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A cinquant'anni dalla morte di don Luigi Sturzo

Last Update: 12/12/2009 8:13 AM
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A cinquant'anni dalla morte di don Luigi Sturzo

Vivacemente antitotalitario

Coerentemente democratico


di Andrea Possieri



Don Luigi Sturzo muore nel pomeriggio di sabato 8 agosto 1959, a Roma, nella casa generalizia delle Canossiane all'età di ottantotto anni. Tredici anni prima, nel 1946, nello stesso mese di agosto, si era imbarcato a New York sul "Vulcania" per far ritorno in Italia dopo ventidue anni di esilio. Emblematico è il ritratto di Sturzo, sulla nave che varcava l'oceano, scritto da un cronista dell'epoca:  "Un gran ciuffo grigio, il suo naso caratteristico, due lunghe mani che stringono un messalino e lo sfogliano svelto al succedersi delle orazioni. Luigi Sturzo è tutto in quel ciuffo, in quegli occhi, in quelle mani che sanno solo il gesto della preghiera a Dio. Del corpo esile e fragile, ci accorgiamo soltanto per qualche sussulto del petto".

La "salute cagionevole" lo accompagnò per tutta la vita. Ancor di più in questo ultimo decennio. Don Luigi Sturzo - come ricorda Gabriele De Rosa nella più nota biografia del prete di Caltagirone - aveva sempre chiesto all'amico e professore Giuseppe Caronia di avvertirlo quando il momento della morte si sarebbe avvicinato. Quel momento venne giovedì 23 luglio 1959. Quel giorno don Sturzo cercò di celebrare la messa nonostante il parere contrario di don Giovanni Pirani, parroco della chiesa di Ognissanti. Arrivò sino alla consacrazione e alla consumazione. Lesse a stento gli oremus finali e poi si accasciò.

Fu portato a braccia sul letto, ancora vestito, e subito fu chiamato il suo amico professore Caronia che gli preannunciò che la fine era prossima:  "Don Luigi, il Signore è vicino". E Sturzo:  "Ringraziamo il Signore!".

Sacerdote, politico, studioso, prima di tutto "un grande italiano". È questa la rappresentazione che trovò largo spazio nei giornali dell'epoca all'indomani della morte. "Il Messaggero" scrisse che era scomparso "una grande figura di italiano", "La Nazione" che era morto "un assertore dello Stato di libertà". Nel ricordo di Giuseppe Prezzolini si poteva leggere che era morto "un italiano" che aveva "sempre difeso l'Italia a viso aperto". Invece "l'Unità" - formalmente post-stalinista ma ancora togliattiana - sembrò rispolverare un vecchio linguaggio cominternista e lo dipinse come un "sacerdote disciplinato" che era stato "in costante e prudente fedeltà alle mutevoli direttive del Vaticano", il cui merito maggiore sarebbe consistito nella "difesa della Repubblica spagnola contro la sollevazione franchista" e il cui demerito più grande andrebbe riassunto nell'essere stato "il preparatore, l'ispiratore e la guida del primo partito cattolico che ha aperto la via al secondo, la Democrazia cristiana, e al suo programma clericale  di conquista dello Stato italiano".

Accanto al "grande italiano" e al "clericale" si faceva largo anche un'altra interpretazione che suggeriva l'esistenza di ben due Sturzo:  "uno di sinistra" nel periodo precedente la seconda guerra mondiale e "uno di destra" dopo il 1946. Campione di questa esegesi è sicuramente Eugenio Scalfari che, con un commento apparso su "L'espresso" del 16 agosto 1959 dal titolo "La coerenza di Sturzo", scinde in due il sacerdote di Caltagirone:  quello antifascista prebellico, quando ancora il movimento cattolico è un movimento minoritario in Italia, e quello dopo il suo rientro in patria, quando "ha assunto la leadership morale dell'ala cattolica conservatrice". "Il problema di Sturzo è quello della coerenza", scrive Scalfari chiedendosi se una coerenza di tale natura abbia giovato "alla diffusione del messaggio cattolico nella società italiana". In realtà, Sturzo seppe essere coraggiosamente antifascista nei primi anni Venti e tenacemente anticomunista nel secondo dopoguerra. Ovvero, vivacemente antitotalitario e coerentemente democratico.

E comunque a trent'anni di distanza anche i giudizi degli avversari politici si mitigano e mutano col variare del sistema politico, delle sensibilità culturali e delle sconfitte politiche. Quel "prete segaligno e sempre indaffarato, con la tonaca svolazzante", come lo ricordò maliziosamente "la Repubblica" con un articolo a firma di Gianni Corbi il 14 febbraio 1989, non assomigliava poi così tanto a quello descritto nel 1959 da "L'espresso". "Il seme del movimento - si legge su "la Repubblica" - fortemente organizzato e piantato da Sturzo nel fertile terreno cattolico, si dimostrerà vitale e resistente. Tutta l'azione di De Gasperi e di molti suoi successori, come vedremo, è in gran parte una summa ammodernata del pensiero sturziano".

L'8 agosto del 1989 il quotidiano del Partito comunista italiano, "l'Unità", andò ben oltre il commento de "la Repubblica". Con un partito che attraversava la sua crisi finale e si trovava in una faticosa ricerca di una nuova identità politica che fosse in qualche modo redentrice di una storia fino ad allora creduta "gloriosa" e che si era rivelata in realtà fallimentare, il quotidiano di botteghe oscure tentò una rilettura di don Sturzo che fosse, in qualche modo, in linea con l'orizzonte culturale del "nuovo Pci".



Carlo Cardia, in un corposo articolo di terza pagina, enucleava alcuni meriti storici del "prete atipico" di Caltagirone, sottolineando a più riprese non solo "l'antifascismo sturziano", ma soprattutto una sorta di primogenitura politico-culturale sulla questione morale che, da circa un decennio, era diventata bandiera insostituibile dei comunisti italiani. Una lunghissima citazione di don Sturzo del 1952 - in cui si invocava "pulizia morale, solo così i partiti sono degni di chiedere i voti" - veniva attualizzata agli anni Ottanta cercando di includere don Sturzo e i "suoi valori" all'interno del patrimonio simbolico della nuova sinistra. Tuttavia, al di là delle battaglie per la memoria storica e dei meccanismi di rimozione e rimodulazione delle identità politiche, il sacerdote di Caltagirone non è certamente un uomo ascrivibile soltanto alla vita politica della prima repubblica. Don Luigi Sturzo ha attraversato l'Italia liberale, quella fascista e quella repubblicana, formando le proprie idee politiche nella prima, vivendo da esule nella seconda e da padre nobile della patria nella terza, anche se ai margini dell'arena politica. Ma è soprattutto in un'età di mezzo, nella transizione dal regime liberale a quello fascista, che il prete di Caltagirone diventa uno dei protagonisti del sistema politico nazionale, di quel particolare sistema politico democratico-proporzionalista che, soprattutto dopo il 1919, permette per la prima volta la competizione tra i grandi partiti di massa. Una delle novità più importanti del primo dopoguerra - "il fatto storico più grande dopo il Risorgimento" secondo Antonio Gramsci, "l'avvenimento più notevole della storia italiana del xx secolo" secondo Federico Chabod - fu la nascita del Partito popolare italiano, la creatura politica di cui Sturzo era stato il propugnatore, l'organizzatore e il teorico da lungo tempo, almeno a partire dal 1905.

Da quando pronunciò a Caltagirone, il 24 dicembre del 1905, quel discorso su "I problemi della vita nazionale dei cattolici", che i biografi segnano come uno spartiacque storico dell'elaborazione sturziana e che prefigura una nuova fase politica e la formazione di partito laico, democratico e d'ispirazione cristiana. Questa fase troverà poi compimento nell'appello "A tutti gli uomini liberi e forti", pronunciato dalla stanza dell'albergo Santa Chiara il 18 gennaio 1919.

Tuttavia, le idee e le proposte politiche che porteranno alla nascita del Partito popolare italiano affondano le radici ancora più indietro nel tempo. Da un lato, nel magistero di Leone xiii e nella pubblicazione dell'enciclica Rerum novarum e, dall'altro, all'interno delle dinamiche del sistema politico dell'Italia liberale dove i cattolici erano tra gli "esclusi" del processo risorgimentale. In questo contesto storico, dunque, l'enciclica di Leone xiii del 1891 sulla questione operaia rappresentò, come ebbe a dire lo stesso Sturzo, "la prima finestra su questo mondo". Prima di allora, "tutto preso dagli studi", racconta lo stesso Sturzo, il mondo esterno gli era "indifferente e ignoto" e il suo scopo era, al più, quello di ottenere "una cattedra di filosofia e di portare il tomismo in un'università di Stato". L'anno successivo, con lo scoppio delle rivolte dei contadini e degli operai delle zolfare siciliane, i "fasci siciliani", era giunto il momento del passaggio dalla teoria, l'enciclica leonina, ai fatti, l'azione politica.

Nel volgere di pochi anni prende inizio l'attività politica di don Sturzo. Nel 1895 fonda nella parrocchia di San Giorgio il primo comitato parrocchiale e, poco dopo, dà vita alle prime casse rurali e cooperative della sua città. La nascita del Partito popolare italiano nel 1919 rappresenta, probabilmente, il suo capolavoro politico. Il capolavoro di uomo cresciuto e formato sul finire dell'Ottocento che ebbe la capacità e il coraggio politico - e questo è probabilmente il suo maggior lascito - di anticipare i tempi e di percepire i pericoli delle ideologie totalitarie del Novecento.



***

Il realismo del soprannaturale


di Michele Pennisi
Vescovo di Piazza Armerina
Presidente della commissione storica
per la causa di canonizzazione di don Luigi Sturzo



Nel suo testamento spirituale, redatto il 7 ottobre del 1958, don Luigi Sturzo aveva scritto:  "A coloro che mi hanno criticato per la mia attività politica, per il mio amore alla libertà, il mio attaccamento alla democrazia, debbo aggiungere, che a questa vita di battaglie e di tribolazioni non venni di mia volontà, né per desiderio di scopi terreni né di soddisfazioni umane:  vi sono arrivato portato dagli eventi". E aggiungeva:  "Riconosco le difficoltà di mantenere intatta da passioni umane la vita sacerdotale e Dio sa quanto mi sono state amare le esperienze pratiche di sessanta anni di tale vita; ma ho offerto a Dio e tutto indirizzato alla Sua gloria e in tutto ho cercato di adempiere al servizio della verità".

Queste ultime espressioni anticipano quanto scrisse dopo la sua morte Jacques Maritain, che lo aveva conosciuto durante l'esilio negli Stati Uniti:  "Si percepiva che egli riceveva la forza dalla sua missione sacerdotale e dall'offerta nella quale donava se stesso offrendo Gesù Cristo. Sacerdote innanzi tutto, egli non aveva difficoltà a mantenere intatti in mezzo alle agitazioni politiche, il suo ministero sacerdotale e la sua vita interiore. In lui l'attività temporale e la sua vita spirituale erano tanto più perfettamente distinte quanto più intimamente unite nell'amore e nel servizio di Cristo". A Caltagirone nella tomba di marmo bianco dove riposano i resti mortali di Sturzo, oltre la data della nascita e della morte, è riportata, secondo il desiderio espresso dal sacerdote nel suo testamento, anche quella della sua ordinazione, avvenuta il 19 maggio 1894 nella chiesa del Santissimo Salvatore, all'interno del cui complesso monumentale è situato il mausoleo dove nel 1962 fu traslata la sua salma.

È impossibile in realtà capire profondamente don Sturzo se si prescinde dalla visione teologica basata sul realismo del soprannaturale che ha permeato non solo la sua vita interiore di "prete piissimo", come lo definì Arturo Carlo Jemolo, ma anche tutta la sua vastissima opera in campo culturale, sociale e politico. L'esperienza di fede di don Luigi Sturzo, vissuta nel desiderio di fedeltà a Cristo nella Chiesa del suo tempo, fu coniugata con una attività sociale, politica e culturale tesa a mostrare "apologeticamente" come il cristianesimo potesse svolgere un ruolo positivo nel dare risposta ai problemi temporali, senza ridursi a una "religione politica", chiusa alla dimensione divinizzante della grazia e a quella escatologica del regno di Dio.

Don Luigi certamente nel giorno della sua ordinazione non poteva pensare dove e come l'avrebbe condotto la Provvidenza nel corso del suo ministero sacerdotale:  organizzatore dell'Azione cattolica, pubblicista che dirigeva il battagliero giornale "La Croce di Costantino", promotore di cooperative di contadini e di sindacati di operai, prosindaco della sua città natale per quindici anni, vicepresidente dell'Associazione nazionale dei comuni italiani, segretario generale della giunta dell'Azione cattolica italiana durante il pontificato di Benedetto xv, fondatore del Partito popolare italiano, esule per oltre un ventennio durante il fascismo, autore di diverse opere di sociologia, storia, morale, teologia, diritto, senatore a vita e battagliero polemista negli ultimi anni della sua vita. È impossibile capire profondamente Sturzo se si prescinde dalla visione teologica sottesa a tutta la sua opera e dal suo impegno pastorale di prete. "Nella mia vita - scrisse - ho chiesto incessantemente al Signore di essere sempre e soltanto, ovunque sacerdote, alter Christus".

Nonostante il suo impegno a livello sociale e politico egli riuscì sempre a condurre una vita sacerdotale esemplare. La sua ansia di santità emerge nel carteggio che Luigi, durante il lungo periodo del suo esilio, ebbe con suo fratello Mario, vescovo di Piazza Armerina. I due fratelli ricordano spesso la loro ordinazione e scrivono a lungo di ascetica e mistica. In una lettera del 14 maggio 1929 Sturzo chiede che gli venga inviato l'ufficio del santo curato d'Ars. Scrive da Londra il 19 aprile 1933:  "Vorrei essere santo, ma la via è lunga e io vedo che non progredisco e chissà che non vado indietro. Tu preghi per me, e te sono grato assai; nella comunione delle preghiere vi è un conforto reciproco per una più intensa vita spirituale". Durante una malattia scrive da Londra il 28 gennaio 1937:  "L'unica consolazione è che posso andare a dire la messa e arrivo a dire il breviario e le preghiere. Tutto il resto mi stanca".

La celebrazione quotidiana della messa costituiva il fulcro della sua giornata. La sua messa - chiamata da molti suoi amici "la messa di sant'Alfonso dei Liguori" per la devozione e per la commozione con cui la celebrava - è rimasta impressa in molti che l'hanno conosciuto. Non meraviglia dunque che don Sturzo abbia potuto descrivere a Ernesto Calligari nell'aprile del 1926 la sua attività sociale come "esplicazione di apostolato religioso e morale". "Non avessi avuto questa convinzione e questa finalità - scrive nella stessa lettera - non avrei potuto conciliare le mie attività col mio carattere sacerdotale e con la mia unica aspirazione di servire Dio".

Egli concepisce la spiritualità non come qualcosa che tende ad abbracciare tutta l'esistenza. "La pietà - scrive agli inizi del secolo scorso - non consiste nel passare tutte le ore a recitar preghiere, ma principalmente nell'abito virtuoso dell'umiltà, nell'esercizio della presenza di Dio, nel desiderio di patir per Gesù Cristo e per Lui mortificare se stesso, nell'ordinare tutto a Dio come a fine ultimo (...) Non bisogna crear colli torti, né ipocriti tristi, ma sacerdoti il cui ministero importa attività pel popolo in tutte le ore, in tutti i momenti, nei quali siamo costretti, come diceva san Francesco di Sales, a lasciare Dio per Dio".

Di questa sua profonda spiritualità rimanevano colpiti quelli che lo accostavano. Significativa è la testimonianza di un anticlericale come Gaetano Salvemini:  "Don Sturzo crede nell'esistenza di Dio:  un Dio - badiamo bene - che non solo esiste chi sa mai dove, ma è sempre presente a quel che don Sturzo fa, e don Sturzo gliene deve rendere conto strettissimo, immediatamente, e non nell'ora della morte (...) Con quell'uomo buono (naturalmente era anche intelligente) non si scherzava (...) Discuteva e lasciava discutere di tutto, con una libertà di spirito, che raramente avevo trovato nei cosiddetti liberi pensatori; ma quando si arrivava alla zona riservata, cadeva la cortina di ferro, don Sturzo non discuteva più".

Per don Luigi Sturzo la santità doveva costituire l'ideale di ogni cristiano, anche delle persone impegnate in politica. Questo non deve meravigliare se si pensa a quanto aveva scritto agli inizi del xx secolo Giuseppe Toniolo, con il quale il giovane Sturzo aveva iniziato a partire dal 1898 un rapporto epistolare:  "Noi credenti sentiamo, nel fondo dell'anima, che chi definitivamente recherà a salvamento la società presente, non sarà un diplomatico, un dotto, un eroe, bensì un santo, anzi una società di santi".

Rispondendo nel 1957 a un quesito di don Giovanni Rossi sulle possibilità di un uomo politico di "essere cristiano integrale", Sturzo sosteneva che "a nessuno Dio nega le grazie per essere perfetto cristiano" ma "se il vangelo afferma essere la via del cielo assai stretta, e perciò impossibile da percorrere per i superbi e di difficilissimo esito per i ricchi, quegli uomini politici e amministratori pubblici che sono esposti a montare in superbia e a subire le tentazioni (...) sono perciò stesso obbligati, se vogliono rimanere buoni cristiani, a stare molto più vigilanti degli altri, e a pregare Dio che accordi loro con maggiore abbondanza la grazia dello stato".

Alla base della spiritualità incarnata nell'impegno sociale e politico di Sturzo c'è una concezione ortodossa del mistero di Cristo vero Dio e vero uomo che, sulla scia della definizione del concilio di Calcedonia, porta a escludere sia una sorta di "neomonofismo" integrista, che confonde fede e politica, sia una specie di "neonestorianesimo secolarista", che conduce a una schizofrenica separazione dualistica fra vita cristiana animata dalla carità e impegno politico.

Don Sturzo cercò di realizzare una ortoprassi cristiana della politica, basata su un corretto rapporto tra ordine naturale e ordine soprannaturale, che escludesse sia un assorbimento del naturale nel soprannaturale, sia una giustapposizione fra i due ordini. Quest'impostazione del rapporto fra grazia e natura si ritroverà sia nell'elaborazione del progetto di un partito laico di ispirazione cristiana, sia nella sua sociologia storicista, che è stata definita "cristiana nella radice anche se laica nelle foglie". Nel 1947 così si esprimeva in un articolo:  "Il finalismo unico e inderogabile per tutti è il regno di Dio e la sua giustizia, che si ricapitola in Cristo Uomo-Dio. La realtà vera non è la natura ma il binomio:  natura-soprannatura, del quale l'unione ipostatica in Cristo è il sublime e infinito prototipo. Ogni separazione in Cristo dell'uomo da Dio, come ogni separazione nell'uomo della natura dalla soprannatura, ci fa cadere nell'irreale; perché non esiste un Cristo solo uomo, come non esiste l'uomo solo natura. L'umanità di Cristo è assunta dalla divinità, la natura dell'uomo è elevata dalla grazia (...). L'umanità fin dal primo inizio dell'elevazione alla grazia con Adamo, vive nell'atmosfera del soprannaturale".

A distanza di cinquant'anni dalla morte il tentativo di Sturzo di realizzare un impegno politico e sociale, rispettoso sia di una ben intesa integralità del cristianesimo sia di una sana laicità della politica, riveste ancora una sua attualità, che rimanda a un impegno creativo e responsabile dei cristiani di interpretare "i segni dei tempi" alla luce del Vangelo, per realizzare una prassi politica animata dalla fede e vissuta come esigenza intrinseca della carità.



(©L'Osservatore Romano - 8 agosto 2009)
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Alla Lumsa l'attualità di un cattolico in politica

Luigi Sturzo e la Costituzione


di Raffaele Alessandrini

Nell'appello sturziano "ai liberi e ai forti" del 1919, si colgono alcune idee portanti della futura Costituzione italiana del 1948. Ha voluto ricordarlo giovedì 10 dicembre alla Libera Università Maria Santissima Assunta (Lumsa) il cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone  al convegno "Don Luigi Sturzo,  attualità di un cattolico in politica" organizzato dall'associazione Giovane Europa.
Nell'aula magna dell'ateneo, moderati dal direttore di "Avvenire" Marco Tarquinio, oltre al porporato, sono intervenuti i parlamentari e giornalisti italiani Roberto Cota della Lega nord e Massimo D'Alema del Partito democratico. Assente giustificato il senatore a vita Giulio Andreotti, direttore della rivista "Trenta Giorni", il cui intervento è stato letto in apertura di serata dal vicedirettore del periodico Roberto Rotondo.

Dall'incontro - introdotto dal rettore della Lumsa Giuseppe Dalla Torre - sono emersi diversi aspetti del prete, politico e pensatore siciliano. Sulla dimensione sacerdotale si è soffermato, con la solita felice propensione per il genere aneddotico, Andreotti ricordando lo Sturzo uomo di Chiesa obbediente:  ora disposto a prolungare il suo esilio fino a dopo il referendum tra monarchia e repubblica onde non porsi come elemento di squilibrio a fronte dell'atteggiamento neutrale della Santa Sede; ora docile strumento a rischiose esposizioni come nella discussa "operazione" del 1952, subito abortita per volontà degli stessi cattolici.

Se Cota ha preferito ricordare lo Sturzo d'inizio Novecento, il municipalista radicato sul territorio, ma anche lo Sturzo federalista e autonomista, D'Alema ha esordito ricordando il noto giudizio di Gramsci relativo alla nascita del Partito popolare salutato come "il fatto più grande della storia italiana dopo il Risorgimento". D'Alema si è poi soffermato sul rapporto tra ispirazione religiosa e laicità della politica, sottolineando come il partito di Sturzo mai volle porsi come partito cattolico - termini antitetici - bensì come partito "di cattolici". La laicità dello Stato per D'Alema ha bisogno della testimonianza etica e politica di cattolici che si sappiano misurare con le sfide della modernità.

L'impegno sociale e politico del prete di Caltagirone fu riflesso esteriore di un permanente afflato interiore:  la ricerca della virtù. Lo ha ricordato a chiare note il cardinale segretario di Stato. Una ricerca che non può mai essere indifferente alla sfera pubblica. Fin dal 1919 Sturzo supera l'idea di "Stato accentratore tendente a limitare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale". Obiettivo ultimo dello Stato - ha pertanto sottolineato il cardinale Bertone - non è la propria conservazione ed espansione, ma lo sviluppo dell'uomo "sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove svolge la sua personalità", come recita l'articolo 2 della Carta costituzionale italiana.

Il pensiero di Sturzo, e la sua stessa vicenda storica e personale, si impongono evidentemente con bruciante attualità - e non senza stridenti contrasti - sulla scena odierna interrogando anzitutto i cattolici impegnati nella vita pubblica in un contesto che tende a separare l'etica privata da quella pubblica. Anche Benedetto XVI nella Caritas in veritate - ha detto il porporato - ricorda che soprattutto i credenti hanno il compito di globalizzare una vita virtuosa, altrimenti il rischio è "che all'interdipendenza di fatto tra gli uomini e i popoli non corrisponda l'interazione etica delle coscienze e delle intelligenze". Non deve esistere quindi separazione tra l'etica della persona singola e l'etica sociale. Se questo è un dovere per tutti tanto più il richiamo alla virtù per i cattolici diventa un imperativo legato alla loro propria missione storica. Afferma Sturzo:  "La missione del cattolico in ogni attività umana, politica, economica (...) è tutta impregnata di ideali superiori, perché in tutto ci si riflette il divino. Se questo senso del divino manca, tutto si deturpa:  la politica diviene mezzo di arricchimento, l'economia arriva al furto e alla truffa".

Dall'appello del 1919 emerge ancora, nel contesto della concezione sturziana dello Stato, l'importanza speciale della famiglia, "società primaria e scuola politica per la persona" come ricorda il cardinale segretario di Stato. Don Sturzo nel primo punto del suo programma indica come prioritaria l'integrità della famiglia e la difesa di essa da tutte le forme di dissoluzione e di corrompimento. Anche in questo caso è evidente la corrispondenza con la Carta costituzionale italiana del 1948 che nell'articolo 29 riconosce il valore della famiglia "come società naturale fondata sul matrimonio". Proprio alla famiglia Sturzo affida un ruolo essenziale nell'educazione alla virtù che diviene, quasi spontaneamente, educazione civica. La visione sturziana guarda poi a uno Stato inserito nel più vasto consesso delle nazioni e soprattutto a una dualità sociale tra Stato e Chiesa pur nelle difficoltà storiche e culturali. Nel rispetto della reciproca autonomia e indipendenza le due entità condividono infatti la comune missione di promuovere il pieno sviluppo della persona umana. Ciò si realizza - conclude il cardinale Bertone - riconoscendo la libertà religiosa a persone e comunità e favorendo l'espressione del sacro e dei suoi simboli anche nella sfera pubblica, sapendo che la crescita morale e spirituale della società ravvivano la fiaccola del dovere civico e rinsaldano il cammino verso la giustizia e la pace.


(©L'Osservatore Romano - 12 dicembre 2009)
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