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A scuola di predicazione da Filippo Neri

Last Update: 5/26/2010 6:29 PM
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A scuola di predicazione da Filippo Neri

Semplici ed efficaci per andare dritti al cuore


di Edoardo Aldo Cerrato

Procuratore generale degli oratoriani



Nella preghiera litanica che il cardinale John Henry Newman compose delineando il volto e la missione di san Filippo Neri, l'invocazione Sancte Philippe, qui Verbum Dei cotidianum distribuisti esprime l'amore di Filippo per la Parola di Dio, ma anche la novità della predicazione quotidiana in un'epoca in cui essa era piuttosto occasionale, tanto che Antonio Gallonio, autore della prima biografia del santo, poté scrivere che Filippo "fu il primo che introdusse in Roma la parola di Dio cotidiana".

Ciò che attirava all'Oratorio un numero crescente di persone, era, comunque, la semplicità e il modo familiare con cui egli, con evidente distanza dallo stile ampolloso e pieno di artifici retorici della sua epoca, trasmetteva ogni giorno la Parola di Dio. 

La preziosa eredità filippiana fu codificata negli Instituta della congregazione, approvati da Paolo V nel 1612:  "Coloro che sono stati scelti per questo ufficio nutrono l'anima degli ascoltatori con un genere di predicazione veramente fruttuoso, adattando soprattutto le parole, con ordinata successione, alla comprensione del popolo, senza concedere nulla alla vuota pomposità e al vano applauso; e confermano l'insegnamento particolarmente citando gli esempi dei Santi e con fatti storici documentati. Eviteranno inoltre (...) tutti gli argomenti che si addicono più alle scuole che all'Oratorio". Già il primo testo costituzionale (1583) stabiliva che cibo fondamentale nella congregazione oratoriana fosse la Scrittura di cui si chiedeva una conoscenza profonda attraverso un perseverante contatto:  percupimus eos qui publicis praedicationibus destinandi erunt Scripturae divinae paginas (...) diurna nocturnaque manu diligentissime pertractare. E gli scritti dei primi oratoriani, con la loro ricchezza di informazione e la penetrazione della Sacra Scrittura, mostrano quanto tale indicazione fosse diligentemente accolta.

"Padre Filippo - si legge nell'Itinerario spirituale dell'Oratorio - con il suo metodo creò una vera scuola nell'ambiente di Roma, dove i predicatori ecclesiastici rivaleggiavano con i classici pagani. Il Santo insegnava che per predicare, bisogna prima far molta preghiera, dar molta importanza alla pratica della virtù, avere retta intenzione nello studio e ricorrere frequentemente agli esempi presi dalla vita della Chiesa e dei Santi. Padre Giuliano Giustiniani era solito dire che un prete di Congregazione doveva morire sopra uno di questi "tre legni":  la predella dell'altare, il confessionale, la sedia dei ragionamenti".

A questo metodo si ispirarono fin da subito i primi che Filippo Neri chiamò a coadiuvarlo nella tractatio Verbi Dei, poiché, come testimonia padre Pompeo Pateri, Filippo "volle che i suoi discepoli si abituassero allo stesso modo a annunciare la Parola di Dio, per ferire più i cuori degli ascoltatori che le orecchie".

In qualche caso li educò alla semplicità, alla sincerità e a un rapporto di intima confidenza con gli ascoltatori anche con espedienti curiosi:  al padre Agostino Manni, anima poetica e di grande sensibilità artistica, incline a farsi prendere la mano dalla vena letteraria, fece ripetere, ad esempio, per sei volte lo stesso elaborato sermone, tanto che i fedeli pensarono che quel padre non sapesse dir altro; a padre Francesco Maria Tarugi, che in un sermone parlò, con enfasi eccessiva e impeto degno della miglior retorica, sull'utilità della sofferenza, padre Filippo, dopo essersi a lungo agitato sulla sedia per fargli comprendere di rientrare nei giusti confini, disse pubblicamente, al termine, che nessuno di loro aveva ancora versato una goccia di sangue per Gesù Cristo.

Per l'attrattiva che esercitava e per i frutti di sincera conversione che produceva, lo stile della predicazione filippiana si diffuse presto anche al di fuori dell'ambiente oratoriano dando il via al rifiorire della predicazione frequente nelle chiese romane:  i domenicani della Minerva furono i primi ad assumerlo, fin dal 1562, per iniziativa del loro priore Vincenzo Ercolani, grande amico di padre Filippo; gli scolopi stabilirono nelle loro costituzioni che si usasse la stessa familiare eloquenza "di cui si servono i RR. pp. dell'Oratorio alla Vallicella"; fuori Roma, san Carlo Borromeo lo prescrisse ai padri oblati di Milano e san Vincenzo de Paoli lo raccomandò ai suoi missionari.

Interessante, al riguardo, quanto riportato in una deposizione di padre Francesco Bozzio:  "Avendo saputo che alcuni religiosi avevano adottato il tipo di predicazione che si faceva nel nostro Oratorio, e poiché un padre diceva che non era lecito usurpare quello che Padre Filippo aveva istituito, il Beato Padre rispose:  oh se tutti fossero profeti..."

I testi del processo di canonizzazione di Filippo Neri, editi da Giovanni Incisa della Rocchetta e da Nello Vian - verso i quali l'Oratorio conserva, e non solo per questo, un grato ricordo - sono ricchi di testimonianze sul ministero della predicazione di padre Filippo, il quale, già negli anni della giovinezza, aveva suscitato ammirazione parlando nella chiesa romana di San Salvatore in Campo, negli incontri della confraternita della Santissima Trinità.

Prima di citarne alcune, merita ricordare quella contenuta in una lettera che egli ricevette da Napoli nel 1588, agli inizi di quell'Oratorio, fondato da padri provenienti dalla Casa di Roma:  "Oggi - scrisse padre Antonio Talpa - il padre messer Francesco Maria [Tarugi] ha parlato familiarmente, poi ha parlato messer Giovenale [Ancina]. Io ne ho sentita tanta consolazione che non potrei dir di più:  mi è sembrato di vedere l'Oratorio in quella purezza e semplicità che aveva a San Girolamo. (...) Desidererei che Vostra Reverenza non solo gli desse la sua approvazione, ma anche che glielo comandasse (...) Il frutto sarà certamente maggiore e minore la fatica, e, quel che più importa, si conserverà la forma di parlare propria dell'Oratorio e si trasmetterà ai posteri:  altrimenti si perderebbe, ed è il bene più grande che la nostra Congregazione possiede".



Nella risposta di Filippo Neri - diretta al Tarugi e affidata, come spesso accadeva, alla penna di Niccolò Gigli, molto caro al santo per il candore e la profonda sintonia di spirito - si legge una preziosa indicazione:  "Le dico che il Padre ed i Deputati e gli altri sacerdoti di Congregazione si sono rallegrati quando hanno saputo che Vostra Reverenza ha parlato sopra il libro, secondo l'antico costume dell'Oratorio, quando in spiritu et veritate et simplicitate cordis si predicava, lasciando che lo Spirito Santo infondesse le sue virtù in bocca a chi parlava".

Francesco M. Tarugi, ne era ben convinto:  tracciando le linee programmatiche su cui sviluppare il testo delle Costituzioni, egli affermava infatti:  "Si cerchi di mantenere l'Oratorio più con la devozione che con gli ornamenti del parlare"; e già qualche anno prima, scrivendo nel 1579 a Carlo Borromeo, aveva ricordato che l'Oratorio consiste "nel trattare ogni giorno il Verbo di Dio in modo familiare" precisando che la "familiarità" non doveva essere separata dalla "dignità dovuta" e la "semplicità" non doveva confondersi con la povertà dei contenuti, dal momento che scopo principale dell'Oratorio è "formare un uomo cristiano e tenerlo, con l'aiuto della Grazia, continuamente in esercizio".

Nelle deposizioni dei testi al processo è presente il ricordo della predicazione di padre Filippo in chiesa, durante le celebrazioni, caratterizzata da fervore e commozione, ma anche da una speciale capacità di leggere negli animi che gli consentiva di parlare a tutti tenendo presente la situazione di ognuno. Vigerio Aquilino, che attesta di averlo sentito spesso sermoneggiare nella Chiesa Nuova, depone:  "Una volta, mentre il Padre predicava pubblicamente, e credo che fosse l'anno 1583, raccontò dettagliatamente il caso di un conflitto spirituale molto stravagante, che diceva essere capitato ad un sacerdote. E io, che ero presente ed ero ordinato sacerdote sebbene ancora non avessi celebrato la messa, ho capito che il beato Padre faceva per me questo ragionamento, poiché questo conflitto era quello che si agitava in me, punto per punto, come il Padre lo raccontava. Donde io ne ricevetti ammirazione per il Padre e giovamento per la mia anima".

Ciò che ancor più colpiva era però il suo "ragionare" nell'Oratorio:  "Chi voglia farsi un'idea del predicare di lui - scrive il cardinale Capecelatro - deve risalire su fino a Gesù Cristo e ricordare la semplicità, la bellezza e la facilità grande delle parabole evangeliche".

Marcello Ferro, tra gli altri, descrive gli incontri in cui san Filippo, esponendo la Parola di Dio, come un "Socrate cristiano", coinvolgeva i presenti:  "Da quando mi posi nelle sue mani, intorno al 1553, mi sono trovato molte volte presente quando il beato Filippo, cominciava a parlare, o proponeva qualche cosa di spirituale e faceva dire agli astanti il loro parere".

Era toccante il fervore di Filippo:  "Si vedeva - ricorda un teste - che nel parlare delle cose di Dio andava tutto in spirito, e molte volte l'ho visto che tremava e si muoveva facendo tremare anche il letto (...) a volte sembrava che tremasse la camera stessa".

Il fenomeno era iniziato con la misteriosa effusione di Spirito Santo che Filippo ricevette, ancora laico - sarebbe stato ordinato sacerdote solo nel 1551, a trentasei anni - nell'imminenza della Pentecoste del 1544. Di quell'avvenimento egli custodì gelosamente il segreto - secretum meum mihi diceva - fin quasi al termine della sua vita, ma non sempre fu in grado di nascondere gli improvvisi calori, i tremiti, le estasi e le impressionanti palpitazioni del cuore di cui l'esame autoptico evidenziò l'enorme dilatazione.

Una prorompente commozione accompagnava spesso il fervore, testimonia, tra i molti, Marcello Vitelleschi - "Io ho visto molte volte il Padre piangere, perché non si poteva trattenere" - e l'abate Marco Antonio Maffa attesta che ciò accadeva anche nella predicazione del Padre in chiesa:  "L'ho sentito molte volte predicare (...) e come aveva detto dieci parole incominciava a versare lacrime nel parlare dell'amore di Dio, al punto che doveva interrompersi".

Fu questo il motivo per cui, negli ultimi anni della vita, non parlò più in pubblico. L'ultima volta che cercò di predicare è ricordata dai testi con particolare commozione:  "Mi ricordo ancora - testimonia Alessandro Illuminati, il 2 settembre 1595 - che, circa sei anni sono, mentre si facevano sermoni nell'oratorio il padre salì su la banca da sermoneggiare con tanto spirito, et venne in tanta dirottura de piangere che non possette dire una parola, et discese giù senza dir altro, et mai più ci è salito".

Da quel momento Filippo, che viveva della Parola di Dio, in modo ancor più efficace divenne tacito predicatore del Verbo, ripetendo, fin sul letto di morte:  "Cristo mio, Signor mio, tutto è vanità. Chi vuol altro che non sia Cristo non sa quel che si voglia, chi cerca altro che Cristo non sa quel che cerca, chi fa e non per Cristo non sa quel che si faccia".

Schola beati Patris sarà detto dal Gallonio e dai primi oratoriani il cammino dei discepoli di padre Filippo ed il metodo dell'Oratorio, che nell'ascolto della Parola di Dio, nella preghiera, nella assidua pratica sacramentale, nell'ascetica dell'umiltà come base per l'esercizio delle virtù ha il proprio punto di forza.
Senza proclami ufficiali, in tutta semplicità, l'Oratorio assunse il volto della comunità apostolica descritta dagli Atti, come testimoniano, tra i primi, Cesare Baronio e Francesco M. Tarugi:  "Sembrò riapparire, in relazione al tempo presente, il bel volto della comunità apostolica", "la rinnovazione dello spirito che ebbero i cristiani della primitiva Chiesa".




(©L'Osservatore Romano - 25-26 maggio 2009)
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Cesare Baronio e la storia vista dall'Oratorio

È Filippo Neri il padre degli "Annales"


Gli atti del convegno internazionale di studi "Baronio e le sue fonti" sono stati presentati il 27 novembre nel Palazzo Municipale di Sora. Pubblichiamo quasi integralmente l'intervento del procuratore generale della confederazione dell'Oratorio di san Filippo Neri.

di Edoardo Aldo Cerrato

Che cosa indusse san Filippo Neri a orientare allo studio della storia della Chiesa il giovane sorano Cesare Baronio, giunto a Roma da Napoli nell'ottobre del 1577 per continuare gli studi di Legge?

Nella deposizione al processo di canonizzazione di padre Filippo, richiamando gli inizi della sua esperienza all'Oratorio, il Baronio attesta:  "Mi comandò ch'io parlassi dell'istoria ecclesiastica; replicando io che non era secondo il mio gusto, ma che ero più presto a trattare cose dello spirito (...) agramente mi insisté; il che mi ha dato a pensare che il Padre, illuminato dallo Spirito Santo, volesse che tal fatica, alla Chiesa di Dio utile, si facesse (...) e facendomi parlare di questo per trent'anni nell'Oratorio, senza per così dire avvedermene, mi trovo aver fatta questa fatica". 

La "fatica" è, ovviamente, la composizione degli Annales Ecclesiastici che nascono dalla trentennale esposizione nell'Oratorio della storia della Chiesa:  lavoro fondato sull'amore filiale per la Chiesa, ma nutrito, mano a mano che l'impegno avanzava, dalla ricerca severa e dallo studio dei documenti, in perfetta sintonia con la scuola di Filippo, ardente di pietà devota, ma per nulla incline a fantasie e illusioni. La trattazione della storia rappresentava senza dubbio una felice novità, quando l'esposizione di argomento storico non rientrava - né in forma sistematica, né saltuariamente - nel programma di  formazione  spirituale di nessuna delle antiche come delle recenti istituzioni dedite all'apostolato.

La scelta di Filippo Neri ha radice, certamente, nella sua impostazione di uomo pratico, attento a privilegiare i fatti e la concretezza, invece che le teorie e le astratte argomentazioni. Ma non si può prescindere, nel valutarla, anche dalla speciale capacità che egli mostra, in vari ambiti, di intuire i bisogni del tempo e di cercare per essi concrete soluzioni.

Filippo Neri ebbe "antenne" speciali. Egli che, senza mai parlare di riforma, cambiò attraverso il suo ministero il volto dell'Urbe, sentì forse, e in modo più chiaro di altri, l'esigenza di introdurre i discepoli, attraverso la storia della Chiesa - non soltanto mediante le vite dei santi (che tanto spazio avevano nell'Oratorio) - nella viva esperienza di fede che aveva percorso i secoli; segnata, senza dubbio, da zone d'ombra, ma concreta vicenda storica in cui si attua l'opera della salvezza. Non è già comprensibile a questa luce la predilezione di Filippo per le catacombe, memoria storica dei martiri, e la rinnovata proposta di visita alle Sette Chiese, come incontro vivo e concreto con la grande testimonianza della tradizione cristiana?

È lecito chiedersi, tuttavia, se padre Filippo non abbia anche percepito l'importanza che l'argomentazione storica rivestiva nel dibattito acceso dalla Riforma protestante. Si sarebbe presto diffuso in Europa il forte attacco critico, condotto su base storica, contro la Chiesa cattolica dalle Centurie di Magdeburgo, con le quali Matthias Vlacich (Flacio Illirico) si proponeva, con un piano prettamente teologico, di scardinare la legittimità storica del cattolicesimo romano dimostrando la degenerazione della Chiesa di Roma rispetto alle origini.

La pubblicazione dei primi tre tomi della Ecclesiastica historia integram Ecclesiae Christi ideam (...) secundum singulas centurias vedeva la luce a Basilea nel 1559, ma già nel 1554, in una Consultatio de conscribenda accurata historia ecclesiae, parlando della futura pubblicazione delle Centurie, Flacio Illirico non nascondeva la decisiva spinta polemica antiromana; e nel 1556, aveva pubblicato a Basilea una serie di testimonianze antipapali che costituiranno l'ossatura delle Centurie:  il Catalogus testium veritatis qui ante nostram ætatem Pontifici Romano eiusque erroribus reclamaverunt.
L'incarico conferito da padre Filippo a Baronio si situa pochi mesi avanti l'edizione del primo volume delle Centurie, ma erano passati quattro anni dalla pubblicazione della Consultatio e due anni da quella del Catalogus. Non è azzardato pensare - come suggerisce anche Hubert Jedin - che a Roma, dove con facilità confluivano le notizie, egli ne fosse al corrente.

Si è dibattuto sull'ampiezza e la profondità della cultura di san Filippo Neri, della quale molti contemporanei hanno testimoniato l'eccellenza:  quel che è certo è che egli possedeva la vivace intelligenza che consente di captare - anche in ambito culturale - i fermenti più significativi.
A fronte della sfida protestante, la Chiesa cattolica presentava se stessa come la forma attuale, ma fedele, della Chiesa apostolica. La prima risposta cattolica alle Centurie di Magdeburgo sarebbe giunta nel 1573 con l'Adversus Magdeburgenses Centuriatores del gesuita Francisco Turriano, che pone in evidenza lo scarso rigore degli autori delle Centurie o addirittura l'ignoranza di ogni buona regola storiografica; ma in campo cattolico si diffondeva la consapevolezza che la forza d'urto delle Centurie di Flacio stava nel fatto di proporre la ricostruzione globale della vita della Chiesa; e che occorreva pertanto rispondere con un'opera paradigmatica che si ponesse allo stesso livello.

Tentarono l'impresa Onofrio Panvinio e Pietro Canisio, ma i loro scritti, pur validi, si rivelarono insufficienti. E a nulla approdò anche la commissione cardinalizia istituita da Pio V per confutare i centuriatori. Nel dicembre del 1578 Gregorio XIII affidò a Carlo Sigonio l'incarico di comporre una Historia ecclesiastica:  lo storico la concepirà nel rispetto dei principi enunciati dal cardinale Gabriele Paleotti, ma l'opera rimase incompiuta.

Cesare Baronio, che per dieci anni aveva elaborato e approfondito il materiale raccolto fin dall'inizio del suo incarico, era ormai pronto a rispondere all'impegno e poteva iniziare nel 1588 la pubblicazione degli Annales Ecclesiastici che avrebbero raggiunto, l'anno della sua morte, il numero di dodici volumi in folio illustrando la storia della Chiesa dalle origini al 1198.
Pensò a quest'opera padre Filippo quando indusse Baronio allo studio della storia per i sermoni dell'Oratorio?

Nel "Ringraziamento" a Neri, posto a capo del ix volume (1598), quando ormai il padre era morto da tre anni e il suo processo di canonizzazione era iniziato, Cesare Baronio lo afferma;  come  pure  farà  nella  seconda  deposizione al processo canonico, rilasciata nel 1607, quando citerà il sogno in cui aveva visto il santo conferirgli esplicitamente l'incarico di scribere Annales.

Il distaccato atteggiamento del santo verso la traduzione in scrittura delle fatiche baroniane è tuttavia un fatto, ampiamente documentato:  non da ascriversi, certo, a mancanza di interesse, ma piuttosto alla comprovata manifestazione del carattere di Filippo e alla costante preoccupazione per la crescita dei discepoli nell'umiltà; senza dimenticare che non mancava la realistica preoccupazione delle priorità incombenti sulla giovane Congregazione.

È di Filippo la paternità degli Annales:  certamente della finalità di essi, se non dei tomi - alcuni editi, tuttavia, da una tipografia appositamente allestita dalla congregazione, vivente il padre - che diedero fama universale al discepolo già famoso per la pubblicazione del Martyrologium Romanum e delle Adnotationes che lo accompagnavano. Fu padre Filippo, infatti, a introdurre il Baronio nella attività che gli avrebbe consentito di rispondere con solidi argomenti all'attacco con cui il mondo protestante cercava di minare, su base storica, la dottrina della Chiesa Romana.


(©L'Osservatore Romano - 28 novembre 2009 )
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San Filippo Neri fu tra i primi studiosi della Roma sotterranea

Una guida d'eccezione per le catacombe


di Vincenzo Fiocchi Nicolai

L'interesse di san Filippo Neri per i più antichi monumenti cristiani, e in particolare per le catacombe, è ben noto; esso è documentato da fonti antiche e del tutto attendibili. Già al primo processo di canonizzazione del prete fiorentino, nel 1595, il domenicano Francesco Cardoni, frequentatore del santo, ricordava come egli, nei primi anni della sua presenza a Roma (1533-1537), fosse solito raccogliersi in preghiera nella catacomba di San Sebastiano sulla via Appia:  per "dieci anni (...) era stato nelle grotte di S. Sebastiano, dove viveva di pane et di radiche d'herbe" (Il primo processo per san Filippo Neri nel Codice Vaticano Latino 3798 e in altri esemplari dell'archivio dell'Oratorio di Roma, i, a cura di Giovanni Incisa della Rocchetta e Nello Vian, Città del Vaticano 1957, p. 133).

Nella più antica Vita di san Filippo, scritta dall'oratoriano Antonio Gallonio intorno al 1600, si legge che egli saepissime, apud coemeterium, quod Calixti dicitur, in oratione pernoctabat. L'indicazione del coemeterium Calixti rinvia di nuovo alle catacombe di San Sebastiano, considerate allora erroneamente il "cuore" della famosa e grande necropoli callistiana. Ancora più autorevole di queste testimonianze è la deposizione del padre Germanico Fedeli, oratoriano e intimo di padre Filippo, resa ancora al primo processo di canonizzazione.

Vi si rammenta di come avesse udito più volte dalla stessa bocca del santo che egli da giovane "andava spessissime volte, solo, di notte, alle Sette Chiese, pernottando nelle dette Chiese, et, anco nel cemeterio di Calisto, et, che, quando trovava le chiese serrate, si fermava nelli porticati di dette chiese, a far oratione, et (...) alle volte a leggere qualche libro al lume della luna" (ibidem, iii, Città del Vaticano 1960, p. 257).

Se questa frequentazione giovanile di Filippo Neri delle catacombe di San Sebastiano è dunque solidamente attestata dai documenti, frutto di più tarde leggende e arricchimenti agiografici sembra l'ambientazione nei sotterranei del cimitero dell'Appia di altri episodi della vita del santo. Così quello della tentazione da parte di tre diavoli, dalle sembianze di giovani, avvenuta, secondo la testimonianza del Gallonio - il primo a riferirla - presso Capo di Bove (cioè il sepolcro di Cecilia Metella) e arbitrariamente trasferita, nella Roma Sotterranea dell'Aringhi (1651), nelle catacombe, dove, tra l'altro, i tre diavoli, per spaventare san Filippo, si sarebbero cimentati nello scuotere le lapidi che chiudevano le tombe. Così, soprattutto, l'episodio miracoloso della frattura del costato, che ancora Gallonio e altre autorevoli fonti ricordano avvenuto, nel 1544, senza una localizzazione precisa, e che solo successivamente viene ambientato negli ipogei di san Sebastiano.

Spingeva il giovane Filippo Neri all'assidua frequentazione delle catacombe, come documentano altre fonti contemporanee, la voglia di solitudine, il desiderio di pregare in luoghi appartati, la devozione verso i martiri, soprattutto la volontà di trarre alimento spirituale dal contatto con quelle antiche testimonianze e di recuperare in esse i valori più genuini del cristianesimo.

La catacomba di San Sebastiano, in quell'epoca, era una delle pochissime del suburbio romano che ancora potevano essere visitate. Alcune preziose planimetrie della fine del Cinquecento e dei primi anni del Seicento rivelano in effetti che un buon numero di ambulacri risultavano accessibili da due ingressi situati nella soprastante basilica. Tra questi, certamente anche il cubicolo nel quale, almeno a partire dalla metà del Seicento, si volle veder il luogo in cui san Filippo si ritirava in preghiera. Tale zona era allora detta "secreta" e risultava raggiungibile attraverso un percorso che prendeva avvio da una galleria che si apriva subito di fronte al cubicolo che ospitava la tomba di san Sebastiano. Nel vano considerato prediletto dal santo erano stati collocati, nell'occasione del Giubileo del 1650, un busto di Filippo Neri in terracotta e un'epigrafe metrica che ricordava la sua presenza nel sotterraneo.
 
L'ambiente - ancora oggi considerato "il cubicolo di san Filippo" - si presenta molto alterato dagli interventi di consolidamento moderni. Vi si può comunque ammirare la copia del busto di san Filippo dello scultore Andrea Bolgi, il cui originale si conserva in Santa Maria della Vallicella; accanto si leggono due lapidi commemorative, ancora, della dimora del santo nelle catacombe. Alcune immagini del tempo ritraggono san Filippo negli ambienti ipogei di san Sebastiano. Esse risultano molto idealizzate e pertanto è arduo trarre da esse elementi per individuarvi luoghi precisi:  così quella (probabilmente la più antica) attribuita alla cerchia di Cristoforo Roncalli detto il Pomarancio, conservata nelle camere del santo a Santa Maria in Vallicella, l'altra affrescata nella cosiddetta "sala rossa" dello stesso complesso vallicelliano e una terza riprodotta nella Roma Sotterranea dell'Aringhi nel 1651.

La frequentazione della catacomba di San Sebastiano da parte di Filippo Neri dovette contribuire non poco a diffondere la conoscenza degli antichi cimiteri cristiani di Roma e a renderli più popolari anche tra le classi meno colte. La pratica rinvigorita della visita alle Sette Chiese dovette svolgere, in questo senso, un ruolo non secondario. Le catacombe del resto, in quell'epoca, erano oggetto dei primi studi da parte degli antiquari interessati alle memorie religiose, ma anche dell'attenzione delle gerarchie ecclesiastiche che, nel clima infuocato della Riforma cattolica, vedevano, come è noto, nello studio e nella valorizzazione dei primi monumenti cristiani, un mezzo per combattere le tesi dei protestanti. Soprattutto le immagini dipinte nelle catacombe, che si andavano allora recuperando, sembravano fornire - con l'oggettività propria di un monumento antico - argomenti per affermare la realtà del culto dei santi e delle immagini sacre tra le primissime generazioni cristiane.

Se san Filippo Neri si accostava ai più antichi cimiteri cristiani soprattutto animato da motivazioni di carattere spirituale, egli promosse pure - nell'ambito della Congregazione dell'Oratorio da lui fondata - i primi studi storici e archeologici di taglio moderno sull'antichità cristiana.

All'ombra di san Filippo, l'oratoriano Cesare Baronio scrisse i suoi Annales Ecclesiastici, la prima storia della Chiesa che vagliava in modo critico (con i limiti del tempo) le fonti storiche e la documentazione archeologica. Particolarmente viva è la descrizione, nel secondo volume dell'opera, della neoscoperta catacomba di Vigna Sanchez sulla via Salaria - l'attuale "Anonima di via Anapo", allora erroneamente ritenuta il cimitero di Priscilla - da lui definita una vera sub terranea civitas e più volte perlustrata in lungo e in largo - vidimus, saepius lustravimus Priscillae coemeterium. Anche i primi studiosi delle catacombe, lo spagnolo Alfonso Ciacconio, il fiammingo Filippo De Winghe e il francese Giovanni L'Heureux, ma soprattutto il grande maltese Antonio Bosio, colui che con i suoi lavori sugli antichi cimiteri sotterranei, doveva gettare le basi della nuova disciplina scientifica dell'archeologia cristiana, trovarono nella Congregazione dell'Oratorio un ambiente culturale favorevole allo svolgimento delle loro ricerche. La Roma Sotterranea del Bosio, fu pubblicata, come è noto, postuma, nel 1632, per cura dell'oratoriano Giovanni Severano, amico dello studioso e autore egli stesso di un libro sulle Sette Chiese.

Tra i personaggi del tempo legati alla cerchia filippina e interessati allo studio delle antichità cristiane, è da ricordare anche il cardinale Federico Borromeo, intimo amico di Baronio, familiare e penitente dello stesso padre Filippo. Come apprendiamo dalle sue parole, negli anni del soggiorno romano (1586-1595), aveva perlustrato varie catacombe sotto la guida del Ciacconio. Egli curò una raccolta di copie di pitture delle catacombe tratte da quelle dello studioso spagnolo, che fece conservare nella Biblioteca Ambrosiana, ed ebbe egli stesso in mente di scrivere una Roma Sotterranea, dove ampio spazio avrebbe avuto il commento delle immagini pittoriche. Fu in effetti autore di un De Pictura Sacra, edito nel 1624, nel quale, fra l'altro, commentava, con discreto approccio critico, attraverso i testi, il significato delle più antiche immagini raffigurate sui monumenti. Fu anche particolarmente attento alla valorizzazione delle iscrizioni cristiane, di cui auspicava una pubblicazione complessiva, sull'esempio della raccolta delle epigrafi romane del Gruterus. Federico Borromeo, della cerchia più vicina all'Oratorio, fu probabilmente colui che possedeva una più spiccata e autentica vocazione per gli studi archeologici. In questo senso la sua figura deve essere ancora pienamente valutata.

Il legame di Filippo Neri con le catacombe romane non cessò neanche dopo la sua morte. Al primo processo di canonizzazione, l'abate Giacomo Crescenzi del monastero di Sant'Eutizio presso Norcia, vicino a san Filippo e investigatore anch'egli degli antichi cimiteri sotterranei di Roma, rese testimonianza insieme a un gruppo di amici, del curioso episodio di cui erano stati protagonisti durante una perlustrazione della catacomba dei Giordani sulla via Salaria, il 10 dicembre 1598. Nel percorrere l'intricato groviglio di gallerie, per inesperienza, il gruppo aveva infine smarrito la strada; sarebbero state le preghiere rivolte a padre Filippo ("chi con parole et chi col core") a farli miracolosamente uscire, ormai stremati e privi di luce, nello "spatio de un Miserere, da quel labirinto sotterraneo (Processo, ii, Città del Vaticano 1958, pp. 215-218). La testimonianza si rivela utile anche per la ricostruzione dell'assetto originario dell'antico cimitero della Salaria, in quanto in essa compaiono accenni circostanziati a luoghi e monumenti in gran parte oggi perduti.

Gli ambienti della catacomba di San Sebastiano frequentati da san Filippo sono ancora ai giorni nostri meta di studiosi e visitatori. I restauri che vi sono stati condotti in questi ultimi anni dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra ne consentono una migliore e più sicura fruizione e assicurano la conservazione di luoghi altamente significativi per la storia degli esordi dell'archeologia cristiana.


(©L'Osservatore Romano - 26 maggio 2010)
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