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La Chiesa perseguitata

Last Update: 2/18/2010 7:33 PM
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Arresti e minacce contro cristiani in Laos


Vientiane, 21. È allarme in Laos per la libertà e la sicurezza della minoranza cristiana. A lanciarlo è il gruppo Human Rights Watch for Laos Religious Freedom (Hrwlrf) che nelle ultime settimane ha registrato diversi episodi di persecuzione, soprattutto nei confronti dei protestanti, accusati dalle autorità d'aderire a credenze straniere e di rappresentare perciò una "minaccia" per il Paese.
Tra gli episodi segnalati dall'organizzazione umanitaria, l'arresto nel sud del Paese di Thao Oun, uno dei leader protestanti locali. L'uomo è stato interrogato e minacciato per ore, con la pressante richiesta di denunciare altri correligionari.
Pochi giorni dopo un altro fedele, da poco convertitosi al cristianesimo, è stato bandito dal proprio villaggio per essersi rifiutato d'abiurare. E nella zona le autorità impediscono anche ai cristiani di mandare i figli a scuola e negano loro l'acqua, le cure mediche e la protezione della legge. Inoltre, in questo clima - riferisce AsiaNews - si registrano "frequenti aggressioni anche da parte di semplici cittadini, che sanno di poter usare violenza ai cristiani senza dover temere conseguenze".
Risale alla fine degli anni Novanta l'ultima ondata di persecuzione anticristiana in Laos. Ciò spinse il rapporto annuale degli Stati Uniti sulla libertà religiosa nel mondo a mettere il Paese "sotto osservazione". Le pressioni internazionali e anche il rischio di perdere gli aiuti finanziari suggerirono una maggiore e sostanziale tolleranza religiosa. Tuttavia, oggi - è la denuncia di Hrwlrf - Vientiane sembra aver cambiato registro.
Negli ultimi tempi, secondo l'ultimo rapporto sulla libertà religiosa nel mondo, oltre cinquecento cristiani avrebbero subito violenze, minacce e vessazioni nel tentativo di spingerli a rinnegare la propria fede. Oltre al carcere, è frequente anche il sequestro del bestiame, il rifiuto della scuola per i figli e la negazione dei documenti d'identità.


(©L'Osservatore Romano - 21-22 settembre 2009)
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Iraq: per i cristiani non c'è alcun posto sicuro

La violenza ha invaso anche la regione di Ninive



KÖNIGSTEIN, mercoledì, 30 settembre 2009 (ZENIT.org).-

I cristiani iracheni stanno iniziando ad abbandonare l'unica zona in cui pensavano di essere al sicuro – la loro antica patria nelle pianure di Ninive.

Secondo i rapporti del clero del nord del Paese, negli ultimi mesi si è verificata un'emigrazione lenta ma costante dai villaggi e dalle città nei pressi di Mosul, dove i fedeli sono presenti fin dai primi secoli del cristianesimo.

Tutto, riferisce l'associazione caritativa internazionale Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), avviene dopo gli avvertimenti di un altro attacco alla Chiesa atteso subito dopo le elezioni del gennaio prossimo.

Padre Bashar Warda ha affermato che i cristiani nella regione di Ninive stanno iniziando a sentirsi minacciati dalla mancanza di sicurezza che ha colpito tanti fedeli in molte altre parti dell'Iraq.

Secondo il sacerdote, anche se è difficile presentare stime precise, i villaggi totalmente cristiani della regione di Ninive perdono 30 o 40 fedeli al mese, a volte anche di più.

Questi numeri sono ancora più preoccupanti se si considera che i villaggi quasi totalmente cristiani sono il luogo in cui si sono rifugiati i fedeli che si sentivano minacciati in altre zone del Paese. Dopo l'ondata di propaganda e attacchi anticristiani a Mosul dell'anno scorso, infatti, molti si sono trasferiti nella regione di Ninive.

Padre Warda, rettore del Sdeminario maggiore di St Peter ad Ankawa, fuori Erbil, la capitale provinciale del nord curdo dell'Iraq, ha osservato che ci si attende un aumento dell'emigrazione da Ninive dopo che una famosa dottoressa è stata rapita in casa propria a Bartala, una delle più importanti città della zona.

Mahasin Bashir, ginecologa, è stata liberata questa domenica a Baashiqa, a circa 10 chilometri da Bartala. Il rapimento, secondo padre Warda, “ha avuto forti ripercussioni” nella zona, che di recente non aveva subito sequestri, esplosioni e altri incidenti.

Un'escalation della violenza in seguito alle elezioni del 2010 potrebbe avere conseguenze catastrofiche per la sopravvivenza della Chiesa e porterebbe ancor più fedeli ad abbandonare il Paese, ha avvertito il presbitero.

Secondo le ultime stime, i cristiani iracheni, che nel 1987 erano 1,4 milioni, sarebbero ormai meno di 400.000.
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Iraq: assassinato un infermiere cristiano

L'Arcivescovo di Kirkuk definisce la situazione “preoccupante”



KIRKUK, martedì, 6 ottobre 2009 (ZENIT.org).-

E' stato assassinato questo sabato Imad Elia Abdul Karim, infermiere cristiano di 55 anni, sequestrato davanti alla sua casa nel quartiere di Mualimin, a Kirkuk (Iraq).

Fonti locali hanno riferito ad AsiaNews che questo sabato la polizia ha rinvenuto il cadavere dell'uomo “buttato” per strada, nel quartiere di Dumez e Asra Wa Mafqudin. E' lo stesso luogo in cui sono stati uccisi in precedenza Aziz Risqo, un importante funzionario cristiano della città, e due donne. Secondo un primo rapporto medico, il corpo “presenta evidenti segni di tortura”.

Nello stesso giorno, monsignor Louis Sako, Arcivescovo di Kirkuk, aveva rivolto un appello alle autorità e ai giornali locali per la liberazione, definendo la situazione dei cristiani “preoccupante” perché negli ultimi mesi sono sempre più “obiettivo di minacce, sequestri e omicidi”.Il rapimento è avvenuto nel pomeriggio del 3 ottobre. Durante l'assalto, il gruppo – formato da tre persone – ha aperto il fuoco ferendo l'infermiere, sposato e padre di due figli.

Fonti locali hanno spiegato che Imad Elia Abdulkarim stava riparando la sua automobile quando è arrivato un “gruppo di tre persone che ha sparato” in direzione dell'uomo. I malviventi lo hanno portato via, facendo poi perdere le proprie tracce.

“Imad – ha detto un cristiano – è un uomo buono molto noto nell'ambiente della sanità a Kirkuk. Il motivo del sequestro potrebbe essere un'eventuale richiesta di denaro, o potrebbe essere collegata alla sua attività professionale”.

La comunità cristiana conferma il clima di “paura” per i numerosi casi di “sequestri e omicidi avvenuti quest'anno”. Dopo il rapimento del medico Samir Gorja, alcune famiglie “hanno abbandonato la città. Il Governo non fa nulla e i cristiani sono diventati un obiettivo” da attaccare.

Lo stesso giorno del sequestro, l'Arcidiocesi di Kirkuk ha rivolto un appello per la liberazione dell'infermiere. In un messaggio ai media e alle autorità cittadine, monsignor Sako ha confermato che “i cristiani sono un bersaglio della violenza” e ha denunciato quanti “mirano a guadagni politici” o “approfittano di una mancanza d'ordine” per continuare a sequestrare persone e a chiedere “riscatti in denaro”.

“Tutti – ha ricordato il presule – sanno che i cristiani sono cittadini di questo Paese e di questa città; nessuno dubita del loro amore per la patria, della loro sincerità”.

Allo stesso modo, ha parlato di “atti contro i cristiani che vogliono avere un ruolo nella ricostruzione del Paese” e di “una cultura dell'umiliazione che rifiutiamo con forza”, e ha invitato “le autorità governative e le persone oneste dell'Iraq e di Kirkuk a fare di tutto per difendere i cittadini, chiunque siano”.

Rinnovando la richiesta di “dialogo e cooperazione sincera”, monsignor Sako chiedeva “ai sequestratori di Imad Elia Abdul Karim di avere timor di Dio” e di liberare l'ostaggio perché potesse “tornare dalla sua famiglia e dai suoi figli il prima possibile”. Un appello che non è stato ascoltato. 
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Cristiani iracheni: una lunga storia, un futuro precario

Un documentario lancia un grido di aiuto al mondo

di Genevieve Pollock

ARBIL, martedì, 17 novembre 2009 (ZENIT.org).-

Un nuovo documentario prodotto da cattolici in Iraq invita a prendere contatto con la storia, la cultura, i martiri e le lotte di una delle più antiche comunità cristiane.

Hank e Diane McCormick, una coppia di missionari che lavora nel nord dell'Iraq, ha raccontato a ZENIT che il primo episodio del documentario, diviso in cinque parti, può essere visionato on-line in tutto il mondo da chi vuole “incontrare” i cattolici del Medio Oriente.

Il video presenta la storia dei martiri cristiani della regione e quella dei cattolici – Vescovi, sacerdoti e laici – che lavorano in scuole, ospedali e altri servizi. Illustra scene della zona dei luoghi santi, oggetti antichi, celebrazioni liturgiche e musica locale.

Diane, che ha lavorato al progetto come redattrice, ha spiegato che si tratta di uno sforzo congiunto delle Chiese caldea, siriaca, maronita e latina, prodotto come un grido di aiuto.

Il messaggio dei cattolici al mondo, ha affermato, è: “Aiuto, aiuto ora che c'è ancora un gran numero di riti che può sopravvivere”.

“Tra 10 anni potrebbero non esistere più”, ha aggiunto. La partenza dei cristiani “è una perdita, anche per i musulmani; un Oriente senza cristiani non sarebbe lo stesso”.

Situazione precaria

L'introduzione al video informa che la situazione della comunità cristiana della regione, che risale all'apostolo San Tommaso, è attualmente “precaria”.“Questi cattolici non possono restare in quella che da 2000 anni è la loro terra senza l'aiuto dei loro fratelli e delle loro sorelle cattolici” di altri continenti, indica.

Il video, intitolato “An Open Door” (“Una Porta Aperta”), offre “uno sguardo alle menti e ai cuori dei cattolici che vivono in Iraq”, spiegando che “la loro natura pacifica e lo status di minoranza troppo piccola per difendersi hanno fatto sì che siano stati un bersaglio e abbiano avuto vittime guerra dopo guerra”.

Il numero dei cristiani nella regione è crollato da 1,5 milioni a circa 350.000, e continua a diminuire.

Hank, che ha lavorato nel video come cameraman e traduttore, ha spiegato a ZENIT che i leader della Chiesa nutrono la speranza che la gente veda il video e “venga ad aiutare”.

E' necessario sostegno per “costruire industrie, erigere scuole cattoliche, seminari minori, ospedali, per adottare parrocchie in Iraq, aprendo così la comunicazione tra gli iracheni e il mondo esterno”.

“I cattolici mediorientali non sono terroristi né rifugiati”, spiega il video. “Sono persone, individui con una profonda fede, una ricca eredità e molto coraggio”.

Martire moderno

Il primo episodio racconta la storia di padre Ragheed Ganni, pastore di 34 anni di Mosul ucciso da quattro proiettili davanti alla sua chiesa nel 2007.Nel video, un compagno del sacerdote mostra l'icona, attraversata da un foro di pallottola, che padre Ganni teneva in tasca quando è stato assassinato.“La situazione qui è peggiore che all'inferno”, aveva scritto il pastore in un'e-mail a un ex professore il giorno prima di morire.

In suo onore, a circa 40 chilometri da dove è morto, i cattolici hanno istituito il Centro Medico Padre Ragheed Ganni, dove i volontari lavorano distribuendo medicinali gratuiti a cristiani e musulmani.

La dottoressa Ranna Enwya, che lavora nella clinica, era molto amica di padre Ganni e racconta che il sacerdote era costantemente consapevole della possibilità di poter morire in qualunque momento, ma che nonostante questo lavorava duramente ed “era sempre allegro”.

“Ci ha insegnato come essere felici”, ha dichiarato.

La dottoressa ha ricordato che il presbitero diceva a Dio: “Anche se perdo la mia vita va bene, perché sarà con te e per te”.

“Mi ha insegnato che si vive solo una volta – ha proseguito il medico –. Per questo devo far sì che ogni momento della mia vita sia utile agli altri. E se lo è, mi farà felice”.

Enwya lavora insieme al dottor Basman Gilal Marcos, un cattolico che grazie al suo impiego nel Centro Medico è tornato a praticare la fede dopo averla abbandonata per circa 20 anni. Serve centinaia di persone che arrivano ogni venerdì e ogni domenica per le medicine.

Hank ha spiegato che l'impatto dei cattolici nella zona deriva dalle scuole, dagli ospedali e dai servizi che forniscono. “Ci riescono anche in mezzo alla guerra”, ha riconosciuto.

Padre Rayan Atto, un sacerdote diocesano che dirige il Centro Medico, racconta nel video come padre Ganni stia intercedendo per il progetto e abbia aiutato con “molti miracoli”.

Storie di grande impegno

Man mano che il documentario passa ad altri episodi, monsignor Jack Ishaak, decano del Babel College ad Arbil-Ankowa, spiega la ricca eredità dei 2.000 anni di storia della comunità e il ruolo attuale della religione nella vita quotidiana. Insieme ad altri presuli, analizza la liturgia caldea e le sue antiche radici nei riti ebraici di Gerusalemme.

Il terzo episodio rivela come il successo dell'educazione cattolica si traduca in “sicurezza” per il futuro dei cristiani “che vivono in mezzo a 25 milioni di musulmani”.

L'episodio finale presenta testimonianze dei cattolici che sono stati sequestrati o sono rimasti vittime del crimine e della persecuzione religiosa, e le loro spiegazioni sul “perché vogliono restare in quella che da duemila anni è la loro patria”.

Si esorta anche la comunità mondiale a fornire opportunità che “permettano ai cristiani di cambiare il proprio status di rifugiati”.

Per Hank questo progetto è “una risposta alla chiamata all'ecumenismo della Chiesa e all'appello del Santo Padre ad aiutare i cristiani del Medio Oriente”.“A causa della guerra e della violenza civile, che vengono costantemente mostrate nei notiziari, è necessario che la gente – soprattutto i cattolici – veda le immagini del nord dell'Iraq, le veda e ascolti le storie dei cattolici in azione”.

Padre Jean Abou Khalife, fondatore e direttore di TV Charity, un apostolato dei Missionari Libanesi Maroniti, si è assunto la responsabilità della produzione del video.

La Chiesa cattolica caldea, attraverso il Seminario Caldeo di San Pietro ad Arbil, si è incaricata del contenuto e della regia.

L'agenda

Diane ha spiegato che il video è stato “uno sforzo di cooperazione tra le Chiese”, che sperano “promuoverà l'agenda” del Sinodo dei Vescovi per il Medio Oriente del 2010 “con mezzi non professionali”.

Ha raccontato a ZENIT che il messaggio del documentario, presentato dall'Arcivescovo di Kirkuk, monsignor Louis Sako, “riflette i principali punti da dibattere nel Sinodo”.

L'Arcivescovo caldeo si è concentrato sulla necessità che la Chiesa locale passi dal concentrarsi sul passato a prepararsi per il futuro, dedicandosi a identificare la sua vocazione e la sua missione nel nord dell'Iraq oggi.

Non è qualcosa che gli iracheni possono fare da soli, osserva, ma sarà possibile in comunione con la Chiesa universale.

“Il nostro lavoro è risvegliare in Occidente la coscienza sulle dimensioni del problema, e poi generare il sostegno per costruire scuole, ospedali, cliniche e altro”, ha detto Hank.

“I cattolici iracheni formano una classe professionale. Hanno spirito d'iniziativa, capacità e il desiderio di riuscire, ma la guerra li ha sfollati e ha privati dell'impiego”.

“Devono esserci investimenti dall'esterno. La Chiesa userà il Sinodo per fare la sua parte, e noi dobbiamo fare la nostra, che è cooperare, donare e sacrificarci per aiutare la comunità cattolica a sopravvivere in Iraq”.

La prima parte del video è attualmente disponibile per essere visionata on-line. Quando verranno completati gli altri episodi, alla fine del mese, verrà prodotto un DVD per la distribuzione.

Per vedere on-line la prima parte di “An Open Door”: www.charityandjustice.org

Per richiedere un DVD: anopendoor@tvcharity.org

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]
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In Pakistan non tutti i cittadini sono uguali

La denuncia del Vescovo di Faisalabad alla Camera dei Deputati italiana


di Chiara Santomiero


ROMA, martedì, 17 novembre 2009 (ZENIT.org).-

Non sempre per le comunità cristiane nel mondo è facile vivere la propria fede senza essere discriminate sul piano dei diritti civili se non della incolumità personale dei suoi appartenenti.

Se ne è parlato questo martedì nel corso della conferenza stampa svoltasi nella Sala del Mappamondo della Camera dei Deputati italiana per iniziativa dell'associazione "Salva i monasteri" (www.salvaimonasteri.org), nata per sensibilizzare l'opinione pubblica sul problema della distruzione dei monasteri ortodossi serbi in Kosovo.

"Senza uguaglianza nei fatti, non c'è una vera libertà religiosa", ha affermato monsignor Joseph Coutts, Vescovo di Faisalabad (Pakistan).

Il Pakistan è ufficialmente una Repubblica islamica, con 170 milioni di abitanti; i cristiani delle varie confessioni sono in tutto 3 milioni e rappresentano il 2% della popolazione.

"La Costituzione - ha affermato monsignor Coutts - assicura la libertà di culto e i diritti civili, ma i non musulmani sono di fatto cittadini di seconda classe, con pesanti discriminazioni nell'accesso al lavoro".

Alcuni partiti politici premono da tempo perché lo Stato pakistano adotti la sharia, la legge islamica, e se l'impianto normativo è ancora quello introdotto all'epoca del colonialismo britannico, gradualmente sono state approvate alcune leggi di contenuto religioso.

Secondo il Vescovo Coutts, "la legge 295, in particolare, può diventare molto pericolosa nelle sue applicazioni". La legge consta di tre paragrafi; il primo proibisce di pronunciarsi contro la religione di un altro gruppo, i suoi ministri e i luoghi di culto; il secondo commina una condanna a vita per chi dissacra il Corano e il terzo prevede la pena di morte per chiunque insulti il profeta Maometto in qualsiasi modo, direttamente o indirettamente.

Questo terzo paragrafo si presta a qualsiasi tipo di abuso perché è facile rivolgerlo a danno di qualcuno. Avviene, inoltre, che "una volta formulata l'accusa, la gente si scagli contro il malcapitato prima che venga stabilito se ha o meno un fondamento reale".

"Fino ad oggi - ha raccontato Coutts - non ci sono state condanne sulla base della legge 295, ma si sono verificate delle uccisioni in seguito alle accuse e almeno 900 persone sono in carcere per blasfemia, di cui 500 sono musulmani".

Intanto il clima è cambiato e cresce l'intolleranza: "due mesi fa, la folla ha attaccato un villaggio cristiano e sono morte otto persone solo perché qualcuno aveva accusato la gente di quel posto di aver dissacrato il Corano. Questa è la quinta volta che accadono episodi simili, il primo si è verificato nel 1983".Va detto che "il pericolo viene dai gruppi fondamentalisti e non si può dire che tutti i musulmani siano pronti ad attaccare i cristiani". A Faisalabad funziona un comitato di imam e responsabili delle comunità cristiane che si riuniscono per affrontare i problemi che si presentano. A Rawalpindi c'è un centro di documentazione interreligioso, ma "abbiamo constatato che più che di dialogo teologico - per forza di cose limitato - abbiamo bisogno di dialogare riguardo ai temi sociali sui quali si può lavorare insieme".

Proprio l'intensa attività sociale nel campo dell'handicap e della tossicodipendenza, insieme alla gestione di diverse scuole, rappresenta il punto di forza della comunità cristiana. "Sebbene minoritaria - ha commentato il Vescovo di Faisalabad -, la nostra presenza non è tuttavia nascosta".

"Abbiamo nostri rappresentanti in Parlamento, alcune pubblicazioni e una Commissione episcopale per la giustizia e la pace che ha promosso delle iniziative da cui è nato un movimento per la modifica della legge sulla blasfemia", ha concluso. "Con l'aiuto dei musulmani che si rendono conto delle gravi implicazioni per la libertà di questa legge contiamo di poterla modificare".

In Iraq c'è una persecuzione religiosa di sistema, non di Stato

Dichiara l'Arcivescovo Jules Mikahel Al-Jamil


di Jesús Colina


ROMA, martedì, 17 novembre 2009 (ZENIT.org).-

In Iraq la persecuzione religiosa non è "di Stato" ma "di sistema", spiega un rappresentante delle comunità cattoliche del Paese a Roma.

L'Arcivescovo Jules Mikhael Al-Jamil, procuratore del Patriarcato Cattolico Siriaco a Roma, ha presentato la sua analisi questo martedì intervenendo a un incontro con la stampa organizzato nella sala più solenne della Camera dei Deputati.

Il presule, 71 anni, ha denunciato che nel sistema sociale del Paese i cristiani, essendo una piccola minoranza, non hanno sostegni per difendersi, diventando facili prede di criminali comuni o di gruppi come Al Quaeda, la rete terroristica di Osama bin Laden.

Per questo motivo, spiega, si può dire che si tratta di una "persecuzione religiosa" provocata da un sistema sociale che si ispira a una visione del Corano secondo la quale l'islam e i suoi seguaci devono dominare e non essere dominati, concependo i credenti di altre religioni come cittadini con meno diritti.L'Arcivescovo, esperto di cultura e letteratura araba, ricorda che secondo il libro riconosciuto come sacro dai fedeli musulmani l'islam è una religione al di sopra delle altre.

Nel passato dell'Iraq (e alcuni applicano ancora questa visione), spiega, "i cristiani che si trovavano sotto un regime o una dottrina islamici erano liberi di credere nell'islam, o di abbandonare la loro terra, o di offrire un'imposta per vivere in pace".

In passato, riconosce, in Iraq i cristiani erano una minoranza piuttosto influente, che offrì un contributo decisivo alla cultura del Paese, come ad esempio nella creazione e nello sviluppo della prima Università di Baghdad, il che ha permesso loro di "godere di rispetto".

"Ciò non significa tuttavia che godano degli stessi diritti", secondo certe interpretazioni del Corano. In un regime islamico, "un cristiano non può dominare su un musulmano"; "un generale dell'Esercito non può essere cristiano".

Ora che dopo la guerra i cristiani hanno perso peso politico e influenza sociale e molti hanno abbandonato la propria terra, subiscono la "persecuzione di un sistema" sociale dominante, perché sono indifesi.

In una conversazione con ZENIT, l'Arcivescovo non si è detto favorevole alla proposta di rafforzare i diritti dei cristiani creano un enclave cristiano a Ninive (dove c'è una maggioranza cristiana), perché i cristiani fanno parte del tessuto sociale di tutto il Paese.

Non sostiene neanche l'emigrazione all'estero, perché come afferma "la Chiesa deve essere presenza di Cristo nel Paese. Se quando la situazione è difficile noi cristiani fuggiamo, allora non diamo quella testimonianza che è invece necessaria. E se le generazioni si sradicano, non torneranno mai".

Secondo il presule, in un Paese democratico come dice e vuole essere l'Iraq i cristiani devono godere degli stessi diritti degli altri cittadini.

L'incontro nella Sala del Mappamondo della Camera dei Deputati è stato organizzato su proposta dell'associazione "Salva i monasteri" (www.salvaimonasteri.org) per sensibilizzare sulla situazione delle chiese e dei monasteri che vengono distrutti in Iraq, Pakistan e Kosovo.
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India: Giornata nazionale in ricordo dei cristiani morti in Orissa

Si propone di celebrarla l'ultima domenica di agosto

BHUBANESWAR, martedì, 17 novembre 2009 (ZENIT.org).-
 
La Chiesa in India vuole istituire una “Giornata nazionale dei martiri dell'India”, che si dovrebbe celebrare l'ultima domenica di agosto, anniversario del massacro nell'Orissa.

La Commissione per l'Ecumenismo della Conferenza Episcopale Indiana ha lanciato la proposta al termine di un incontro a Jhansi con i segretari regionali, come ha reso noto l'agenzia Fides.

La Giornata ricorderebbe tutti coloro – sacerdoti, religiosi e laici – che “hanno sacrificato la vita a causa della loro fede in Cristo” e sono i “moderni martiri” dell’India di oggi.

La data vuole richiamare i cristiani morti a causa della violenza che ha sconvolto lo Stato indiano dell'Orissa, iniziata nell'agosto 2008.

La proposta è stata accettata all'unanimità da tutte le confessioni cristiane presenti nel Paese. Se riceverà l'approvazione definitiva, si celebrerà a livello ecumenico, ottenendo così più forza e visibilità.

La Commissione ha ricordato che “i cristiani hanno un martirologio comune, che include tutti i martiri del Novecento e del secolo in corso”.

Il Vescovo di Jalandhar e presidente della Commissione per l'Ecumenismo, monsignor Anil Cuto, ha sottolineato in un comunicato che il martirio è la più alta forma d'amore.

“Stimo facendo uno sforzo per ricordare quanti sono morti nel nome del Signore Gesù Cristo – ha spiegato –. E’ una memoria che vogliamo confermare e continuare a beneficio delle nuove generazioni”.

“Celebrarla a livello ecumenico significa rafforzare l’unità fra le Chiese cristiane in India. Istituirla sarebbe una decisione storica che speriamo si avveri al più presto”, ha aggiunto.

Nel frattempo, i delegati del Movimento Giovanile Cattolico Indiano, riuniti in assemblea nei giorni scorsi a Mangalore, hanno rivolto un appello perché si ponga fine alla violenza.

Più di 500 giovani del Movimento hanno partecipato alla manifestazione per la pace che si è svolta nella città al termine dell'assemblea.

La comunità cristiana denuncia la lentezza della giustizia: finora solo 27 persone, delle oltre 600 arrestate, sono state condannate per i fatti avvenuti nell'Orissa.

Il fatto che molti accusati siano stati messi in libertà, avverte, mette in pericolo quanti sono stati testimoni delle violenze. 
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India: salgono a 56 gli attacchi contro una chiesa cristiana nel Karnataka


ROMA, venerdì, 20 novembre 2009 (ZENIT.org).-

Gli attacchi contro le chiese cristiane nello Stato indiano del Karnataka sembrano purtroppo diventati un appuntamento ricorrente. La notte del 17 novembre, infatti, è stato perpetrato il 56° assalto contro un tempio dall'inizio dell'anno. L'obiettivo è stata la Beersheba Church of God di Humanabad, nel distretto di Bidar.

Secondo quanto ha reso noto l'agenzia AsiaNews, alle tre di notte un gruppo di sconosciuti ha fatto irruzione nella chiesa scardinando le porte di ingresso. Finestre e arredi sono stati distrutti, mentre la croce posta sulla sommità dell'edificio è stata divelta.

La comunità cristiana che fa riferimento alla Beersheba Church of God è composta da un’ottantina di fedeli, guidati dal pastore Devadas Chandrapa, di 32 anni. I fedeli hanno avvisato dell'accaduto la polizia di Humanabad e i media locali. Il commissario N. Sathish Kumar ha assicurato indagini rapide, promettendo la cattura dei responsabili entro tre giorni e garantendo che verrà prestata una maggiore attenzione alla sicurezza dei cristiani locali.

Sajan K George, presidente del Global Council of Indian Christians (Gcic), ha confessato ad AsiaNews che “l’ondata di incidenti contro i cristiani sta aumentando nel Karnataka e in altri Stati governati dal Bharatiya Janata Party (Bjp), riflettendo una crescente intolleranza religiosa”.

“Il Governo sta fallendo nel suo dovere di proteggere le minoranze cristiane e tenere a bada i radicali indù”, ha denunciato. A suo avviso, “le assoluzioni a catena” del politico del Bjp Manoj Pradhan, tra i principali responsabili delle violenze passate nel distretto del Kandhamal, “hanno fatto capire ai fondamentalisti che possono farla franca davanti alla giustizia”.

L'attacco di Humanabad segue di pochissimi giorni il 55° episodio di violenza contro un tempio cristiano nel Karnataka. Il 12 novembre, infatti, un gruppo di radicali indù del Vishva Hindu Parishad (Vhp) ha interrotto la costruzione di una chiesa a Bhadravati, nel distretto di Shimoga.

Gli estremisti hanno denunciato alle autorità il pastore della comunità locale, accusandolo di conversioni forzate. La Shimoga Development Authority ha indagato il religioso chiedendogli di rispondere delle accuse mosse contro di lui.
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Distrutta la chiesa di Sant'Efrem e danneggiata la Casa madre delle suore domenicane di Santa Caterina

Gli attentati a Mossul colpiscono tutti i cristiani


Baghdad, 26. "Ci dispiace, dispiace a tutti i cristiani dell'Iraq, dispiace a tutto il mondo l'attentato che ha raso al suolo la chiesa di Sant'Efrem a Mossul e colpito la Casa madre delle suore domenicane di Santa Caterina". Con queste parole fonti cristiane in Iraq hanno comunicato nel primo pomeriggio al nostro giornale lo sconcerto e il turbamento per gli attacchi dinamitardi compiuti questa mattina nella città. Nel darne notizia, l'agenzia AsiaNews ha aggiunto di non avere notizie di morti o feriti.
Un commando di una decina di persone - riferisce l'agenzia - ha fatto irruzione nella chiesa caldea di Sant'Efrem, situata nel quartiere di al-Jadida, nella parte nuova della città. Gli attentatori hanno fatto uscire le persone che si trovavano all'interno del luogo di culto. Poi hanno posizionato gli ordigni e sono fuggiti. La chiesa è andata completamente distrutta. Successivamente il commando si è diretto alla Casa madre delle suore domenicane di Santa Caterina.
Ricorda la France Presse che sin dal 2008 una campagna sistematica di violenze ha provocato più di quaranta morti tra i cristiani a Mossul, determinando la fuga di più di dodicimila di essi. Inoltre, in un rapporto pubblicato il 10 novembre, l'organizzazione umanitaria Human Rights Watch sottolinea che le minoranze, in particolare quella cristiana, che vivono nel nord dell'Iraq sono le vittime collaterali del conflitto fra arabi e curdi per il controllo del territorio.


(©L'Osservatore Romano - 27 novembre 2009)
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Religiose cancellano le celebrazioni per le minacce dei talebani in Pakistan


Roma, 4. Le minacce islamiche hanno costretto la Congregazione delle Figlie della Croce, che gestisce alcune scuole in Pakistan, a cancellare le celebrazioni del suo giubileo. I festeggiamenti erano previsti per commemorare il 175° anniversario della fondazione delle Figlie della Croce e per l'anno giubilare della Congregazione (2008-2009), ma sono state sospese a causa delle minacce dei talebani e del clima di insicurezza nel Paese. Le religiose, la cui vocazione è l'aiuto e l'educazione dei più svantaggiati, sono presenti nel Paese dalla seconda metà del XIX secolo. Attualmente, dirigono undici conventi, sei scuole, tre residenze per bambine e la St Joseph's convent school, fondata a Karachi nel 1862.
"All'inizio di novembre - ha spiegato all'agenzia Zenit suor Parveen Dildar Jacob - c'è stato un allerta bomba in una delle nostre scuole. Per l'insicurezza crescente nel Paese abbiamo cancellato le riunioni in tutte le città". L'arcivescovo di Lahore, monsignor Lawrence John Saldanha ha sottolineato l'importanza del nome della Congregazione. "La Croce - ha detto - ha un significato speciale in Pakistan, quello delle sofferenze e delle difficoltà che dobbiamo affrontare ogni giorno in questo clima di terrore che regna nel Paese".
Di recente, alcune delle scuole femminili gestite dalle religiose hanno ricevuto lettere con minacce di attentati esplosivi nel caso in cui non avessero chiuso. In Pakistan, i talebani ostacolano le scuole per bambine perché si oppongono all'istruzione delle donne. Vari istituti sono stati distrutti o resi inutilizzabili dopo attentati con bombe, soprattutto nel nord-est del Paese, epicentro dei radicali e dei conflitti tra forze governative e talebani. Secondo l'Unicef, gli attentati hanno distrutto duecentotrenta scuole e ne hanno danneggiate più di quattrocento. Il 17 novembre scorso, i talebani hanno colpito una scuola femminile nel distretto di Khyber, in quello che è stato il terzo attacco del mese nella regione.


(©L'Osservatore Romano - 5 dicembre 2009)
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Attacco a una chiesa cattolica in Sri Lanka


Jaela, 9. "Sento ancora risuonare nelle mie orecchie le loro urla che dicevano "fallo a pezzi, uccidilo"". Padre Jude Lakshman, parroco di Nostra Signora della Rosa Mistica a Crooswatta, in Sri Lanka racconta l'attacco alla sua chiesa avvenuto nella mattina del 6 dicembre. Oltre mille persone armate di bastoni, spade e pietre hanno preso d'assalto la chiesa. Il religioso aveva appena finito di parlare ai fedeli alla messa delle 7. Hanno demolito l'altare, le statue e le sedie; hanno distrutto tutto ciò che c'era. La folla ha dato fuoco anche ai veicoli parcheggiati fuori dalla chiesa inseguendo e ferendo alcuni dei fedeli. L'assalto del 6 dicembre è l'ennesimo fatto di violenza contro la chiesa del villaggio di Crooswatta, presso Kotugoda. "È evidente - dice padre Lakshman - che l'attacco era ben programmato e che la folla aspettava la nostra uscita dalla chiesa dopo la messa".
Per garantire la sicurezza dei fedeli (sono 293 le famiglie cattoliche della parrocchia) e prevenire nuovi assalti, alcuni soldati del vicino campo dell'aeronautica militare di Ekala presidiano la zona. La polizia ha arrestato undici sospetti indagando tra i gruppi buddisti estremisti che già in passato hanno colpito la chiesa.
Nostra Signora della Rosa Mistica è da tempo causa di attrito tra le comunità cattoliche e buddiste di Crooswatta. Negli ultimi quattro anni estremisti hanno impedito il completamento della costruzione della chiesa che sorge nell'area limitrofa ad un monastero buddista. Già nel 2006 e nel 2007 la chiesa era stata presa di mira da estremisti buddisti portando alla sospensione dei lavori di completamento dell'edificio. Il 28 luglio 2008 la Corte suprema ha dato il via libera per la conclusione della costruzione. "Abbiamo anche ricevuto - sottolinea il parroco - il permesso per celebrare messa, svolgere il catechismo e altre attività della comunità". Dopo l'ultimo attacco, le autorità hanno riconfermato che nulla
cambia della decisione della Corte sulla chiesa di Crooswatta.

(©L'Osservatore Romano - 11 dicembre 2009)

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Sri Lanka: estremisti buddisti attaccano una chiesa cattolica

Un giovane fedele ha salvato la vita al parroco


COLOMBO, giovedì, 10 dicembre 2009 (ZENIT.org).-

Un gruppo di oltre un centinaio di individui armati di pali e spade ha assaltato questa domenica la chiesa cattolica di Nostra Signora della Rosa Mistica a Crooswatta, nella parrocchia di Kotugoda, a Ja-Ela, pochi chilometri a nord di Colombo.

L'attacco si è verificato al termine della Messa delle sette del mattino, ha reso noto questo martedì “Eglises d'Asie”, l'agenzia delle Missioni Estere di Parigi (MEP).

Il gruppo, costituito da estremisti buddisti, ha saccheggiato l'edificio e rotto statue, l'altare e tutto il mobilio liturgico davanti al responsabile della parrocchia, padre Jude Denzil Lakshman, che stava cercando di portare i fedeli fuori dal tempio.

Il sacerdote è stato attaccato con una spada e si è salvato grazie all'intervento di un giovane della parrocchia. Vari fedeli sono stati feriti e hanno dovuto essere ricoverati in ospedale.

Gli assalitori hanno anche dato fuoco alla macchina del sacerdote e a vari altri veicoli, per la maggior parte moto che appartenevano a famiglie povere.Dopo essersi resi conto dell'attacco alla loro chiesa, circa 500 cattolici hanno organizzato un sit in nelle strade in segno di protesta, chiedendo che la polizia arrestasse i responsabili dell'aggressione.

Nella località convivono, con qualche tensione, circa 300 famiglie cattoliche e 350 famiglie buddiste.

La parrocchia cattolica non ha potuto completare la ricostruzione della chiesa, iniziata nel 2007, a causa della violenza degli estremisti buddisti, fomentati dai responsabili di un monastero buddista vicino.

Gli scontri tra le due comunità sono aumentati negli ultimi anni. Nel 2006 è stata distrutta una statua della Madonna, e nel 2007 è accaduto lo stesso a tutte le statue della chiesa.

Il 6 ottobre 2007, nonostante una decisione iniziale della Giustizia a favore dei cristiani, la polizia di Ja-Ela ha sospeso la celebrazione dell'Eucaristia in pieno svolgimento perché “disturbava l'ordine pubblico”.

Alcuni giorni prima, il responsabile del vicino monastero buddista aveva minacciato la comunità cattolica di “uccidere una quindicina di persone” se la costruzione della chiesa non si fosse fermata immediatamente.

Considerava la presenza di un edificio cristiano “un insulto” a tutte le famiglie della regione.

Nel 2008 il Tribunale supremo, su richiesta della comunità cattolica di Crooswatta, ha annullato la decisione della polizia locale che proibiva i lavori di ampliamento della chiesa e l'aumento delle attività della parrocchia, incluse la creazione di classi di catechismo e la celebrazione di offici supplementari.Il 28 luglio 2008, il giudice ha ribadito il diritto costituzionale di ogni cittadino alla libertà di religione e di culto e ha ordinato la ripresa dei lavori e delle attività liturgiche e parrocchiali.

Dalla notizia dell'attacco di domenica scorsa, la polizia e le forze armate si sono recate sul luogo per prevenire nuovi incidenti. Una base dell'aviazione situata in prossimità della chiesa di Crooswatta ha fornito alcune unità per garantire la sicurezza nella zona.

Si sono recati sul posto anche alti responsabili del Governo, tra cui il Ministro dell'Aviazione.

La comunità cattolica e i suoi rappresentanti, tra cui il vicario episcopale della regione nord dell'Arcidiocesi di Colombo, padre Cyril Gamini Fernando, hanno reso noto che la polizia locale è rimasta impassibile in tutti gli incidenti che si sono verificati intorno alla chiesa, arrivando anche a liberare le persone che erano state riconosciute dai testimoni come gli assalitori, senza fornire in alcun momento la protezione alla comunità cristiana sollecitata dal Tribunale supremo nel 2008.

Da parte sua l'Arcivescovo di Colombo, monsignor Malcom Ranjith Patabendige Don, ha chiesto che le misure di sicurezza prese dalle forze dell'ordine interessino non solo la chiesa, ma anche e soprattutto i fedeli.

Oltre alla chiesa, infatti, le case dei cristiani della località sono attaccate e saccheggiate spesso.

Il parroco di Nostra Signora della Rosa Mistica ha spiegato che questo nuovo attacco alla sua chiesa è il terzo in quattro anni.

“E' dovuto alla paura condivisa dalla maggior parte dei buddisti di fronte al crescente numero di cristiani nella regione”, ha affermato.

Il sacerdote ha anche negato con forza le informazioni diffuse dai mezzi di comunicazione locali, secondo le quali sarebbe stato l'attacco da parte dei cattolici a un tempio buddista ad aver portato i buddisti ad attaccare la comunità come rappresaglia.  
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Non si placa la violenza in Iraq: due cristiani assassinati a Mosul


Il giorno dopo il massacro di Baghdad


ROMA, venerdì, 11 dicembre 2009 (ZENIT.org).-
 
La violenza non cessa in Iraq ed è costata la vita a due cristiani di Mosul il giorno dopo il grave attentato di Baghdad che ha provocato 127 morti.

“Non si ferma la violenza anticristiana in Iraq. Nella serata di ieri la polizia ha rinvenuto i cadaveri di due fratelli cristiani a Mosul”, ha reso noto questo giovedì la “Radio Vaticana”.

Sono stati assassinati con un colpo d'arma da fuoco alla testa. Quella che sembra un'esecuzione può essere dovuta a “estremisti sunniti”, che hanno già attaccato i cristiani in passato, precisa la fonte.

I cristiani assassinati erano originari di Batnaya, un villaggio cristiano situato a 20 chilometri a nord di Mosul. Erano nella zona industriale della città per riparare il loro camion cisterna.

L'8 dicembre a Baghdad 127 persone sono morte in un attentato che ha provocato anche circa 500 feriti. L'attentato è stato rivendicato da Al Qaeda, che ha chiesto l'applicazione della legge islamica nel Paese.
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Attacco ai cristiani in Iraq

Un morto e quaranta feriti


Mossul, 15. I cristiani iracheni tornano nel mirino degli estremisti:  una persona è stata uccisa questa mattina e almeno altre 40 sono rimaste ferite in seguito allo scoppio di due autobomba a Mossul, nel nord dell'Iraq. Secondo fonti della polizia locale e una fonte ospedaliera, un'esplosione ha investito la chiesa siriaca-cattolica dell'Annunciazione a Chourta, un quartiere nord della città. La deflagrazione ha causato lievi danni all'edificio. Altre fonti, citate dall'agenzia France Presse, riferiscono di un altro attentato che ha colpito la chiesa siriaca-ortodossa della Vergine Purissima e la vicina scuola cristiana. Qui è rimasto ucciso un uomo e quaranta persone sono rimaste ferite, fra le quali cinque bambini. Secondo le testimonianze locali, l'autobomba sarebbe stata parcheggiata fra quelle in sosta davanti alla scuola, in attesa dell'uscita degli studenti.
Il 26 novembre scorso, sempre a Mossul, 405 chilometri a nord di Baghdad, due attacchi avevano colpito un convento domenicano e una chiesa caldea, senza fare vittime, mentre risale a un anno fa la sanguinosa ondata di attentati anti-cristiani a Baghdad e Mossul che fece più di 40 morti.


(©L'Osservatore Romano - 16 dicembre 2009)
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Due morti e 5 feriti in un attentato a una chiesa di Mossul


Mossul, 23. Sarebbe di almeno due morti e cinque feriti il bilancio di un nuovo attentato a una chiesa di Mossul, nel nord dell'Iraq. Secondo le prime notizie, un ordigno è esploso nei pressi della chiesa siriaco-ortodossa di Saint Thomas, nel quartiere di As-Saa, provocando gravi danni. Un testimone - riporta l'agenzia France Press - ha riferito che a esplodere è stato un carretto che in apparenza trasportava farina,  parcheggiato  nei  pressi  dell'edificio.


(©L'Osservatore Romano - 24 dicembre 2009)
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Uccisi nel 2009 37 operatori pastorali

Il numero più alto negli ultimi 10 anni


Roma, 30. Trentasette operatori pastorali uccisi nel 2009, quasi il doppio rispetto al precedente anno:  è il numero più alto registrato negli ultimi dieci anni. Si tratta di trenta sacerdoti, due religiose, due seminaristi e tre volontari laici. I dati sono resi noti dall'agenzia Fides che, come consuetudine, pubblica il luttuoso elenco alla fine di ogni anno. Fides pubblica le loro note biografiche, lo stato religioso, le informazioni sui luoghi e sulle circostanze della morte, delineando anche una panoramica sulla situazione socio-politica e religiosa per continenti.


(©L'Osservatore Romano - 31 dicembre 2009)
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In America Latina e in Africa il più alto numero di operatori pastorali uccisi nel 2009

La vita donata per annunciare il Vangelo


Il primo è un missionario italiano in Kenya - padre Giuseppe Bertaina, ucciso il 16 gennaio a Nairobi - l'ultimo un prete colombiano - don Emiro Jamarillo Cardenas, assassinato appena il 20 dicembre scorso a meno di cento chilometri da Medellín. Nel mezzo, cronologicamente parlando, una schiera di operatori pastorali, soprattutto preti, ma ovviamente non solo, che in tutto il mondo nel corso del 2009 hanno versato il proprio sangue per la diffusione del Vangelo. Una lista lunga e impressionante di trentasette vittime. Quasi il doppio - come anticipato nell'edizione di ieri - rispetto ai dodici mesi precedenti, quando i morti furono venti. Addirittura la cifra più alta dell'ultimo decennio.

A diffondere i dati, come ogni anno, l'agenzia Fides, che nel presentare il rapporto ricorda le parole del recente messaggio natalizio urbi et orbi di Benedetto XVI:  "La Chiesa annuncia ovunque il Vangelo di Cristo nonostante le persecuzioni, le discriminazioni, gli attacchi e l'indifferenza, talvolta ostile, che - anzi - le consentono di condividere la sorte del suo Maestro e Signore". L'agenzia di Propaganda Fide, tuttavia, di proposito non usa per queste vittime il termine "martiri", se non nel suo significato etimologico di "testimone", per "non entrare in merito al giudizio che la Chiesa potrà eventualmente dare su alcuni di loro", e anche per la "scarsità di notizie che, nella maggior parte dei casi, si riescono a raccogliere sulla loro vita e perfino sulle circostanze della loro morte".

Trentasette, dunque, le vittime nel corso dell'ultimo anno. Di questi trenta sacerdoti, due religiose, altrettanti seminaristi e tre volontari laici. Il conteggio non riguarda solo i missionari ad gentes in senso stretto, ma tutti gli operatori pastorali morti in modo violento. A questo elenco - ricordano gli estensori del rapporto - deve comunque essere sempre aggiunta la lunga lista dei tanti di cui forse non si avrà mai notizia, che in ogni angolo del pianeta soffrono e pagano, anche con la vita, la loro fede in Cristo. Si tratta di quella "nube di militi ignoti della grande causa di Dio" - secondo l'espressione di Papa Giovanni Paolo II - a cui la Chiesa guarda con gratitudine pur senza conoscerne i volti e senza i quali la stessa comunità cristiana e il mondo intero risulterebbero enormemente più poveri.

Il continente più insanguinato non è comunque quello asiatico, segnato dai vari fondamentalismi e talvolta dalla negazione esplicita della libertà religiosa, bensì la cristiana America - soprattutto l'America Latina - dove hanno pagato con la vita ventitré operatori pastorali (diciotto sacerdoti, due seminaristi, una suora e due laici). A seguire, l'Africa, dove hanno versato il proprio sangue nove sacerdoti, un religioso e un laico. E l'Asia, con due sacerdoti uccisi. Infine, dall'Europa, con un prete assassinato.

Dalle poche note biografiche di questi eroici "testimoni" cristiani emerge la comune offerta generosa alla grande causa del Vangelo pur trovandosi ognuno in situazioni e contesti profondamente diversi:  povertà estrema, sofferenza, tensione, violenza generalizzata. Esistenze spese per offrire la speranza di un domani migliore e cercare di strappare tante vite, soprattutto giovani, al degrado e alla spirale della malvivenza, accogliendo quanti la società rifiuta e mette ai margini.

Alcuni sono stati vittime proprio di quella violenza che stavano combattendo o della disponibilità ad andare in soccorso degli altri mettendo in secondo piano la propria sicurezza. Molti sono stati uccisi in tentativi di rapina o di sequestro, sorpresi nelle loro abitazioni da banditi che il più delle volte si sono dovuti accontentare solo di una vecchia automobile o di un telefono cellulare. Altri sono stati eliminati solo perché nel nome di Cristo opponevano l'amore all'odio, la speranza alla disperazione, il dialogo alla contrapposizione violenta, il diritto al sopruso. Tra le vittime c'è, dunque, il giovane laico della Comunità di Sant'Egidio, il ventunenne William Quijiano, freddato in El Salvador dai colpi d'arma da fuoco di una delle tante gang di giovani sbandati. E troviamo l'anziano missionario, il settantottenne austriaco padre Ernest Plöchl, vittima della violenza in Sud Africa.

A preoccupare maggiormente, come accennato, è la situazione in America Latina, e in particolare in Brasile dove sono stati uccisi ben sei sacerdoti. Una realtà talmente allarmante che - ricorda Fides - l'episcopato brasiliano, al termine della sua ultima riunione annuale, ha pubblicato una preoccupata dichiarazione sulla crescente ondata di violenza contro i sacerdoti:  "La Chiesa cattolica in Brasile si sente profondamente colpita e indignata di fronte alla violenza contro i suoi figli la cui vita è stata stroncata. Riaffermiamo che nulla giustifica la violenza!". Tra i sacerdoti uccisi in Brasile figurano lo spagnolo Ramiro Ludeña, noto come "padre Ramiro" - che lavorava da trentaquattro anni in un'associazione per il sostegno ai bambini e ai ragazzi di strada - che è stato ucciso proprio da un quindicenne per rapina. E il missionario fidei donum italiano don Ruggero Ruvoletto, ucciso nella sua parrocchia di Manaus da cui erano stati rubati una cinquantina di real (circa diciannove euro). Altro Paese sudamericano particolarmente a rischio è la Colombia, dove hanno perso la vita sei preti e un laico. Tutti i sacerdoti sono rimasti vittime di rapine o furti finiti tragicamente. Mentre il laico - Jorge Humberto Echeverri Garro - è stato ucciso da un gruppo di guerriglieri nel corso d'una riunione in cui si discutevano alcuni progetti di pastorale sociale.

Quanto all'Africa le situazioni più allarmanti si registrano in Sud Africa - quattro sacerdoti uccisi in seguito a rapine - e nella Repubblica Democratica del Congo, dove la Chiesa cattolica e la popolazione locale sono da lungo tempo oggetto di violenze, che nel 2009 sono costate la vita a due sacerdoti, una religiosa e un operatore laico della Caritas. Due i sacerdoti uccisi in Asia:  don James Mukalel, probabile vittima della violenza anticristiana nello Stato indiano del Karnataka; don Cecilio Lucero, impegnato nelle Filippine per la tutela dei diritti umani,  ucciso  da  un  gruppo  di uomini  armati  nella  provincia  del Nord Samar, a sud della capitale Manila.

(fabrizio contessa)


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Ancora attacchi contro i cristiani in Iraq


Mosul, 31. Continuano gli attacchi contro i cristiani di Mosul per spingerli ad allontanarsi dall'Iraq. Ieri - riferisce l'agenzia AsiaNews - un diacono è stato gravemente ferito con armi da fuoco da un gruppo di sconosciuti. L'uomo era appena entrato nel suo negozio nel quartiere di al-Jadida. AsiaNews ha diffuso anche la notizia del rapimento, sempre a Mosul, di una studentessa universitaria da parte di un gruppo islamico. Dal 2003, anno della caduta del regime di Saddam Hussein, sono centinaia i cristiani uccisi in Iraq. Nelle ultime settimane gli attacchi sono ripresi con preoccupante frequenza, con attentati contro persone e luoghi di culto.


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Attaccate quattro chiese cristiane in Malaysia

Tre templi protestanti e uno cattolico

ROMA, venerdì, 8 gennaio 2010 (ZENIT.org).-

Anche la Malaysia non è esente dagli attacchi ai templi cristiani. Questo giovedì notte, infatti, i fondamentalisti musulmani hanno attaccato tre chiese protestanti e una cattolica.

Padre Lawrence Andrew, direttore del settimanale cattolico Herald, ha riferito all'agenzia AsiaNews che “non vi è un pericolo immediato, ma la situazione è comunque preoccupante”.

Gli attacchi arrivano dopo che il 31 dicembre la Corte Suprema di Kuala Lumpur ha annullato l'ordinanza del Ministero dell'Interno che impediva alla Chiesa cattolica di pubblicare la parola “Allah” per riferirsi al Dio cristiano sull'Herald (cfr. ZENIT, 6 gennaio 2010).

Il sacerdote ha osservato che è in atto “una campagna di propaganda nazionale” della maggioranza musulmana, secondo cui “il nome Allah può essere usato solo per riferirsi al Dio dell’islam”.

La chiesa cattolica danneggiata nell'attentato è quella dell’Assunzione a Petaling Jaya. Gli assalitori hanno lanciato una bomba Molotov all’interno dell’edificio, senza provocare danni ingenti.

Padre Lawrence ha riferito che oltre ai luoghi di culto sono state attaccate alcune “auto di proprietà dei cattolici: carrozzerie danneggiate e vetri infranti, ma non vi sono feriti”.

In seguito alla decisione della Corte Suprema, nelle vie di Kuala Lumpur si è svolta questo venerdì una manifestazione di protesta promossa da 58 organizzazioni non governative (ONG) musulmane, alla quale hanno partecipato circa 300 persone.

“La protesta non ha fatto registrare incidenti – ha detto padre Lawrence ad AsiaNews – perché la polizia ha fatto un buon lavoro. Le forze di sicurezza sono impegnate a mantenere la calma, per prevenire un’escalation delle violenze”.

“Siamo preoccupati ma la situazione non è ancora di pericolo – ha aggiunto –. Abbiamo avviato una stretta collaborazione con il Governo, per contribuire a riportare la tranquillità del Paese”.

Per evitare ulteriori violenze, ha confessato, “non useremo la parola Allah nelle edizioni del nostro giornale finché la magistratura non avrà emesso la sentenza definitiva”.

“Oggi la tv ha trasmesso in tutto il Paese la preghiera del venerdì. Durante il sermone si è ripetuto più volte che Allah è il Dio dei musulmani e essi soli lo possono utilizzare – ha concluso –. È un tentativo di mettere sotto pressione i giudici, perché cancellino la sentenza della Corte suprema. Con un clima di questo genere, non sarà possibile svolgere un processo equo e giusto”.

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Vietnam: nuova aggressione della polizia in una parrocchia di Hanoi

Feriti dei fedeli che tentavano di evitare la distruzione di una croce

HANOI,venerdì, 8 gennaio 2010 (ZENIT.org).-

Forze di polizia hanno fatto irruzione nella parrocchia di Dong Chiem (Vietnam) e hanno abbattuto una croce situata su una collina che si eleva nel territorio della parrocchia, ha reso noto la pagina web dell'Arcidiocesi di Hanoi questo mercoledì mattina.

Alcuni parrocchiani presenti sulla collina al momento della distruzione della croce hanno informato telefonicamente i due sacerdoti responsabili della parrocchia.

La parrocchia appartiene all'Arcidiocesi di Hanoi ed è situata nel distretto di My Duc, che dal punto di vista amministrativo fa parte della capitale, riferisce l'agenzia delle Missioni Estere di Parigi (MEP), Eglises d'Asie.

Il parroco ha spiegato che alle 7.30 del mattino è stato avvertito del fatto che molti poliziotti avevano circondato il villaggio e si disponevano a distruggere la croce elevata sulla collina.

Avvertiti di questo pericolo, i fedeli si sono recati sul luogo per cercare di difendere la croce. Hanno affrontato i poliziotti, che li hanno colpiti. Due di loro sono stati feriti gravemente.

L'operazione di polizia per distruggere la croce è iniziata verso le tre del mattino. Circa 500 agenti di pubblica sicurezza muniti di gas lacrimogeni, manganelli elettrici e fucili e accompagnati da cani poliziotto erano ancora sul luogo al momento della conversazione telefonica.

Tutti gli ingressi al villaggio sono stati bloccati e nessuno poteva entrare o uscire. Gli stessi poliziotti hanno trasferito i due feriti verso una destinazione sconosciuta, senza permettere che i loro familiari li accompagnassero.

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Assassinati tre cristiani a Mossul


Baghdad, 16. Due commercianti cristiani sono stati uccisi ieri a colpi d'arma da fuoco a Mossul, nell'Iraq settentrionale. Ne dà notizia l'agenzia Ansa. Mounir Fatouki è stato ucciso nei pressi del suo negozio, situato nel quartiere Sahaba, da sconosciuti che hanno aperto il fuoco da un'auto in corsa. Rayan Salem Elias è stato ucciso nella zona est di Mossul. Oggi si è appreso che un altro cristiano, uno studente iracheno, è stato ucciso, sempre a Mossul, da un gruppo di uomini armati. In un rapporto pubblicato lo scorso novembre, ricorda l'Ansa, Human Rights Watch sostiene che nel nord dell'Iraq le minoranze - e in particolare quella cristiana - sono spesso "vittime collaterali" nel conflitto fra arabi e curdi per il controllo del territorio e devono dunque essere protette.
Quanto riportato dall'Hrw non fa che confermare che i cristiani sono vittime di una strategia che tende a eliminarli da Mossul.
Ieri intanto Air France ha comunicato che non riprenderà entro la fine di febbraio i suoi collegamenti aerei con Baghdad, come auspicato all'inizio del mese dalle autorità di Parigi. Per il sito internet di "Le Figaro" i motivi del rinvio sono essenzialmente due:  l'aeroporto della capitale irachena non risponde ancora ai principali standard di sicurezza e, sul piano interno, la decisione di riprendere i voli sull'Iraq richiede l'accordo dei sindacati di Air France.


(©L'Osservatore Romano - 17 febbraio 2010)
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