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Cosa fare con l’immigrazione clandestina?

Last Update: 6/11/2009 6:52 AM
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Cosa fare con l’immigrazione clandestina?

di padre Piero Gheddo*


ROMA, giovedì, 4 giugno 2009 (ZENIT.org).- Circa il problema complesso e controverso di come comportarsi nei confronti dell’immigrazione clandestina, tutti concordano su due princìpi che esprimono il sentimento comune del popolo italiano: primo, di voler aiutare gli africani che a costo della vita fuggono in Italia per poter lavorare e vivere in pace; secondo, che però una immigrazione incontrollata di clandestini, aprendo le porte a tutti, finirebbe per dissestare il sistema di vita del popolo italiano, che non può sopportare da solo l’arrivo di migliaia e decine di migliaia di profughi clandestini, oltre a quelli regolari.

E’ la morsa di una tenaglia di cui non sappiamo come liberarci: da un lato la compassione per povera gente disperata, dall’altro la certezza che se non mettiamo un freno, un ostacolo all’arrivo di quanti vorrebbero venire in Italia e in Europa, ci troveremo assaltati da una marea di persone che fuggono la fame, le guerre, le dittature e le pandemie africane.

Nell’inverno 2006-2007 ho visto arrivare gli immigrati africani ai confini della Libia col Sahara (vedi sul mio sito Internet www.gheddopiero.it le corrispondenze dalla Libia). Ricordando quelle scene provo ancora una pena enorme, ma sinceramente non so dare una risposta concreta ai molti interrogativi degli amici lettori. Avete tutti ragione. Non si possono respingere verso l’inferno, bisogna aiutarli. Ma come? E' questo il vero problema e nessuno ha una risposta plausibile. Tutte le ipotesi sono teoricamente belle, concretamente irrealizzabili:

- Deve interessarsene l’Europa perché è un problema continentale. D’accordo, l’Europa critica l’Italia, però quando la Spagna alcuni anni fa ha respinto in Africa i profughi, sparando e uccidendo alcuni clandestini africani, non ricordo il clamore di proteste dell’U.E. e della stampa internazionale; o c’è un forte pregiudizio contro l’Italia di cui già si lamentava Romano Prodi? Comunque, l’Europa non fa nulla: tutti chiudono le frontiere ai clandestini. Ed è facile capire perché. Se l’Europa dovesse aprire le porte a tutti, con i mille problemi che ciascun paese deve gestire al suo interno, non è pensabile né possibile che possa ospitarli tutti. Dobbiamo renderci conto che i potenziali immigrati in Europa da paesi africani, o comunque in guerra o sotto pesanti dittature, sono milioni e decine di milioni.

- Bisogna aiutare gli africani a casa loro, affinchè si sviluppino in modo autonomo. Anche questa è una soluzione più che giusta, ma già sperimentata da mezzo secolo e fallita. Nell’Europa dell’ultimo dopoguerra, in 10-12 anni il “Piano Marshall” ha riportato i paesi europei distrutti ad uno sviluppo maggiore di prima della guerra. In Africa, cinquant’anni dopo l’indipendenza (1960), i finanziamenti dei “piani di sviluppo” e l’invio di aiuti finanziari e di macchine non hanno prodotto un vero sviluppo dei singoli paesi. La vera soluzione per l’Africa sarebbe l’educazione del popolo: in media i paesi africani hanno ancora un 50% di analfabeti! Ma chi va ad educarli quando i governi locali si interessano poco o nulla delle campagne e delle scuole? Chi ha viaggiato nell’Africa rurale sa che le scuolette di villaggio, quando ci sono, hanno classi da 80 a 100 e più bambini, spesso senza libri e senza quaderni. Circa la metà dei presunti “alfabetizzati” sono analfabeti di ritorno. Nei villaggi tradizionali africani si ignora la ruota, il carro agricolo, i fertilizzanti, l’irrigazione artificiale, ecc. Dico sempre e lo ripeto che a Vercelli produciamo 80 quintali di riso all’ettaro, nell’Africa rurale (non nelle poche fattorie moderne) si producono in media cinque quintali di riso all’ettaro! Le vacche della pianura padana producono 30 litri di latte al giorno, in Africa le vacche (ripeto: escluse le poche fattorie moderne) non producono latte, eccetto un litro o due quando hanno il vitellino. Il continente africano nel 1960 esportava cibo, oggi importa circa il 30% del cibo di base che consuma (riso, mais, grano). Ma chi va ad educare e insegnare a produrre di più?

- Non vendiamo più armi e le guerre finiranno anche in Africa. Giusto, anch’io vorrei che non si producessero nè vendessero più armi. Ma non illudiamoci, le guerriglie tribali che sconvolgono i paesi africani avvengono anche senza le nostre armi. Vent’anni fa l’Italia era al 7° posto per la vendita di armi nel mondo, oggi è al 16°, ai primi posti sono salite Cina, India, Brasile, Sud Africa, oltre alle potenze tradizionali, USA, Russia, Francia, Inghilterra. Nel novembre 1994 ho visitato Ruanda e Burundi dov’era attivo un vero genocidio e mi dicevano che le eliminazioni di massa erano fatte con coltelli e coltellacci, bastoni e fuoco. Dove c’è odio e non amore, le guerre (o guerriglie) sono inevitabili. Nel 1982 ho visitato per “Avvenire” e la Caritas le regioni di frontiera del Pakistan con l’Afghanistan dov’erano i campi profughi afghani che fuggivano l’occupazione sovietica del loro paese; ebbene, mi dicevano che gli artigiani di villaggio riuscivano, con i loro poveri mezzi, a fabbricare il kalashnikov sovietico, arma semplicissima ed efficace.

- Smettiamola di rapinare l’Africa delle sue ricchezze naturali e paghiamo con giustizia le sue materie prime. Giusto, però lo sviluppo di un popolo non è anzitutto un problema di soldi e di macchine, ma, specie nel mondo moderno, un problema culturale ed educativo, di stabilità dei governi e di pace. Qualche anno fa la Banca mondiale rivelava che la Nigeria (paese ricchissimo per il petrolio) aveva un debito estero di 90 miliardi di dollari, ma i capitali nigeriani nelle banche svizzere ed europee erano circa 130 miliardi di dollari. L’Onu ha tentato di intervenire in Somalia per riportare la pace tra le etnie e le fazioni in guerra, con l’operazione “Restore Hope” del 1993-1995. Poi si è ritirata e la Somalia non ha più uno stato e un governo nazionale da 18 anni, è un paese allo sbando, rifugio dei “pirati del mare” e degli estremisti e terroristi islamici. Lo sviluppo di un paese è essenzialmente un problema culturale-educativo e di pace, ma chi va ad educare? Ormai tutti lo ammettono e Giovanni Paolo II l’ha scritto nella “Redemptoris Missio” (n. 58) “Lo sviluppo di un popolo non deriva primariamente né dal denaro, né dagli aiuti materiali, né dalle strutture tecniche, bensì dalla formazione delle coscienze, dalla maturazione delle mentalità e dei costumi”. I missionari e i volontari cristiani creano sviluppo perché rimangono tutta la vita fra un popolo, ed educano. Ma diminuiscono di numero. Molti mandano aiuti e denaro, certamente provvidenziale, ma quanti giovani italiani consacrano la vita a Cristo per la missione alle genti e per aiutare davvero i popoli poveri condividendone la vita?

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* Padre Gheddo, già direttore di “Mondo e Missione” e di Italia Missionaria, è il fondatore di AsiaNews. Da Missionario ha viaggiato nelle missioni di ogni continente. Dal 1994 è direttore dell’Ufficio storico del Pime e postulatore di varie cause di canonizzazione. Insegna nel seminario pre-teologico del Pime a Roma. E’ autore di oltre 70 libri. L’ultimo pubblicato è un libro intervista condotto da Roberto Beretta dal titolo “Ho tanta fiducia” (Editrice San Paolo).



 

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Gli immigrati, realtà complessa

ROMA, sabato, 6 giugno 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'editoriale apparso sull'ultimo numero della rivista “La Civiltà Cattolica”.

 * * *

L’immigrazione è un fenomeno complesso, difficile da regolare e in continuo aumento nel mondo, tanto che, nonostante esso esista in misura significativa già da oltre trecento anni, oggi sembra assumere una dimensione globale. Almeno due sono le realtà che, a un primo approccio, dovrebbero guidarne la valutazione. Il primo principio imprescindibile è che ci si trova di fronte a persone umane, uomini e donne, bambini e anziani, che hanno diritto ad essere trattate come tali. Il secondo elemento imprescindibile, ma molti lo dimenticano o si sforzano di dimenticarlo, è che, tra il 1876 e il 1976, sono emigrati in altri Paesi 27 milioni di italiani. Infatti non si può fare a meno di ricordare le esperienze, molto spesso disumane e molto dolorose, che tanti italiani hanno dovuto su-bire e non tenerne conto nell’affrontare oggi il fenomeno degli stranieri che desiderano venire in Italia per lavoro o studio.

Da quando le migrazioni dall’estero hanno cominciato a essere significative in Italia negli anni Ottanta del secolo scorso, due sono le caratteristiche che, in genere, hanno caratterizzato le di-sposizioni adottate dalle Autorità in merito: innanzitutto una regolamentazione ispirata soprattutto ai criteri della sicurezza e dell’ordine pubblico e, in secondo luogo, l’alto margine di discrezionalità di cui gode l’Amministrazione nell’esecuzione della normativa in materia.

A ciò va aggiunta la frequente instillazione di alte dosi di paura nei cittadini a causa di molti reati commessi in Italia, per poi addossarne la responsabilità agli immigrati clandestini e quindi farne i capri espiatori.


* * *

Inoltre, non va dimenticato, come hanno sottolineato molti osservatori, tra i quali l’on. Giuseppe Pisanu, presidente della Commissione Antimafia (cfr Il Sole 24 Ore, 12 maggio 2009, 16), che l’Europa cento anni fa aveva il 17% della popolazione mondiale, mentre oggi ne ha soltanto il 7% e nel 2050 ne avrà il 5%. «Siamo in pieno declino demografico — osserva Pisanu — e, quindi, anche economico e politico. Soltanto gli immigrati potranno salvarci. I numeri ci dicono che il futuro benessere degli italiani dipenderà dalla capacità di attrarre e integrare 300.000 lavoratori stranieri all’anno». Ma «l’immigrazione illegale — prosegue — va combattuta con energia perché ha costi umani spaventosi, genera illegalità e rende difficile l’integrazione. Tuttavia questo è soltanto l’aspetto patologico di una realtà, quella immigratoria, largamente positiva». Non va poi trascurato il fatto che l’85% di chi si trova irregolarmente in Italia arriva per vie legali e soltanto dopo entra in clandestinità. Questa realtà — aggiungiamo noi — ridimensiona l’enfasi data ai clandestini provenienti via mare dalla Libia e alla politica dei cosiddetti «respingimenti» o «riaccompagnamenti», come preferisce definirli qualche esponente politico non troppo benevolo con l’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati.

«Le nostre leggi — afferma Pisanu — prevedono i respingimenti individuali alla frontiera. Noi [all’epoca in cui Pisanu era ministro dell’Interno] abbiamo sempre fatto così: prima il soccorso, poi l’individuazione dei gruppi familiari e delle nazionalità, quindi l’accoglimento o meno delle richieste di asilo e, infine, nei casi dovuti, i respingimenti. Le operazioni di questi giorni sono qualcosa di diverso. I respingimenti sono collettivi e non più individuali e avvengono nelle acque internazionali. Ho visto che il Consiglio d’Europa e l’Onu li hanno bocciati. Comunque non facciamoci illusioni: l’immigrazione clandestina continuerà ad esserci. Chiuso un canale se ne aprirà un altro e poi un altro ancora». La strada che l’Italia deve percorrere, secondo Pisanu, è molto diversa da quella sulla quale ci si è incamminati di recente; infatti è necessario cambiare la legge che regola tutta la materia, la cosiddetta Bossi-Fini: lo ha affermato anche lo stesso Fini.


* * *

La condanna dei «respingimenti» collettivi proveniente dal Consiglio d’Europa, dall’Onu e da tutte le agenzie di volontariato operanti nel settore, è motivata dalla rinuncia, che in tal modo si attua, a verificare se tra i «clandestini» in arrivo via mare ci sia qualche persona che abbia diritto di ricevere asilo politico, secondo gli impegni assunti dall’Italia con la firma della Convenzione di Ginevra del 1951. Al di là di alcuni tentennamenti, il Ministero dell’Interno sta cercando di trovare una soluzione al problema. Purtroppo si può presumere che i tempi non saranno brevi e, una volta superato lo scoglio delle elezioni europee, ci sarà la tentazione di proseguire sulla via intrapresa, anche perché, come ogni anno, con la stagione estiva e il bel tempo, è prevedibile un aumento degli arrivi e, quindi, dei «respingimenti» attuati in maniera illegittima.

Sia chiaro che noi non sosteniamo la chimerica necessità di accogliere tutti coloro che chiedono di lavorare nel nostro Paese, ma non possiamo fare a meno di ricordare che ogni volta che è risalito alla ribalta il problema dell’immigrazione clandestina, molte forze politiche hanno sostenuto che il problema andava risolto nei Paesi di origine degli immigrati. Di fatto negli ultimi tempi ben poco è stato realizzato in tal senso oltre alla firma di accordi con i Paesi rivieraschi del Mediterraneo meridionale — l’accordo con la Libia fu firmato dal Governo Prodi — affinché si impegnassero a riprendere indietro i propri immigrati oppure collaborassero per fermare alla partenza coloro che partivano in modo illegale. Di certo aiuti reali, ad esempio, nel settore della formazione professionale dei giovani in quei Paesi non sono mai stati avviati. Né, d’altra parte, c’è stato un intervento dell’Ue, come se l’immigrazione non fosse una realtà che coinvolge tutti i Paesi dell’Unione. È evidente infatti che il problema li riguardi tutti, poiché molti degli immigrati arrivati in Italia tendono poi a trasferirsi nei vari Stati.


* * *

D’altro canto, al di là delle affermazioni in senso contrario, l’Italia è diventata un Paese multietnico. Infatti i lavoratori stranieri maggiorenni (uomini e donne) regolarmente presenti nel nostro Paese sono 3.561.000, più 767.000 minorenni. Tra essi le badanti regolari sono 700.000, impegnate nell’assistenza a tempo pieno degli anziani. I lavoratori stagionali sono 80.000; essi arrivano ogni anno per curare le colture più estese (come mele, patate e pomodori) e quelle di serra, come ortaggi e fragole, e così via. L’occupazione degli immigrati è concentrata quasi per il 75% al Nord. È composta in prevalenza da lavoratori con un’istruzione superiore (42,6%) o universitaria (10,9%). Gli occupati stranieri in edilizia sono un milione e mezzo. Crescono i piccoli imprenditori stranieri: tra il 2000 e il 2007 le imprese individuali sono quasi triplicate passando da circa 85.000 a quasi 258.000. Questi numeri confermano che l’Italia è un Paese multietnico, e, nello stesso tempo, che gli immigrati rendono un servizio indispensabile agli italiani, nonostante le posizioni ideologiche xenofobe purtroppo presenti in misura significativa in ogni schieramento.


* * *

Gli esponenti politici che appoggiano la politica e le decisioni assunte dal Ministero dell’Interno in tema di immigrazione aggiungono sempre, in ogni intervista, che il Governo è impegnato anche nell’azione di promozione dell’integrazione degli immigrati regolari, giacché non esiste alcuna posizione pregiudiziale contro gli immigrati. Anche se si potrebbe osservare che l’amministrazione dell’Interno per ora ha impiegato 400 giorni per esaminare il 55% delle 741.000 richieste di ingresso arrivate on line per il decreto flussi 2007; in questo periodo ha consegnato 143.974 nulla osta sui 170.000 previsti. La mancata attribuzione dei rimanenti circa 28.000 nulla osta rallenta anche le pratiche del decreto 2008, perché la graduatoria potrà scorrere soltanto dopo l’assegnazione di tutti i posti previsti per l’anno precedente.

In questo modo la situazione è diventata insostenibile. Ci sono centinaia di migliaia di persone che lavorano da anni come clandestini nelle imprese e nelle case degli italiani. Ad esse (si badi: hanno un lavoro e una casa, come previsto dalla legge), e ai loro datori di lavoro, viene di fatto negata la possibilità di uscire dal sommerso e dall’illegalità, venendo meno all’impegno di promozione dell’integrazione degli immigrati. Si tratta di un’emersione che permetterebbe significative entrate nelle casse dello Stato e offrirebbe un notevole contributo alla sicurezza, se è vero che la clandestinità costituisce un serbatoio per la criminalità.

In conclusione facciamo nostro l’appello degli operatori del volontariato impegnati in questo settore: è necessario abolire — come ha sottolineato anche il Presidente della Camera — il rito inutile del rientro nei Paesi di origine e il passaggio nei consolati all’estero per ottenere il permesso di soggiorno. I lavoratori dei quali i datori di lavoro hanno fatto richiesta di regolarizzazione vanno considerati già entrati e presenti in Italia, come in effetti sono. Inoltre qualcuno ha proposto di offrire l’opportunità ai datori di lavoro di regolarizzare la posizione dei lavoratori stranieri che siano alle loro dipendenze da almeno tre mesi alla data del 30 maggio.


* * *

Nella prolusione alla 59a Assemblea generale della Cei, il 25 maggio scorso il presidente, card. Angelo Bagnasco, fra l’altro ha ricordato la «ripresa degli attraversamenti del Mediterraneo che sono tra le modalità — non la più ricorrente ma certo una delle più pericolose — di ingresso irregolare nel nostro Paese. Ad essi le nostre Autorità hanno infine risposto con la controversa prassi dei respingimenti, già sperimentata in altre stagioni come pure in altri Paesi. Se la sovrapposizione con la campagna elettorale non ha sempre assicurato l’obiettività necessaria a un utile confronto, non può sfuggire il criterio fondamentale con cui valutare questi episodi, al di là delle contingenze legate allo spirito polemico o alla stagione politica. Ossia il valore incomprimibile di ogni vita umana, la sua dignità, i suoi diritti inalienabili. Accanto a questo valore dirimente, ce ne sono altri, come la legalità, l’affrancamento dai trafficanti, la salvaguardia del diritto di asilo, la sicurezza dei cittadini, la libertà per tutti di vivere dignitosamente nel proprio Paese, ma anche la libertà di emigrare per migliorare le proprie condizioni da contemperare naturalmente con le possibilità di accoglienza dei singoli Paesi, o magari solo per arricchirsi culturalmente. Motivo per cui il singolo provvedimento finisce con l’essere inadeguato se non lo si può collocare in una strategia più ampia e articolata che una nazione come l’Italia deve darsi […].

«La via della cooperazione internazionale deve diventare un caposaldo trasversale della politica italiana e anche europea, una scelta oculatamente perseguita e dunque anche impegnativa sul fronte delle risorse. Non c’è chi non veda, infatti, che solo migliorando le condizioni economiche e sociali dei Paesi di origine dei nostri immigrati si può togliere al fenomeno migratorio la propria carica dirompente».

La Civiltà Cattolica
© La Civiltà Cattolica 2009 II 427-431           quaderno 3815
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Tra il 1945 e il 1960 "il cammino della speranza" passava per le Alpi

Quando i clandestini erano italiani



di Gaetano Vallini

L'immagine è drammatica, come la didascalia che l'accompagna:  mostra una donna che, "sorpresa dalla tempesta di neve vide il suo bambino spirarle tra le braccia, proseguì per qualche tratto e infine cadde esausta con l'altro figlio:  i tre corpi furono trovati due giorni dopo". Più di una volta la tragica fine degli emigranti clandestini italiani alla ricerca di lavoro e fortuna oltralpe finì sulle pagine de "La Domenica del Corriere". Del resto i quotidiani quasi ogni giorno erano costretti a dar conto, con toni più o meno allarmistici, di episodi analoghi, tanto difficile era tenere una contabilità dei caduti.

Sugli attraversamenti si avevano solo indicazioni di massima e comunque inquietanti. In Val d'Isère, ad esempio, per raggiungere Bourg-Saint-Maurice, nel settembre 1946 arrivavano in media 300 clandestini al giorno, toccando addirittura le 526 unità in un'occasione. In Val di Susa il comune di Giaglione dovette chiedere aiuto alla prefettura di Torino non avendo più risorse per seppellire quanti morivano nel disperato tentativo di valicare le Alpi. Nel 1948 il "Bollettino quindicinale dell'emigrazione" scriveva che quotidianamente in quel luogo passavano illegalmente in Francia "molto più di cento emigranti" e "due o tre al mese, almeno", secondo un rapporto di un agente del Servizio di informazioni militare, non ce la facevano.
Allora come oggi non mancavano persone senza scrupoli che lucravano sulle disgrazie altrui. Il sindaco di Bardonecchia, Mauro Amprimo, sentì il dovere di far affiggere un manifesto nel quale si rivolgeva alle guide alpine. "Anche se compiono azione contraria alla legge - vi si leggeva - sappiano almeno compierla obbedendo a una legge del cuore, discernendo e accompagnando, cioè, soltanto quegli individui che appaiono loro chiaramente in condizioni fisiche tali da sopportare il disagio della traversata dei monti e scegliendo altresì condizioni di clima che non siano proibitive e non abbandonando i disgraziati emigranti a metà percorso".

Sessant'anni fa, dunque, i clandestini erano gli italiani, le Alpi il "mediterraneo" da attraversare verso l'agognata meta, alcune guide alpine gli scafisti dell'epoca. Ma in tempi in cui si parla non sempre con accenti benevoli degli immigrati e in particolare degli irregolari, in Italia - Paese dalla memoria corta e non sempre condivisa - sono in pochi ad avere coscienza di questo passato. E d'altra parte la pubblicistica ha sostanzialmente ignorato il fenomeno, interessandosi prevalentemente dell'immigrazione regolare, più facile da documentare e da seguire. Eppure, stando a quanto racconta Sandro Rinauro nel bel libro Il cammino della speranza (Torino, Einaudi, 2009, pagine 436, euro 35), dal quale sono tratte le notizie citate, il 50 per cento dei lavoratori italiani emigrati in Francia tra il 1945 e il 1960 era clandestino e il 90 per cento dei loro familiari li raggiunse altrettanto illegalmente. Cifre che per decenni hanno fatto dell'Italia "la principale protagonista internazionale di questo fenomeno" e solo "negli anni Sessanta inoltrati gli emigranti di altre nazioni le hanno sottratto il primato dell'esodo illegale in Europa occidentale".

Ciononostante l'autore, ricercatore di geografia politica ed economica all'università di Milano, respinge ogni semplificazione, ogni facile equazione del tipo:  gli italiani di allora come i romeni o gli africani di oggi. La ricostruzione storica del passato, pur sottolineando non poche affinità, mostra anche molte differenze. Così come rende evidente la dimestichezza dell'Europa, soprattutto dei Paesi dell'area mediterranea, con l'emigrazione illegale. Dopo gli italiani, infatti, toccò agli spagnoli e ai portoghesi.

Rinauro sottolinea come negli anni della "grande emigrazione" tra la fine del xix e l'inizio del xx secolo, pur avendo toccato cifre notevoli, dell'ordine di 20-30.000 emigranti illegali l'anno, "l'esodo illecito fu relativamente limitato rispetto all'enorme dimensione dell'espatrio complessivo che, nel primo quindicennio del Novecento, toccò la media di 600.000 individui l'anno". "Ciò accade - spiega l'autore - in virtù della notevole libertà d'emigrazione che caratterizzava quei decenni di grande sviluppo e d'integrazione economica internazionale, dove i principali ostacoli all'espatrio non derivavano tanto dai Paesi di destinazione, quanto dalle autorità italiane".

Tra le due guerre l'esodo illegale fece un balzo in avanti, ma fu nel secondo dopoguerra che non solo toccò le cifre record, ma soprattutto "assunse l'aspetto paradossale che caratterizza l'immigrazione clandestina del giorno d'oggi:  gli italiani presero, infatti, a emigrare illegalmente nonostante la libertà d'espatrio nuovamente adottata dalle autorità nazionali e nonostante una crescente e poi fortissima domanda di braccia da parte di Paesi esteri".

In sostanza, il caso italiano prefigurava ciò che accade in tempi di globalizzazione. Se fino agli anni Sessanta portoghesi e spagnoli erano costretti alla clandestinità a causa delle forti restrizioni dei loro governi totalitari, in Italia, sotto la guida di De Gasperi, venne adottata "una politica migratoria d'incondizionato e quasi spregiudicato sostegno della libertà d'emigrazione". E ciò, mentre i Paesi di destinazione attenuavano le restrizioni precedenti il conflitto.

Così, nonostante le richieste dei mercati interno ed esterno fossero complementari, nel 1947, a fronte di una richiesta francese di 200.000 lavoratori, dall'Italia se ne presentarono 51.000, 13.000 dei quali clandestini. Andò peggio l'anno dopo:  a una richiesta analoga, risposero appena in 29.000, la metà dei quali irregolari.



"Esattamente come al giorno d'oggi - scrive Rinauro - i fattori che inducevano all'esodo illegale e alla sua tolleranza erano numerosi e ben più complessi della semplice relazione quantitativa tra la domanda e l'offerta di braccia, e rimandavano soprattutto alla politica migratoria ufficiale, al suo meccanismo burocratico e alle condizioni d'accoglienza riservate agli stranieri". E in particolare in Francia "l'afflusso illegale derivava specialmente dall'eccessivo rigidismo migratorio di Parigi e di Roma, dalle conseguenti infinite lungaggini burocratiche della selezione ufficiale degli emigranti e, naturalmente e come sempre, dalla volontà di procurarsi, accanto a un'immigrazione regolare e permanente, una riserva di manodopera illegale e quindi economica, flessibile e adattabile ai capricci della congiuntura". Esattamente come oggi, sottolinea l'autore. E come oggi anche allora solo pochi fortunati accedevano alle catene di montaggio delle fabbriche e alla stabilità dell'impiego. La maggioranza era assorbita da mestieri precari e disprezzati dalla manodopera locale.

Dopo avere attraversato i confini stranieri, molti clandestini italiani furono "sanati" ed equiparati agli immigrati regolari, ma quasi tutti vissero a lungo nell'illegalità sperimentando sfruttamento e precarietà. Molti si rassegnarono a rimpatriare rapidamente. Ma in Francia alcuni finirono per accettare l'arruolamento nella Legione Straniera partecipando anche alle guerre d'Algeria e d'Indocina:  come carne da cannone, dunque, in funzione delle guerre coloniali, ma presentati all'opinione pubblica come contributo italiano alla guerra fredda, baluardo contro il comunismo.

"Ben diverse dall'oggi - spiega Rinauro - erano le migrazioni illegali degli italiani determinate da cause politiche:  i fascisti, i collaborazionisti, gli aguzzini repubblichini e i manager pubblici e privati del ventennio che scappavano all'estero per sottrarsi alla giustizia della rinata democrazia erano ben diversi dagli uomini, donne e bambini che fuggono dalle guerre etniche e i regimi totalitari sulle "carrette del mare" e che trovano scarsa accoglienza al giorno d'oggi".

Il cammino della speranza - titolo mutuato dal film di Pietro Germi che racconta l'odissea di un gruppo di siciliani che, dopo la chiusura della zolfatara, emigrano passando illegalmente il confine con la Francia - ricostruisce minuziosamente l'immigrazione clandestina italiana. Oltre agli aspetti politici e burocratici, racconta le peripezie dei viaggi, le condizioni di vita e di lavoro degli irregolari, il grado di integrazione, le umiliazioni e le ingiustizie subite. Ma soprattutto ha il merito di restituire alla memoria del Paese ampiezza e motivazioni di un fenomeno a lungo rimosso.


(©L'Osservatore Romano - 11 giugno 2009)
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