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Benedetto XVI e la lotta contro l'AIDS

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Benedetto XVI e la lotta contro l'AIDS

Intervista a mons. Tony Anatrella

di Anita S. Bourdin

ROMA, lunedì, 4 maggio 2009 (ZENIT.org).- Benedetto XVI è molto ben informato in quanto alla realtà della prevenzione dell’AIDS e parla di un “nuovo colonialismo del comportamento” che “scuote le società africane”, sostiene mons.Tony Anatrella.

Psicoanalista e specialista in psichiatria sociale, mons.Anatrella insegna a Parigi e a Roma ed è consultore del Pontificio Consiglio per la famiglia e del Pontificio Consiglio della salute.

Ha pubblicato in francese “L'amour et le préservatif” (Parigi, ed. Flammarion, 1995), un libro che continua ad essere d’attualità e che è stato ripubblicato con il titolo “L'amour et l'Eglise” (Parigi, ed. Champ-Flammarion).

La sua ultima opera pubblicata è “La tentation de Capoue”, – antropologia del matrimonio e della filiazione – (Parigi, ed. Cujas), un libro che si interroga sulle modifiche in corso, attraverso le quali si vorrebbe estendere il matrimonio e la filiazione, in modo surrettizio, anche alle coppie dello stesso sesso.

Mons. Tony Anatrella torna, in questa intervista, sulla polemica suscitata, soprattutto in Francia, dalle proposte del Papa in relazione alla prevenzione dell’AIDS.

Le proposte del Papa Benedetto XVI hanno suscitato una tempesta mediatica. Si tratta di un errore di comunicazione?

Mons. Anatrella: No! Il Papa ha parlato in modo chiaro. È molto ben informato sulle questioni relative alla trasmissione del virus HIV e dei problemi insiti nelle campagne di prevenzione. Ci interroga ponendo in questione una visione della prevenzione limitata al solo preservativo. Adotta un punto di vista antropologico e morale per criticare un orientamento sanitario che, da solo, non è in grado di interrompere la pandemia. In venticinque anni, queste campagne non sono riuscite in questo intento. Bisogna assumere un’altra prospettiva, in cui si faccia ricorso alla coscienza umana e al senso di responsabilità, al fine di conferire la capacità di dare senso ai comportamenti sessuali.

Ma questa prospettiva, per quello che possiamo vedere, difficilmente può essere compresa nel dibattito pubblico. Il preservativo è diventato una sorta di tabù indiscutibile che dovrebbe, curiosamente, contribuire alla definizione della sessualità. Non è invece questo un modo per mascherare gli interrogativi?

Si tratta di un dialogo fra sordi?

Mons. Anatrella: Senza alcun dubbio. Chi decide e prescrive le politiche sociali, diffonde e consolida una rappresentazione della espressione sessuale che è molto spesso strumentale e deleteria. L’atto sessuale cercato in quanto tale, per il piacere che provoca, non umanizza la sessualità né il rapporto umano. Porta con sé sofferenze e pesa sulla qualità del vincolo sociale. L’atto sessuale non ha senso se non è integrato in una relazione d’amore in cui non è vissuto solo come una risposta ad un impulso riflesso.

La Chiesa sostiene che solo l’amore che si inscrive in una prospettiva coniugale e familiare è fonte di vita, mentre la confusione relazionale e identitaria e i dibattiti di morte ci allontanano da questa prospettiva.

La prevenzione basata sul preservativo aggrava la pandemia dell’AIDS?

Mons. Anatrella: cosa dice il Papa esattamente? Lo cito perché le sue proposte sono state trasmesse solo parzialmente e, ancora una volta, distorte. “Penso che la realtà più efficiente, più presente sul fronte della lotta contro l’AIDS sia proprio la Chiesa cattolica, con i suoi movimenti, con le sue diverse realtà. Penso alla Comunità di Sant’Egidio che fa tanto, visibilmente e anche invisibilmente, per la lotta contro l’AIDS, ai Camilliani, a tante altre cose, a tutte le Suore che sono a disposizione dei malati. Direi che non si può superare questo problema dell’AIDS solo con soldi, pur necessari, ma se non c’è l’anima, se gli africani non aiutano (impegnando la responsabilità personale), non si può superarlo con la distribuzione di preservativi: al contrario, aumentano il problema. La soluzione può essere solo duplice: la prima, una umanizzazione della sessualità, cioè un rinnovo spirituale e umano che porti con sé un nuovo modo di comportarsi l’uno con l’altro; la seconda, una vera amicizia anche e soprattutto per le persone sofferenti, la disponibilità, anche con sacrifici, con rinunce personali, ad essere con i sofferenti. E questi sono i fattori che aiutano e che portano visibili progressi. Perciò, direi questa nostra duplice forza di rinnovare l’uomo interiormente, di dare forza spirituale e umana per un comportamento giusto nei confronti del proprio corpo e di quello dell’altro, e questa capacità di soffrire con i sofferenti, di rimanere presente nelle situazioni di prova. Mi sembra che questa sia la giusta risposta, e la Chiesa fa questo e così offre un contributo grandissimo ed importante. Ringraziamo tutti coloro che lo fanno”.

Il ruolo del Papa è di affermare che, senza una educazione e senza un senso di responsabilità, difficilmente si riuscirà a ridurre la diffusione del virus. La trasmissione del virus dell’AIDS è perfettamente evitabile. Non si riduce come un’influenza. È legato ai comportamenti e alle pratiche sessuali. Contando solo sul preservativo, facendo intendere che così si può “fare ciò che si vuole”, si corre il rischio di consolidare comportamenti che portano con sé problemi, evitando di affrontarli. Il preservativo non è un principio di vita. È la responsabilità che è principio di vita.

Nella società attuale, il senso delle cose e delle parole viene sovvertito quando si afferma per esempio che “l’AIDS è la malattia dell’amore”. Si tratta piuttosto del contrario: è soprattutto l’espressione di un vagabondaggio affettivo e di una impulsività sessuale. Detto in altri termini, esiste una prevenzione conformista che elude i veri interrogativi sui comportamenti sessuali di oggi. Dobbiamo domandarci se non si dovrebbe considerare l’espressione sessuale con maggiore dignità e non favorire comportamenti e pratiche irriflessive.

Ci si deve domandare quale sia il senso dell’amore e della fedeltà. Non si tratta di proposte retrograde, come alcuni hanno detto, ma al contrario proposte che invitano a una riflessione che è anzitutto umana, prima che confessionale. Esiste un altro modo di orientare la prevenzione, che è più costruttivo della promozione del preservativo che induce a pratiche problematiche. Non è questo il modo per uscire dalla confusione denunciata da Benedetto XVI. Ripeto, avere come unico orizzonte i “profilattici” per lottare contro l’AIDS è insufficiente, se a questa lotta non si accompagna una riflessione psicologica, sociale e morale. La politica della salute pubblica ne beneficerebbe in umanità ed efficacia.

L’Africa sembra meno toccata da questa polemica rispetto alla Francia.

Mons. Anatrella: L’accoglienza che gli africani hanno dimostrato al Papa è stata straordinaria. I partecipanti erano numerosi e molto gioiosi. I discorsi di Benedetto XVI sono di elevata qualità e tracciano vie di speranza per questo continente. Purtroppo l’ossessione dei mezzi di informazione sul tema del preservativo ha oscurato l’importanza di questi discorsi. Potrebbe essere vista come una forma di pigrizia intellettuale e di annebbiamento della coscienza, e di una visione miope e parziale delle cose?

La verità è che chi è interessato alle proposte del Papa sa ascoltarle e accoglierle in generale. Inoltre, numerosi Paesi africani organizzano la prevenzione contro l’AIDS fondandosi su tre principi: “astinenza, fedeltà o preservativo” e questo genera effetti positivi. Gli occidentali sono incapaci di comprendere questo punto di vista. Noi riceviamo, d’altra parte, numerose reazioni dall’Africa di chi è stanco di vedere l’imposizione di modelli sessuali delle società occidentali, che per appoggiare questi modelli sono accompagnati evidentemente da strumenti di protezione. Si tratta di un nuovo colonialismo del comportamento, che scuote le società africane. Alcuni si ribellano allo sviluppo di un “vagabondaggio” sconosciuto fino ad ora in Africa, dove il senso della fedeltà e della famiglia è ancora rispettato e apprezzato. Alcuni occidentali perdono il senso di questa dignità.

Esiste uno sfasamento fra l’Africa e i Paesi occidentali, rispetto alla sessualità. Prossimamente dovrò andare in Africa e mi sono reso conto, preparando le mie conferenze, che questo continente ha molte cose da insegnarci, mentre i nostri modelli occidentali di una sessualità fine a se stessa offuscano il vero senso della sessualità umana.

Come vede il ruolo dei mezzi di comunicazione e la posizione di chi prende le decisioni politiche e sociali?

Mons. Anatrella: Stiamo assistendo ad una sorta di linciaggio mediatico nel quale la malafede si mescola con giudizi sulle intenzioni e con interpretazioni tendenziose. Tutti si esprimono contro il Santo Padre e molto spesso senza tenere conto di ciò che veramente dice. Non è il Papa il problema. D’altra parte, i mezzi di comunicazione e le reazioni di alcuni responsabili della politica che dettano le norme sociali, rappresentano un grave problema. L’unanimità in questa questione è per lo meno sospetta. Il Papa appare disgustato, ma a ragione! La stampa potrebbe parlare con un minimo di rigore, cercando di dare una spiegazione, perché la verità delle proposte del Santo Padre sia restituita. Come di consueto, una frase citata fuori contesto scatena una serie di reazioni totalmente irrazionali. Come vuole che persone che non hanno altra informazione se non quella data dalla stampa possano reagire con serenità?

Credo che, in realtà, non si vuole sentire altro discorso se non quello del preservativo! Alcuni cercano di portare altri messaggi ma le reazioni dei giornalisti sono sempre le stesse: “È troppo complicato!”. Effettivamente il senso della vita e dell’amore è complesso, e per questo è necessario impiegare del tempo per spiegarlo. Ma questo tempo sembra non esserci nei mezzi di comunicazione.

Ne ho appena potuto fare l’esperienza: alla radio, alla televisione e nella stampa scritta, il tempo che ci viene concesso per rispondere è molto limitato, mentre questi dedicano ampio spazio ad ogni sorta di detrattore. Esistono professionisti della contestazione, che fanno parte di una piccola minoranza di cattolici estremisti, che si ergono a esperti e parlano dando un’interpretazione ideologica ben lontana dal pensiero cristiano. Esistono responsabili politici che, presentandosi come cattolici, cercano di smarcarsi dalle posizioni della Chiesa, adottando idee che nono sono coerenti con il suo insegnamento e dicono di opporsi in nome della fede, come se considerassero la propria fede come un magistero. Siamo succubi di un conformismo dominante che ci allontana dal buon senso e dalle semplici norme di una umanità così necessaria in materia di sessualità.

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Cosa fa la Chiesa per contrastare l’AIDS e per prendersi cura dei malati?

Mons. Anatrella: Nelle sue riflessioni sulla lotta all’AIDS, Benedetto XVI ha voluto innanzitutto sottolineare l’impegno della Chiesa nell’accoglienza, nelle cure mediche e nell’accompagnamento sociale e spirituale delle persone toccate dal virus dell'HIV. Tra le istituzioni che nel mondo si prendono cura delle persone affette da questa malattia, la Chiesa è la prima struttura privata al mondo. Prima di lei ci sono solo gli Stati: il 44% sono istituzioni statali, il 26,7% istituzioni cattoliche, il 18,3% ONG e l’11% organizzazioni di altre religioni (cfr. Pontificio Consiglio della salute).

La Chiesa è anche impegnata sul fronte della prevenzione della trasmissione del virus dell’HIV attraverso le sue reti scolastiche, i movimenti giovanili e le associazioni familiari.

La Santa Sede ha creato, nel 2004, sotto l’impulso del Papa Giovanni Paolo II, la Fondazione del Buon Samaritano per finanziare progetti di cura e di educazione, diretti alle persone affette e alla prevenzione. Tutto questo dimostra quanto la Chiesa sia attiva in questo campo e come conosca le problematiche di questa pandemia. La sua competenza in materia la porta a sostenere la necessità di un’educazione al senso di responsabilità. Una riflessione umana accessibile a tutte le coscienze, indipendentemente dal punto di vista confessionale. In questo contesto si inserisce l’affermazione di Benedetto XVI: “non si può superarlo [il problema dell’AIDS] con la distribuzione di preservativi: al contrario, aumentano il problema”. La soluzione, a suo avviso, passa attraverso “un rinnovo spirituale e umano” e “una vera amicizia anche e soprattutto per le persone sofferenti”.

Come valuta le reazioni che hanno seguito le parole del Papa?

Mons. Anatrella: Le parole del Papa hanno sorpreso non pochi commentatori che sostengono una visione sanitaria della sessualità umana.

L’interrogativo che si presenta alla coscienza umana, di fronte alla costante diffusione del virus dell’HIV, riguarda il senso che vogliamo dare alla sessualità, il modello che vogliamo costruire con misure di prevenzione incentrate unicamente sul preservativo, l’educazione che vogliamo dare alle giovani generazioni sul senso del rapporto umano. Ma, anziché fissarci su uno strumento tecnico, che suscita numerosi dubbi, non è più utile riflettere sui comportamenti sessuali che contribuiscono alla diffusione di questo virus?

Sentendo le reazioni provenienti dal mondo mediatico-politico, non si può non scorgere una frattura culturale importante: non si riesce a pensare alla sessualità se non dal punto di vista sanitario. Lasciare intendere che il Papa sia responsabile della pandemia in Africa è quantomeno semplicistico e ridicolo. Da un lato si afferma che la gente non tiene conto dei principi morali della Chiesa in materia sessuale e dall’altro si sostiene che il suo discorso facilita la trasmissione del virus. Si stanno così invertendo i ruoli ed eludendo le responsabilità attraverso un capro espiatorio. Esiste un tipo di prevenzione che, anziché promuovere pratiche contro le quali vuole lottare, produce l’effetto contrario, come quando tempo fa si voleva “curare la droga con la droga”. Poi ci siamo resi conto che questa forma di prevenzione ci ha fatto perdere tempo: quasi quarant’anni!

V’è una sorta di incapacità a comprendere semplicemente ciò che il Papa dice: “Riflettiamo sui comportamenti sessuali che trasmettono il virus dell’HIV e cerchiamo misure che educhino al senso di responsabilità”. Questo non vuol dire che il discorso sanitario e i “mezzi profilattici” siano da escludersi, ma che in una prospettiva educativa non ci possiamo limitare solo ad essi.

Questo ben dimostra a che livello siamo arrivati. Dove è finito il buon senso? È sorprendente che si rimproveri il Papa di averci fatto partecipi delle sue riflessioni rispondendo alla domanda di un giornalista. L’incapacità di riflettere sui comportamenti e sui modelli sessuali contemporanei, di valutare le pulsioni parziali, le pratiche non integrate e gli orientamenti sessuali, finisce per ridurre tutto a cliché.

Così abbiamo sentito, con tono di affermazione perentoria, come sanno fare gli adolescenti: “ciò che mi interessa è l’uomini e non i dogmi”. In questo modo non siamo forse tornati ad un livello zero della cultura? I responsabili della politica riducono il campo della riflessione ad un soliloquio perché il Papa non parla qui di dogmi, ma dà uno sguardo realistico, da adulto, rispetto ad una visione quasi immatura e infantile della sessualità umana. Quanta cecità, quanto oscurantismo e visione ideologica sul preservativo, per non voler vedere quali siano le pratiche che danno origine alla trasmissione del virus.

La malattia provocata dal virus è tragica ed a noi spetta fare tutto il possibile per evitarla e per trattare degnamente i malati, soprattutto in africa, attraverso la gratuità dei servizi e delle cure, come suggerisce il Papa. Ma al tempo stesso esiste una sorta di arroccamento verso un modello di sessualità, ormai da quarant’anni, che suscita seri problemi.

Il rifiuto della riflessione mostra la volontà di eludere la preoccupazione senza affrontare i comportamenti che ne sono la causa. Si dimentica anche che, prima ancora che di AIDS, si muore di altre malattie, ma solo di questo si parla. Come se fosse un modo per mantenere modelli comportamentali, facendo leva sulla compassione, per non doverli mettere in questione. La cultura insegna che la responsabilità è anche un modo per dare significato alla sessualità e all’espressione sessuale, che rappresenta una forma di relazione umana tra un uomo e una donna e non solo uno sfogo di angosce primarie e di pulsioni parziali, come per volersi liberare di un sentimento di castrazione, quando non si fa altro che rafforzarlo.

La pandemia dell’AIDS ci fa tornare ancora una volta sulla questione dei comportamenti sessuali. Ci chiede di cambiare comportamento anziché cambiare le tecniche pratiche. Dobbiamo solo limitarci ad una visione della sessualità incentrata sugli istinti e sulla tecnica, che favorisce la deumanizzazione, oppure cercare invece le condizioni che ne illuminino l’esercizio nella prospettiva di un incontro che arricchisce la relazione tra un uomo e una donna? Nell’atto sessuale, l’uomo e la donna si accolgono e si integrano. Grazie all’amore sessuale si uniscono nel godimento per essere uniti e darsi vita.

Se l’atto sessuale non comprende la relazione e risponde semplicemente ad un’eccitazione, rimane un mero atto igienico e, in queste condizioni, il preservativo appare come una protezione sanitaria ma anche come una protezione relazionale. Invece, se l’espressione sessuale è vissuta come un impegno tra un uomo e una donna, allora sono necessarie l’astinenza e la fedeltà. Ma da qualche anno abbiamo iniziato a fabbricare un modello sessuale alquanto surrealista che produce il sesso-preservativo. È sulla base di questo oggetto sanitario che bisogna definire la sanità e umanizzarla?

D’altra parte, nelle campagne di prevenzione, a Parigi, non si vede altro che slogan del tipo: “Parigi ama”... seguito dall’immagine di un preservativo che rappresenta un’alba. Sarebbe più sano imparare a scoprire ciò che è l’amore tra un uomo e una donna, invece di confondere il senso dell’amore indicando il preservativo. Un messaggio che genera confusione e, ancora una volta, inverte il senso delle cose.

La Chiesa parla di amore?

Mons. Anatrella: Sì, ma non in modo emotivo, in cui in nome dell’amore si può dire tutto e il contrario di tutto. Bisogna conoscere cosa è l’amore e in quali condizioni è possibile viverlo. L’amore è inscindibile dalla verità. Le relazione affettive e le espressioni sessuali non sono sinonimi di amore.

Il discorso di Benedetto XVI sulla sessualità umana si inscrive nella continuità del senso dell’amore rivelato da Cristo. È in coerenza con gli orientamenti del Vangelo, sviluppati nella tradizione della Chiesa, sul senso dell’amore, che d’altra parte hanno influito sulla nostra società nell’arco della storia.

L’amore di Dio spesso è mal inteso. È inteso come per ricevere gratificazioni affettive in ogni circostanza. Questa visione semplicistica, talvolta infantile, non corrisponde al messaggio cristiano. Dio è Amore nel senso che dà un amore che rende possibile la vita. Amare con l’amore di Dio è cercare di far vivere l’altro e gli altri.

L’uomo è chiamato ad amare Dio. Questa concezione dell’uomo è, nella nostra civiltà, all’origine del senso della persona, dotata di un proprio valore, una sua interiorità, una sua coscienza, autonomia, libertà e responsabilità. Per questo il Vangelo di Cristo si rivolge alla sua coscienza perché cerchi la verità e valuti il senso e la conseguenza delle sue azioni verso se stesso, verso gli altri e la società. La persona si avvia in questa riflessione morale confrontandosi con i valori oggettivi che non dipendono in principio dalla sua soggettività o dai suoi desideri momentanei, bensì dai riferimenti trascendenti dell’amore.

La Chiesa non cessa di ricordare la dignità della persona umana e il significato dell’amore. Afferma che non esiste un rimedio definitivo contro l’AIDS se non quello di un comportamento degno dell’uomo, ovvero un comportamento rispettoso, di fedeltà e di dominio di sé, che è precondizione dell’amore. Questa prospettiva non esclude un discorso sanitario e il ricorso, in certe situazioni, al preservativo per non mettere a rischio la vita. Il discorso sanitario (e il preservativo) può essere necessario ma è molto restrittivo se si limita ai mezzi puramente tecnici.

Nel linguaggio morale il preservativo rimane come una questione di casistica, come ricordava già nel 1989 il cardinale Ratzinger che cito nel mio libro “L'amour et l'Eglise” (ed. Champ-Flammarion): “L’errore di fondo è di incentrare il problema dell’AIDS sull’uso del preservativo. Certamente i due si incontrano in un certo momento, ma questo non è il vero problema. Incentrarsi sul preservativo come mezzo di prevenzione significa porre in secondo piano tutte le realtà e tutti gli elementi umani che circondano il malato e che devono rimanere presenti nella nostra riflessione. La questione del preservativo è marginale, direi di casistica. [...]

Mi sembra che il problema fondamentale è trovare il giusto linguaggio in questa materia. Personalmente non mi piace l’espressione 'male minore'. D’altra parte, adesso la questione non è decidere tra una o un’altra posizione, ma cercare insieme il miglior modo per definire e comprendere l’azione possibile. [...] È segno che la riflessione non è definitiva [...]. Ciò che è chiaro, a mio avviso, è la necessità di una sessualità personalistica che considero essere la migliore e unica vera prevenzione. Bisogna tenere conto non solo del punto di vista teologico ma anche di quello delle scienze”[1].

Esistono due comportamenti per evitare l’AIDS: la fedeltà e l’astinenza, ed un mezzo tecnico: il preservativo. Se non è possibile indirizzare i comportamenti, allora è preferibile ricorrere a mezzi di protezione tecnici per non propagare la morte, anche se la priorità continua ad essere la formazione al senso di responsabilità.

Il cardinale Lustiger ha illustrato bene ciò che è in gioco in questa prospettiva dichiarando ai giornalisti de “L’Express” [2] : “Bisogna aiutare la nuova generazione che desidera scoprire la dignità dell’amore. La fedeltà è possibile. Ogni vero amore deve imparare la castità. I malati di AIDS sono chiamati, come ognuno di noi a vivere la castità non nella frustrazione ma nella libertà. Chi non ci riesce deve, utilizzando altri mezzi, evitare il peggio: evitare la morte”. Il giornalista domanda: “Il male minore è il preservativo?” “Un mezzo per non aggiungere un male ad altro male...”.

Detto in altri termini, non tutto è possibile in nome dell’amore: è necessario anche che le azioni siano coerenti con esso.

“La chiesa è esperta di umanità”, secondo l’espressione di Paolo VI all’ONU ed è anche maestra delle coscienze, facendo appello alla coscienza di ciascuno, alla sua libertà per non lasciarsi alienare, e al senso di una relazione autentica con l’altro. Come è possibile applicare questo al flagello dell’AIDS?

Mons. Anatrella: Per la Chiesa, “la sessualità, orientata, elevata e integrata dall'amore, acquista vera qualità umana”[3]. Anche se la persona non si colloca in questa prospettiva è ugualmente invitata ad impostare la sua esistenza, secondo la propria coscienza, in relazione alle realtà e alle esigenze morali. Detto in altri termini, l’amore è una prospettiva e un ordine razionale, sulla base del quale deve essere valutata la natura, la qualità e la verità della relazione e dell’impegno reciproco.

A fronte di questa esigenza, spetta poi a ciascuno assumere le proprie responsabilità usando la virtù della prudenza, nel calcolare e tenere conto di tutti i rischi della vita. Il preservativo, al di là del suo aspetto sanitario, quando è usato semplicemente per giustificare la molteplicità delle coppie, diventa – rispetto al senso dell’amore umano – segno della non autenticità della relazione e pertanto moralmente illecito. Questo comportamento simula l’amore, non lo sostituisce. In altri termini: non basta evitare incidenti stradali mettendosi la cintura, bisogna anche saper rispettare il codice stradale.

Benedetto XVI svolge la sua funzione e rimane sul suo terreno spirituale e morale quando riafferma i principi umani in materia di sessualità che riguardano tutti noi. L’AIDS dovrebbe cambiare questo?

I rapporti tra gli esseri umani implicano più di ciò che ci può apparire. L’espressione dell’amore sessuale non è una cosa banale. Ad un uomo e a una donna non basta l’intera vita per amarsi. La moltiplicazione delle coppie senza discernimento è una disgrazia totale per la dignità umana.

La sessualità umana non può essere modellata psicologicamente, né esprimersi moralmente, in funzione di una malattia, a meno che non si voglia approfittare di tale situazione per giustificare e costruire modelli sessuali sulla base di tendenze problematiche. La sessualità umana non si definisce in base all’AIDS, ma in base al senso dell’amore, di un amore che è impegno tra un uomo e una donna in una relazione e nella responsabilità. La Chiesa testimonia un amore di vita, un amore profetico.

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[1] G. Mattia, La Croix, 22 novembre 1989.

[2] “L'Express”, 9 dicembre 1988, p. 75, di Guillaume Maurie e Jean-Sebastien Stehli.

[3] Orientamenti educativi sull’amore umano, par. n. 6


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