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Pio XII e gli ebrei: Verità storica senza pregiudizi

Last Update: 5/27/2009 6:19 PM
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Autorizzata dai gesuiti l'apertura degli archivi privati di padre Robert Graham

Nuovi documenti
su Pio XII e la seconda guerra mondiale


La Compagnia di Gesù ha autorizzato - secondo il Catholic News Service - l'apertura di documenti privati che potrebbero rivelare in quale modo Pio XII aiutò gli ebrei europei a sfuggire alla Shoah. Il generale dei gesuiti, Adolfo Nicolás, ha deciso di consentire agli storici di studiare, catalogare e registrare in formato digitale i documenti raccolti dal gesuita statunitense Robert Graham, che fino alla sua morte, avvenuta nel 1997, è stato considerato il massimo esperto di parte vaticana del ruolo svolto dal Pontefice durante la guerra.
La raccolta privata di padre Graham comprende più di venticinquemila pagine di testimonianze e documenti che si riferiscono alle iniziative del Papa e del Vaticano nei confronti del nazismo e agli aiuti della Santa Sede al popolo ebraico durante la seconda guerra mondiale.



Alla Pave the Way Foundation, organizzazione con sede negli Stati Uniti che collabora con i gesuiti a Roma, è stato concesso l'accesso esclusivo ai documenti. I ricercatori intendono pubblicare in rete le scoperte più importanti. Prevedono di cominciare a digitalizzare i testi in estate e di completare il lavoro in un mese.
Secondo uno dei ricercatori che partecipano al progetto, la raccolta include alcuni documenti "molto promettenti". Tuttavia i documenti, una volta digitalizzati, andranno studiati e valutati. "Il compito più importante è catalogarli, certificarli e avvalorarli", ha aggiunto lo studioso.

Gary Krupp, ebreo e presidente della Pave the Way Foundation, impegnato a promuovere la pace cercando di rimuovere gli ostacoli non teologici fra le religioni, ha affermato in un'intervista del 18 aprile al Catholic News Service di essere "molto, molto entusiasta" del progetto. La raccolta di padre Graham - ha aggiunto - contiene fotocopie di documenti dell'Archivio Segreto Vaticano che altrimenti non sarebbero stati resi pubblici almeno fino al 2013. "Vi sono contenuti molti documenti originali inediti che ora verranno pubblicati" ha detto Krupp durante una visita a Londra:  "È come se gli archivi vaticani venissero aperti oggi!". Il progetto - ha continuato - potrebbe poi alleggerire la pressione esercitata su Benedetto XVI affinché metta a disposizione gli archivi del periodo bellico. Il Papa ha autorizzato l'apertura degli archivi vaticani fino al 1939, ma ci vorranno almeno altri quattro anni per catalogare gli archivi relativi alla seconda guerra mondiale.

Padre Graham è stato uno dei maggiori difensori di Pio XII dopo il 1964, quando Paolo VI lo mise a capo di una commissione a cui il Papa affidò il compito di confutare le accuse mosse a Pio XII, secondo le quali il Pontefice sarebbe rimasto in silenzio durante la Shoah. Così padre Graham e i confratelli Pierre Blet, Angelo Martini e Burkhardt Schneider curarono la pubblicazione di dodici volumi di Actes et documents du Saint-Siège relatifs à la seconde guerre mondiale (1965-1981) tratti dagli archivi vaticani.

Sebbene, secondo lo storico Eamon Duffy, i volumi "abbiano provato in maniera decisiva la falsità delle accuse", sono proseguiti gli attacchi a Pio XII, che invece secondo il diplomatico israeliano Pinchas Lapide salvò la vita a 850.000 ebrei. E dopo il 1981 padre Graham ha continuato a studiare Pio XII e a scrivere su di lui e sulla guerra.

Quando, nel 1996, Graham si ammalò, lasciò Roma per tornare in California portando con sé i suoi vasti archivi personali. La raccolta fu rimandata ai gesuiti due anni fa a causa di un malinteso. Erano stati infatti richiesti alla provincia californiana dalla Compagnia di Gesù solo due documenti, ma venne inviato l'intero archivio di Graham, assieme a un conto di 1.800 dollari. Si tratta di un'enorme massa di documenti che saranno riordinati in estate. Solo allora sarà possibile conoscere con esattezza il loro contenuto.



(©L'Osservatore Romano - 24 aprile 2009)
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Quando Pio XII faceva nascondere gli ebrei in convento

La storia degli ebrei salvati dalle Oblate dello Spirito Santo

di Alessandra Nucci

ROMA, martedì, 12 maggio 2009 (ZENIT.org).-

Sono molte le testimonianze, di cui molte ancora non censite, della rete di soccorsi organizzata dalla Chiesa cattolica sotto il Pontificato di Pio XII, per aiutare e salvare gli ebrei durante il fascismo e la seconda guerra mondiale.

In terra toscana, ad esempio, toccò fra gli altri alle Oblate dello Spirito Santo, l'ordine religioso fondato a fine Ottocento dalla Beata Elena Guerra, adoperarsi a favore dei discriminati razziali.

Stanti le condizioni di grave pericolo che correva chiunque si rendesse protagonista o testimone di operazioni di soccorso ai perseguitati, si aveva cura di non conservare oggetti che potessero costituire un minimo indizio o prova di tali attività.

L’unico modo dunque per far sì che non si perda ogni traccia di quella vera e propria epopea della solidarietà svolta da conventi e monasteri, congiuntamente alle iniziative di soccorso ebraico e al movimento cattolico nella Resistenza, è di raccogliere le testimonianze dei sopravvissuti a quegli eventi.

E’ quanto hanno cominciato a fare già da tempo le Oblate, o “Zitine” (chiamate così a Lucca dal nome di Santa Zita, scelta come patrona e modello per la congregazione), con la relazione scritta per il trentennale della resistenza dalla Madre Generale dell’epoca, e con le testimonianze sottoscritte anche da altre suore coinvolte.

La relazione della Madre Generale, Sr. Margherita Fontanarosa, attesta che arrivarono all’Istituto di Lucca da Roma, tramite la Sacra Congregazione dei Religiosi, delle disposizioni che ingiungevano di prodigarsi “in tutte le forme possibili” ad aiutare fattivamente i perseguitati.

Le suore ebbero una conferma di tali disposizioni dall’allora Arcivescovo di Firenze, Cardinale Elia Dalla Costa, quando a lui si rivolse Suor Redenta, un’Oblata convertita di famiglia ebraica, per avere il permesso di aiutare i propri congiunti imprigionati. “Sua Eminenza non solo comprese con particolare sentimento lo stato d’animo della giovane Suora – attestava la Madre - ma rispose con energia che ‘doveva’ farlo.”

Fra le testimonianze raccolte figura quella sottoscritta nel 2003 da Alfredo Andreini, di anni novanta, che attesta anch’egli come le tante comunità religiose che si mossero lo fecero “incoraggiate anche dal Papa (Pio XII)”.

I primi perseguitati accolti dalle Zitine furono la quindicina di parenti della religiosa che si era rivolta al Cardinal Dalla Costa, comprensive di  signore, signorine e bambini, mentre gli uomini andarono in parte nella Casa delle suore a Matraia e in parte dai Padri Certosini di Farneta, destinati a pagare con la vita questa ospitalità.

Fra gli ebrei accolti vi fu la Signora Forti, zia dello scienziato Enrico Fermi, che chiese ed ottenne il permesso Ecclesiastico di farsi cattolica, così come fece il figlio professore.

L’assistenza, destinata inizialmente ai cittadini di Lucca, fu estesa anche agli ebrei di Pisa e Livorno. L’esempio di Lucca fu presto imitato dalla sede di Roma, molto più piccola ma che fu in grado di ospitare 25 donne ebree in pericolo.

Il soccorso non si limitava solo a fornire l’alloggio perché questa grande famiglia clandestina era bisognosa di tutto, a partire dal vitto: compito proibitivo in tempi in cui il mangiare dipendeva da una tessera di razionamento nominativa, che naturalmente le donne ebree non avevano.

Fu necessario anche fornire le vesti religiose per i travestimenti e l’accompagnamento nei pericolosi trasferimenti da una sede all’altra.


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Eugenio Pacelli agli occhi di un bambino che diventerà cardinale

Pio XII spiegato da mio nonno


di Camillo Ruini
Vicario generale emerito di Roma



Gli eventi della giovinezza hanno una qualità particolare e rimangono particolarmente vivi in noi. Così è accaduto anche per i miei ricordi del primo Pontefice di cui ho personalmente memoria, Pio XII. La sua elezione, avvenuta quando avevo solo otto anni, è legata per me alla figura del mio nonno materno:  vivevamo insieme e io ero, per così dire, il suo interlocutore preferito, il bambino al quale egli cercava di trasmettere la sua esperienza di vita. L'elezione del nuovo Pontefice doveva stargli molto a cuore, perché me ne ha parlato più volte, all'inizio pronosticando che il nuovo Papa sarebbe stato o il cardinale Eugenio Pacelli oppure il cardinale arcivescovo di Firenze, Elia Dalla Costa. Il nonno mi spiegava quelle che a suo parere erano le differenze tra i due, sottolineando però che erano comunque i due uomini più adatti a reggere la Chiesa.

Poi la mia memoria di Pio XII si riferisce soprattutto ai suoi radiomessaggi del periodo bellico. A eccezione del nonno, i miei familiari non erano particolarmente attenti alle vicende della Chiesa, ma ricordo bene che quei radiomessaggi erano attesi, ascoltati con grande attenzione e accolti con ammirazione e condivisione da mio padre come dai miei zii, sebbene avessero idee politiche assai diverse tra loro. A me personalmente ponevano un unico problema:  come mai idee così giuste e così chiare erano di fatto ignorate e lasciate cadere dai responsabili delle nazioni?

Finita la guerra incominciai ad avere un'esperienza più diretta e coinvolgente della vita della Chiesa, nella mia parrocchia di San Giorgio a Sassuolo. L'amore per il Papa, l'accoglienza della sua parola, l'impegno e l'entusiasmo nel sostenerlo erano un tratto unificante e caratterizzante delle varie componenti della comunità parrocchiale:  o meglio, erano qualcosa di naturale e di ovvio che ci accomunava e che anche per me fu del tutto spontaneo, a differenza di qualche altro aspetto della vita della parrocchia, che mi metteva un poco a disagio.

Erano anni di forti contrapposizioni, particolarmente in Emilia-Romagna, e la figura di Pio XII non ne fu certo risparmiata. Perciò, avendo assunto molto presto un ruolo attivo nel sostenere pubblicamente le ragioni della Chiesa, mi trovai spesso a "difendere il Papa". Ho però nitido il ricordo del rispetto che traspariva verso di lui anche negli oppositori:  riflettendo oggi sulle esperienze di allora, direi che nell'animo popolare egli rimaneva padre e maestro, che per passione politica si poteva criticare e contestare, ma in fondo si continuava a rispettare e anche ad amare.

Nell'ottobre 1949 entrai in seminario a Roma, al Collegio Capranica. Fu per me un cambiamento di ambiente di vita molto grande e all'inizio difficile da metabolizzare. Cambiava anche, e non poco, l'esperienza di Chiesa. Un elemento di continuità che ho subito apprezzato e che mi ha parecchio aiutato è stato però il legame con il Papa. Pio XII era stato alunno del collegio e i cardinali che erano di casa al Capranica e il vicegerente di Roma monsignor Traglia, nostro quasi quotidiano commensale, avevano con lui un forte rapporto personale. Perciò il Papa anche da noi alunni era in qualche modo "visto da vicino" - per riprendere il titolo del volume di monsignor Carlo Confalonieri su Pio XI - e da un angolo visuale molto diverso rispetto a quello della parrocchia di Sassuolo. Eppure l'adesione a lui e l'affetto per la sua persona rimanevano un tratto essenziale dell'atmosfera del collegio e della nostra stessa esperienza ecclesiale e spirituale. Le voci discordanti, che in seguito non furono poche anche tra coloro che erano stati miei compagni di collegio, rappresentarono per me un'autentica sorpresa, dato che per tutto il periodo in cui sono stato alunno - fino al 1957, quando Pio XII venne in visita al Capranica - le indubbie differenze di sensibilità e di opinioni che esistevano tra noi non sembravano affatto mettere in causa il rapporto con il Papa.



Aggiungo due osservazioni più puntuali. La prima riguarda la questione tanto discussa dell'atteggiamento di Pio XII nei confronti degli ebrei e in particolare della Shoah. Posso ben dire che nei miei anni giovanili, prima a Sassuolo e poi a Roma, mai ho percepito critiche al Papa sotto questo profilo, ma al contrario ammirazione e gratitudine. In particolare al Capranica era vivissimo il ricordo di quello che Pio XII aveva fatto per salvare il maggior numero possibile di ebrei, mentre nessuno sollevava il problema di un suo "silenzio". Era ovvio, infatti, nel clima e nella prassi ecclesiale di allora, che se il Laterano, tanti sacerdoti e comunità religiose, e lo stesso Vaticano, avevano accolto e messo in salvo molti ebrei perseguitati, ciò, come ogni altra importante scelta della Chiesa di Roma, non poteva essere avvenuto senza il consenso e l'incoraggiamento del Papa. Ed era troppo recente il ricordo delle condizioni concrete del periodo di occupazione nazista per ipotizzare che Pio XII avrebbe dovuto formulare pubbliche condanne. Davvero allora non avrei potuto immaginare la polemica che non molti anni dopo è divampata.

La seconda osservazione ha a che fare con la teologia e con la Pontificia Università Gregoriana. Vi ho studiato in anni intensi, nei quali insegnavano vari autentici maestri, con orientamenti anche vivacemente differenziati:  comune era però la profonda adesione al Magistero e in particolare ai pronunciamenti di Pio XII. Ne ricordo soltanto uno, l'enciclica Humani generis del 1950, perché è stata poi oggetto di molte riserve e specialmente perché una sua affermazione, quella della "gratuità" dell'ordine soprannaturale, che richiede che Dio possa creare esseri intelligenti senza ordinarli e chiamarli alla visione beatifica, fu difesa con grandissimo impegno dai teologi della Gregoriana. In questo contesto la mia tesi per il dottorato fu dedicata a riscontrare il fondamento storico di tale affermazione nella teologia di san Tommaso d'Aquino. Qui vorrei soltanto notare, come segno del clima ecclesiale di quegli anni, che dopo la pubblicazione dell'enciclica anche un teologo come Karl Rahner sviluppò una teoria del soprannaturale che accoglieva senza incertezze il suo insegnamento, pur cercando al tempo stesso di fare spazio all'immanenza della grazia della nostra natura.

Il concilio Vaticano ii ha aperto prospettive nuove, o forse meglio più conformi alla tradizione antica, per la comprensione del servizio dei Successori di Pietro. A questo proposito vorrei segnalare le pagine illuminanti scritte da Joseph Ratzinger poco dopo la conclusione del concilio, nel saggio Primato ed episcopato nel volume Il nuovo popolo di Dio. Il pontificato di Pio XII si iscriveva in un contesto precedente, come sa per esperienza chi ha vissuto entrambi i periodi, ma ha anche preparato gli sviluppi nuovi, come ugualmente sa per esperienza chi si è nutrito, nella propria giovinezza, del suo Magistero e della sua testimonianza di dedizione a Cristo e di sollecitudine per il genere umano.



(©L'Osservatore Romano - 28 maggio 2009)
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