei Vangeli apocrifi redatti in Siria intorno al VI secolo si leggono molti altri dettagli: i Magi, avvertiti da un angelo, intrapresero un viaggio durato nove mesi guidati da una stella e giunsero a destinazione nel momento in cui la Vergine dava alla luce Gesù. Sono questi stessi scritti che identificano i Magi con i loro nomi.
[...] la stella si muoveva precedendoli, fin quando si fermò sopra la grotta. Allora la sua forma cambiò e divenne simile ad una colonna di luce che si levava dalla terra al cielo. L'angelo che aveva assunto la forma di una stella ritornò per far loro da guida [...].
Un fatto importante va sottolineato quando prendiamo spunto dalle letture evangeliche riguardanti la "stella" dei Magi: quest'ultima è una prova molto evidente di quanto nella cristianità degli albori fosse penetrata la cultura laica, ed astrologica in particolare. I racconti di Matteo e dei Vangeli Apocrifi dovettero fare i conti per molto tempo con la scarsa considerazione per l'astrologia, frequente nei primi secoli del cristianesimo. Molti la ritenevano addirittura una pratica demoniaca, che avesse avuto comunque una sua liceità fino alla nascita di Cristo. L'adorazione dei Magi attestava proprio la superiorità dei Vangeli sulle convinzioni dei pagani, rappresentava l'inchinarsi della cultura orientale alla dottrina cristiana e la fine della validità dell'astrologia.
I padri della chiesa del IV secolo attribuirono alla "stella" dei magi caratteristiche miracolose, per cercare di togliere ad essa ogni carattere di premonizione astrologica.

S.Basilio faceva osservare che la stella in se non era né un pianeta, né una cometa o altro: era qualcosa di straordinario, per esempio nel suo movimento diverso da quello degli astri conosciuti, e non poteva certo essere identificata con una stella da cui trarre un oroscopo. Essa era in realtà un angelo, un diretto segno del cielo. Le credenze astrologiche non uscirono tuttavia sconfitte da questa interpretazione, anzi, continuarono a diffondersi più o meno sommessamente.
Tracciamo allora un identikit della "stella" dei Magi. Innanzi tutto essa non apparì eccezionale alla gente comune, mentre la sua osservazione fu particolarmente significativa durante l'opposizione (2) al Sole. Inoltre la stella si mostrò una prima volta, scomparve, poi ricomparve. Quale fenomeno astronomico, dunque, può aver attirato l'attenzione dei Magi tra il 7 e il 4 a.C.?


L'ipotesi cometaria.

Pare che il primo ad interpretare la stella di Matteo come un oggetto astronomico vero e proprio sia stato Origene, teologo alessandrino vissuto nel III secolo. Nel suo Contra Celsus egli sostiene con fermezza la realtà astronomica dell'evento, che interpreta come la comparsa di una brillante cometa (3).
Una prima constatazione molto importante tuttavia emerge subito: Matteo non fa assolutamente cenno ad una cometa, ma parla di una stella in maniera generica.

È probabile che anche nelle prime comunità cristiane la stella dei Magi fosse interpretata come una cometa. Presso i Babilonesi queste erano considerate come oggetti astronomici, fonti di buono o cattivo auspicio a seconda della loro posizione in cielo, luminosità, colore. Aristotele le relegò al mondo sublunare come fenomeni astronomici, mentre Tolomeo ne sottolineava l'importanza per la predizione di importanti eventi. Innumerevoli sono gli esempi che vedono le comete come atteso segno per l'avvento di re o imperatori, oppure causa di profondi cambiamenti politici, o carestie e pestilenze. Fu così che nel 118 a.c. una luminosa cometa sembrò indicare la nascita di Mitridate, re del Ponto. Più tardi, nelle parole di Tacito leggiamo il terrore che incutevano a Roma: Nerone ne fu impaurito a tal punto, era il 64 a.c., da sacrificare alcuni noti personaggi romani per evitare potenziali tragedie.

Si cominciò a parlare insistentemente di un astro chiomato solo a partire dal 1300. Il grande pittore Giotto osservò personalmente una meravigliosa apparizione della cometa di Halley e, comprensibilmente, non resistette all'idea di disegnare il grande evento astronomico sulla scena della natività nella Cappella degli Scrovegni a Padova nel 1301. Molti storici ritengono che la tradizione popolare della stella cometa abbia tratto particolare forza proprio da questa rappresentazione.

A favore dell'ipotesi cometaria si potrebbero portare diverse prove: ai Magi la stella appare due volte, la prima quando li guida verso la Palestina, la seconda da Gerusalemme a Betlemme. Potremmo interpretare questo fatto come la visibilità di una cometa prima alla sera e poi alla mattina, dopo il passaggio al perielio (4).


La cometa di Halley.

L'astro chiomato sul quale maggiore si è posta l'attenzione degli storici è stato la cometa di Halley, non per nulla la più conosciuta. Innumerevoli studi hanno ricostruito i passaggi della cometa fino a circa 2500 anni fa basandosi su precise osservazioni del tempo(5). La cometa di Halley apparve nei cieli del nostro emisfero, come riportato con precisione dalle cronache scritte, nel mese di ottobre dell'anno 12 a.c.. Era un periodo di pace e tranquillità per l'area del Mediterraneo: l'imperatore Augusto abbelliva Roma con templi, opere edilizie come l'Ara Pacis ed il teatro di Marcello. In Palestina Erode il Grande stava costruendo una città in onore di Augusto, Cesarea. A Roma vivevano Orazio ed Ovidio. Proprio nella capitale dell'impero troviamo cronaca di un primo avvistamento della cometa, riportato contemporaneamente alla morte di Marco Vipsiano Agrippa, genero di Augusto e suo valido collaboratore: "Sotto il consolato di Valerio Messala e di Sulpicio Quirino, prima della morte di Agrippa, si vide per parecchi giorni una cometa: era come sospesa sulla città di Roma, ed in seguito apparve risolversi in diverse piccole fiaccole".
Dalla Cina provengono osservazioni più precise: gli astronomi imperiali riportano l'apparizione di una cometa nella costellazione dei Gemelli nel mese di agosto del 12 a.c..

Essa si spostò di seguito nelle costellazioni della Lince, del Leone Minore e del Leone, passando poco distante da Saturno. Raggiunse le costellazioni di Ofiuco e dello Scorpione, dove scomparve alla vista per la vicinanza del Sole, 57 giorni dopo il suo avvistamento. Quindi la cometa apparve molto luminosa e visibile per ben due mesi. Alcuni studiosi hanno cercato di risalire alla magnitudine (6) della cometa comparando questo passaggio a quello del 1835, molto simile geometricamente, ma l'influenza dell'attività solare sulla lunghezza e luminosità delle code cometarie ha reso il compito abbastanza arduo. La stessa apparizione recente della cometa, avvenuta negli anni 1985-86, ha mostrato l'estrema difficoltà nel predire correttamente la luminosità di un simile corpo celeste, anche se osservato per diversi passaggi. Si trattò comunque della cometa più luminosa per un periodo di almeno quindici anni prima e dopo la sua apparizione. Dobbiamo quindi escludere, vista la bontà della verifica storica, che la cometa di Halley possa essere stata la "stella di Natale" come indicato da alcuni autori nel passato. L'incongruenza di fondo tra la sua apparizione e la data di nascita di Cristo non è cronologicamente risolvibile.


Un'altra cometa?

Dobbiamo rinunciare, anche se non completamente, all'ipotesi di un'altra cometa. Le cronache del tempo erano troppo precise, sia in ambito mediterraneo che orientale, per lasciarsi sfuggire l'apparizione di una luminosa cometa. Ricordiamo che gli astronomi-astrologi del tempo, proprio come i Magi, rispondevano a volte con la propria vita per una predizione sbagliata o per inesattezze giudicate negativamente dai loro re o imperatori.
Le cronache cinesi riportano due eventi astronomici molto appariscenti registrati in quel periodo, uno nel marzo del 5 a.c., l'altro nell'aprile del 4 a.c., ma entrambi danno un'interpretazione piuttosto ambigua. Si parla di una "cometa senza coda" così come di una "stella nuova".

Alcuni storici ed astronomi ritengono che il primo avvistamento sia effettivamente una cometa apparsa nel Capricorno; la seconda cronaca potrebbe invece indicare l'esplosione di una nova (7) nella costellazione dell'Aquila. Anche ammettendo l'esistenza di una cometa nel 5 a.c., di cui però non abbiamo cronaca in area mediterranea, perché allora i Magi si misero in cammino proprio verso Gerusalemme? Perché non in un'altra direzione?. Le comete si sostano nel cielo a causa del moto di rotazione terrestre, e fra le stesse costellazioni per il loro moto proprio: indicano quindi sempre direzioni diverse. Dobbiamo pensare che il fenomeno celeste a cui assistettero i Magi offriva loro una chiave di lettura ben precisa dal punto di vista astrologico che legava l'apparizione, come vedremo, a Gerusalemme ed agli ebrei.


L'ipotesi supernova.

Un'altra ipotesi sulla stella di Natale venne formulata dal famoso astronomo polacco Keplero quando, nel 1604, egli fu testimone dell'esplosione di una supernova (8).

È un fenomeno estremamente raro da osservarsi ad occhio nudo, poiché in questo caso deve avvenire nella nostra galassia: la frequenza media di apparizione di un tale cataclisma nel nostro sistema galattico è di un evento ogni quattrocento anni. L'ultima visibile senza l'ausilio di strumenti ottici esplose nella galassia di Magellano nel 1987 (9).

La supernova di Keplero divenne per alcune settimane brillante come Venere: l'astronomo pensò che potesse essere quello un avvenimento molto simile alla stella del Vangelo di Matteo. A sfavore dell'ipotesi della supernova c'è comunque una critica di fondo: la durata di molti mesi del fenomeno osservato dai Magi, che mal si adatta con la limitata persistenza di una supernova nelle condizioni di massima luminosità (da pochi giorni a tre settimane).


La congiunzione planetaria.

Anche Keplero, per non conoscendo l'origine fisica della supernova, si era reso conto di questa difficoltà, tanto è vero che cercò soluzioni alternative intuendo, forse per primo, una possibilità nuova e molto accattivante. Il fatto è che egli fu anche testimone, nello stesso periodo, di una spettacolare congiunzione (10) tra Giove e Saturno avvenuta nella costellazione dei Pesci alcuni giorni prima del Natale del 1603. Ebbene, facendo dei conti a ritroso l'astronomo si rese conto che un simile fenomeno era avvenuto anche nel 7 a.C. e poteva benissimo avere avuto un grande significato simbolico per i Magi.

Keplero si accorse che nel 7 a.C. l'evento fu rarissimo perché Giove e Saturno si erano avvicinati fino a circa un grado di separazione angolare (due volte la grandezza apparente della Luna Piena), non una ma ben tre volte di seguito nella costellazione dei Pesci, rispettivamente il 29 Maggio, il 29 Settembre e il 4 Dicembre secondo i calcoli del celebre scienziato. Congiunzioni triple tra Giove e Saturno si ripetono ogni 120 anni ma occorrono circa 800 anni perché il fenomeno si ripeta nella costellazione dei Pesci! Questo avvicinamento dei due pianeti sviluppatosi per un periodo di tempo così lungo da accompagnare i Magi durante tutto il loro viaggio, sembra davvero essere un ottimo candidato per l'evento celeste descritto nel Vangelo di Matteo.

Ricordavamo che l'evento non fu particolarmente appariscente: infatti la distanza minima dei due pianeti fu di circa un grado, quindi si trattò di un fenomeno non molto spettacolare all'osservatore casuale.
La costellazione zodiacale dei Pesci godeva di un significato assolutamente particolare per gli Ebrei, e la presenza contemporanea in quella regione di cielo di due pianeti come Giove (simbolo della regalità) e di Saturno (protettore del popolo ebraico) non poteva certo passare inosservata. Saturno era la stella dei giusti ed i Pesci, segno d'acqua, erano da sempre associati a Mosè, il liberatore salvato proprio dalle acque del Nilo. L'elemento acqua, giova ricordare, compare molto spesso con grande rilievo nella simbologia cristiana.

Evidentemente un evento così raro non poteva che essere interpretato dagli astrologi d'Oriente come un segno che un nuovo re, un grande profeta, forse il Messia liberatore stava per nascere in Israele.

Questa interpretazione originale di Keplero è stata ripresa negli anni '70 dall'astronomo inglese dell'università di Sheffield David Hughes, che ha pubblicato forse il più noto libro sul tema della stella dei Magi (12). Hughes ricostruisce l'evento con grande attendibilità storica aiutato in particolare dal ritrovamento di alcuni antichi documenti babilonesi scritti in caratteri cuneiformi: in essi si sottolinea con evidenza la tripla congiunzione planetaria occorsa proprio nel 7 a.c. tra le stelle dei Pesci. Hughes inoltre tenta anche una precisa ricostruzione della data di nascita di Cristo. I Magi avrebbero previsto in anticipo le tre date del massimo avvicinamento di Giove e Saturno, cioè il 27 maggio, il 6 ottobre e il 1 dicembre del 7 a.c. Essi avrebbero interpretato la visibilità dei pianeti all'opposizione, cioè a partire dalla sera, come la data di nascita del Messia.

Questo evento si verificava intorno alla metà di settembre: così essi avrebbero intrapreso il viaggio durante l'estate ed avrebbero raggiunto Gerusalemme nel mese di novembre. Una volta giunti nella città furono interrogati da Erode, incuriosito dal loro viaggio. I Magi avrebbero rilevato oltre alla probabile data di nascita di Gesù anche il fatto che i due pianeti erano prospetticamente vicini in cielo già dalla primavera precedente. Fu per questa notizia che Erode decise, per mettersi al sicuro riguardo alla venuta di un nuovo re che lo avrebbe detronizzato, di mettere a morte tutti i bambini di Betlemme al di sotto dei due anni. I Magi nel frattempo avevano lasciato Gerusalemme già ai primi di novembre, dopo aver osservato nuovamente la congiunzione dei pianeti. L'aver verificato che Giove e Saturno erano ancora vicini in cielo, mantenendo intatto il loro messaggio astrale, provocò in loro grande gioia, come leggiamo nel Vangelo: "Ed essi, veduta nuovamente la stella, si rallegrarono di grandissima gioia", Matteo (2,10).


Conclusioni.

Quali conclusioni siamo in grado di trarre, da un punto di vista strettamente scientifico, sulla reale esistenza e natura della stella dei Magi? Certo non possiamo affermare che esistano prove definitive a favore di una tesi o dell'altra, e tantomeno che ci siano fatti incontrovertibili i quali permettano di dire se la stella dei Magi sia esistita davvero o sia piuttosto un racconto di valore simbolico.

È possibile che in futuro emergano nuovi elementi archeologici o storiografici risalenti ai primi anni della cristianità: essi potranno dar peso ad un'interpretazione piuttosto che ad un'altra.
Per il momento, è scientificamente corretto sospendere il nostro giudizio, e sperare che un giorno non lontano venga definitivamente chiarita la storia della più misteriosa stella mai apparsa nei cieli dell'umanità.



Note.
  1. L'eclittica rappresenta la linea apparente percorsa nel cielo dal Sole durante l'anno, ed attraversa prospetticamente le costellazioni dello Zodiaco.
  2. L'opposizione di un oggetto celeste si verifica quando esso è visibile per tutta la notte, dal tramonto del Sole fino alla sua successiva levata.
  3. Le comete sono piccoli corpi celesti composti di ghiaccio e roccia, con diametri di pochi km. Provengo da una regione detta nube di Oort, distante 10000 unità Atronomiche, ed una volta entrate nel Sistema Solare si rendono visibili per l'interazione con il Sole.
  4. Il perielio rappresenta il punto più vicino al Sole che raggiunge un corpo celeste. Le comete sono visibili alla sera, verso occidente, prima del passaggio al perielio e alla mattina, verso oriente, successivamente ad esso.
  5. Paolo Maffei, La Cometa di Halley, Milano, Mondadori, 1994
  6. La magnitudine indica, in scala logaritmica con base 2,5, la luminosità di un corpo celeste. La cometa Hale Bopp, apparsa nel 1997, ha raggiunto la magnitudine -1,5. La cometa di Halley, nell'ultimo passaggio del 1986, non ha superato la magnitudine +2,5: è stata quindi 40 volte meno luminosa.
  7. La nova rappresenta il fenomeno astronomico corrispondente all'improvviso aumento di luminosità di una stella, dovuto a violenti fenomeni fisici come la caduta di materia in un sistema binario.
  8. La supernova è uno degli eventi astronomici più energetici che si conoscano. Una stella di grande massa, o un sistema binario stretto, giunta al termine della sua evoluzione può esplodere scagliando nello spazio il materiale gassoso di cui era composta e divenendo luminosa, per qualche giorno, come l'intera galassia che la ospita.
  9. La Grande Nube di Magellano è una delle sei galassie satelliti che orbitano intorno alla nostra Galassia: è visibile nell'emisfero australe.
  10. Una congiunzione astronomica si riferisce all'avvicinamento prospettico in cielo di due o più corpi celesti. Si parla ad esempio di congiunzione inferiore o superiore quando un pianeta di trova apparentemente molto vicino al Sole risultando di conseguenza invisibile.
  11. Keplero, De anno natali Christi. Citazione da La cometa di Halley di Paolo Maffei (4).
  12. The Star of Bethlem Mistery, David Hughes, Cambridge, Cambridge University Press, 1975.
Christian Lavarian (lavarian@science.unitn.it)
dicembre 1998 - modificato nel giugno 2001

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La storia conferma la nascita di Gesù il 25 dicembre

di Michele Loconsole*

ROMA, lunedì, 21 dicembre 2009 (ZENIT.org).-

Molti si interrogano se Gesù sia nato veramente il 25 dicembre. Ma cosa sappiamo in realtà sulla storicità della sua data di nascita? I Vangeli, come è noto, non precisano in che giorno è nato il fondatore del cristianesimo.

E allora, come mai la Chiesa ha fissato proprio al 25 dicembre il suo Natale? È vero, inoltre, che questa festa cristiana - seconda solo alla Pasqua - è stata posta al 25 dicembre per sostituire il culto pagano del dio Sole, celebrato in tutto il Mediterraneo anche prima della nascita di Gesù?

Cominciamo col dire che il solstizio d’inverno – data in cui si festeggiava nelle culture politeiste il Sol Invictus - cade il 21 dicembre e non il 25.

In secondo luogo è bene precisare che la Chiesa primitiva, soprattutto d’Oriente, aveva fissato la data di nascita di Gesù al 25 dicembre già nei primissimi anni successivi alla sua morte.

Dato che è stato ricavato dallo studio della primitiva tradizione di matrice giudeo-cristiana - risultata fedelissima al vaglio degli storici contemporanei - e che ha avuto origine dalla cerchia dei familiari di Gesù, ossia dalla originaria Chiesa di Gerusalemme e di Palestina.

E allora, se la Chiesa ha subito fissato al 25 dicembre la nascita di Gesù, abbiamo oggi prove documentali e archeologiche che possono confermare la veneranda tradizione ecclesiale? La risposta è si.

Nel 1947 un pastorello palestinese trova casualmente una giara, semisepolta in una grotta del deserto di Qumran, un’arida regione a pochi chilometri da Gerusalemme. La località era stata sede della comunità monastica degli esseni, che oltre all’ascetismo praticava la copiatura dei testi sacri appartenuti ai loro antenati israeliti. I monaci del Mar Morto produssero in pochi decenni una grande quantità di testi, poi nascosti in grandi anfore per salvarli dall’occupazione romana del 70 d.C.

All’indomani della fortunata scoperta, archeologi di tutto il mondo avviarono una grande campagna di scavi nell’intera zona desertica, rinvenendo ben 11 grotte, che custodivano, da quasi venti secoli, numerosi vasi e migliaia di manoscritti delle Sacre Scritture israelitiche, arrotolati e ben conservati.

Tra questi importanti documenti, uno ci interessa particolarmente: è il Libro dei Giubilei, un testo del II secolo a.C.

La fonte giudaica ci ha permesso di conoscere, dopo quasi due millenni, le date in cui le classi sacerdotali di Israele officiavano al Tempio di Gerusalemme, ciclicamente da sabato a sabato, quindi sempre nello stesso periodo dell’anno.

Il testo in questione riferisce poi che la classe di Abia, l’VIII delle ventiquattro che ruotavano all’officiatura del Tempio - classe sacerdotale cui apparteneva il sacerdote Zaccaria, il padre di Giovanni Battista - entrava nel Tempio nella settimana compresa tra il 23 e il 30 settembre.

La notizia apparentemente secondaria si è rivelata invece una vera bomba per gli studiosi del cristianesimo antico. Infatti, se Zaccaria è entrato nel Tempio il 23 settembre, giorno in cui secondo il vangelo di Luca ha ricevuto l’annuncio dell’Arcangelo Gabriele, che gli ha comunicato - nonostante la sua vecchia età e la sterilità della moglie Elisabetta - che avrebbe avuto un figlio, il cui nome sarebbe stato Giovanni, questo vuol dire che il Precursore del Signore potrebbe essere nato intorno al 24 giugno, nove mesi circa dopo l’Annuncio dell’angelo.

Guarda caso gli stessi giorni in cui la Chiesa commemora nel calendario liturgico, già dal I secolo, sia il giorno dell’Annunciazione a Zaccaria che la nascita di Giovanni.

Detto ciò, Maria potrebbe avere avuto la visita, sempre di Gabriele, giorno dell’Annunciazione, proprio il 25 marzo. Infatti, quando Maria si reca da sua cugina Elisabetta, subito dopo le parole dell’Arcangelo, per comunicare la notizia del concepimento di Gesù, l’evangelista annota: “Elisabetta era al sesto mese di gravidanza”.

Passo evangelico che mette in evidenza la differenza di sei mesi tra Giovanni e Gesù. E allora, se Gesù è stato concepito il 25 marzo, la sua nascita può essere ragionevolmente commemorata il 25 dicembre, giorno più, giorno meno.

Se così stanno i fatti - e la fonte qumranica li documenta - possiamo affermare senza tema di smentita che grazie alla scoperta della prezioso testo, avvenuto appena sessant’anni fa, la plurimillenatria tradizione ecclesiastica è confermata: le ricorrenze liturgiche dei concepimenti e dei giorni di nascita, sia di Giovanni che soprattutto di Gesù, si sono rivelati pertanto compatibili con la scoperta archeologica del Deserto di Giuda.

Cosa sarebbe accaduto se, per esempio, avessimo scoperto che il sacerdote Zaccaria fosse entrato nel Tempio nel mese di marzo o di luglio? Tutte le date liturgiche che ricordano i principali avvenimenti dei due personaggi evangelici sopra citati sarebbero diverse da quelle indicate dalla tradizione ecclesiale. E subito gli scettici, strappandosi le vesti, avrebbero gridato al mondo intero che la Chiesa si è inventata tutto, compreso la data di nascita del suo fondatore.

Ma l’indagine non è ancora terminata! Alcuni detrattori della storicità della data del Natale al 25 dicembre hanno, infatti, osservato che in quel mese - cioè in pieno inverno - gli angeli non potevano incontrare in aperta campagna e di notte greggi e pastori a cui dare la lieta notizia della nascita del Salvatore dell’umanità.

Eppure, quanti sostengono questa ipotesi dovrebbe sapere che nell’ebraismo tutto è soggetto alle norme di purità. Secondo non pochi antichi trattati ebraici, i giudei distinguono tre tipi di greggi.

Il primo, composto da sole pecore dalla lana bianca: considerate pure, possono rientrare, dopo i pascoli, nell’ovile del centro abitato. Un secondo gruppo è, invece, formato da pecore la cui lana è in parte bianca, in parte nera: questi ovini possono entrare a sera nell’ovile, ma il luogo del ricovero deve essere obbligatoriamente al di fuori del centro abitato.

Un terzo gruppo, infine, è formato da pecore la cui lana è nera: questi animali, ritenuti impuri, non possono entrare né in città né nell’ovile, neppure dopo il tramonto, quindi costretti a permanere all’aperto con i loro pastori sempre, giorno e notte, inverno e estate.

Non dimentichiamo, poi, che il testo evangelico riferisce che i pastori facevano turni di guardia: fatto che appare comprensibile solo se la notte è lunga e fredda, proprio come quelle d’inverno. Ricordo che Betlemme è ubicata a 800 metri sul livello del mare.

Alla luce di queste considerazioni, possiamo ritenere risolto il mistero: i pastori e le greggi incontrati dagli angeli in quella santa notte a Betlemme appartengono al terzo gruppo, formato da sole pecore nere. Prefigurazione, se vogliamo, di quella parte della società, composta da emarginati, esclusi, derelitti e peccatori che tanto piacerà avvicinare al Gesù predicatore.

In conclusione, possiamo dunque affermare non solo che Gesù è nato proprio il 25 dicembre ma che i vangeli dicono la verità storica circa i fatti accaduti nella notte più santa di tutti i tempi: coloriamo di nero le bianche pecorelle dei nostri presepi e saremo più fedeli non solo alla storia quanto al cuore dell’insegnamento del Nazareno.



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* Il prof. Michele Loconsole è dottore in Sacra Teologia ecumenica, Presidente dell’associazione internazionale ENEC (L’EUROPE – NEAR EAST CENTRE) e Vicepresidente della Fondazione Nikolaos e dell’Associazione Puglia d'Oriente. Ha pubblicato recentemente il volume “Il simbolo della croce. Storia e liturgia” (Bari 2009).

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La festa del Natale precede quella pagana del Sole Invitto

di Michele Loconsole*

ROMA, mercoledì, 6 gennaio 2010 (ZENIT.org).-

Fonti diverse confermano che la festa del Sole Invitto fu posta al 25 dicembre per tentare di “oscurare” quella del Natale cristiano. Non il contrario!

Sovente si sente affermare che la festa del Natale posta dalla Chiesa al 25 dicembre nel suo calendario liturgico soltanto agli inizi del IV secolo non è storicamente fondata. Ossia che non è possibile sapere con certezza in quale giorno sia nato, a Betlemme, Gesù di Nazaret.

Da qui l’ipotesi - oggi molto accreditata - che la scelta del 25 dicembre sarebbe il risultato del calcolo di un’operazione ideologica messa in atto dalla Chiesa antica per sovrapporsi e infine assorbire la festività pagana del dio Sole; la cerimonia cultuale-astronomica che veniva officiata in diverse civiltà, e non solo dell’area mediterranea, ben prima della nascita di Gesù, in coincidenza col solstizio d’inverno.

Fenomeno, quello operato dalla Chiesa di Roma, altrettanto noto agli studiosi di fenomenologia delle religioni come d’inculturazione o di cristianizzazione dell’Impero romano.

Fin qui il pensiero dominate. Mentre, alla luce delle fonti, sembra sia andato esattamente al contrario. È infatti la festa pagana del Sole Invitto che è stata posta - o ancora meglio spostata - al 25 dicembre per tentare di “oscurare” quella cristiana del Natale, le cui attestazioni documentali sono di gran lunga più antiche della prima. Solo per citarne una: Ippolito di Roma già nel 204 riferiva che la Chiesa festeggiava la nascita di Gesù il 25 dicembre.

Ricorrenza liturgica nota a quella parte della Chiesa universale che era venuta in contatto con la primitiva tradizione giudeo-cristiana, che questa festa faceva dipendere da quella ancora più antica dell’Annunciazione dell’Arcangelo Gabriele a Zaccaria, fissata nel calendario liturgico orientale al 23 settembre.

Sulle relazioni tra le due feste cristiane ho già riferito in un precedente articolo pubblicato da ZENIT il 21 dicembre scorso, dove ho riportato anche il fondamento storico-archeologico della storicità della nascita di Gesù al 25 dicembre; evidenza possibile grazie alla scoperta del Libro dei Giubilei tradotto e commentato dal prof. Shemarjahu Talmon dell’Università di Gerusalemme, all’indomani del ritrovamento del 1947 dei Rotoli di Qumran.

E allora, tornando alla questione: quale delle due feste celebrate il 25 dicembre, del Sole Invitto o del Natale cristiano, è la più antica? Quale delle due ha tentato di prevalere sull’altra?

Sull’antichità del Natale ho già detto sopra. Passando invece ad analizzare le fonti che attestano le date della festività pagana, domando: a quando risalirebbe la prima fonte documentata che la festività del dio Sole veniva celebrata il 25 dicembre?

Riposta: l’unico documento che abbiamo oggi a disposizione è il Chronographus anni 354. Per farsene un’idea si confronti la parte VI, dal titolo Calendario con testi e illustrazioni per i dodici mesi.

La notizia, però, sembra piuttosto tardiva: siamo infatti oltre la metà del IV secolo d.C. e all’indomani del primo Concilio di Nicea. Ricordo, di contro, che la prima attestazione del Natale al 25 dicembre è del 204, esattamente 150 anni più antica.

Prima del 354, per ritornare alle fonti della festa del Sole Invitto, ancora durante il regno di Licinio (imperatore dal 308 al 324 d.C.) il culto al dio solare veniva celebrato il 19 dicembre, e non il 25! (cfr. l’iscrizione citata da Allan S. Hoey, Official Policy towards Oriental Cults in the Roman Army, Transactions and Proceedings of the American Philological Association (70) 1939, pp 456-481, a p. 480, nota 128).

Si aggiunga, poi, che questa antica festa astronomica veniva celebrata anche in diverse altre date dell’anno, tra cui spesso veniva scelto il periodo compreso tra il 19 e il 22 ottobre (a tal proposito si veda M. R. Salzman, New Evidence for the Dating of the Calendar at Santa Maria Maggiore in Rome, Transactions of the American Philological Association (111) 1981, pp. 215-227, a p. 221).

Il culto del dio Sole, solo per fare ulteriore chiarezza, era stato introdotto a Roma da Eliogabalo (imperatore dal 218 al 222) e ufficializzato per la prima volta da Aureliano nel 274, che il 25 dicembre dello stesso anno consacrava il Tempio del Sol Invictus. La festa prese il nome di “Giorno di nascita del Sole Invitto”. Una ricorrenza, quindi, che potrebbe aver visto le sue origini occidentali sul finire del III secolo d.C.

Si tenga anche conto che i romani, già ai tempi di Adriano (imperatore dal 117 al 138), ritenevano che i cristiani adorassero il sole. In realtà commentavano gli usi liturgici cristiani che si sarebbero consolidati grazie all’opera di Giustino (morto a Roma tra il 162 e il 168), che imposterà i capisaldi della teologia cristiana (domenica, Eucaristia, Risurrezione, Natale, etc) proprio sul simbolo del sole: siamo appena nella prima metà del II secolo.

In conclusione, alla luce di quanto abbiamo detto credo sia possibile affermare almeno due cose importanti. La prima, che la festività del Sole Invitto non veniva celebrata soltanto il 25 dicembre - e che questa data si è imposta sulle altre soltanto dopo la metà del IV secolo d.C.

La seconda, che in Occidente questa festa pagana ha attestazioni documentali ben più recenti rispetto a quella del Natale cristiano, che come abbiamo visto sono più antiche.

E allora: non nasce il legittimo dubbio che l’ingresso della festa del Sole Invitto nel calendario romano del III secolo d.C. potrebbe corrispondere alla volontà da parte dall’establishment imperiale di “oscurare” la festa cristiana, che era certamente celebrata a Roma il 25 dicembre da almeno settant’anni?

Del resto questa nuova ipotesi sarebbe probabilissima se pensiamo al clima persecutorio in cui la religione di Cristo ha dovuto esistere in quasi ogni regione dell’Impero romano dalle sue origini fino alla venuta di Costantino (imperatore dal 306 al 337 d.C.) e ancor più all’indizione del Concilio di Nicea (325 d.C.).

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*Michele Loconsole è dottore in Sacra Teologia Ecumenica, giornalista pubblicista e scrittore. Autore di una decina di volumi sulla storia del cristianesimo è attualmente presidente ENEC (Europe-Near East Centre).

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Precisazioni sulla storicità della data del Natale

di Michele Loconsole

ROMA, lunedì, 15 febbraio 2010 (ZENIT.org).-

Due recenti articoli, pubblicati dall’agenzia ZENIT dal titolo
La storia conferma la data di nascita di Gesù il 25 dicembre e La festa del Natale precede quella pagana del Sole Invitto, hanno suscitato tra alcuni lettori dubbi, domande e richieste di precisazioni, che mi sembra doveroso chiarire, ringraziandoli di cuore per avere sollevato interessanti questioni.

Alla domanda: “Come mai l'autore parla delle feste di Natale e della Nascita di Giovanni Battista nel I secolo? Per quanto mi abbiano insegnato durante i miei studi di teologia, le uniche feste della Chiesa del I secolo erano la domenica e la Pasqua e solo nel IV sec. si comincia a celebrare Natale”, risponderei così: lei pensa per davvero che le molte comunità cristiane dei primi tre secoli, sia d’Oriente che d’Occidente, non celebravano altre feste liturgiche che le due citate?

Potevano, semmai esserci differenti memorie nei relativi calendari liturgici delle molte forse troppe chiese antiche, ma non un’assenza di celebrazioni, soprattutto del Natale del Signore. Tuttavia, preciso che per esempio la festività dell’Annuncio dell’Arcangelo Gabriele a Zaccaria è una festa presente nella Chiesa primitiva giudeo-cristiana fin dalle origini, e che la sua memoria al 23 settembre faceva ricavare conseguentemente la nascita di Gesù all’incirca 15 mesi dopo, cioè al 25 dicembre.

La Chiesa giudeo-cristiana siro-palestinese è stato il primo e fedele anello che ha dato avvio alla lunga e articolata catena delle maggiori festività cristiane, semplicemente perchè i suoi componenti erano venuti a diretto contatto col clan familiare, gli apostoli e i discepoli di Gesù. Non si dimentichi che tutti i vescovi di Gerusalemme, almeno fino al III secolo, erano di matrice giudeo-cristiana. E che la Chiesa d’Oriente, soprattutto nella variante bizantina, ha più delle altre ereditato tale veneranda tradizione. Ippolito, inoltre, riferisce che a Roma già nel 204 si celebrava il Natale del Signore al 25 dicembre, riecheggiando Giustino († tra il 162 e i 168) mentre soltanto nel 274 Aureliano introduce al 25 dicembre la festa del dio sole.

La contraddizione, semmai è da ricercare in casa pagana, perché ancora sotto il regno di Licinio (308-324) il Sol Invictus era celebrato al 19 dicembre, e non sono poche le fonti che collocano tale festa soprattutto nel periodo compreso tra il 19 e il 22 ottobre. Per ulteriori fonti basta rileggersi l’articolo del 21 dicembre 2009.

Una seconda questione è invece posta da chi ha scritto che in base al Libro dei Giubilei, un testo dei II secolo a.C., rinvenuto grazie alla scoperta dei Rotoli di Qumran, non si evince che la classe di Abia, cui apparteneva Zaccaria, entrava nel Tempio nell’ultima settimana del nostro settembre, da cui ricavare la data di nascita di Gesù al 25 dicembre, visti i 19 mesi di differenza tra l’annunciazione di Giovanni Battista e la nascita di Gesù.

Rispondo: nel 1953 la grande specialista francese Annie Jaubert, nell’articolo Le calendrier des Jubilées et de la secte de Qumran. Ses origines bibliques, in “Vetus Testamentum, Suppl.” 3 (1953) pp. 250-264, aveva studiato il calendario del Libro dei Giubilei.

Numerosi frammenti di testo di tale calendario dimostrano non solo che esso era stato fatto proprio dagli esseni, ma che essi lo avevano usato almeno fino al I secolo d.C. Detto calendario è solare, e non dà nomi ai mesi, ma li chiamava con il numero di successione.

La studiosa aveva pubblicato poi su questo diversi altri articoli importanti (vedi anche la sua voce Calendario di Qumran, in “Enciclopedia della Bibbia” 2 (1969) pp. 35- 38) e in una celebre monografia, La date de la Cène, Calendrier biblique et liturgie chrétienne, Etudes Bibliques, Paris 1957, aveva anche ricostruito la successione degli eventi della settimana santa, individuando in modo convincente (salvo dissensi di qualcuno) al martedì, e non al giovedì, la data della cena del Signore.

Da parte sua, anche lo specialista Shemarjahu Talmon, dell’Università Ebraica di Gerusalemme, aveva lavorato sui documenti di Qumran e sul calendario dei Giubilei, ed era riuscito a precisare lo svolgersi settimanale dell’ordine dei 24 turni sacerdotali nel tempio, allora ancora in funzione.

I suoi risultati erano consegnati nell’articolo The Calendar Reckoning of the Sect from the Judean Desert. Aspects of the Dead Sea Scrolls, in “Scripta Hierosolymitana”, vol. IV, Jerusalem 1958, pp. 162-199; si tratta di uno studio accurato e importante, ma, si deve dire, passato pressoché inosservato dal grande circuito, ma non ad Annie Jaubert.

Ora, la lista che il professor Talmon ricostruisce indica che il turno di Abia (Ab-Jah), prescritto per due volte l’anno, ricorreva così: 1) la prima volta, dall’8 al 14 del terzo mese del calendario, e 2) la seconda volta dal 24 al 30 dell’ottavo mese del calendario. Ora, secondo il calendario solare (non lunare, come è l’attuale calendario ebraico), questa seconda volta corrisponde circa all’ultima decade di settembre.

Come annota anche Antonio Ammassari, Alle origini del calendario natalizio, in “Euntes Docete” 45 (1992) pp. 11-16, Luca, con l’indicazione sul “turno di Abia”, risale a una preziosa tradizione giudeo-cristiana gerosolimitana, che da narratore accurato di storia (Lc 1,1-4) ha rintracciato, e offre la possibilità di ricostruire alcune date storiche.

Così il rito bizantino al 23 settembre fa memoria dell’annuncio a Zaccaria, e conserva una data storica certa, e pressoché precisa.

Una terza ed ultima domanda si riferisce al fatto che a Betlemme – posta a 800 metri d’altezza – non potevano esserci pastori e greggi in pieno inverno, di notte e in campagna, pertanto Gesù sarebbe nato o in primavera o in estate.

Rispondo a questa obiezione dicendo che l’esistenza di greggi all’aperto, anche d’inverno, è regolata nell’ebraismo dal Talmud, come ho scritto citando la fonte nell’articolo del 6 gennaio 2010; quanto al fatto che i pastori, stando al testo lucano, non facevano i turni di guardia, rispondo che nel testo greco di Luca (che è la versione più antica a noi giunta, e probabilmente l’originale) l’uso del participio presente agraulountes kai phylassontes, in italiano “che pernottavano e facevano la guardia”, indica proprio una turnazione dei pastori, vista la lunghezza della notte invernale, che comincia al tramonto del primo pomeriggio e termina alle prime ore dell’alba, ben oltre le 5 del mattino.



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* Il prof. Michele Loconsole è dottore in Sacra Teologia ecumenica, Presidente dell’associazione internazionale ENEC (L’EUROPE – NEAR EAST CENTRE) e Vicepresidente della Fondazione Nikolaos e dell’Associazione Puglia d'Oriente. Ha pubblicato recentemente il volume “Il simbolo della croce. Storia e liturgia” (Bari 2009).

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