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L'educazione religiosa diritto di ogni studente

Last Update: 5/18/2009 11:09 AM
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I risultati di una ricerca promossa
dal Consiglio delle Conferenze episcopali d'Europa

L'educazione religiosa diritto di ogni studente




Strasburgo, 5. In Europa l'insegnamento della religione deve essere considerato un diritto e un servizio prezioso per lo sviluppo di una società più civile e solidale, al quale vanno fornite garanzie istituzionali e giuridiche stabili:  è l'analisi emersa ieri durante una tavola rotonda organizzata presso il Consiglio d'Europa a Strasburgo, dedicata all'insegnamento della religione nelle scuole europee. Nel corso dell'incontro, in particolare, è stata presentata una ricerca sul tema, curata dalla Consiglio delle Conferenze episcopali d'Europa (Ccee) con il sostegno della Conferenza episcopale italiana (Cei).

Nel suo intervento, l'arcivescovo di Esztergom-Budapest, cardinale Péter Erdo, presidente del Ccee, ha affermato che "l'insegnamento della religione è innanzitutto un diritto dei giovani e delle loro famiglie". "Ma - ha aggiunto - è anche un diritto e una responsabilità delle religioni che devono poter proporre e fornire questo servizio". Per il porporato, "il diritto alla libertà religiosa comporta il diritto di esprimere liberamente la propria identità e dunque di manifestare la propria fede senza trascurare per questo un grande rispetto verso coloro che professano un'altra religione o che si dichiarano atei".

Il cardinale ha poi specificato che "l'idea laicista che intende imporre la sua concezione della religione, affermando che essa deve rimanere un affare privato, non rispetta l'aspetto comunitario della libertà e pertanto nega qualcosa che è costitutivo della religione stessa". "In un'epoca - ha sottolineato il presidente del Ccee - in cui in molti percepiscono i segni di una crisi, non soltanto economica o finanziaria, ma soprattutto di valori e di senso della vita, l'educazione religiosa può giocare un ruolo decisivo".

Il cardinale ha quindi ribadito:  "Ecco perché la Chiesa considera suo dovere continuare ad educare i giovani, facendo tutto il possibile per dare loro un'istruzione di alto livello. Se la religione è connaturale alla vita degli uomini, allora l'insegnamento della religione deve essere presente laddove si fa educazione e, quindi, nelle scuole e in tutti gli areopaghi del mondo attuale". "Noi siamo convinti - ha proseguito il porporato - che il contributo delle religioni in generale, e della religione cattolica in particolare, dia alla vita una prospettiva nuova e un orizzonte più vasto, rendendola più umana e capace di generare una società più solidale e ricca di speranza".

La ricerca si è svolta tra i mesi di gennaio 2005 e novembre 2007, coinvolgendo i delegati di trentatrè Conferenze episcopali. Nel presentare il lavoro, il vescovo emerito di Noto, Mariano Crociata, segretario generale della Cei, ha detto:  "L'insegnamento della religione offre un valido contributo a conoscere e comprendere la tradizione culturale dell'Occidente che, nella sua lunga storia, è stata profondamente segnata dal cristianesimo, e altresì conduce a confrontarsi con i grandi problemi dell'uomo, del suo rapporto con Dio, con l'ambiente e con il mondo circostante".
I dati raccolti nel rapporto hanno consentito di mettere in evidenza che in alcune nazioni permangono difficoltà di natura culturale o giuridica nei riguardi dell'insegnamento della religione nelle scuole. "Da ciò deriva - ha affermato don Vincenzo Annicchiarico, responsabile del Servizio per l'insegnamento della religione cattolica della Cei - la richiesta di una piena cittadinanza dell'insegnamento della religione nelle scuole, con garanzie istituzionali e giuridiche stabili".

Secondo la ricerca, in quasi tutti i Paesi d'Europa viene garantita una qualche forma di insegnamento della religione. Fanno eccezione a questi, la Bulgaria, la Bielorussia e gran parte della Francia (salvo le regioni dell'Alsazia e della Mosella). In Bulgaria, si legge nel rapporto, i cattolici sono pochi e dunque risulta molto difficile organizzare per loro un corso di religione. In Bielorussia, invece, la Chiesa ortodossa sta studiando, insieme con il Ministero dell'educazione, la possibilità di introdurre un corso di educazione ortodossa nelle scuole; mentre la Chiesa cattolica, da parte sua, ha presentato un programma per corsi facoltativi di religione. Nel caso della Francia poi, il rapporto riferisce solo dell'Alsazia e della Mosella, come uniche regioni del Paese dove l'insegnamento della religione negli istituti scolastici non subisce ostacoli di rilievo. L'educazione religiosa nelle restanti nazioni segue due principali formule:  quella dell'istruzione basata sul modello delle scienze delle religioni, gestito direttamente dallo Stato e quella, invece, dell'insegnamento della religione a contenuto confessionale, in cui le Chiese giocano un ruolo attivo. L'insegnamento della religione a contenuto confessionale rappresenta il modello largamente prevalente a livello europeo. In Polonia, per esempio, l'insegnamento della religione è facoltativo e confessionale e viene seguito dal 95,1 per cento degli studenti. In Italia, invece, sono il 91,6 per cento degli studenti a seguire corsi di religione. Sempre nel caso dell'Italia, nel rapporto "si parla anche degli attacchi all'educazione religiosa provenienti da aree radicali e laiciste, volti alla sua soppressione". Riflettendo sulle problematiche, don Annicchiarico ha concluso che "le Chiese locali rilevano come talvolta esista, in Europa, un clima sfavorevole all'insegnamento della religione, segnato anche dalla messa in discussione della sua legittima presenza nei curricula scolastici, in un contesto più generale di una cultura che considera la religione come un fatto solo privato".



(©L'Osservatore Romano - 6 maggio 2009)
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L'insegnamento della religione cattolica oggi in Italia

Continuità ed innovazione nel quadro delle finalità della scuola

ROMA, sabato, 25 aprile 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'intervento pronunciato dal Cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana in occasione del Meeting degli insegnanti di religione dal titolo “Io non mi vergogno del Vangelo (Rm 1,16)”, che si è tenuto a Roma il 23 e 24 aprile.



* * *

“Io non mi vergogno del Vangelo”. È il titolo di questo Meeting degli IdR che si celebra nell’anno Paolino e durante il quale avremo l’occasione di incontrare il Santo Padre, successore di Pietro. É una forte “ambientazione ecclesiale” per un incontro nel quale siamo chiamati a riflettere sul contributo della Chiesa italiana alla formazione delle nuove generazioni, attraverso l’Insegnamento della religione cattolica nella scuola.

Un servizio, quello dell’IRC, nel quale si realizza con passione l’impegno di tanti uomini e donne, insegnanti di religione cattolica, in gran parte laici. Un servizio che chiede professionalità specifiche e che, per la Chiesa italiana, che cammina sulla strada tracciata dal Concilio Vaticano II, si configura come via proficua di collaborazione con lo Stato “per la promozione dell’uomo e per il bene del Paese”, come recita l’Accordo di revisione del Concordato Lateranense (1984).

1) Un insegnamento che viene da lontano

Fin dall’inizio della storia del Regno d’Italia, la Legge Casati (1859) prevedeva l’insegnamento della religione nella scuola elementare, e poi la Riforma Gentile del 1923, che gli assegnava un’ importante collocazione, ma sarà il Concordato Lateranense del 1929 e poi la sua modifica del 18 febbraio 1984 a dare sostanza alla storia dell’insegnamento della Religione cattolica in Italia.

I due concordati hanno due prospettive differenti che potremmo riassumere così: il primo del 1929, ha la prospettiva di un insegnamento religioso obbligatorio, considerato come “fondamento e coronamento dell’istruzione pubblica” (art. 36); il secondo, del 1984, contiene la proposta di un IRC curricolare, offerto a tutti, assicurato “nel quadro delle finalità della scuola” (art.9), con il diritto per gli studenti o i loro genitori di scegliere se avvalersene o non avvalersene.

L’IRC, secondo quest’ultima prospettiva si caratterizza, come scrivono i Vescovi italiani nella Nota del 1991, come «servizio educativo a favore delle nuove generazioni» e contributo alla crescita globale della persona, offerto a tutti, nella scuola di tutti.

All'Accordo di revisione del 1984 ha fatto seguito, il 14 dicembre 1985, l'Intesa tra il Presidente della CEI ed il Ministro della Pubblica Istruzione e nell’anno scolastico 1986-87 l’avvio del nuovo sistema che riconoscendo l’IRC, “disciplina scolastica”, ne sancisce la piena curricolarità. L’introduzione del diritto di scelta dell’IRC, e dunque l’aver fatto appello alla responsabilità educativa dei genitori e la possibilità di scelta da parte degli studenti, ha avuto nel corso degli anni un esito fortemente positivo, tanto che ancora oggi si registra una grande adesione all’IRC.

2) Una svolta, seguendo il Concilio

Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha contribuito a riconsiderare in modo complessivo il rapporto tra la Chiesa e le “realtà temporali”, riconoscendo ad entrambi i valori loro propri, e la giusta autonomia; grazie a questo cambio di mentalità e di visione delle cose, si è avviato così un processo di rinnovamento dello stesso modo di considerare l’insegnamento religioso nella scuola pubblica italiana più rispondente alle nuove sensibilità che andavano delineandosi nella cultura italiana, sviluppando anche una nuova coscienza democratica e politica.

Nello svolgersi di questi anni, molti sono stati i cambiamenti che hanno modificato tutta la società: infatti, la proclamazione della Repubblica e l'entrata in vigore della Costituzione Italiana, con l’inclusione nell’art.7 dei Patti Lateranensi ha introdotto un nuovo orizzonte dei rapporti tra Stato e Chiesa; intanto viene abrogato il concetto di religione di Stato, mentre si va sviluppando una cultura caratterizzata dal pluralismo e dalla libertà religiosa.

Anche la scuola affronta molti cambiamenti per rispondere al progressivo affermarsi di una scolarizzazione di massa, approfondendo sempre più l’importanza del proprio compito educativo per lo sviluppo della vita dei singoli cittadini e per lo sviluppo culturale ed economico del paese.

Anche la Chiesa, che non è estranea al mondo, e da sempre impegnata sul versante educativo, si sente fortemente coinvolta in questo processo di cambiamento culturale, sociale e religioso.

E’ illuminante qui ricordare come il documento Gravissimum educationis (=GE), dopo aver affermato che alla famiglia spetta primariamente il compito educativo e che la Chiesa ha il dovere di educare in modo del tutto “speciale” (n.3), afferma, ai nn. 4 e 5 che tutti gli uomini di qualunque razza, condizione ed età, in forza della loro dignità di persona, hanno il diritto inalienabile a una educazione che risponda al proprio fine, alla propria indole, alla cultura e alle tradizioni del loro paese, e insieme aperta a una fraterna convivenza con gli altri popoli, al fine di garantire la vera unità e la vera pace sulla terra. L’educazione, continua la GE, è indispensabile che abbia come fine la promozione della persona umana in tutte le sue dimensioni in vista del bene della società civile.

La scuola, dunque, in forza della sua missione, mentre con cura costante fa maturare le facoltà intellettuali, promuove lo sviluppo della capacità di giudizio, mette a contatto del patrimonio culturale acquisito dalle passate generazioni, promuove il senso dei valori, prepara la vita professionale e, generando un rapporto di amicizia tra alunni di indole e condizione diversa, favorisce la disposizione reciproca a comprendersi.

Essa, inoltre, costituisce come un centro alla cui attività e al cui progresso devono insieme partecipare le famiglie, gli insegnanti, le varie associazioni culturali, civiche e religiose, la società civile e tutta la comunità umana.

Nel 1971, l'Ufficio Catechistico Nazionale, con una Nota, porrà in evidenza l'esigenza di rinnovamento dell'insegnamento della religione cattolica, quale contributo importante per lo sviluppo di tutto l'uomo e per la formazione della personalità degli alunni1. Si dà avvio, così, ad una nuova riflessione sull'insegnamento della religione e la sua configurazione scolastica, si approfondiscono le ragioni pedagogiche e culturali, da una parte richiamando lo sviluppo integrale della personalità affidato alla scuola e nel cui complesso va inteso anche l'ambito religioso, dall’altra sottolineando il fatto che la scuola deve poter offrire gli elementi fondamentali per conoscere il fenomeno religioso, così importante nella storia dell'umanità.

L’evolversi della società e comunque dello sviluppo culturale, sia nelle istituzioni scolastiche sia nella Chiesa – specialmente con l’esperienza del Concilio Ecumenico Vaticano II - porterà al superamento dell’IR ereditato dal Concordato Lateranense, che lo aveva definito “fondamento e coronamento”, per lasciare lo spazio ad un nuovo profilo, cioè un IRC che si specifica “secondo le finalità della scuola”. Cresce, infatti, in tutto il tessuto sociale, la consapevolezza della necessità di un insegnamento della Religione cattolica come disciplina pienamente inserita nel quadro delle finalità della scuola di tutti, una scuola nella quale si pone al centro la persona nella sua integralità e nella sua totalità, dunque si fa strada la concezione personalista già intravista e anticipata dal Concilio Ecumenico Vaticano II.

3) Al servizio della persona nella scuola

Nel 1984, dunque, l'IRC, assume a pieno titolo il profilo di disciplina scolastica, e si caratterizza come insegnamento della religione “cattolica” e non semplicemente di una storia delle religioni, ovvero insegnamento di quella religione che ha profondamente segnato la cultura italiana ed europea, e allo stesso tempo è riconosciuta parte integrante del patrimonio storico del popolo italiano.

Gli elementi fondamentali del nuovo profilo dell'IRC scolastico sono quelli che scaturiscono naturalmente dalla dimensione religiosa dell’essere umano, vale a dire gli interrogativi su Dio, sull'interpretazione del mondo, sul significato e sul valore della vita, sulla dimensione etica dell'agire umano. L’alunno, dunque, potrà familiarizzare con la realtà della religione cristiana nella sua tradizione cattolica, cogliendone la valenza educativa e progettuale. Come in ogni disciplina scolastica, l'apprendimento degli obiettivi dell’IRC sono un percorso fondamentale per raggiungere le finalità formative della scuola. Per questo l'incontro con la religione non potrà restare al solo livello cognitivo delle informazioni; ma dovrà essere capace di far cogliere i valori e i significati, che le persone che credono nel Dio di Gesù Cristo, manifestano con le loro scelte di vita, e con tutto quel patrimonio religioso, letterario, artistico e etico con cui veicolano e rivestono le loro espressioni religiose, anche nelle tradizioni, nella pietà popolare….

L'IRC non richiede di per sé che l'alunno aderisca personalmente al credo religioso cristiano, ma che conosca, studi e percepisca il significato dei valori che scaturiscono da questa fede, riconoscendo che si tratta di valori generalmente vissuti e condivisi e che nel nostro Paese sono parte integrante del patrimonio storico culturale, capace di sviluppare attraverso gli interrogativi di senso, nuove sensibilità, in ordine alla ricerca della giustizia e della verità, per tutti gli uomini.

L’IRC, inserito “nel quadro delle finalità della scuola”, concorre al pieno sviluppo della personalità dell'alunno, in un scuola che sia in sintonia con i principi della Costituzione Italiana. Per gli alunni e gli studenti credenti che si avvalgono dell’IRC la comprensione della religione e del cristianesimo si riferisce ugualmente alle proposte e alle risposte, al significato o alla rilevanza che la religione ha per essi, alla ripercussione sui problemi personali e sociali; mentre per gli studenti che hanno altro credo religioso o si riferiscono ad altri sistemi di significato, conoscere e comprendere la religione cristiano-cattolica significa anche comprendere meglio la cultura italiana, cioè la cultura nella quale si vive. Inoltre potrebbe significare comprendere le persone che vivono coerentemente la fede cristiana. E questo anche in vista di promuovere una mentalità accogliente, al fine di una serena convivenza civile nel quadro di una società pluralista.

A ben guardare, possiamo dire che l’IRC arricchisce e completa la personalità dell’alunno poiché tale insegnamento, proprio per la sua nativa vocazione è chiamato a interpretare la storia e a proporre orizzonti di senso, pertanto offrendo un contributo originale e specifico al percorso educativo delle giovani generazioni, anche con lo scopo di ricercare il significato della scelta e dell’esercizio di una professione.

L'IRC, nella sua peculiarità “cattolica”, dunque “confessionale”, secondo quanto afferma il Concordato del 1984 - “in conformità alla dottrina della Chiesa” - più che un problema nella laicità dello Stato, diviene una “risorsa” per la Scuola che in questo caso, realizza con la Chiesa, una vera e propria “alleanza educativa”!2.

La ricerca europea sull’insegnamento della religione, svoltasi tra il 2005 e il 2007 su proposta del CCEE, e culminata con la pubblicazione del volume “L’insegnamento della religione risorsa per l’Europa”, conferma che l’orientamento di fondo è quello dell’apprezzamento del modello italiano dell’IR che, pur riconoscendo e tutelando la libertà di coscienza degli alunni avvalentisi, offre una proposta disciplinare ben definita nell’alveo della religione cristiana nella confessione cattolica con l’intento di perseguire le finalità istruttivo-educative della Scuola.

Per questo la “confessionalità” non può essere vista come una complicazione o un intralcio all’esercizio della laicità, bensì essa costituisce una garanzia di identità, un impegno per un insegnamento che non sia “a-situato”, cioè fuori contesto, ma al contrario che sia “radicato” in una tradizione viva, capace a sua volta di vivificarlo continuamente, e farlo progredire, in un costante confronto con la realtà.

Credo sia questo che vogliono le famiglie italiane, giacché l’ultima statistica del 2008, effettuata dall’Osservatorio socio-religioso del Triveneto per conto del Servizio Nazionale per l’IRC della CEI, ci conferma che l’IRC è scelto dal 91.1% degli studenti italiani. Per tutti questi motivi è stato necessario aggiornare i programmi, essenzializzare i contenuti, sperimentare nuove modalità didattiche, sempre in collaborazione con il Ministero della Pubblica Istruzione. Ciò anche in vista delle riforme che si prefiguravano già sul finire degli anni ’90 e, ultimamente, confluite nella modalità delle nuove Indicazioni Nazionali per il Curricolo, nel rispetto delle innovazioni apportate dal legislatore, che ha dovuto tenere conto delle istanze e degli obiettivi formativi che si sono dati gli Stati membri dell’Europa.

È di questi giorni un altro impegno della Conferenza Episcopale Italiana per assicurare, contestualmente all'entrata in vigore della riforma nei diversi ordini e gradi di scuola, in riferimento all’IRC e naturalmente d’intesa con il MIUR, ulteriori Indicazioni Nazionali per il Curricolo aggiornate e aderenti all'impianto generale del nuovo sistema scolastico italiano anche nell’orizzonte europeo.

Ci auguriamo che all’impegno leale e costante della Chiesa, in tutti questi anni, nel disegnare il nuovo profilo dell’IRC, possa corrispondere anche da parte delle Istituzioni governative il pieno riconoscimento scolastico dell’identità dell'IRC, con il superamento di alcune residue e contraddittorie limitazioni.

Abbiamo detto che l’IRC, declinato secondo le finalità della scuola, propone la visione dell’uomo nella sua totalità e lo presenta a partire dal dato biblico.

In particolare, nel Vangelo di Giovanni troviamo la valorizzazione dell’umano, nonostante la sua caducità, operata dal Verbo che si è fatto carne, cioè essere debole e mortale (cfr Gv 1,14). L’Evangelista afferma che lo Spirito è realtà vivificante, mentre la carne è impotente. Così anche l’Apostolo Paolo con il vocabolo carne sottolinea la creaturalità e finitezza strutturale dell'uomo: afferma che la vita di Cristo si manifesta «nella sua carne mortale». (2Cor 4,11). Per questo l’apostolo può affermare che la sua attuale esistenza «nella carne» è dunque vissuta da credente nel figlio di Dio (cfr Gal 2,20). Ed è ancora per tale ragione che possiamo dire che l’uomo è un essere unificato da una scintilla divina; è essere vivente perché ha ricevuto da Dio, fonte della vita, il soffio vitale. L'uomo vivificato dallo «spirito» divino è persona che si rapporta a Dio (Cfr. Ez 11,19-20; 36,26-28).

Paolo, dunque, all'uomo «carnale», contrappone l'uomo «spirituale», animato dallo Spirito di Dio: esso non ha un corpo, ma è un corpo vale a dire persona incarnata e aperta alla comunicazione con il mondo, gli altri e Dio.

Quindi l'uomo come «corpo» è essere relazionato al mondo trascendente, in particolare a Cristo e a Dio. Per l’Apostolo la dimensione religiosa dell’uomo si esprime nell’essere “uno”, ovvero un soggetto impegnato nella sua totalità, nella sua costitutiva incarnazione terrena, incamminato verso il cielo.

Credenti e non credenti, ricorda la Costituzione pastorale Gaudium et Spes al n. 12, sono generalmente concordi nel ritenere che tutto quanto esiste sulla terra deve essere riferito all'uomo, come a suo centro e a suo vertice. Ma che cos'è l'uomo? La Gaudium et Spes si sofferma anzitutto sulla convinzione di fede che l'uomo è stato creato «a immagine di Dio», dunque capace di conoscere e di amare il proprio Creatore, e che fu costituito da Dio sopra tutte le creature terrene quale signore di esse, per governarle e servirsene a gloria di Dio.

Benedetto XVI afferma che «oggi un ostacolo particolarmente insidioso all'opera educativa è costituito dalla massiccia presenza, nella nostra società e cultura, di quel relativismo che, non riconoscendo nulla come definitivo, lascia come ultima misura solo il proprio io con le sue voglie, e, sotto l'apparenza della libertà, diventa per ciascuno una prigione, perché separa l'uno dall’altro riducendo ciascuno a ritrovarsi chiuso dentro il proprio "Io". Dentro ad un tale orizzonte relativistico non è possibile, quindi, una vera educazione: senza la luce della verità, prima o poi ogni persona è infatti condannata a dubitare della bontà della sua stessa vita e dei rapporti che la costituiscono, della validità del suo impegno per costruire con gli altri qualcosa in comune» (Discorso all’apertura del Convegno ecclesiale della Diocesi di Roma, 06.06.2005).

È dunque meravigliosa e davvero importante, ricorda la GE al n. 5, la vocazione di tutti coloro che, collaborando con i genitori nello svolgimento del loro compito e facendo le veci della comunità umana, si assumono il dovere di educare nelle scuole.

Una tale vocazione esige speciali doti di mente e di cuore, una preparazione molto accurata, una capacità pronta e costante di rinnovamento e di adattamento. A questo proposito, Benedetto XVI afferma che educare “non è mai stato facile, e oggi sembra diventare sempre più difficile. Lo sanno bene i genitori, gli insegnanti, i sacerdoti e tutti coloro che hanno dirette responsabilità educative. Si parla perciò di una grande "emergenza educativa", confermata dagli insuccessi a cui troppo spesso vanno incontro i nostri sforzi per formare persone solide, capaci di collaborare con gli altri e di dare un senso alla propria vita. [...] Dobbiamo dunque dare la colpa agli adulti di oggi, che non sarebbero più capaci di educare? E' forte certamente, sia tra i genitori che tra gli insegnanti e in genere tra gli educatori, la tentazione di rinunciare, e ancor prima il rischio di non comprendere nemmeno quale sia il loro ruolo, o meglio la missione ad essi affidata. In realtà, sono in questione non soltanto le responsabilità personali degli adulti o dei giovani, che pur esistono e non devono essere nascoste, ma anche un'atmosfera diffusa, una mentalità e una forma di cultura che portano a dubitare del valore della persona umana, del significato stesso della verità e del bene, in ultima analisi della bontà della vita” (Lettera alla Città ed alla Diocesi di Roma sul compito urgente dell’educazione, 21.01.2008).

L’IRC, con il suo contributo specifico, pienamente inserito negli obiettivi dati dalle Indicazioni nazionali, evidenzia come nel progetto educativo della scuola sia opportuno partire dai bisogni e dalle esperienze, nonché porre attenzione alla dimensione socio-politica nel suo senso più alto. E’ necessario far emergere il superamento della giusta apposizione fra umano e religioso e far risplendere come il Vangelo sia sorgente perenne di una umanità ricca e di un umanesimo veramente plenario e integrale.

4) La “scommessa” sui docenti

Perché possa verificarsi tutto quanto detto finora, la Chiesa ha fortemente investito per una autentica e profonda formazione degli insegnanti di religione cattolica, che in questi anni sono stati i veri protagonisti del processo di innovazione del nuovo profilo dell’ IRC. Una “scommessa”, in particolare, giocata sulle corde della professionalità scolastica e sul “servizio educativo”, senza mai trascurare la profonda dimensione di appartenenza alla comunità ecclesiale, dalla quale gli insegnanti di religione cattolica traggono linfa vitale per animare dal di dentro il loro servizio educativo.

L’insieme degli insegnanti di religione cattolica, costituisce oggi una compagine professionale ben amalgamata, e proprio negli ultimi anni ha registrato profondi e positivi cambiamenti, grazie soprattutto al contributo dei laici e di quei sacerdoti e religiosi che, impegnati “a tempo pieno”, hanno consolidato la loro presenza nella scuola, apportando idee e originalità creativa, condividendo con gli altri colleghi l’impegno educativo finalizzato “alla promozione dell’uomo e del cittadino”.

Una tappa molto importante, per il riconoscimento della professionalità scolastica, è stata l’emanazione della Legge riguardante il nuovo stato giuridico (2003), con la configurazione del ruolo, che ha visto tutti gli insegnanti di religione, con almeno un servizio continuativo di quattro anni, accedere ad un concorso pubblico bandito per titoli ed esami (scritto e orale), come avviene per gli altri docenti della scuola italiana.

Nei fatti, questa esperienza ha messo in luce la solida preparazione e formazione degli insegnanti di religione cattolica, che in questo caso hanno avuto il riconoscimento pubblico e formale della loro professione docente. La nuova situazione peraltro ha consolidato la scolasticità dell’insegnamento.

Le Legge sul nuovo stato giuridico era attesa da tanti anni, dato che lo Stato aveva dichiarato di voler dare una nuova disciplina dello stato giuridico sin dal 1985, in occasione dell’Intesa firmata dal Ministero della Pubblica istruzione e la Conferenza Episcopale Italiana.

In attesa che lo Stato codificasse le intenzioni dichiarate nel 1985, la Conferenza Episcopale Italiana ha promosso in tutto il territorio nazionale una serie di azioni impegnative al fine di qualificare e aggiornare il personale docente, sia per quanto riguarda la preparazione iniziale negli Istituti Superiori di Scienze Religiose, sia per quanto riguarda la formazione in servizio, nonché lo sviluppo professionale di chi era già in servizio, mediante differenti corsi a livello nazionale e locale, anche in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca.

La professionalità, correttamente intesa, non è certo solo la padronanza di conoscenze e competenze legate ai processi di apprendimento scolastico. Non può prescindere, infatti, da un’ avvertita intenzionalità educativa che accompagna una profonda e radicata motivazione interiore che è alla base anche di una spiritualità vissuta. Queste caratteristiche sono condizioni essenziali perché l’opera del docente sia in grado di fermentare positivamente l’ambiente scolastico e proporsi come una vera risorsa per l’intera scuola.

E l’esperienza concreta, che abbiamo potuto registrare in questi anni, dice come gli insegnanti di religione cattolica, con le loro competenze, siano apprezzati nei contesti scolastici in cui operano, risultando punti di riferimento anche per i colleghi delle altre materie condividendo con loro la passione educativa.

L’insegnante di religione cattolica è, nella scuola, “segno” visibile che rimanda alla comunità cristiana, cioè la comunità che vive la fede, nella quale egli è profondamente inserito, anzi ne è l’espressione viva e riconosciuta anche giuridicamente mediante l’istituto dell’idoneità che gli dà l’approvazione documentale dell’ appartenenza ecclesiale.

Questo riconoscimento non si sovrappone né tanto meno contrasta con il quadro scolastico educativo, bensì lo rafforza e lo precisa, garantendo meglio la dignità professionale e morale dell'Insegnante di religione cattolica.

L'idoneità, certamente, non è paragonabile a un diploma che abilita ad insegnare correttamente la religione cattolica. E a questo proposito, la Nota dei Vescovi del 1991, tuttora valida nei suoi aspetti fondamentali, che presto potrà essere riproposta arricchita di quelle riflessioni attente al nuovo contesto scolastico, spiega che l’idoneità ecclesiastica «non si sovrappone, né tanto meno contrasta» con la prospettiva dell'IRC curricolare3.

Preparazione culturale e professionale, intenzionalità educativa, forte legame con la comunità: questo è il profilo sostanziale degli insegnanti di religione cattolica, uomini e donne cui la Chiesa italiana sente di dover essere profondamente grata; perché essi svolgono una professione che è tra le più alte e allo stesso tempo realizzano la loro vocazione, vocazione che si pone al servizio della persona, un servizio educativo non facile ma nello stesso tempo appassionante e decisivo, e oggi sempre più prezioso, verso le giovani generazioni. Lo abbiamo dichiarato anche al Convegno di Verona (2006) che la Chiesa realizza il suo impegno educativo anche avvalendosi dell’impegno profuso nella scuola dagli insegnanti di religione cattolica.

Nel 1991 avevamo tracciato un identikit dell’insegnante di religione cattolica e lo avevamo definito come “uomo della sintesi”, sottolineando, con questa caratterizzazione, il suo trovarsi su crinali diversi, tra fede e cultura, Vangelo e storia, tra comunità ecclesiale e scuola, tra aspirazioni e bisogni degli alunni. Ancora oggi questa definizione trova concretezza nell’esperienza di vita di tanti insegnanti di religione cattolica, che – come recita il titolo di questo Meeting – non si vergognano del Vangelo, anzi lo testimoniano con una passione educativa coraggiosa e coerente.

La loro professionalità, spesa nel servizio alle persone, cioè ai bambini, ai ragazzi e ai giovani che abitano la scuola che persegue le sue finalità educative e formative, è autentica testimonianza, anche, di una Chiesa che, nello spirito del Concilio Ecumenico Vaticano II, rifugge dai privilegi, non vuole per sé rendite di posizione, ma cerca di “farsi carne”, di immergersi nella pasta come lievito per promuovere la persona umana, e “fare nuove tutte le cose”: siamo sempre più convinti che il cristianesimo con la sua presenza cattolica, come pensiero, come cultura, come esperienza politica e sociale, è un fattore fondamentale e imprescindibile nella storia del Paese, ….e con la sua forza è in grado di animare le molte culture che oggi vi coabitano, al fine di promuovere la civiltà dell’amore. I Vescovi italiani vi ringraziano, vi stimano, vi sono vicini!

 

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1 La Nota afferma che non si può “tralasciare di rendere agli alunni un servizio adeguato per il risveglio, l'interpretazione e la maturazione del senso religioso”. E specificatamente, a proposito dell’insegnamento religioso si sottolinea che, in una “scuola formativa” appare “legittima, anzi doverosa” l'istituzione “di un servizio adeguato per lo sviluppo critico e la maturazione del senso religioso” (UCN, Nota sull'insegnamento della religione nelle scuole superiori, Roma, 1971, n. 5).

2 Un insegnamento, che fosse, “non confessionale”, renderebbe il fatto religioso un elemento non legato all’esperienza di vita delle persone riducendolo a teoria religiosa “disincarnata” dalla realtà e dalla concretezza dei vissuti, incapace, di fatto, di dare un reale contributo alla comprensione della stessa cultura italiana con il suo ampio e diffuso patrimonio etico, storico, letterario e artistico….

3 L’idoneità “non è paragonabile a un diploma che abilita ad insegnare correttamente la religione cattolica. Essa stabilisce tra il docente di religione e la comunità ecclesiale nella quale vive un rapporto permanente di comunione e fiducia, finalizzato ad un genuino servizio nella scuola” (Nota Cei, Insegnare religione cattolica oggi, Roma 19 maggio 1991, n. 22).


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Sulla formazione degli insegnanti di religione cattolica

Prendere forma come processo di autoformazione

ROMA, sabato, 25 aprile 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'intervento pronunciato da mons. Mariano Crociata, Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana, in occasione del Meeting degli insegnanti di religione dal titolo “Io non mi vergogno del Vangelo (Rm 1,16)”, che si è tenuto a Roma il 23 e 24 aprile.



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Il sottotitolo che ho voluto dare al mio intervento – “Prendere forma come processo di autoformazione” – intende esprimere l’idea di fondo che mi sta a cuore comunicarvi oggi, e cioè che la formazione degli insegnanti di religione è relativa alla “forma” che essi sono chiamati ad assumere; non ho dunque interesse qui a svolgere un discorso di tipo tecnico o procedurale, ma piuttosto centrato sulla “forma” che vogliamo promuovere quando guardiamo all’insegnante di religione come educatore, testimone, ma anche esperto, comunicatore e così via. Mi sembra utile segnalarvi da subito le tappe della mia riflessione.

Un tratto di strada già significativo alle spalle

L’esperienza della preparazione di un corpo di insegnanti di religione cattolica per le scuole italiane dell’infanzia, primarie e secondarie ha ormai alle spalle una durata significativa che risale all’indietro oltre il tornante decisivo dell’Accordo di revisione del Concordato lateranense tra lo Stato italiano e la Santa Sede del 18 febbraio 1984, seguito dalle successive intese con la Conferenza episcopale italiana. La storia di questa esperienza è in qualche modo in corso e possiamo dircene ancora partecipi se non protagonisti. Il riscontro più visibile sta nella permanenza in servizio di alcuni dei tanti laici che già negli anni settanta hanno frequentato corsi di teologia nelle prime scuole di teologia via via destinate a trovare configurazione sempre più definita, come istituti di scienze religiose, per iniziativa della stessa Conferenza episcopale (quella più recente con è la Nota normativa per gli istituti di scienze religiose sul Progetto di riordino della formazione teologica in Italia del 15 febbraio 2005) e, in ultimo, con l’autorevole documento della Congregazione per l’educazione cattolica (che il 28 giugno 2008 ha emanato una Istruzione sugli Istituti superiori di Scienze religiose). Accanto a questi fondamentali punti di riferimento, si colloca una serie di interventi della Cei e dei suoi organismi che accompagnano nel tempo con cura e responsabilità il servizio di insegnamento della religione.

Tra tali interventi penso in particolare, per la sua organicità, alla Nota pastorale sull’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche del 19 maggio 1991 dal titolo Insegnare religione cattolica oggi. Il solo elenco dei motivi evocati sulla figura dell’insegnante di religione rappresenta ampiamente l’ampio spettro delle esigenze della sua formazione; vi si parla infatti di motivazioni ideali e di passione educativa, del docente come uomo di fede, ma anche come caratterizzato da professionalità, riconosciuto per la sua idoneità e insieme per la comunione con la Chiesa; come uomo della sintesi, plasmato secondo una inconfondibile spiritualità; ancora come figura con un compito differenziato nei vari livelli di scuola e con un suo statuto giuridico; infine affidato per la sua formazione in particolare alla competenza degli istituti di scienze religiose.

Le esigenze poste dal convegno

Il convegno che stiamo tenendo, tuttavia, mi sembra chiedere una riflessione che non si limiti alla ripetizione di quanto già sappiamo, soprattutto perché già sperimentato e praticato, peraltro secondo una ricchezza di proposte e di iniziative che conoscono incessante elaborazione e sviluppo. Certo, potrebbe risultare anche di un certo interesse, specialmente per chi si trovi oggi a intraprendere una preparazione all’esercizio di questa attività educativa, riandare ai criteri, all’organizzazione e alla normativa che presiedono alla concezione e alla pratica della formazione degli insegnanti. Non sembra questa, tuttavia, l’occasione più opportuna per farlo, particolarmente di fronte alle questioni vive e quasi drammatiche che toccano chi si trova ad operare nella scuola oggi, e tra di esse, quelle che in maniera specifica toccano gli insegnanti di religione cattolica. Anche la segnalazione degli aggiornamenti conseguiti grazie alla riflessione, all’esperienza, all’evoluzione anche normativa della materia, avrebbe il vantaggio di un pertinente completamento di informazione tecnicamente utile e apprezzabile (cosa, peraltro, che altri potrebbe fare molto meglio di me, come del resto in altre sedi già avviene), ma non credo che ciò risponderebbe del tutto alle esigenze di una riflessione quale l’appuntamento di questi giorni sembra suggerire.

È necessario infatti che ci chiediamo: quale rapporto c’è tra formazione, diciamo di base o iniziale, ed esercizio dell’attività di insegnamento? E quindi ancora: quale tipo di formazione è adeguata per un tale servizio? Un collegamento tra formazione ed esercizio dell’insegnamento viene spesso individuata in qualche proposta di formazione permanente, ma in tale modo la questione viene solo spostata in avanti, non affrontata.

In realtà già l’espressione ‘formazione’ solleva tutta una serie di interrogativi e problemi che la proposta di qualche formula organizzativamente allettante rischia troppo sbrigativamente di oscurare, con la conseguenza di lasciare senza frutto, come purtroppo non raramente in diversi ambiti avviene, tante pur generose e onerose iniziative. Il mio intento vorrebbe allora mirare a far emergere alcuni di tali interrogativi e problemi, consapevole di correre il rischio che il discorso possa apparire poco concreto; nutro nondimeno fiducia che alla fine non risulterà irrilevante.

Sullo sfondo dell’attuale contesto socio-culturale

La portata di questa riflessione va colta sullo sfondo su cui si staglia in generale la formazione dei docenti nella scuola dell’infanzia, primaria e secondaria. Tale sfondo ci dice che non è possibile parlare di e fare formazione senza tenere conto del contesto sociale e culturale – a cominciare dalla condizione infantile, adolescenziale e giovanile – nel quale la scuola nel suo insieme viene istituita, organizzata e fatta funzionare. Naturalmente teniamo fermo che la funzione della scuola, nell’orizzonte dei principi e dei valori delineato dalla Costituzione, è quella della trasmissione della cultura, in senso antropologico, del sapere e delle competenze necessarie alle nuove generazioni. Ora l’intreccio tra scuola e società è così stretto che la figura dell’insegnante, come pure della sua identità e della sua attività, non può essere definita e preparata a prescindere dall’orizzonte socio-culturale in cui la scuola è chiamata ad assolvere alla sua missione fondamentale di educazione e di istruzione delle nuove generazioni. Queste ultime, inoltre, non rappresentano destinatari e recettori passivi, ma sono essi stessi partecipi di quel complesso intreccio sociale in cui si relazionano e interagiscono tutti gli attori della convivenza, a cominciare da docenti e studenti. La conseguenza che ricavo da questa semplice e generale considerazione è che una tale situazione, segnata da continua evoluzione e trasformazione, conferisce anche alla formazione dell’insegnante un carattere di costante adattamento e aggiornamento. La sua formazione, anche come insegnante, non è mai finita, non è compiuta una volta per tutte, senza per questo rimanere sempre indefinita e incompleta. Siamo ben consapevoli che quella che abbiamo chiamato formazione di base o iniziale costituisce un quadro essenziale di cognizioni e di competenze senza il quale nessuna attività educativa può essere intrapresa, e tuttavia, da sola, essa risulta inadeguata allo svolgimento del compito per il quale pure può essere in grado di preparare al meglio nella sua fase di avviamento.

Tra istruzione ed educazione

Fin qui ho adoperato in modo che può essere considerato oscillante termini come insegnamento, istruzione, educazione, tra i quali non sussistono solo sfumature di significato, ma può emergere un conflitto che in alcuni casi appare o risulta insanabile, come tra alternative che di per sé non sono incomponibili e che tuttavia come tali possono intese e praticate. Mi riferisco all’alternativa fra istruzione intesa come trasmissione di informazioni, nozioni e abilità, e educazione della persona come formazione del suo essere soggetto di relazione dentro un tessuto sociale fondamentalmente omogeneo e soprattutto condiviso. Il conflitto non può essere dissimulato, dal momento che una società come la nostra si configura come pluralistica negli orientamenti ideali e valoriali e quindi nelle concezioni e relativi progetti di organizzazione della società e delle sue regole di convivenza. Perciò può accadere di finire col preferire che sia rimossa ogni proposta educativa, pur di sfuggire al conflitto insorgente dalla pluralità di proposte educative compresenti e concorrenti.

L’individuazione di un terreno comune

Naturalmente non è impossibile pervenire ad una formula di compromesso, là dove la delimitazione di un patrimonio comune di convinzioni e di valori, diciamo pure di un ethos e di una cultura, variamente attestati e consegnati (dalla tradizione della cultura antropologica, alle istituzioni formali, fino alla stessa Costituzione repubblicana), venga accettato quale orizzonte condiviso dentro il quale trovino poi spazio di libertà la scelta e l’esercizio di concezioni e pratiche differenti variamente adottate. In questa prospettiva dovrebbe trovare coniugazione una proposta scolastica in cui educazione e istruzione trovino giusto equilibrio e composizione per l’accompagnamento alla crescita delle nuove generazioni. E tuttavia ci troviamo talora di fronte a concezioni che radicalizzando opzioni opposte finiscono con il legittimare posizioni estreme come l’ideologizzazione di una educazione a senso unico fino alla imposizione – cosa per la verità solo ipotetica nella società di oggi – o, all’opposto, la decostruzione radicale di ogni proposta educativa, vista come minaccia alla libertà e ai diritti individuali, che riduce l’insegnante ad un tecnico facilitatore di processi di apprendimento e di educazione totalmente affidati alla spontaneità incontrollata di bambini, ragazzi e giovani. Si può osservare come non sia questa la condizione della scuola italiana, e tuttavia simili tendenze non sono estranee al confronto e al dibattito in corso.

L’insegnamento della religione dentro il conflitto: una missione culturale per forma e contenuto

Che cosa tutto questo abbia a che fare con l’insegnamento della religione cattolica è presto detto, se solo si pone mente al fatto che il processo di crescente pluralizzazione culturale, e spesso ideologica, in atto nella nostra società fa di tale servizio scolastico, probabilmente analogamente ad altri insegnamenti, sempre meno un dato ovvio e sempre di più una scelta senza dubbio motivata che comporta, nondimeno, una esigenza di costante rimotivazione per se stessi, per i destinatari, per la collettività intera. Al di là delle garanzie istituzionali che l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole italiane può esibire e che è autorizzato a far valere in tutte le forme previste da concordato, accordi, intese, leggi e ogni altro genere di disposizioni, è assolutamente necessario avvertire la sua natura di missione culturale, e questo in un duplice senso, formale e sostanziale.

La sola esistenza di un tale insegnamento denota e comunica una visione dell’uomo, una concezione della vita e della realtà tutta, che dobbiamo ricondurre alle categorie di umanesimo e di personalismo, certo non per contrapporle a quelle di estrazione scientifica e tecnica, ma per dichiararne e ribadirne la principialità rispetto ad esse e l’esclusiva imprescindibile capacità di integrarle in una compiuta umanità, o almeno in un processo di crescente umanizzazione dell’essere umano e della società.

Accanto a questo aspetto formale, l’insegnamento della religione cattolica afferma, senza prevaricazioni ma anche senza rossori, di interpretare in maniera sintetica – rispetto ad altri insegnamenti – e compiuta – per la struttura di fondo dei contenuti in cui si articola – l’anima della cultura di cui è storicamente intessuta la società italiana ancora oggi.

La ‘forma’ al centro della formazione

Senza la coscienza convinta di questo duplice inseparabile senso, non è possibile oggi insegnare religione cattolica nella scuola italiana. È in funzione di tale senso che possiamo appropriatamente parlare di formazione. E possiamo farlo perché la ‘forma’ che l’insegnante di religione è chiamato ad assumere deve corrispondere alla destinazione della sua presenza e del suo servizio nella scuola.

In questa prospettiva diviene possibile, anzi necessario, superare le divaricazioni o le pretese di subordinazione che si incuneano tra formazione ed esercizio dell’insegnamento, tra fase formativa e attività professionale, tra tecnica didattica e missione educativa, tra funzione e identità, tra diritti e responsabilità. Senza cancellare i limiti indotti dalla difficoltà di riconoscimento, di valorizzazione e di organizzazione dell’insegnamento della religione cattolica nella scuola, non risolve nulla pensare che più adeguate condizioni professionali siano sufficienti a produrre e garantire un efficace servizio docente; perché in tal caso bisognerebbe spiegare perché problemi non dissimili si trovino ad affrontare, senza riuscire a risolverli, docenti di materie dalle condizioni professionali sicuramente ben più solide di quelle dell’insegnante di religione.

Ma ancora di più bisogna contrastare l’illusione che la formazione sia eseguibile ricorrendo all’apprendimento di tecniche sofisticate e accedendo all’uso di strumenti evoluti, di qualsiasi genere essi siano; non perché queste cose non abbiano valore, ma perché il loro è un valore ausiliario e una funzione strumentale e sussidiaria, in una attività che non deve mai perdere di vista l’ordine dei fini, l’istanza della verità, il richiamo dei valori; che, soprattutto, non può smarrire il senso della persona e il senso delle relazioni interpersonali all’interno delle quali maturano le persone, di chi educa e di chi viene educato, in un processo di apprendimento in cui le cose da imparare trovano senso e frutto nell’assimilazione progressiva dell’arte di essere umani; e questo, precisamente, secondo un modello che è rappresentato, immediatamente, dalla persona dell’educatore tutt’intera, prima che da ciò che egli insegna e trasmette con il suo dire, il suo fare, il suo saper fare.

Ciò che appartiene al compito di ogni educatore, cioè l’educazione come missione, risalta in modo esemplare nell’insegnante di religione. In lui la trasmissione di una visione della realtà, di un modello di essere umano, di un ethos condiviso come spazio e cammino di umanizzazione inseparabilmente personale e comune, assume il valore di una scelta personale di fondo, di un coinvolgimento intimo, di una opzione che coinvolge e addirittura tende a plasmare le dimensioni costitutive del suo essere, la volontà e l’amore, l’intelligenza e la conoscenza, la capacità di relazione e il gusto per le cose buone, belle, l’uso maturo del corpo, delle cose, della materia e tutto ciò di cui è intessuta l’esistenza umana.
 

Confessione e cultura

Il carattere confessionale dell’insegnamento della religione non è un diminutivo della dignità del sapere o della presenza e competenza educativa, ma al contrario ne è l’intensificazione. Deve considerarsi falsa e, al limite, disumanizzante l’idea che per essere veri educatori bisogna essere neutrali, non avere convinzioni, non avere nulla da dire e da trasmettere. Avere idee, convinzioni, visioni ideali non è una minaccia per la libertà e l’autonomia, ma è, al contrario, l’unico modo di renderle possibili. Rispettare l’altro, specialmente colui che deve essere educato, non è nascondergli una scelta libera e una decisione per la verità, ma offrirgliela come una strada possibile. Solo se si vedono strade da percorrere si può camminare; e solo conoscendo strade che sono state positivamente percorse, ciascuno per sé e noi insieme possiamo trovare la nostra strada; altrimenti si è gravemente nel pericolo di vagare disorientati senza trovare mai la strada, senza arrivare da nessuna parte o, peggio ancora, nel pericolo di perdersi dentro vuoti mortali. E a chi lancia l’accusa che questo limita la libertà di critica e di scelta, si può e si deve rispondere che bisogna avere idee per poterle criticare; con la testa vuota non ci sono idee, e nemmeno capacità critica; e inoltre che bisogna fare delle scelte per poterle modificare, correggere o revocare; senza abbracciare niente si ottiene solo l’effetto di subire le scelte di altri; altri decideranno per noi, magari dandoci l’illusione di essere noi a decidere.

Tutto questo ha una precisa valenza etica e culturale, in senso fondamentalmente antropologico; vuol dire che solo assimilando la cultura in cui si è venuti al mondo si impara a valutare e criticare, a scegliere e decidere, ad abbracciare o respingere. Trasmettere e accogliere la cultura ambiente e di riferimento è l’unico modo per insegnare e per imparare a stare al mondo, similmente a come si deve imparare una lingua – e proprio quella, la tua, quella dei tuoi genitori e dell’ambiente in cui sei venuto al mondo – per poter parlare; bisogna assimilare un codice di pensiero e di comunicazione per mettersi e stare in relazione con gli altri e con l’ambiente circostante. Non si possono prendere le distanze da ciò che non si è acquisito, e ci si può disfare solo di qualcosa che già si possiede.

Ora, che lo si voglia o meno, la tradizione cristiana è il codice culturale imprescindibile del nostro modo di essere al mondo, qui in Italia e in Occidente. Si può rifiutare di essere cristiani: è un atto di libertà di coscienza e di religione, un diritto fondamentale – il primo – di ogni essere umano; ma rifiutare di assimilare lo strumentario fondamentale per vivere il proprio tempo, il proprio ambiente, inseriti nella propria storia, è un varco aperto verso l’alienazione e l’autodistruzione, e questo non è un diritto, ma una decisione insensata, i cui effetti non è difficile immaginare e vedere. Solo imparare a conoscere il proprio patrimonio culturale cristiano abilita a decidere, in un maniera umanamente responsabile, di prenderne eventualmente anche le distanze.

Educatori tra indifferenza e pluralismo

Ciò di cui abbiamo più bisogno, però, è che solo l’assimilazione consapevole e responsabile del nostro orizzonte culturale cristiano rende possibile essere autenticamente cristiani. Il dramma a cui assistiamo, e forse partecipiamo, è che oggi in Italia e in Europa è possibile dirsi cristiani o farsi etichettare come tali senza volerlo o avere intenzione di esserlo per davvero: appartenere senza credere, secondo una appartenenza indistintamente sociologica, fatta di esteriorità sempre meno comprese e inesorabilmente abitate da altre presenze e orientamenti ideali e valoriali. Smarrito il legame già esile tra convinzioni di coscienza e pratiche sociali e culturali ereditate, non resta che il trascinamento più o meno subito o debolmente assecondato da correnti che omologano ogni soggettività stritolandola dentro meccanismi di alienazione consumistica o ideologica. Il caso peggiore non è avere una idea sbagliata, ma non averne e non volerne avere nessuna; o, ancora più in basso, far finta di averne, ma solo per convenienza, per calcolo, per empietà.

Qualcuno potrebbe sollevare due obiezioni: una prima che dice come nella nostra tradizione non ci sia solo il cristianesimo; una seconda che fa leva sulla presenza ormai non solo irriducibile ma crescente di una pluralità di orientamenti, per un verso generatisi dentro la nostra stessa cultura ambiente e per altro verso provenienti dall’immigrazione di persone e gruppi sociali delle più diverse culture e religioni. A ben considerare, proprio ambedue le circostanze impongono di conoscere la cultura cristiana, poiché questa è non solo una componente, ma una radice storica costitutiva, e quindi la condizione antropologica e lo strumento culturale privilegiato per riconoscere l’altro, il diverso, e per valorizzarlo, sia in rapporto alla storia da cui veniamo sia in presenza dei fenomeni contemporanei di immigrazione e di mescolamento di razze, culture, religioni.

L’autoformazione come processo del prendere forma dell’educatore

Ci vogliono allora educatori che abbiano l’orgoglio della propria cultura e il coraggio delle proprie scelte, la coscienza di avere scelto e di percorrere con motivata convinzione la propria strada; e qui orgoglio non è arroganza, presunzione o imposizione; è appunto convinzione onesta, motivata, rispettosa, secondo la famosa espressione di 1Pt 3,15: «sempre pronti a rendere ragione della speranza che è in voi, ma con dolcezza e rispetto», una lezione di pienezza umana prima che di coerenza e di verità cristiana.

Su questo sfondo prende “forma” l’educatore cristiano, il quale si prepara e si coltiva secondo le esigenze e le regole proprie dell’istituzione scolastica, secondo le sue finalità, ma nello stesso tempo porta dentro la missione educativa, senza infingimenti e autocensure, la totalità della propria umanità plasmata dalla fede cristiana, il solo modo di presentare un modello compiuto e significativo di umanità credibile e spendibile in un processo di autentica educazione umana delle nuove generazioni.

Anche da questo punto di vista due caratteristiche vanno tenute attentamente presenti e strettamente unite: la prima riguarda la connessione e la circolarità delle varie dimensioni della formazione umana e cristiana (umana, spirituale, intellettuale), la seconda interessa l’aspetto più direttamente professionale della formazione. Nell’uno e nell’altro aspetto si fa notare come abbia un irriducibile rilievo antropologico la sintesi tra persona e funzione, tra dimensione affettiva e dimensione intellettuale, tra etica e professionalità. Il modello dell’educatore rimane una persona compiuta, a partire dalle idealità e dalle scelte che lo ispirano, in cui personalità e competenza professionale si fondono in una superiore armonia. Questa sintesi ha una tonalità inconfondibilmente cristiana, che può solo dare lustro e risalto ad ogni forma umana che la rappresenti attendibilmente.

Se questa è la forma a cui tendere, allora la formazione deve essere pensata tale da riuscire a portare in quella direzione, verso quell’obiettivo. Ora la verità elementare che emerge da queste considerazioni è di una semplicità disarmante, poiché essa concerne ogni forma di processo educativo, proprio anche quello che tocca e interessa le nuove generazioni, le quali – e qui sta il recupero di una dimensione oggi scoperta come costitutiva di ogni impegno educativo – non possono essere educate se concepite e trattate in una posizione inerte e passiva di mera subalternità rispetto ad un educatore di qualsivoglia genere e fatta. Ma al coinvolgimento attivo dell’educando nel processo educativo non può che corrispondere un educatore sempre in atto, in atteggiamento, in processo di formazione. Ora, la formazione adeguata ad una tale educatore, come modello di ogni processo educativo nei confronti di chiunque e in qualsiasi fase della vita, è quella che muove da un atteggiamento e da un corrispondente procedimento di autoformazione: l’autoformazione è lo schema e la sostanza affettiva, intellettuale e spirituale di ogni autentica formazione di educatori e di educatori cristiani, a cominciare dagli insegnanti di religione.

Spunti conclusivi

Alla luce di questi presupposti, non è difficile delineare i tratti fondamentali di una proposta formativa che può e deve ben recuperare quanto la sapienza e l’esperienza della Chiesa e della scuola hanno accumulato nel corso di questi anni, avendo l’avvertenza di inserirlo in quel processo vitale di crescita e di evoluzione che caratterizza persone e ambienti nella società di oggi.

La formazione dell’educatore come processo di autoformazione ha bisogno di tre luoghi e di un referente.

Il primo luogo del processo di autoformazione è la comunità ecclesiale. La Chiesa è il grembo della fede, della sua accoglienza consapevole e convinta, saputa e praticata, vissuta e sperimentata personalmente e insieme ai fratelli di fede che il territorio e la storia ti hanno messo accanto. La comunità ecclesiale non è mera funzione, come non può esserlo la famiglia; è luogo di vita, spazio di crescita, ambiente di produttiva compensazione in cui le relazioni credenti si intessono, si articolano e l’esistenza si svolge alla presenza di Dio. Qui ci si forma davvero ad una umanità piena perché abitata dalla speranza cristiana che apre al futuro di Dio anticipato in Gesù Cristo.

Il secondo luogo del processo di autoformazione è la comunità di studio, ordinariamente l’istituto di scienze religiose. Qui si tratta di scoprire la dimensione costitutiva del sapere, della conoscenza, della riflessione come percorsi costitutivi di umanizzazione e di personalizzazione della fede personale e condivisa secondo argomenti, motivazioni, articolazioni che la rendono decisione per grazia, ma decisione convinta e motivata, atto responsabile e compiutamente umano, degno e capace di essere attestato di fronte a chiunque con l’orgoglio di una umanità esemplare per la sua tensione verso la pienezza. Qui vanno tenute presenti le tre componenti integrative della formazione intellettuale: le scienze umane, la teologia, le discipline tecnicamente professionalizzanti; ma va tenuto presente non meno che un istituto di scienze religiose ospita anche, è una comunità di ricerca.

Il terzo luogo del processo di autoformazione è la comunità scolastica, nella quale non si esercita solo una professione, ma si compie una missione, si esercita una responsabilità, si svolge un compito e un mandato. Nella scuola il docente non è mai riducibile a tecnico o funzionario; prima di tutto per la natura stessa dell’attività educativa, ma poi anche perché egli può educare solo se si lascia egli stesso educare da persone e situazioni. In questo senso nessuna formula organizzativa della formazione permanente può risultare adeguata se non integra programmaticamente l’esperienza e il lavoro che si svolgono quotidianamente dentro il tessuto di relazioni della comunità scolastica.

Tutto ciò funziona se ricondotto all’unico referente unitario di convergenza e di sintesi che è la coscienza personale. Questa è il luogo vero in cui tutto ciò che viene programmato, sperimentato e vissuto trova adeguata rielaborazione e riappropriazione per una maturazione umana e credente senza fine. Tutto il vissuto, personale e comune, riferito ai mondi vitali così richiamati, ma anche comprensivo di tutti gli altri mondi con cui si incrocia l’esistenza personale, deve entrare nel crogiuolo della coscienza per essere adeguatamente ripensato e maturato al fine di dare sempre meglio forma all’uomo, al credente, al docente. E ciò per la semplice ragione che si forma veramente – per questo dichiariamo l’autoformazione come modalità unicamente adeguata di formazione umana, cristiana e professionale – chi vuole farlo, che sceglie e abbraccia non solo liberamente ma soprattutto volentieri, di lasciarsi plasmare, affettivamente, spiritualmente, intellettualmente, dalla vita, dall’esperienza, dal lavoro, dall’incontro con gli altri, il tutto condotto alla presenza e nella relazione fondante con Dio.

L’esito scolastico più felice dell’autoformazione apparirà allora un insegnamento animato e riscaldato da una intonazione e da uno stile profondamente sapienziale nell’affrontare e nel guardare alla vita.

Roma, 24 aprile 2009

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