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L'inchiesta Bbc su preti e pedofilia

Last Update: 9/7/2009 12:32 PM
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L'inchiesta Bbc su preti e pedofilia

sotto la lente

Si intitola «Sex crimes and the Vatican» il video mandato in onda dalla BBC ad ottobre 2006 e riproposto dalla trasmissione di Rai Due «Annozero».
Ecco alcuni articoli a commento delle falsità e delle deformazioni della realtà presenti nel filmato, come dei fini dell'operazione mediatica. Abbiamo incluso anche due articoli relativi al caso di don Dessì, condannato nei giorni scorsi a 12 anni di reclusione per reati di pedofilia, in quanto la vicenda è esemplare dell'atteggiamento della Chiesa in queste dolorose circostanze.

Oddifreddi non molla la presa sui preti pedofili (06 giugno 2007)
E il grande matematico scivolò (ancora) sui numeri

Sinceramente ne abbiamo abbastanza del tormentone Odifreddi e ci deprime l’idea di contribuire anche solo minimamente a dilatare l’eco delle sue "idee" in materia di fede, cristianesimo, religione e problemi ...

di Piero Chinellato

Parole, parole (02 giugno 2007)
Quante «gaffe» in quel documentario

Il documentario della Bbc è tendenzioso nell’impianto, falso in diversi punti, volto a offrire al telespettatore un quadro volutamente distorto del problema. In particolare:– Presenta quattro storie estreme ...

di Andrea Galli

Il caso pedofilia (02 giugno 2007)
Che fatica capire nel salotto di Annozero

«La verità non può che fare bene alla Chiesa», diceva grosso modo, a un certo punto della trasmissione, un giovane giornalista presente in sala. Giusto. Ovvio. Solo che la «verità», nella puntata di giovedì ...

di Andrea Galli

Terribile effetto del transfert televisivo (02 giugno 2007)
Se la macchia del sospetto lambisse tutti i preti

Annozero l’altra sera era un processo. C’era l’accusa, sostenuta dall’autore dell’inchiesta della Bbc e da Santoro, cui i panni dell’inquisitore sono cari. C’era, per decenza dell’informazione, la difesa. ...

di Marina Corradi

Pedofilia: solidarietà alle vittime (02 giugno 2007)
La verità mai strumentale

La Chiesa non ha paura della verità. Non può e non deve averne. Anche quando la verità parla di ferite e di dolore. Anche quando può apparire scomoda. Anche quando parla di infidi individui che circuiscono ...

di Umberto Folena

La trasmissione di Santoro (01 giugno 2007)
Preti pedofili, sottili veleni ad Annozero

Stasera parliamo di casi singoli. Lo ripeto tre volte. Sono contrario alle generalizzazioni". Ieri sera Michele Santoro sceglie, apparentemente, l’esordio morbido per la puntata di Annozero che parte dal ...

di Umberto Folena

Don di Noto: pochissimi i sacerdoti condannati (31 maggio 2007)
«Preti pedofili? La chiesa non ha paura della verità»

Il grido di centocinquanta milioni di bambini straziati dovrebbe spaccare la Terra. Invece fa poco rumore, la pedofilia, quasi nulla rispetto alla devastazione che lascia dietro di sé: un olocausto bianco ...

di Lucia Bellaspiga

La realtà dei fatti (31 maggio 2007)
Omertà dei Papi, un'accusa infondata

I panni sporchi c’è chi preferisce lavarli in casa. Giovanni Paolo II no, la pensava diversamente. E così, il 14 agosto 1993, cioè nove anni prima che la questione degli abusi sessuali commessi da membri ...

di Andrea Galli

Documenti manipolati (30 maggio 2007)
Preti pedofili, le falsità del video Bbc

Solo la rabbia laicista spiega perché, subito all'improvviso il documentario dell'ottobre 2006 della Bbc «Sex Crimes and the Vatican» abbia cominciato a circolare su Internet con sottotitoli italiani, ...

di Massimo Introvigne

Il direttore risponde (27 maggio 2007)
Chiesa e pedofilia: la verità, senza timori

Caro Direttore, le scrivo per avere da lei conforto su quanto ho avuto modo di vedere su Internet in termini di crimini sessuali commessi dal clero. Premesso che un pedofilo si può nascondere ...

 

Per i reati di pedofilia di don M. Dessì (26 maggio 2007)
Dolore e condanna. I bimbi serviti ma rispettati

Dolore, costernazione e condanna sono le parole che sovvengono all'animo di chi si imbatte nella triste vicenda di don Marco Dessì. Com'è noto, la sentenza emessa a Parma nei confronti di questo missionario ...

di Giulio Albanese

Il caso di don Dessì (26 maggio 2007)
«La Chiesa è stata severa e collaborativa»

«Se siamo riusciti a inchiodare alle sue responsabilità don Marco Dessì, il prete che in Nicaragua si è macchiato per anni di gravi colpe nei confronti dei minori a lui affidati, è anche grazie alla determinazione ...

Lucia Bellaspiga

Ai danni della Chiesa e di Ratzinger (19 maggio 2007)
Infame calunnia via Internet

Ognuno, evidentemente, si consola come vuole. O, meglio, come può. Così stupisce solo in parte che dinanzi alla vitalità cattolica documentata sabato scorso in Piazza San Giovanni, ci sia chi trovi benefico ...

Andrea Galli

 

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Pedofilia, quante bugie
 di Giacomo Samek Lodovici

[Da "il Timone", n. 23, gennaio/febbraio 2003]

Nei mesi scorsi i media hanno continuamente insistito sullo scandalo dei preti americani pedofili, spesso sfruttando l’occasione per denigrare la Chiesa, sicché la fiducia nella santità della Chiesa di molti cattolici ha vacillato. Ora, questa sfiducia è già sbagliata, perché non distingue tra: 1) santità e infallibilità della Chiesa: la Chiesa è santa come corpo mistico di Cristo ed è infallibile quando si pronuncia solennemente in materia di fede e di morale (e solo in questi ambiti); 2) fallibilità degli uomini di Chiesa: tutti gli uomini, in quanto tali, sono esposti all’errore e possono compiere il male. Inoltre, nella storia della Chiesa fa molto più rumore un albero che cade di una foresta che sta in piedi: pochi sacerdoti e religiosi tralignanti fanno più rumore di moltissimi santi che hanno agito silenziosamente.

In ogni caso, alcuni hanno sfruttato la vicenda americana proponendo, come rimedio, il matrimonio dei preti e il sacerdozio femminile. Ma, come è già successo molte volte nella storia, anche in questo caso, abbiamo a che fare con una colossale campagna di diffamazione, finalizzata a creare una leggenda nera (l’ennesima, oltre a quelle sull’Inquisizione, le crociate, ecc.), che invece va ridimensionata. Certamente ci sono stati alcuni casi reali, che sono molto dolorosi e intollerabili, tuttavia le cifre sono state notevolmente gonfiate e non bisogna generalizzare.

I preti cattolici sono più inclini alla pedofilia rispetto agli altri uomini?

Falso, perché essa è presente in tutte le classi, professioni, religioni, comunità etniche. La pedotilia (l’abuso sessuale di minori di 13 anni; pedofilo è un soggetto di almeno 16 anni e almeno 5 anni più vecchio del bambino) tra i preti è molto rara, e affligge solo lo 0,3% dei sacerdoti. Philip Jenkins, docente universitario alla Pennsylvania State University che, si noti bene, non è cattolico, ha pubblicato questi dati nel 1996 nel libro Pedophilies and Prieest, dove mostra una delle casistiche a tutt’oggi più aggiornate e complete, da cui risulta che solo 1 prete su 2252 è pedofilo, considerando gli ultimi trent’anni. I preti non pedofili, ma colpevoli di abusi sessuali sono circa l’1,9%, cifra paragonabile alla percentuale tra gli uomini sposati.

Circa il recente scandalo di Boston, solo 4 tra più di 80 preti accusati dai media di pedofilia sono realmente colpevoli. In realtà, i preti coinvolti in questo scandalo sono in maggioranza efebofili (attrazione omosessuale verso ragazzi adolescenti), il che certamente non è giustificabile, ma non altrettanto ignobile quanto la pedofilia. Infine, nei mesi scorsi altre confessioni religiose e istituzioni non religiose hanno ammesso di avere problemi simili sia con la pedofilia che con l’efebofilia: perciò è falso che i prelati cattolici siano più predisposti alla pedofilia rispetto ai ministri protestanti, capi ebrei, insegnanti o educatori (per questi dati cfr la rivista americana Crisis: www.crisismagazine.com).

Il matrimonio dei preti potrebbe debellare la pedofilia e le altre forme di deviazioni sessuali?

Il celibato non comporta di per sé alcun tipo di deviazione sessuale. Infatti, come abbiamo detto, gli uomini sposati sono altrettanto a rischio di deviazioni sessuali.

Il sacerdozio delle donne potrebbe risolvere il problema?

No, perché anche alcune donne molestano i bambini.

Qual è l’origine della pedofilia?

Mentre la dottrina morale della Chiesa condanna gli abusi sessuali in tutte le loro forme, la pedofilia è favorita dall’attuale cultura della trasgressione e dal permissivismo sessuale. Si facciano dunque un esame di coscienza tutti i promotori ditale cultura. Per non dire dei radicali, che hanno organizzato il 27-10-1998

un aberrante convegno, nelle aule del Senato, la cui presentazione così recitava: "[…] essere pedofili [...] non può essere considerato un reato; la pedofilia […] diventa reato nel momento in cui danneggia altre persone". Come dire che la pedofilia è lecita purché il bambino sia consenziente!

Ricorda

"Jenkins cita un anticattolicesimo latente in settori importanti della società nordamericana, ambienti di psicologi e di terapisti convinti che tuffo quanto i loro pazienti raccontano, magari sotto ipnosi, sia sempre e necessariamente vero - episodi passati in tema di satanismo e di incesto mostrano che non sempre è cosi - e una mentalità liberal per cui il celibato o i voti non sono politicamente corretti. Le analisi di Jenkins - a mio avviso meritevoli di grande interesse - non negano certamente la presenza di casi dolorosi, sulle cui cause la Chiesa giustamente indaga e s’interroga. Ma aiutano a guardarsi dalle generalizzazioni e dall’analisi "urlata" di problemi che vanno invece affrontati, insieme, con coraggio e con discrezione". (Massimo lntrovigne, Preti e pedofilia: tra realtà e mistificazione, in Cristianità, n. 282, 1998).

© Il Timone
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Annozero su sacerdoti e pedofilia: le pagelle di Massimo Introvigne
 [Dal sito del Cesnur]

Michele Santoro. Voto: 5. Inizia in tono minore un dibattito che a lungo non riesce a far decollare. Ossessionato dal fantasma di Giuliano Ferrara, che cita quattro volte, dimostra che in una settimana di lavoro non è riuscito a imparare a non confondere segreto del processo e segreto del delitto, processo canonico e processo civile. Lo staff non lo aiuta: traducendo, parla dell’ex-sacerdote Oliver O’Grady come di un “imputato in una causa civile”. Non è così, stava collaborando con gli avvocati che cercavano di spillare risarcimenti miliardari alla Chiesa: ma chi ha mai visto “imputati” in un processo civile? Per provare che Panorama della BBC è un programma serio (davvero lo è ancora?) chiede referenze a un collaboratore che gli cita il vaticanista “inglese” John Allen, che in realtà è americano e quando ha visto il documentario ha parlato della “prestigiosa serie televisiva Panorama” (forse con riferimento alle glorie passate) solo per rilevare che la specifica puntata “Sex Crimes and the Vatican” presenta una “preoccupante disinvoltura quando si tratta dei fatti”. Si fa confondere da don Di Noto e pasticcia sulle statistiche. Dopo una vita da giustizialista, vorrebbe mettere in discussione perfino l’esistenza della prescrizione. Giacobino.

Monsignor Rino Fisichella. Voto: 8. È un vescovo, e forse per questo Santoro lo lascia parlare. Non perde la calma, ma non si fa neppure mettere i piedi in testa. Spiega con chiarezza il significato canonico dei documenti e l’azione di Joseph Ratzinger, da cardinale prima e da Papa poi, per reprimere la piaga della pedofilia (altro che tolleranza). Santoro e la Borromeo non lo capiscono, i telespettatori probabilmente sì. Efficace.

Colm O’Gorman. Voto: 4. A differenza di monsignor Fisichella, non mantiene la calma, anzi interpreta alla perfezione la macchietta dell’irlandese rissoso appena uscito dal pub. Si contraddice ripetutamente (prima sostiene che la Chiesa non ha agenzie che si occupino dei bambini vittime di episodi di pedofilia che coinvolgono preti, poi ammette che esistono ma sostiene che non funzionano abbastanza bene). Urla e sbraita (una specialità della casa della trasmissione Panorama della BBC, vedi per esempio il siparietto dell’autore di un’inchiesta su Scientology). Involontariamente rende un grande servizio ai telespettatori: nessuno potrà più pensare che una “inchiesta” realizzata da un simile energumeno sia pacata e obiettiva. Esagitato.

Don Fortunato Di Noto. Voto: 7. Ha l’intelligenza di lasciare le questioni tecniche sul documentario a monsignor Fisichella. Quando Santoro la butta sui casi umani (“tutto vero”, come direbbe la Gazzetta dello Sport, ma l’errore è generalizzare, dimenticando che i casi umani ci sono anche fra chi è stato vittima di abusi nelle scuole coraniche o negli asili laici), fa valere la sua esperienza di persona che lotta contro i pedofili a colpi di fatti e non di documentari. Solido.

Beatrice Borromeo. Voto: 5. Poche battute e poche idee, ma confuse. Come da copione e da preview di Annozero diffusa via Internet afferma di avere letto le obiezioni di chi non voleva che si proiettasse il documentario ma ne ha capito poco o nulla, dal momento che continua a chiedere dove siano le falsità del documentario dopo oltre un’ora che se ne parla. Giuliva.

Marco Travaglio. Voto: 4. Apre il programma con una prevedibile tirata su Montanelli e Berlusconi. Il laicismo un po’ frusto alla Piazza Navona non riesce a farlo entrare nel tema della puntata. Scontato.

Piergiorgio Odifreddi. Voto: 5. Un punto in più per avere limitato gli interventi su un tema di cui, come si è bene inteso, non sa nulla. Quando parla, però, lo fa a vanvera, cominciando a citare a vanvera documenti mal tradotti, facendo insorgere in monsignor Fisichella il dubbio che non sappia il latino. Non basta avere venduto molte copie di un libro che paragona i cristiani ai cretini per essere, come vorrebbe Santoro, “un grande intellettuale”. Inconsistente.

Bruno Vespa. Voto: 9. Spiazza completamente Santoro e gli ruba la scena allestendo per la stessa serata una trasmissione dove addirittura il cardinale segretario di Stato per la prima volta fa vedere le buste che contengono il terzo segreto di Fatima, e dove si mostra che cos’è l’informazione religiosa seria. Santoro non se l’aspettava, ma mai sottovalutare i vecchi democristiani. Volpone.

Joseph Goebbels. Voto: 0 per le idee, 9 per le tecniche di propaganda. Dal 1933 al 1937 scatena la maggiore campagna di propaganda contro la Chiesa cattolica sul tema dei “preti pedofili”, denunciandole oltre settemila (ma siccome anche sotto il nazismo c’era il famoso giudice a Berlino, otterrà solo 170 condanne, molte per abusi commessi da ex-preti dopo avere lasciato la Chiesa o per episodi di omosessualità, allora puniti dalle leggi, non collegati alla pedofilia; e alcune certamente di innocenti che finiranno a Dachau). I cinegiornali nazisti mostrano bambini flagellati - come oggi si sa, non da preti ma dai produttori dei cinegiornali -, gemiti e catene come in un film di Murnau. E, alla fine, mostrano Pio XI, colpevole di avere condannato il nazismo, accusando il Papa di proteggere i preti pedofili. Come si vede, nulla di nuovo sotto il sole. Ma i documentari di Goebbels avevano una loro sinistra e malefica efficacia cui non può aspirare un qualunque O’Gorman: che non è un nazista, ma solo un documentarista di serie B. Pericoloso: ma la Chiesa è sopravvissuta a Goebbels, sopravvivrà anche ad Annozero.

[Fonte: http://www.cesnur.org/2007/mi_anno0.htm]
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La congiura degli ignoranti

 di Massimo Introvigne

[Da «il Giornale», 23 maggio 2007]

Solo la rabbia laicista dopo il Family day spiega perché all’improvviso il documentario dell’ottobre 2006 della BBC Sex Crimes and the Vatican abbia cominciato a circolare su Internet con sottotitoli italiani, e Santoro abbia cominciato ad agitarsi. Il documentario, infatti, è merce avariata: quando uscì fu subito fatto a pezzi dagli specialisti di diritto canonico, in quanto confonde diritto della Chiesa e diritto dello Stato. La Chiesa ha anche un suo diritto penale, che si occupa tra l’altro delle infrazioni commesse da sacerdoti e delle relative sanzioni, dalla sospensione a divinis alla scomunica. Queste pene non c’entrano con lo Stato, anche se potrà capitare che un sacerdote colpevole di un delitto che cade anche sotto le leggi civili sia giudicato due volte: dalla Chiesa, che lo ridurrà allo stato laicale, e dallo Stato, che lo metterà in prigione.

Il 30 aprile 2001 Papa Giovanni Paolo II pubblica la lettera apostolica «Sacramentorum sanctitatis tutela», con una serie di norme su quali processi penali canonici siano riservati alla giurisdizione della Congregazione per la dottrina della fede e quali ad altri tribunali vaticani o diocesani. La lettera «De delictis gravioribus» firmata da Ratzinger come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede il 18 maggio 2001 - quella presentata dalla BBC come un documento segreto, mentre fu subito pubblicata sul bollettino ufficiale della Santa Sede e figura sul sito Internet del Vaticano - costituisce il regolamento di esecuzione delle norme fissate da Giovanni Paolo II. Nella nota 3 della lettera di Ratzinger si cita l’istruzione «Crimen sollicitationis» emanata dalla Congregazione per la dottrina della fede, che allora si chiamava Sant’Uffizio, il 16 marzo 1962, ben prima che alla Congregazione arrivasse lo stesso Ratzinger. Questa istruzione dimenticata, «scoperta» nel 2001 solo in grazia di quella nota, non si occupa affatto di pedofilia ma del vecchio problema dei sacerdoti che abusano del sacramento della confessione per intessere relazioni sessuali con le loro penitenti. L’istruzione del 1962 non nasconde questi abusi, anzi impone a chi ne venga a conoscenza di denunciarli sotto pena di scomunica. Dispone che i relativi processi si svolgano a porte chiuse, a tutela della riservatezza sia dei testimoni sia degli imputati eventualmente innocenti. 

La lettera del 2001, al contrario di quanto fa credere il documentario, crea una disciplina più severa per il caso di abuso di minori rendendolo perseguibile oltre i normali termini di prescrizione, fino a quando chi dichiara di avere subito abusi da minorenne abbia compiuto i ventotto anni. Con questa nuova disciplina la durezza della Chiesa verso i sacerdoti accusati di pedofilia è molto cresciuta con Benedetto XVI, come dimostrano casi clamorosi e la stessa nomina del cardinale americano Levada, severissimo con i preti pedofili, a prefetto della Congregazione per la dottrina della fede.

Tutte queste norme riguardano, ancora una volta, il diritto canonico, cioè le sospensioni e le scomuniche per i sacerdoti colpevoli di abusi sessuali. Non c’entrano nulla con il diritto civile, o con il principio generale secondo cui - fatto salvo il solo segreto della confessione - chi nella Chiesa venga a conoscenza di un reato giustamente punito dalle leggi dello Stato ha il dovere di denunciarlo alle autorità competenti. La confusione, intrattenuta ad arte per gettare fango sul Papa, è solo frutto del pregiudizio e dell’ignoranza.

Massimo Introvigne

© il Giornale
 
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Molto rumore per nulla. Il Papa, la pedofilia e il documentario “Sex Crimes and the Vatican”
 di Massimo Introvigne

[Dal sito del Cesnur]

Solo la rabbia laicista dopo il Family Day spiega perché, subito dopo la grande manifestazione romana, all’improvviso il documentario dell’ottobre 2006 della BBC “Sex Crimes and the Vatican” abbia cominciato a circolare su Internet con sottotitoli italiani, e i vari Santoro abbiano cominciato ad agitarsi. Il documentario, infatti, è merce avariata: quando uscì fu subito fatto a pezzi dagli specialisti di diritto canonico, in quanto confonde diritto della Chiesa e diritto dello Stato. La Chiesa ha anche un suo diritto penale, che si occupa tra l’altro delle infrazioni commesse da sacerdoti e delle relative sanzioni, dalla sospensione a divinis alla scomunica. Queste pene non c’entrano con lo Stato, anche se potrà capitare che un sacerdote colpevole di un delitto che cade anche sotto le leggi civili sia giudicato due volte: dalla Chiesa, che lo ridurrà allo stato laicale, e dallo Stato, che lo metterà in prigione.

Il 30 aprile 2001 Papa Giovanni Paolo II (1920-2005) pubblica la lettera apostolica Sacramentorum sanctitatis tutela, con una serie di norme su quali processi penali canonici siano riservati alla giurisdizione della Congregazione per la dottrina della fede e quali ad altri tribunali vaticani o diocesani. La lettera De delictis gravioribus, firmata dal cardinale Joseph Ratzinger come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede il 18 maggio 2001 – quella presentata dalla BBC come un documento segreto, mentre fu subito pubblicata sul bollettino ufficiale della Santa Sede e figura sul sito Internet del Vaticano – costituisce il regolamento di esecuzione delle norme fissate da Giovanni Paolo II. Il documentario al riguardo afferma tre volte il falso:

(a) presenta come segreto un documento del tutto pubblico e palese:

(b) dal momento che il “cattivo” del documentario dev’essere l’attuale Pontefice, Benedetto XVI (per i laicisti il Papa “buono” è sempre quello morto), non spiega che la De delictis gravioribus firmata dall’allora cardinale Joseph Ratzinger come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede il 18 maggio 2001 ha l’unico scopo di dare esecuzione pratica alle norme promulgate con la lettera apostolica Sacramentorum sanctitatis tutela, del precedente 30 aprile, che è di Giovanni Paolo II;

(c) lascia intendere al telespettatore sprovveduto che quando la Chiesa afferma che i processi relativi a certi delicta graviora (“crimini più gravi”), tra cui alcuni di natura sessuale, sono riservati alla giurisdizione della Congregazione per la Dottrina della Fede, intende con questo dare istruzione ai vescovi di sottrarli alla giurisdizione dello Stato e tenerli nascosti. Al contrario, è del tutto evidente che questi documenti si occupano del problema, una volta instaurato un giudizio ecclesiastico, a norma del diritto canonico, a chi spetti la competenza fra Congregazione per la Dottrina della Fede, che in questi casi agisce “in qualità di tribunale apostolico” (così la Sacramentorum sanctitatis tutela), e altri tribunali ecclesiastici. Questi documenti, invece, non si occupano affatto – né potrebbero, vista la loro natura, farlo – delle denunzie e dei provvedimenti dei tribunali civili degli Stati. A chiunque conosca, anche minimamente, il funzionamento della Chiesa cattolica è evidente che quando i due documenti scrivono che “questi delitti sono riservati alla competenza esclusiva della Congregazione per la Dottrina della Fede” la parola “esclusiva” significa “che esclude la competenza di altri tribunali ecclesiastici” e non – come vuole far credere il documentario – “che esclude la competenza dei tribunali degli Stati, a cui terremo nascoste queste vicende anche qualora si tratti di delitti previsti e puniti delle leggi dello Stato”. Non è in questione questo o quell’episodio concreto di conflitti fra Chiesa e Stati. Le due lettere dichiarano fin dall’inizio la loro portata e il loro ambito, che è quello di regolare questioni di competenza all’interno dell’ordinamento giuridico canonico. L’ordinamento giuridico degli Stati, semplicemente, non c’entra.

Nella nota 3 della lettera della Congregazione per la dottrina della fede – ma per la verità anche nel testo della precedente lettera di Giovanni Paolo II – si cita l’istruzione Crimen sollicitationis emanata dalla Congregazione per la dottrina della fede, che allora si chiamava Sant’Uffizio, il 16 marzo 1962, durante il pontificato del Beato Giovanni XXIII (1881-1963) ben prima che alla Congregazione arrivasse lo stesso Ratzinger (che quindi, com’è ovvio, con l’istruzione non c’entra nulla: all’epoca faceva il professore di teologia in Germania).

Questa istruzione dimenticata, “scoperta” nel 2001 solo in grazia dei nuovi documenti e oggi non più in vigore, non nasce per occuparsi della pedofilia ma del vecchio problema dei sacerdoti che abusano del sacramento della confessione per intessere relazioni sessuali con le loro penitenti. È vero che dopo essersi occupata per i primi settanta paragrafi del caso di penitenti donne che hanno una relazione sessuale con il confessore in quattro paragrafi, dal 70 al 74, la Crimen sollicitationis, afferma l’applicabilità della stessa normativa al crimen pessimus, cioè alla relazione sessuale di un sacerdote “con una persona dello stesso sesso”, e nel paragrafo 73 – per analogia con il crimen pessimus – anche ai casi (“quod Deus avertat”, “che Dio ce ne scampi”) in cui un sacerdote dovesse avere relazioni con minori prepuberi (cum impuberibus). Il paragrafo 73 del documento è l’unico mostrato nel documentario, il quale lascia intendere che gli abusi sui bambini siano il tema principale del documento, mentre il problema non era all’ordine del giorno nel 1962 e l’istruzione gli dedica esattamente mezza riga. Clamorosa è poi la menzogna del documentario quando afferma che la Crimen sollicitationis aveva lo scopo di coprire gli abusi avvolgendoli in una coltre di segretezza tale per cui “la pena per chi rompe il segreto è la scomunica immediata”. È precisamente il contrario: il paragrafo 16 impone alla vittima degli abusi di “denunciarli entro un mese” sulla base di una normativa che risale del resto al lontano anno 1741. Il paragrafo 17 estende l’obbligo di denuncia a qualunque fedele cattolico che abbia “notizia certa” degli abusi. Il paragrafo 18 precisa che chi non ottempera all’obbligo di denuncia dei paragrafi 16 e 17 “incorre nella scomunica”. Dunque non è scomunicato chi denuncia gli abusi ma, al contrario, chi non li denuncia.

L’istruzione dispone pure che i relativi processi si svolgano a porte chiuse, a tutela della riservatezza delle vittime, dei testimoni e anche degli imputati, tanto più se eventualmente innocenti. Non si tratta evidentemente dell’unico caso di processi a porte chiuse, né nell’ordinamento ecclesiastico né in quelli statuali. Quanto al carattere “segreto” del documento, menzionato nel testo, si tratta di un “segreto” giustificato dalla delicatezza della materia ma molto relativo, dal momento che fu trasmesso ai vescovi di tutto il mondo. Comunque sia, oggi il documento non è più segreto, dal momento che – stimolati dalla lettura dei documenti del 2001 – avvocati in cause contro sacerdoti accusati di pedofilia negli Stati Uniti ne chiesero alle diocesi il deposito negli atti di processi che sono diventati pubblici. Quegli avvocati speravano di trovare nella Crimen sollicitationis materiale per ampliare le loro già milionarie richieste di risarcimento dei danni: ma non trovarono nulla. Infatti, anche l’istruzione Crimen sollicitationis non riguarda in alcun modo la questione se eventuali attività illecite messe in atto da sacerdoti tramite l’abuso del sacramento della confessione debbano essere segnalate da chi ne venga a conoscenza alle autorità civili. Riguarda solo le questioni di procedura per il perseguimento di questi delitti all’interno dell’ordinamento canonico, e al fine di irrogare sanzioni canoniche ai sacerdoti colpevoli. Perfino Tom Doyle, un ex-cappellano militare che appare nel documentario, ha affermato in una lettera del 13 ottobre 2006 a John L. Allen, che è forse il più noto vaticanista degli Stati Uniti, che “benché abbia lavorato come consulente per i produttori del documentario, temo proprio che alcune distinzioni che ho fatto a proposito del documento del 1962 siano andate perdute. Non credo né ho mai creduto che quel documento sia la prova di un complotto esplicito, nel senso convenzionale, orchestrato dai più alti responsabili del Vaticano per tenere nascosti casi di abusi sessuali perpetrati dal clero”. Tom Doyle rimane del tutto ostile alla “cultura radicalmente sbagliata” che vede nella Chiesa di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI: ma anche lui si rende conto che le tesi del documentario sulla Crimen sollicitationis non sono sostenibili e cerca prudentemente, sia pure con un linguaggio che resta ambiguo, di prendere le distanze.

Un altro inganno del documentario consiste nel sostenere, a proposito della lettera De delictis gravioribus del 2001 sottoscritta dal cardinale Ratzinger, che si tratti del “seguito” della Crimen sollicitationis, che “ribadiva con enfasi la segretezza, pena la scomunica”. In realtà nella lettera del 2001 non si trova neppure una volta la parola “scomunica”. Si ribadisce, certo, che le procedure per i delicta graviora sono “sottoposte al segreto pontificio”, cioè devono svolgersi a porte chiuse e in modo riservato. Ma in questo non vi è nulla di nuovo, né il segreto si applica solo ai casi di abusi sessuali. Il documentario, al riguardo, confonde maliziosamente sia a proposito della De delictis gravioribus sia a proposito della Crimen sollicitationis segretezza del processo e segretezza del delitto. Il delitto non è affatto destinato a rimanere segreto, anzi se ne chiede la denuncia sotto pena di scomunica; il processo è invece destinato a svolgersi in modo riservato, a tutela – come accennato – di tutte le parti in causa. È questa segretezza del processo che è tutelata con la minaccia di scomunica ai giudici, ai funzionari e allo stesso accusato nei paragrafi 12 e 13 della Crimen sollicitationis (quanto alle vittime e ai testi, prestano giuramento di segretezza ma si prevede che “non siano sottoposti ad alcuna sanzione” salvo provvedimenti specifici da parte dei giudici nei singoli casi). Se c’è qualche cosa di nuovo nella De delictis gravioribus rispetto alla disciplina precedente in tema di abusi sessuali, è il fatto che la lettera crea una disciplina più severa per il caso di abuso di minori, rendendolo perseguibile oltre i normali termini di prescrizione, fino a quando chi dichiara di avere subito abusi quando era minorenne abbia compiuto i ventotto anni (e non i diciotto, come alcuni hanno scritto: infatti il termine è di dieci anni ma nel delitto perpetrato da un clericus con un minore “decurrere incipit a die quo minor duodevicesimum aetatis annum explevit”, cioè “inizia a decorrere nel giorno in cui il minore compie il diciottesimo anno di età”, e da questa data decorre per dieci anni, arrivando così ai ventotto anni di età della vittima). Questo significa – per fare un esempio molto concreto – che se un bambino di quattro anni è vittima di abusi nel 2007, la prescrizione non scatterà fino al 2031, il che mostra bene la volontà della Chiesa di perseguire questi delitti anche molti anni dopo che si sono verificati e ben al di là dei termini di prescrizione consueti. Con questa nuova disciplina la durezza della Chiesa verso i sacerdoti accusati di pedofilia è molto cresciuta con Benedetto XVI, come dimostrano casi dove, nel dubbio, Roma ha preferito prendere provvedimenti cautelativi anche dove non c’erano prove di presunti abusi che si asserivano avvenuti molti anni fa, e la stessa nomina del cardinale americano William Joseph Levada, noto per la sua severità nei confronti dei preti pedofili, a prefetto della Congregazione per la dottrina della fede.

Tutte queste norme riguardano, ancora una volta, il diritto canonico, cioè le sospensioni e le scomuniche per i sacerdoti colpevoli di abusi sessuali. Non c’entrano nulla con il diritto civile, o con il principio generale secondo cui – fatto salvo il solo segreto della confessione – chi nella Chiesa venga a conoscenza di un reato giustamente punito dalle leggi dello Stato ha il dovere di denunciarlo alle autorità competenti. Secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica le autorità civili hanno diritto alla "leale collaborazione dei cittadini" (n. 2238): "la frode e altri sotterfugi mediante i quali alcuni si sottraggono alle imposizioni della legge e alle prescrizioni del dovere sociale, vanno condannati con fermezza, perché incompatibili con le esigenze della giustizia" (n. 1916). L’obbligo di "leale collaborazione" con i poteri civili viene meno solo quando i loro "precetti sono contrari alle esigenze dell’ordine morale, ai diritti fondamentali delle persone o agli insegnamenti del Vangelo" (n. 2242): se questo limite non esistesse, se ne concluderebbe che il cittadino cattolico doveva offrire la sua "leale collaborazione" anche al Terzo Reich e denunciare alla Gestapo le violazioni delle leggi razziali di cui fosse venuto a conoscenza. Dal momento, invece, che le leggi che tutelano i minori dagli abusi non sono affatto contrarie alle "esigenze dell’ordine morale", nei loro confronti vige l’obbligo di "leale collaborazione" prescritto dal Catechismo, e le "frodi e altri sotterfugi" con cui si cercasse di sottrarsi a tali leggi sono "condannate con fermezza". Certo, in passato queste indicazioni non sono sempre state rispettate (ma abusus non tollit usum). Il legittimo desiderio di proteggere sacerdoti innocenti ingiustamente calunniati (ce ne sono stati, e ce ne sono, molti) qualche volta è stato confuso con un “buonismo” che ha ostacolato indagini legittime degli Stati. Benedetto XVI ha più volte stigmatizzato ogni forma di buonismo sul tema (si veda per esempio il discorso ai vescovi dell’Irlanda in visita ad Limina Apostolorum, del 28 ottobre 2006): e in realtà il trasferimento della competenza dalle diocesi, dove i giudici spesso possono avere rapporti di amicizia con gli accusati, a Roma mirava fin dall’inizio a garantire maggiore rigore e severità.

A margine – ma non troppo – di questa controversia si devono menzionare due luoghi comuni. Il primo è quello secondo cui la “colpa” della Chiesa è quella di mantenere il celibato tra i sacerdoti di rito latino: sarebbe appunto il celibato la causa almeno remota degli episodi di pedofilia. Il secondo fa credere a molti che i preti pedofili siano “decine di migliaia”. Prima di discutere le statistiche sul punto, e le relative esagerazioni, si deve essere chiari: anche un solo caso di pedofilia nel clero sarebbe un caso di troppo, nei confronti del quale le autorità civili e religiose hanno non solo il diritto ma il dovere di intervenire energicamente. Tuttavia stabilire quanti sono i preti e religiosi cattolici pedofili non è irrilevante. Le tragedie individuali sono difficilmente descritte dalle statistiche, ma il quadro statistico può aiutare a capire se si tratta di casi isolati o di epidemie, e se c’è qualche cosa nello stile di vita del clero cattolico che rende questi episodi più facili a verificarsi di quanto non avvenga, per esempio, fra i pastori protestanti o fra i maestri di scuola laici debitamente sposati.

È proprio vero che si tratta di un’epidemia dalle proporzioni ormai incontrollabili? Si legge spesso che la Chiesa cattolica almeno in Nord America – dal momento che i casi denunciati, ancorché non irrilevanti, sono in numero minore in Europa e altrove – ospita una percentuale di pedofili elevata e unica rispetto a tutti i gruppi religiosi dotati di ministri ordinati o di attività educative. Le statistiche che sono fatte circolare spesso senza troppo preoccuparsi delle fonti parlano di migliaia o anche di decine di migliaia di casi. Si è sentito dire per esempio ripetutamente in talk show televisivi americani che il cinque o il sei per cento dei preti statunitensi sono “pedofili”. Alcuni talk show studiati dall’illustre sociologo (non cattolico) Philip Jenkins in due sue opere sul tema (la fondamentale Pedophiles and Priests.
Anatomy of a Contemporary Crisis, Oxford University Press, Oxford - New York 1996; e Moral Panic. Changing Concepts of the Child Molester in Modern America, Yale University Press, New Haven - Londra 1998; mentre in The New Anti-Catholicism. The Last Acceptable Prejudice, Oxford University Press, Oxford - New York 2003 lo stesso autore studia il contesto dell’anticattolicesimo, l’ultimo pregiudizio socialmente accettato, come brodo di coltura in cui affermazioni palesemente false acquistano l’apparenza della credibilità) hanno citato a ruota libera pseudo-statistiche e cifre da cui emergerebbe che il numero dei “preti pedofili” americani è superiore al numero totale di sacerdoti cattolici degli Stati Uniti. Almeno queste statistiche sono certamente false, e devono insegnare a non prendere per oro colato tutti i dati presentati come “statistici” o “scientifici” in televisione. Negli ultimi trent’anni i casi di sacerdoti cattolici o religiosi condannati per abusi sessuali su bambini negli Stati Uniti e in Canada sono di poco superiori al centinaio. Un autore molto critico sul punto nei confronti della Chiesa cattolica, il sociologo Anson D. Shupe (di cui cfr. In the Name of All That’s Holy. A Theory of Clergy Malfeasance, Praeger, Westport 1995; Wolves within the Fold. Religious Leadership and Abuses of Power, Rutgers University Press, New Brunswick - Londra 1998; e – con William A. Stacey e Susan E. Darnell - Bad Pastors. Clergy Misconduct in Modern America, New York University Press, New York - Londra 2000), ha sostenuto che, nell’ultimo trentennio del ventesimo secolo, i casi di preti nordamericani pedofili possano essere stati superiori al migliaio e raggiungere forse alcune migliaia. Shupe ammette che le statistiche sono difficili perchè, a partire da poche condanne, occorre estrapolare e speculare sulla base di sondaggi su quanti casi non arrivano alla condanna perchè non sono denunciati (il che peraltro, ammette l’autore, oggi avviene meno di ieri) ovvero sono oggetto di transazioni fra le parti. Si deve anche chiarire che non è corretto includere nelle statistiche sulla “pedofilia” i casi di relazioni sessuali che coinvolgono, per esempio, un sacerdote venticinquenne e una fedele minorenne di sedici o diciassette anni. Si tratta certamente di un illecito canonico (in alcuni paesi anche di un reato), che però non corrisponde a nessuna definizione medica o legale di “pedofilia”, che il più diffuso manuale diagnostico e statistico utilizzato dagli psichiatri, il DSM-IV, definisce come “attività sessuale ricorrente con bambini prepuberi”. Su tutta la materia delle statistiche è in corso un’accesa discussione: ma in ogni caso siamo lontani dalle “decine di migliaia” di casi evocati dai talk show.

Sulla base dei pochi dati certi e, molto di più, di quelli ipotetici si e diffusa l’idea secondo cui responsabile del problema sia il celibato (o il voto di castità dei religiosi), non più tollerabile nella società contemporanea. Attivisti contro il celibato, a una riunione della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti, protestavano per la presunta esplosione della pedofilia in clergyman con slogan come “È la Chiesa il vero pedofilo”. In realtà, tuttavia, se si usano statistiche omogenee, cioè prodotte dagli stessi ricercatori o istituti o con gli stessi criteri, si scopre che negli Stati Uniti alcune denominazioni protestanti ai cui ministri di culto non è richiesto il celibato o che non hanno neppure una figura di “ministro” ordinato hanno percentuali di condannati e incriminati per pedofilia tra i loro ministri o educatori (considerato il numero globale di pastori o anziani delle loro congregazioni) non troppo dissimili da quelle della Chiesa cattolica, e lo stesso vale per i maestri laici delle scuole pubbliche e degli asili (naturalmente, anche in questi casi sono possibili incriminazioni e accuse ingiuste). Se l’elemento decisivo fosse il celibato, i ministri e pastori cui è permesso sposarsi – per tacere dei maestri laici – dovrebbero avere percentuali di rischio decisamente minori rispetto alla Chiesa cattolica. Jenkins nota poi un dato forse non politicamente corretto ma fondamentale: oltre il novanta per cento delle condanne di sacerdoti cattolici pedofili riguarda abusi su bambini (si noti la “i” finale) e non su bambine. Dal momento dunque che si tratta, piaccia o no, di omosessuali e che l’alternativa al celibato – salvo nuovi significati del termine, in clima di Dico e di matrimoni omosessuali – consiste nello sposare una donna, permettere ai sacerdoti di rito latino il matrimonio (eterosessuale) non risolverebbe i loro casi.

È vero, sottolinea ancora la letteratura scientifica, che comunità religiose più piccole o che non hanno una struttura gerarchica organizzata su base nazionale – per esempio le denominazioni pentecostali – sono state percentualmente meno coinvolte nel problema della pedofilia dei ministri e pastori, anche se non sono mancati singoli incidenti clamorosi. Questo dato fa riflettere sul fatto che decisivo non è il celibato: sono piuttosto aspetti strutturali e economici. Da una parte, è possibile che un vero pedofilo si “nasconda” meglio ed eluda più facilmente la vigilanza all’interno di una grande struttura. Ma è anche vera che gli studi legali specializzati in questo campo – che negli Stati Uniti non mancano – e le grandi società di assicurazioni che spesso determinano l’esito delle cause (talora preferendo pagare e alzare il premio della polizza, anche quando l’accusato e presumibilmente innocente) attaccano più volentieri lo Stato, nel caso dei maestri delle scuole pubbliche, ovvero la Chiesa cattolica a altre comunità religiose con una organizzazione nazionale e gerarchica. Qui si può attingere per i danni alle ricche casse delle diocesi, al di là delle parrocchie, mentre nelle denominazioni più piccole o dove manca una struttura gerarchica, e ogni comunità locale è indipendente, non si può sperare di ottenere più di quanto è sufficiente a vuotare le casse, spesso magre, di una congregazione locale.

II fatto che fare causa alla Chiesa cattolica chiedendo risarcimenti per le presunte molestie di preti “pedofili” sia anche un potenziale buon affare nulla toglie, evidentemente alla gravità dei casi di pedofilia reali e accertati. Ma deve rendere vigilanti nei confronti di casi montati ad arte o fasulli, tutt’altro che infrequenti negli Stati Uniti e di cui qualche segnale fa temere l’“importazione” anche in Italia. Un anticattolicesimo latente in settori importanti della società, ambienti di assistenti sociali e terapisti convinti che tutto quanto i loro pazienti o assistiti raccontano, specie se sono bambini, sia sempre e necessariamente vero – molti episodi decisi dai tribunali mostrano che non sempre è così: i bambini assorbono facilmente le idee dei loro terapisti, o questi ultimi li incalzano e li confondono con domande suggestive – e una mentalità per cui il celibato o i voti non sono politicamente corretti fanno sì che accuse poi dimostrate come false in tribunale siano prese inizialmente sul serio. Tutto questo ripetiamolo ancora una volta non nega certamente la presenza di casi dolorosi, sulle cui cause la Chiesa giustamente indaga e si interroga. Ci si può chiedere, per esempio, perchè proprio negli Stati Uniti il paese dove sono più forti la contestazione nei confronti del Magistero in tema di morale sessuale e una certa tolleranza dell’omosessualità anche da parte di teologi che insegnano nei seminari il problema dei preti pedofili, al di là delle esagerazioni statistiche, sia più diffuso che in Europa. A costo di ripetere l’ovvio, precisiamo subito che solo un folle sosterrebbe che tutti i sacerdoti omosessuali, per non parlare degli omosessuali non sacerdoti, sono pedofili; è invece un fatto statisticamente accertato che la maggior parte dei preti pedofili condannati sono omosessuali. Da questo punto di vista l’apertura del documentario con un pedofilo che parla di “bambine”, al femminile, è a sua volta fuorviante (e i sottotitoli in italiano della prima versione diffusa via Internet aggiungono del loro, dal momento che mentre il documentario inglese parla di “a former Catholic priest”, cioè di un ex prete cattolico, il sottotitolo presenta il poco simpatico pedofilo come “un prete cattolico”, dimenticando l’“ex”, il che non è precisamente la stessa cosa).

La vigilanza in questo delicatissimo campo deve certamente continuare: ma non può essere disgiunta da una parallela vigilanza contro forme di disinformazione laicista e dall’esame attento di ogni singolo caso. Se per i colpevoli in un campo come questo è giusto parlare di “tolleranza zero”, la severità non può essere disgiunta dalla ferma difesa di chi è ingiustamente accusato, ricordando che ogni accusa, tanto più quando è grave e infamante, deve essere adeguatamente provata.

In ogni caso, le misure prese nell’ambito del diritto canonico per perseguire i crimini di natura sessuale commessi dal clero, e la denuncia dei responsabili alle autorità dello Stato, costituiscono due vicende del tutto diverse. La confusione, intrattenuta ad arte per gettare fango sul Papa, è solo frutto del pregiudizio e dell’ignoranza
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Pedofilia: vescovo accusa i mezzi di disinformazione

I mezzi di comunicazione e i casi di pedofilia attribuiti a sacerdoti

Riflessioni di un vicario dell’Arcidiocesi di Rio de Janeiro

RIO DE JANEIRO, martedì, 20 dicembre 2005 (ZENIT.org).- A causa delle notizie apparse sui mezzi di comunicazione del Brasile che si sono fatti eco di un’informazione diffusa dalla rivista “ISTO È”, per la quale 1.700 sacerdoti del Paese sarebbero coinvolti in abusi sessuali, il vicario episcopale della Vicaria Ovest di Rio de Janeiro, José Roberto da Silva, ha reso pubblico un messaggio in cui smaschera le informazioni errate riportate dal servizio.

Il presule spiega che in Brasile sono rari i casi di pedofilia e che i Vescovi sono attenti al problema, avendo predisposto da tempo i mezzi per “purificare le fila del clero”.

Il vicario episcopale da Silva inizia il suo messaggio indicando che oggi “quanto più raro o esotico è un fatto, più notorietà merita da parte dell’opinione pubblica e dei mezzi di comunicazione”.

Ciò che è assurdo ha una forza direttamente proporzionale al suo grado di eccentricità”, catalizzando in questo modo “l’interesse delle persone”, ha aggiunto.

Proprio perché si verificano in rarissime occasioni – ha indicato il vicario –, i casi di pedofilia tra il clero attirano tanto l’attenzione da parte dell’opinione pubblica. Se fossero quotidiani o in numero elevato non avrebbero alcun impatto, come succede con la violenza quotidiana nelle grandi città del nostro Paese”.

“Le persone semplicemente si abituano e fabbricano schemi che forniscono loro, almeno in apparenza, un minimo di sicurezza. Analogamente, se i casi di pedofilia fossero tanto numerosi, i genitori degli adolescenti, che frequentano le chiese a milioni, avrebbero preso le misure di protezione adeguate, e nelle chiese non rimarrebbero che le mosche”.

“Sicuramente la Chiesa deve affrontare la realtà per la quale ci sono sacerdoti che praticano questo tipo di violenza, anche se statisticamente si tratta di un numero estremamente esiguo”, riconosce da Silva.

Il vicario brasiliano ha citato un articolo della rivista statunitense “Crisis Magazine” sui famosi scandali di pedofilia tra il clero della diocesi di Boston. La stampa, afferma l’articolo, ha accusato più di 80 sacerdoti, mentre sono stati provati solo quattro casi.

“E’ chiaro che anche se si trattasse di un caso solo sarebbe troppo – ha affermato il vicario –. La Chiesa non può in alcun modo coprire atteggiamenti tanto deplorevoli. Non c’è corporativismo! I colpevoli, il cui delitto sia stato provato, devono essere allontanati dalle fila del clero e devono rispondere davanti alla società, attraverso la giustizia comune, per i loro atti riprovevoli”.

Il firmatario del messaggio, tuttavia, afferma che “ciò che ci dimostra il caso di Boston è che sembra esserci una predisposizione a giudicare sommariamente e a condannare il clero più per l’apparenza che per la realtà concreta”.

“Non è accettabile che, a partire da casi isolati di pedofilia, una società generalizzi il comportamento del clero, ritenendo anche, erroneamente, il celibato sacerdotale una presunta causa per i comportamenti pervertiti”.

“Alcuni settori della società – ha aggiunto –, che esaltano il sesso come valore supremo, sospettano che ci sia una totale mancanza di rispetto della regola del celibato, per cui tendono ad attribuire ai sacerdoti ogni tipo di deviazione di natura sessuale, inclusa la pedofilia”.

“Contro la pedofilia, la soluzione non è l’abolizione del celibato – ha osservato –, perché se questa ipotesi fosse vera non ci sarebbero abusi contro bambini e adolescenti praticati da uomini, e in casi più rari da donne, non celibi”.

Il vicario ha citato dati statistici che dimostrano come la gran parte dei crimini di questo tipo “avvenga proprio nell’ambiente familiare, o negli ambienti più vicini alla vittima. Non tutti gli episodi di questo genere sono noti. Si comprende che le grandi costrizioni per le quali passa il minore, minacce ed altre cause, nascondono un numero molto maggiore di questi casi rispetto a quelli stimati”.

“E’ ovvio – ha affermato padre da Silva – che la pedofilia non dipende dalla scelta di vita. Si tratta di una deviazione della sessualità che interessa l’essere umano in qualunque circostanza della sua esistenza. Purtroppo, oggi la società deve far fronte ad un grande aumento di questo crimine, fino al punto che si è vista costretta a predisporre leggi che puniscano le nuove forme della sua pratica, soprattutto attraverso il turismo sessuale e la pedofilia via Internet”.

“Con queste considerazioni non si desidera sviare l’attenzione dalle anomalie avvenute tra il clero – prosegue il documento –. Si tratta piuttosto di un’allerta contro le semplificazioni e le ingerenze in temi sui quali non si posseggono le conoscenze adeguate, ignorando le loro radici più profonde”.

I sacerdoti seri, ovvero la quasi totalità del clero, hanno compiuto una scelta che cercano di rispettare con un impegno sacro”.

“Proprio per questa scelta, che li rende liberi”, sottolinea il vicario brasiliano, “sono disinteressati e disponibili a servire in qualsiasi situazione e luogo in cui la Chiesa abbia bisogno. Compiono un grande lavoro, molte volte eroico, che per la sua ‘normalità’ non merita l’attenzione dei media, né è oggetto di commenti nella società”.

Il messaggio si conclude indicando che “il magistero della Chiesa, consapevole delle sue responsabilità e del fatto che eventuali errori, che provocano deviazioni del comportamento, possono compromettere seriamente l’immagine della Chiesa e, conseguentemente, la sua azione evangelizzatrice, ha pubblicato recentemente un documento in cui affronta, tra le altre cose, la questione della pedofilia tra il clero”.

“Il testo presenta, oltre ad una riflessione sul tema, misure energiche per combattere questo male. Ciò dimostra che, nonostante siano casi rari, la Chiesa non pecca di omissione; al contrario, è attenta al problema e ha disposto i mezzi per purificare le sue fila, per poter continuare a svolgere l’opera del Signore”.
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01/06/2007 14.29.44
Trasmesso dalla RAI il video della BBC su Chiesa e pedofilia: i commenti di mons. Rino Fisichella, padre Federico Lombardi e Massimo Introvigne


E' andato in onda ieri sera sulla RAI, nell'ambito del programma "Annozero" condotto da Michele Santoro, il video della BBC sulla Chiesa e la pedofilia. Presenti, tra gli altri, l'autore dell'inchiesta, il giornalista della BBC Colm O'Gormer, il rettore della Lateranense mons. Rino Fisichella, e don Fortunato Di Noto, il sacerdote da anni impegnato contro la pedofilia. Ascoltiamo il commento di mons. Fisichella al microfono di Luca Collodi:

R. – Credo che ci sia stata, certamente da parte nostra, la possibilità di poter fare chiarezza e di rendere evidenti anche molte contraddizioni, strumentalizzazioni e vorrei dire anche calunnie che erano presenti nel video. Da questo punto di vista non posso che ringraziare sia per la possibilità che ci è stata offerta di poter parlare e di poter anche esprimere la propria opinione in piena libertà. D’altra parte un tema così scabroso non poteva essere lasciato e non poteva esserci nessuna ombra, che potesse minimamente pesare su quello che è il lavoro di circa 400 mila preti che ogni giorno sono vicini alla nostra gente, ogni giorno lavorano, faticano e sono vicini alle condizioni più disparate che tutti quanti noi conosciamo. Era, quindi, un obbligo morale quello di dover dare una parola chiara, ferma, ma anche di grande speranza per tanta gente, per tutta quella gente che crede nel nostro lavoro.

D. – Mons. Fisichella, spesso la stampa è ritenuta superficiale su argomenti di questo genere, che riguardano l’informazione religiosa. In questo caso possiamo dire che la stampa ha svolto un ruolo importante, in questo caso la televisione, per la verità su argomenti così delicati ed importanti per la vita delle persone?
R. – Anzitutto dobbiamo anche chiederci come mai un filmato come questo va in onda ad un anno di distanza da quando era stato prodotto. Direi quindi che bisogna in ogni caso, pur mostrando la libertà di questo, bisogna anche evidenziare che certamente qualche tratto strumentale ci doveva essere. A me sembra che al di là di questo - ed ho in mano ora un articolo uscito su Panorama, che di fatto non fa che riprendere le falsità che già ieri io ho cercato in tutti i modi di mostrare come al di fuori di qualsiasi pensiero - dicevo che c’è un prurito – secondo me – di voler andare a rivangare situazioni che non hanno senso, a voler a tutti i costi mistificare le notizie e soprattutto dare una lettura distorta dei nostri documenti. Questa - lo debbo dire con pacatezza, ma anche con molta chiarezza - non è professionalità, non è assolutamente possibile continuare su questo tono.

D. – Panorama dice che dal 2001 ad oggi sono giunte alla Congregazione per la Dottrina della Fede circa un migliaio di segnalazioni su presunti abusi sessuali compiuti da religiosi, ma i processi che sono stati avviati in questi sei anni sono soltanto poco più di una decina. Cosa fa la Chiesa?
R. – Anzitutto questa notizia è profondamente falsa, perché dei 1.500 casi che sono arrivati i dieci a cui si fa riferimento sono i dieci casi di pedofilia. Gli altri sono tutte altre questioni. Direi che le notizie debbono essere date, ma anzitutto nella maniera giusta. Secondariamente, la Chiesa con molta fermezza interviene laddove c’è l’errore, laddove c’è la prevaricazione, laddove un sacerdote non è e non corrisponde al bene e alla propria vocazione. Come Benedetto XVI, ripetutamente e mai stancandosi, ha detto che laddove si opera in mezzo ai giovani, laddove si opera in mezzo ai bambini non può esserci nessuna ombra di dubbio che ci sono sacerdoti impegnati lealmente, fortemente e con tutto l’entusiasmo e la passione che hanno a favore del bene dei nostri giovani.

D. – Anche perché dagli atti di pedofilia la prima ad essere danneggiata è la Chiesa stessa...
R. – Infatti. Tra le vittime che ci sono e verso le quali tutti quanti noi in ogni caso dobbiamo avere il più grande rispetto e la più grande vicinanza, perché non dimentichiamo che le vittime di pedofilia sono vittime innocenti. Ci sono i genitori che debbono avere la piena vicinanza della Chiesa e debbono sentire il nostro sostegno, che non può mai essere tolto a loro. Non possiamo però dimenticare che chiaramente il gesto di alcuni non può gettare fango su quella che è l’opera di carità, la visione di santità e l’annuncio della bella notizia del Vangelo che la Chiesa compie ogni giorno.


Sul video della BBC Fabio Colagrande ha intervistato Massimo Introvigne, direttore del CESNUR, il Centro studi sulle nuove religioni:

R. – Il video fa continuamente confusione tra l’ordinamento canonico e il perseguimento di questi abusi, nel caso siano anche dei reati da parte degli Stati. Faccio un esempio molto semplice. Quando, risolvendo problemi di competenza, dopo l’entrata in vigore del nuovo Codice di Diritto Canonico, la lettera "De delictis gravioribus" del 2001 dice che alcuni tipi di delitto dell’ordinamento canonico sono riservati alla Congregazione per la Dottrina della Fede, i giornalisti della BBC pensano che questo voglia dire: “Ah, malissimo, sono riservati alla Congregazione per la Dottrina della Fede, dunque li terremo nascosti alle autorità civili”. Ma questa è una lettera che vuole semplicemente distinguere quanto è riservato alla Congregazione per la Dottrina della Fede e quanto invece è riservato ai tribunali ecclesiastici interdiocesani regionali. L’ordinamento civile non c’entra nulla, per quello ci sono delle disposizioni generali ribadite nel Catechismo, che impongono ai vescovi, ai sacerdoti, come del resto ai semplici fedeli, un dovere di leale collaborazione con le autorità dello Stato, tranne quando ci si trovi in presenza di leggi palesemente ingiuste.


D. – E, tra l’altro, che non si tratti assolutamente di documenti che vogliono interferire con il diritto civile, con le procedure penali, lo dimostra il fatto che, al contrario di quanto afferma il documentario della BBC, non sono segreti…
R. – Il documento del 2001 è tanto poco segreto che fu immediatamente pubblicato sul sito Internet della Santa Sede, oltre che sugli Acta Apostolicae Sedis che sono l’equivalente per la Santa Sede della Gazzetta Ufficiale. Nel 1962 non c’erano siti Internet. La materia era scabrosa e non fu pubblicata negli Acta Apostolicae Sedis, fu edita in un volumetto, mandata sotto regime di confidenzialità ai vescovi di tutto il mondo. Chi sa di cose cattoliche, sa che una cosa mandata ai vescovi di tutto il mondo difficilmente rimane completamente riservata e, infatti, agli addetti ai lavori era nota. Intendiamoci – e su questo punto lo stesso Benedetto XVI, parlando ai vescovi dell’Irlanda, nell’ottobre 2006, è stato molto chiaro – ci fosse anche un solo caso di prete pedofilo sarebbe un caso di troppo ed è giusto che la Chiesa intervenga, come fa, con la massima severità. Tuttavia se gli accusati sono 4 mila in 52 anni, i condannati sono 105, dire che siamo di fronte a decine di migliaia di colpevoli negli Stati Uniti, mi sembra semplicemente cattivo giornalismo.



Ma sulla vicenda ascoltiamo la riflessione del nostro direttore generale padre Federico Lombardi:

La tanto discussa trasmissione da parte della RAI nel quadro del programma “Annozero” del documentario della BBC sulla Chiesa e la pedofilia è infine avvenuta. Ci sia permessa una brevissima riflessione. Animato da una sensibilità ferita, il documentario tratta fatti drammatici in un quadro di prospettiva evidentemente parziale, e diventa gravemente ingiusto quando appunta le sue critiche sulle motivazioni di documenti ecclesiali di cui viene svisata la natura e la finalità, e quando prende di mira la figura del cardinale Ratzinger, oggi Papa Benedetto XVI.

Ma la partecipazione di mons. Rino Fisichella e di don Fortunato Di Noto al dibattito ha dimostrato che – contrariamente alle tesi del documentario – nella Chiesa c’è la forte volontà di guardare in faccia i problemi con obiettività e di affrontarli con lealtà, e c’è chi si impegna con competenza e dedizione sul fronte della lotta alla pedofilia conoscendone assai meglio la natura e le dimensioni di quanto non risulti da prospettive condizionate dalle tesi antiecclesiali.

Le denunce possono certamente spingere ad affrontare e risolvere problemi sottovalutati o nascosti. Allo stesso tempo non devono diventare non veritiere, così da essere strumentalizzate per distruggere invece che per costruire. La Chiesa cattolica ha dovuto imparare a sue spese le conseguenze dei gravi errori di alcuni suoi membri ed è diventata assai più capace di reagire e di prevenire. E’ giusto che anche la società nel suo insieme si renda conto che nel campo della difesa dei minori e della lotta alla pedofilia ha un lungo cammino da compiere. La esperienza della comunità ecclesiale, che conta nella sua lunga storia incalcolabili meriti di impegno per la gioventù, dovrà essere un elemento importante per collaborare costruttivamente in questa direzione.

fonte: Radio Vaticana
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pedofilia e sacerdoti


ROMA, giovedì, 21 giugno 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo una scheda di monsignor Raffaello Martinelli, Officiale alla Congregazione per la Dottrina della Fede, Rettore del Collegio Ecclesiastico Internazionale San Carlo e Primicerio della Basilica di San Carlo al Corso (www.sancarlo.pcn.net), sul tema:

                                                                        “Pedofilia e sacerdoti”.
                                                                                    
                                                                                    
* * *

Quale valutazione dà la Chiesa sui casi di pedofilia compiuti da sacerdoti?

● Tali delitti di pedofilia sono stati tacciati come «un crimine contro i più deboli», «un peccato orrendo agli occhi di Dio», «che danneggia la credibilità stessa della Chiesa», come “sporcizia” dal Card. Ratzinger denunciata nella memorabile Via Crucis al Colosseo del Venerdì santo 2005, pochi giorni prima d’essere eletto Papa, e che tale sporcizia è fatta dai “molti casi, che spezzano il cuore, di abusi sessuali sui minori, particolarmente tragici quando colui che abusa è un prete”. E ai Vescovi d’Irlanda Benedetto XVI nell’ottobre 2006 ha ribadito che sono crimini che “spezzano il cuore”.

● Ma la condanna più severa, fonte di riprovazione netta e inequivocabile, è contenuta nelle parole di Gesù quando, identificandosi con i piccoli, afferma nei Vangeli Sinottici: «Chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me. Chi invece scandalizzerà anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da un asino, e fosse gettato negli abissi del mare» (Mt 18,5-6; Mc 9,42; Lc 17,1-2).

Gli atti di pedofilia sono di responsabilità del singolo, che li compie.

● Si tratta di casi singoli: non bisogna generalizzare. I preti nel mondo sono circa 500.000, e i casi denunciati sono una minima percentuale, e quelli accertati e conclusisi con una condanna sono ancora meno: fonti attendibili, non di parte, stabiliscono allo 0,3 per cento del clero, quindi 3 sacerdoti ogni mille. Occorre pertanto distinguere tra quei preti "delinquenti" che tanto male hanno fatto e fanno, dalla moltitudine degli altri preti che hanno dedicato e dedicano con abnegazione la loro vita al bene dei ragazzi e dei giovani.

Non va dimenticato che in alcuni casi le vittime stesse hanno successivamente ritrattato le loro infondate accuse.

● Va comunque pur sempre affermato che anche un solo prete pedofilo è uno di troppo, è un prete che non avrebbe mai dovuto essere prete, va punito severamente senza se e senza ma.

● La Chiesa è impegnata da tempo con proprio personale (anche sacerdotale: cfr. in Italia don Fortunato Di Noto, impegnato con la sua associazione sui siti internet…) e istituzioni a individuare, smascherare, denunciare, debellare il fenomeno della pedofilia, al suo interno e al suo esterno.

Va purtroppo anche detto che alcuni singoli Vescovi hanno sbagliato quando, sottovalutando i fatti, si sono limitati a spostare da una parrocchia a un’altra, il prete responsabile di atti accertati di pedofilia. Anche per questo motivo la Santa Sede ha deciso nel 2001 di avocare a sé il giudizio su tali delitti.

In quali documenti la Santa Sede tratta i delitti dei pedofili?

● La Santa Sede ha emanato due documenti, che si occupano dei delitti di pedofilia:

1)l'Istruzione del 16 marzo 1962 Crimen sollicitationis, approvata dal Papa Beato Giovanni XXIII ed emanata dall’allora Sant'Uffizio divenuto poi Congregazione per la Dottrina della Fede. Si trattava di un importante documento atto ad «istruire» i casi canonici e portare alla riduzione allo stato laicale i presbiteri coinvolti in nefandezze pedofile. In particolare, trattava delle violazioni del sacramento della Confessione.

2)L’Epistula De delictis gravioribus' ("crimini più gravi"), firmata il 18 maggio 2001 dall'allora cardinale Joseph Ratzinger come Prefetto della Congregazione. Tale Lettera ha l'unico scopo di dare esecuzione pratica alle norme (Normae de gravioribus delictis) promulgate con la Lettera Apostolica Sacramentorum sanctitatis tutela, del precedente 30 aprile 2001, che è firmata da Papa Giovanni Paolo II.

● Tali documenti riguardano l’agire in giudizio da parte della Chiesa, al suo interno, a livello canonico. Dunque non riguardano affatto le denunzie e i provvedimenti dei tribunali civili degli Stati, i quali devono fare il loro corso secondo le proprie leggi. Chiunque si è rivolto o si rivolge al tribunale ecclesiastico perciò poteva e può rivolgersi anche al tribunale civile, denunciando simili delitti. Quindi l’agire della Chiesa non è finalizzato a sottrarre tali delitti alla giurisdizione dello Stato e a tenerli nascosti.

● Esistono pertanto due strade, per accertare e condannare i sacerdoti responsabili di atti di pedofilia: quella della Chiesa, col proprio Diritto Canonico, e quella dello Stato col proprio Diritto penale. Ognuna delle due strade è autonoma e indipendente dall’altra: foro civile e foro canonico non vanno confusi. Questo implica che, nonostante non sia neppure iniziato oppure sia stato avviato o concluso il processo civile, la Chiesa necessariamente deve fare il processo canonico. Al momento dell'applicazione della pena canonica, se si vede che il reo-sacerdote è già stato sufficientemente punito nel foro civile, la pena canonica può talvolta non essere inflitta.

● Si tenga inoltre presente che in base alla legge italiana il privato cittadino (tale è anche il Vescovo e chi è investito di autorità ecclesiastica) è tenuto a denunciare solo i crimini contro l'autorità dello Stato, per i quali infatti è prevista la pena dell'ergastolo. Mentre nella legislazione della Chiesa del 1962 era stato fatto obbligo, sotto pena di scomunica, di denunciare i delitti di pedofilia se avvenuti in concomitanza con il sacramento della Confessione. Quindi da questo punto di vista la legislazione della Chiesa era più severa rispetto a quella dello Stato italiano, nel punire i delitti di pedofilia.

Qual è la procedura attuale seguita dalla Chiesa nel perseguire i delitti di pedofilia compiuti da sacerdoti?

● Questa è la procedura prevista: di fronte a una segnalazione di un atto di pedofilia compiuto da un sacerdote, il Vescovo (o l’Ordinario) deve effettuare anzitutto un'investigazione previa per accertarsi che ci siano indizi certi della responsabilità del sacerdote. Raccolte prove certe, il Vescovo (o l’Ordinario) deve trasmettere alla Congregazione della Dottrina della Fede i documenti della causa per ricevere le indicazioni sulla via processuale da seguire, tra quelle già previste dal Codice di Diritto Canonico. Si potrà pertanto seguire, in alcuni casi, la procedura giudiziale canonica per l'applicazione della pena (come, per esempio, la dimissione dallo stato clericale) oppure, in altri casi, dove ad esempio le prove sono molto evidenti, si potrà seguire la procedura amministrativa.

● La gravità, con cui la Chiesa valuta e giudica gli atti di pedofilia, è dimostrata pertanto anche dal fatto che la Santa Sede, con la sua legislazione del 2001, ha voluto riservare a sé (e non ai Vescovi locali) il giudicare tali delitti. In tale documento si prevede infatti espressamente che "il delitto contro il sesto precetto del Decalogo, commesso da un chierico contro un minore di diciotto anni" (art.4), sia di competenza diretta della Congregazione per la Dottrina della Fede, che in questi casi agisce "in qualità di tribunale Apostolico" (così afferma la Sacramentorum sanctitatis tutela).

(NOTA MIA: faccio presente che in Olanda, in Spagna ed anche in altri Paesi come l'Italia, l'accusa di pedofilia NON è sotto i 18 anni, MA SOTTO I 16 e in alcuni Stati come l'Olanda l'accusa di pedofilia è sotto i 12..... )


Perché la Chiesa riserva il giudizio alla Santa Sede?

● Il fatto che il Papa abbia voluto riservare, alla Congregazione per la Dottrina della Fede (Dicastero della Santa Sede) con la Lettera Apostolica Sacramentorum sanctitatis tutela, il giudicare gli atti di pedofilia compiuti da sacerdoti, dimostra che la Chiesa considera tali atti cosa molto grave, delitti gravi alla stregua degli altri due gravi delitti (sempre riservati alla Santa Sede) che possono essere compiuti contro due Sacramenti: quello contro l’Eucaristia e contro la santità della Confessione. Quindi tale comportamento della Santa Sede ha nulla a che fare con la volontà di insabbiare o occultare potenziali scandali o diminuire la gravità di tali misfatti, ma serve anche a far meglio capire che sono reati molto gravi, a cui si dà il massimo rilievo, e per questo si riserva il giudizio non a realtà "locali", potenzialmente condizionabili, ma ad uno dei massimi organi della Santa Sede: la Congregazione per la Dottrina della Fede.

● Che la Santa Sede abbia voluto anche al suo interno, a livello canonico, perseguire tali delitti (oltre al giudizio che spetta in sede civile allo Stato, che può portare al carcere) è il segno che la Chiesa vuole fare pulizia al suo interno, arrivando anche a infliggere la pena più grave per un prete giudicato colpevole: la sua dimissione dallo stato clericale.


Perché il segreto e la scomunica?

● Anzitutto i due citati documenti della Santa Sede non erano segreti, essendo stato inviati a tutti i vescovi (circa 5.000) per indicare cosa fare in casi di pedofilia.

● L’Istruzione del 1962 prevedeva la scomunica per chi rivelava dettagli sulla procedura penale canonica. A questo riguardo, va tenuto presente che tale Istruzione trattava circa il modo in cui procedere in un processo. Dunque si parlava in realtà del segreto processuale, il che equivale al silenzio che il magistrato, nei processi civili, chiede quando è in atto un'inchiesta. Né più né meno. Come ogni processo, anche quello canonico ha dei passi che devono essere segreti proprio per permettere l'accertamento della verità e per tutelare la parte più debole.

● Il motivo, in particolare, per cui l'Istruzione richiedeva il segreto sul procedimento canonico, era per permettere ad eventuali testimoni di farsi avanti liberamente, sapendo che le loro deposizioni sarebbero state confidenziali e non esposte a pubblicità. E di conseguenza in tal modo anche la parte accusata non vedeva infamato il proprio nome prima della sentenza definitiva.

● Un’ulteriore prova che la Santa Sede non voleva occultare o insabbiare tali delitti è costituita da quanto scrive un paragrafo, il quindicesimo del documento del 1962, che obbligava chiunque, vittima o testimone, fosse a conoscenza di un uso del confessionale per abusi sessuali a denunciare il tutto, pena la scomunica se non l’avesse fatto.

● Nella nuova legislazione del 2001, il segreto (processuale) non riguarda solo i processi per abuso sessuale, ma anche per i delitti contro l'Eucaristia e per i delitti contro il sacramento della Penitenza. Nella Lettera si afferma il segreto pontificio, ma senza stabilire alcuna pena per la violazione di esso, anche se si tratta di un segreto che lega la coscienza più fortemente che il segreto normale. In questo caso, il senso del segreto è quello di proteggere e tutelare il più possibile:
la buona fama dell'imputato, che fino alla condanna va considerato innocente, il diritto alla riservatezza delle vittime e dei testimoni,la libertà del Superiore, che deve giudicare liberamente senza essere sottoposto ad alcuna pressione.

Occorre anche tener presente che "pur riconoscendo il diritto alla dovuta libertà d'informazione, non bisogna consentire che il male morale divenga occasione di sensazionalismo" (GIOVANNI PAOLO II, Discorso ai Vescovi americani).

Non si dimentichi poi che il segreto è finalizzato anche a salvaguardare la dignità delle persone coinvolte: a volte le persone finite sotto accusa si rivelano essere innocenti già e soprattutto nella fase istruttoria.

Come valutare le testimonianze fatte da vittime di atti di pedofilia?

A questo riguardo va detto che:
● le testimonianze delle vittime vanno adeguatamente accertate e verificate, per amore della verità e delle persone coinvolte (come del resto avviene per altri reati);

● è necessario salvaguardare sempre il diritto di difesa che l’accusato ha; occorre sempre sentire tutte e due le campane…

● sorge in molti casi spontanea una domanda: perché alcuni hanno sporto denuncia non subito dopo l’accaduto, ma molti anni dopo?

● Non si dimentichi poi che nel mondo anglosassone, per la legislazione vigente, tali delitti ricadono anche sulla responsabilità della diocesi, cui il prete appartiene, la quale è tenuta a risarcire economicamente la vittima: la Chiesa in tal modo subisce, oltre allo scandalo, anche un grave danno finanziario (il quale peraltro a molti può far gola…).

Che cosa fa la Chiesa nei confronti delle vittime di tali delitti?

● La Chiesa prova un profondo senso di tristezza per quelle vittime innocenti, e anche per le persone che non dovevano diventare preti e che inoltre, in alcuni casi, hanno ricevuto poca condanna rispetto a quello di cui si sono macchiati.

● La Chiesa pertanto invita e sollecita tutti:
-- ad essere vicini alle vittime
-- a sostenere la loro richiesta di giustizia.
-- a denunciare immediatamente tali delitti.

Non va inoltre dimenticato che anche la Chiesa è una vittima, perchè tali delitti sono una gravissima offesa alla dignità della persona, creata ad immagine di Dio; e per la contro-testimonianza cristiana che si dà compiendo tali misfatti.

● Alle vittime e alle loro famiglie la Chiesa è pronta a prestare:
-- una particolare assistenza con le proprie istituzioni e persone;
-- la necessaria collaborazione alle istituzioni pubbliche, quando si prendono provvedimenti civili o penali, con attenzione, delicatezza e discrezione per le persone coinvolte.

● E’ doveroso che la comunità ecclesiale, nel prendere coscienza di queste diaboliche storture, sappia assumere l'atteggiamento di condanna più netta, senza scambiare il riserbo con l'omertà. «La Chiesa cattolica ha dovuto imparare a sue spese le conseguenze dei gravi errori di alcuni suoi membri ed è diventata assai più capace di reagire e di prevenire. È giusto che anche la società nel suo insieme si renda conto che nel campo della difesa dei minori e della lotta alla pedofilia ha un lungo cammino da compiere»
(P. LOMBARDI, Capo ufficio stampa del Vaticano).

Infatti il problema della pedofilia non riguarda solo la Chiesa cattolica, ma è purtroppo una realtà diffusa nel mondo, specialmente occidentale; investe varie categorie di persone e professioni; ha varie facce (come il turismo sessuale, la pedopornografia, lo sfruttamento sessuale di minori: questi fenomeni, secondo i dati forniti dall’ONU, colpirebbero circa 150 milioni tra bambini e bambine). Tutto questo costituisce fra l’altro un ulteriore segno allarmante della perdita di valori fondamentali, quali: l’amore, la dignità della persona ( in particolare del minore), la positività della sessualità.

● E’ quanto mai necessario e urgente che da parte di tutti si dia piena attuazione a quanto Papa BENEDETTO XVI ha indicato ai Vescovi irlandesi nell’ottobre 2006: «stabilire la verità di ciò che è accaduto in passato, prendere tutte le misure atte ad evitare che si ripeta in futuro, assicurare che i principi di giustizia vengano pienamente rispettati e, soprattutto, guarire le vittime e tutti coloro che sono colpiti da questi crimini abnormi».


NB: per approfondire l’argomento, si leggano i seguenti documenti pontifici:
-- SANT'UFFIZIO, Crimen sollicitationis, Istruzione del 16 marzo 1962;
-- GIOVANNI PAOLO II, Sacramentorum sanctitatis tutela, Lettera Apostolica che promulga le Normae de gravioribus delictis, 30 aprile 2001;
-- CARD. JOSEPH RATZINGER, Epistula de delictis gravioribus, 18 maggio 2001.
[Edited by Cattolico_Romano 9/7/2009 11:35 AM]
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Il documentario sui preti pedofili: tante bugie sul caso O'Grady

di Massimo Introvigne

Chi ha visto su Internet o vedrà in televisione il documentario Sex Crimes and the Vatican tratto dal programma Panorama della BBC rimarrà senz’altro colpito dalla sinistra figura dell’ex prete Oliver O’Grady.

Il documentario si apre o si chiude con l’ex sacerdote irlandese, che ha vissuto negli Stati Uniti dal 1971 al 2000, ripreso mentre descrive in termini piuttosto espliciti come adescava le sue vittime e quali tipi di ragazzini gli piacevano. Queste riprese sono un pugno nello stomaco: ma sono, a loro modo, anch’esse una bugia.
Non si tratta infatti di uno scoop della BBC ma di sequenze tratte dal film del 2006 Deliver Us from Evil (“Liberaci dal male”) della regista Amy Berg. Un film tecnicamente ben fatto, che ha ricevuto perfino una nomination per l’Oscar, ma dove il ruolo di O’Grady ha sollevato molte perplessità fra i sociologi e i criminologi che studiano i casi di pedofilia di cui sono stati protagonisti sacerdoti. Infatti la collaborazione di O’Grady con Amy Berg non è stata gratuita. È la conseguenza di un accordo con gli avvocati delle sue vittime che – dopo che O’Grady era stato condannato nel 1993 a quattordici anni di reclusione – hanno citato per danni in sede civile la diocesi americana di Stockton, ottenendo trenta milioni di dollari ridotti poi a sette in secondo grado. Gli avvocati che attaccano le diocesi per responsabilità oggettiva di solito lavorano secondo il principio della contingency, il che significa che una buona parte delle somme finisce nelle loro tasche, secondo accordi che per di più sono tenuti nascosti alla stampa. O’Grady si è prestato alle video-interviste degli avvocati – e di Amy Berg – e in cambio essi non si sono opposti al suo rilascio dal carcere dopo sette anni, accompagnato dall’espulsione dagli Stati Uniti verso la natia Irlanda, dove oggi il pedofilo è un uomo libero. Molti hanno criticato la Berg per avere collaborato con un individuo i cui crimini sono francamente ripugnanti, e le cui blande espressioni di pentimento non appaiono sincere. Ma per chi vede il documentario della BBC l’importante è capire che le dichiarazioni di O’Grady s’inquadrano in un accordo con avvocati che avevano bisogno soprattutto di sentirsi dire che il sacerdote pedofilo era stato protetto dalla Chiesa, cui speravano di spillare qualche milione di dollari.Uno sguardo ai documenti del processo civile di secondo grado – dove i danni sono stati ridotti a meno di un terzo – mostra che O’Grady non la racconta del tutto giusta. Egli afferma – con evidente gioia degli avvocati – che il vescovo di Stockton (e oggi cardinale di Los Angeles) Roger Mahony sapeva che era un pedofilo e, nonostante questo, lo aveva mantenuto nel ministero sacerdotale.

La causa racconta un’altra storia. Mahony diventa vescovo di Stockton nel 1980. Tra il 1980 e il 1984 deve occuparsi di tre casi di preti accusati di abusi sessuali su minori. Fa qualche cosa che stupirà i fan del documentario della BBC: non solo indaga, ma fa segnalare i sacerdoti alla polizia. In due casi la polizia conferma che, dietro al fumo, c’è del fuoco: e i sacerdoti sono sospesi a divinis, cioè esclusi dal ministero sacerdotale. Nel terzo caso, quello di O’Grady, la polizia nel 1984 archivia il caso e dichiara il sacerdote innocente. Mahony si limita a trasferirlo, dopo che due diversi psicologi che lo hanno esaminato per conto della diocesi hanno dichiarato che non costituisce un pericolo. Tutti sbagliano: non solo perché già nel 1976 O’Grady aveva “toccato in modo improprio una ragazzina” (tutto si era risolto con una lettera di scuse e, contrariamente a quanto dice l’ex prete, gli avvocati non hanno potuto provare che il vescovo lo sapesse) ma perché si trattava di un soggetto pericoloso, che finirà arrestato e condannato.
Una versione alternativa di questi fatti è stata proposta dal Los Angeles Times, un quotidiano di cui l’Arcidiocesi di Los Angeles ha ripetutamente denunciato il pregiudizio anticattolico, e cui ha risposto sul caso O’Grady con una dichiarazione ufficiale in cui afferma di “avere ormai perso il conto delle volte” in cui il Times ha diffuso su quel caso “notizie vecchie di dieci anni” e “affermazioni basate esclusivamente su persone che hanno legami (…) con gli avvocati delle parti attrici (nella causa civile)”.

L’Arcidiocesi fa notare che si è battuta per pubblicare, anche a mezzo Internet, i documenti delle cause civili e in particolare i proffer, cioè i fascicoli che mostrano che cosa le diocesi cattoliche sapevano dei casi di pedofilia in genere e del caso O’Grady in particolare, e quali misure furono prese: ma un ordine della Corte d’Appello dello Stato della California del 22 settembre 2005 ha vietato questa pubblicazione per ragioni di privacy, ancorché non vieti alle diocesi di mettere le informazioni e i documenti a disposizioni di studiosi e altri che abbiano valide ragioni per conoscerle. La riservatezza qui non dipende da un desiderio della Chiesa di nascondere informazioni – al contrario, la Chiesa si è battuta in tribunale per renderle pubbliche – ma da un ordine del giudice. I fatti che emergono dai documenti che la Chiesa vorrebbe, ma non può, pubblicare e di cui hanno comunque tenuto conto i giudici di appello, smentiscono il Los Angeles Times su una serie di punti cruciali. Premesso che la Chiesa non è il KGB e non ha un sistema di fascicoli segreti sui suoi preti, il cardinale Mahony quando divenne vescovo di Stockton non fu informato dell’incidente del 1976 relativo a O’Grady. Certamente, con il senno di poi, si può dire che questo incidente fosse stato sottovalutato dal precedente vescovo: ma l’affermazione del Los Angeles Times secondo cui Mahony lo conosceva (mentre il cardinale afferma il contrario) non è sostanziata da nessun documento. Quanto all’episodio del 1984, anzitutto il Los Angeles Times – incautamente ripreso, senza tenere conto delle polemiche che lo hanno coinvolto, anche da alcuni fonte italiane – almeno, a differenza del documentario Sex Crimes and the Vatican, ammette che la Chiesa denunciò immediatamente O’Grady alla polizia. Non si tratta di una differenza di poco conto. Il Times afferma però che il detective che si occupò di O’Grady, Jerry Cranston, era convinto che il sacerdote fosse colpevole. Tuttavia quando Cranston si è presentato a testimoniare nella causa civile contro la Chiesa era ormai un ex poliziotto e la sua versione era opposta a quella della diocesi ma, vedi caso, cadeva a fagiolo per gli avvocati che cercavano di ottenere un risarcimento di milioni di dollari.

Chi mentiva?
Un fatto, piaccia o no al Los Angeles Times e a chi lo copia e incolla in Italia, resta indisputabile: il caso contro O’Grady fu archiviato dalla polizia. Un principio giuridico generale è che gli atti – nel caso, un’archiviazione – prevalgono sui ricordi più o meno spontanei di ex-poliziotti sulle opinioni che potevano avere espresso quattordici anni prima della loro testimonianza in tribunale. Il Times insiste pure sul fatto che O’Grady era stato dichiarato “immaturo” (ma non pericoloso, e anche qui la differenza è importante) da uno degli psichiatri che lo avevano esaminato: ma si dimentica di dire che questa informazione è stata resa pubblica dalla diocesi stessa, insieme ad altre. Ancora, il Times non spiega perché l’allora vescovo Mahony, di fronte a tre casi di sacerdoti accusati di abusi, ne sospese, come si è accennato, due – Antonio Camacho e Antonio Munoz – ma non il terzo, O’Grady. La spiegazione della diocesi è quella ovvia: solo nel caso O’Grady l’indagine di polizia era stata archiviata.
Un certo Giuseppe Regalzi è animatore di un blog che un’amica mi ha segnalato – evidentemente esagerando, ma ogni paradosso indica sia pur da lontano una verità – come un luogo dove si consiglierebbe l’eutanasia anche a chi ha preso il raffreddore. Aggiungo che Regalzi ha letto la frase precedente, e se l’è avuta a male.

Tuttavia – nel definire l’accanimento terapeutico che non andrebbe praticato nei confronti dei malati – ha scritto che “l’accanimento terapeutico non è definibile oggettivamente, ma è condizionato dalla volontà (soggettiva) del paziente. Se mi infili una banale aspirina in gola, quello è accanimento terapeutico!”. Una frase che mi fa pensare che il paradosso della mia amica non fosse poi così assurdo. Sul tema che ci interessa, Regalzi si abbevera oltre che al Los Angeles Times (anche se afferma il contrario, sostenendo di usare come fonte solo una pubblicazione che aveva idee piuttosto simili a quelle del suo blog ma che ora ha chiuso i battenti, il New Times; in realtà però tutte le campagne contro l’Arcidiocesi di Los Angeles sul punto partono proprio dal Los Angeles Times anche se poi si diramano in varie direzioni, e del resto la pagina citata dal blog, che dunque in effetti cita tramite un link il Los Angeles Times, mostra bene come l’articolo del New Times del 18 aprile 2002 continua una campagna iniziata dal Los Angeles Times il precedente 7 aprile) anche a un’altra fonte piuttosto torbida: il sito americano bishopaccountability.org che, come ha almeno il buon gusto di dichiarare apertamente, ha “lo scopo di rendere più facile la chiamata in causa dei vescovi americani” accusati di favorire la pedofilia. Una vera miniera per gli studi legali che si arricchiscono con la loro fetta dei risarcimenti miliardari che chiedono alle diocesi. Uno sguardo a bishopaccountability.org rivela l’uso sistematico di una vera e propria arte che può ingannare solo chi non conosca la procedura legale americana: sono pubblicati atti parziali di processi, spesso tra l’altro non distinguendo chiaramente fra le deposition, che nelle cause civili americane non sono rese davanti al giudice ma solo davanti agli avvocati, e le vere e proprie testimonianze in tribunale, che hanno un peso ben diverso.

Anche un giurista alle prime armi comprende facilmente che la pubblicazione selettiva degli atti (voluminosissimi) di cause complesse permette di far dire alle famose “carte”  di cui parlava anche Totò più o meno quello che si vuole. Tuttavia perfino qui ci sono dei limiti. Il buon Regalzi, tra un appello e l’altro per l’eutanasia, vorrebbe far credere ai suoi lettori che l’allora vescovo Mahony non sospese i sacerdoti Munoz (che nei documenti processuali e in quelli diocesani è indicato, in effetti, come Munoz e non come Muñoz) e Camacho ma si limitò a trasferirli fuori della diocesi. Ma nella stessa deposition tratta da bishopaccountability.org (con tutte le riserve sulla fonte) Mahony dichiara che, con riferimento a questi due sacerdoti, “esercitai le mie prerogative di vescovo per porre fine alle loro facoltà e al loro incarico (terminate their faculties and their assignment)”. Il riferimento alle faculties (e non solo all’assignment, che è l’incarico o mandato per uno specifico ministero nella diocesi) è evidentemente alle facoltà sacerdotali in genere. Né risulta che Camacho e Munoz abbiano cercato di esercitarle in Messico o altrove. Quando poi i documenti dicono esattamente il contrario di quanto sostiene Regalzi, allora evidentemente nei documenti ci devono essere degli “errori”. Così, a proposito del fatto che la polizia sia stata informata del caso Munoz, Regalzi parla dell’“errore di un avvocato”. Tuttavia, è l’avvocato che sta agendo contro la diocesi che pone la domanda se sia stata chiamata la polizia per Munoz, e il cardinale risponde con un monosillabo su cui non è facile equivocare: “Sì”. Quanto alla presunta contraddizione con un altro brano della deposition dove Mahony affermerebbe di avere informato la polizia prima del 1985 del solo caso Camacho (quindi, si sostiene, non del caso Munoz), le cose non stanno proprio così. La sequenza è: “Prima del 1985, ha denunciato un sacerdote alla polizia?” – “Sì” – “Chi?” – “Don Camacho”. Non si afferma esplicitamente che si sia trattato solo di Camacho (la retorica conoscendo l’elencazione esemplificativa e non solo quella tassativa), a prescindere dal fatto che il seguito della deposition dimostra che c’è una certa confusione fra denuncia sporta personalmente da Mahony alla polizia e denuncia sporta da altre persone della diocesi diverse da Mahony. Più importante di tutto questo è l’impressione che chi ci intrattiene dottamente su questi temi non abbia mai assistito a una deposition e la confonda con la testimonianza resa davanti al giudice di un processo italiano. Da noi il giudice “razionalizza” le parole del testimone in frasi coerenti, mentre una deposition (un atto giudiziale cui chi scrive assiste spesso negli Stati Uniti) è semplicemente registrata con mezzi elettronici (un tempo, magnetici) e sbobinata senza cambiare una sola parola.

Chiunque tenga conferenze e si sia visto proporre la pubblicazione di una registrazione sbobinata avrà certamente fatto esperienza di quanto diversa sia la trascrizione del parlato da una sequenza di frasi scritte nate come tali… o ricostruite nelle cause italiane dalla mediazione di un giudice. In realtà nessuno “parla come un libro stampato”, e la trascrizione di uno scambio di battute (magari vivace e ostile come avviene tipicamente in una deposition) non ha mai la precisione della scrittura. Qualche volta, poi, Regalzi sega senza accorgersene il ramo stesso su cui è seduto. Per difendere il Los Angeles Times e il s sostiene che non potevano conoscere nei loro articoli del 2002 i casi Camacho e Munoz perché sono emersi nel processo in cui è stato coinvolto il cardinale Mahony solo nel 2004. Ora, la controversia sull’attendibilità di queste fonti giornalistiche nasce, come abbiamo visto, dal fatto che le loro inchieste sono presentate come frutto di indagini indipendenti, mentre l’Arcidiocesi di Los Angeles sostiene che fa semplicemente da megafono ai legali che cercano di spillare strabilianti risarcimenti alla Chiesa. Nel 2002 nel mondo delle carte bollate in cui si muovono questi avvocati i casi Camacho e Munoz non erano ancora entrati. Ma nel mondo reale esistevano fin dal 1984, e – dal momento che i vescovi che fanno sparire i preti di notte e di nascosto esistono solo nei romanzi gotici dell’Ottocento – dovevano avere lasciato qualche traccia, che un “giornalista investigativo” che si rispetti avrebbe dovuto essere capace di trovare. Conclusione: nel 2002 il Los Angeles Times e il New Times conducevano le loro inchieste esplorando il mondo delle carte bollate gentilmente fornite dagli avvocati e non andando a indagare nel mondo reale: che è precisamente quello che sostiene l’Arcidiocesi. Secondo esempio di autogol: si cita come scandaloso il fatto che “13 anni dopo aver lasciato la diocesi di Stockton” il cardinale Mahony non si ricordi più in una su testimonianza dei casi Camacho e Munoz (mentre se ne ricorderà in testimonianze successive, verosimilmente avendo fatto qualche ricerca nelle carte della sua vecchia diocesi). Ora, a parte il fatto che non si capisce bene perché il cardinale dovrebbe mentire su circostanze che avrebbero giocato a favore della Chiesa e non contro, è precisamente il contrario: non avendo passato tredici anni della sua vita a rimuginare sui casi Camacho e Munoz, è del tutto verosimile che dopo oltre un decennio Mahony non ricordi con precisione quei fatti. Se li avesse avuti, come si dice, sulla punta delle dita senz’altro il Times lo avrebbe accusato di ripetere una lezione ben preparata dagli avvocati dell’Arcidiocesi. Infine, non è ben chiaro che cosa si voglia dimostrare, dal momento che non si nega l’essenziale, e cioè che nel caso O’Grady la diocesi si rivolse alla polizia (né vale sostenere che chi materialmente informò la polizia era lo psichiatra incaricato dalla diocesi di esaminare O’Grady, perché dal punto di vista legale in quel momento il dominus dello psichiatra Guttieri era la diocesi, e ogni comunicazione dello psichiatra con la polizia era a tutti gli effetti una comunicazione della diocesi) e che il documentario Sex Crimes and the Vatican omette di riferire questo fatto essenziale, preferendo insistere sul comportamento imprudente della Chiesa (senza spiegare che questo coinvolgeva anche i terapisti consultati dal vescovo e la stessa polizia) durante e dopo i fatti del 1984.
Errori? Certo. Complotti? È un po’ difficile sostenerlo, dal momento che il vescovo e poi cardinale Mahony – uno dei “cattivi” del documentario – di fronte a tre preti accusati di abusi nella diocesi ne sospende due dal sacerdozio ma non il terzo, fidandosi in tutti e tre i casi delle indagini della polizia e del parere degli psicologi. Mahony avrebbe potuto fare di più? Certamente oggi, dopo anni di ricerca scientifica sul tema, la Chiesa spesso agisce in modo più radicale (e lo fa seguendo le direttive del cardinale Ratzinger prima e di Benedetto XVI poi) di quanto non facesse nel 1984.

Ma prendere per oro colato le bugie di un delinquente non è mai buon giornalismo.

Vedi anche:
Appello contro un documentario sensazionalistico e falso

Quanti sono i preti "pedofili"?
Molto rumore per nulla. Il Papa, la pedofilia e il documentario "Sex Crimes and the Vatican", di Massimo Introvigne
Da quando la Bbc è screditata la Rai ha deciso di imitarla, di Massimo Introvigne (il Foglio, 31 maggio 2007)
Introvigne, Santoro e il Grande Fratello: "In onda (forse) una bufala dolosa, buona per fare la solita caciara" (il Foglio, 31 maggio 2007)
http://www.cesnur.org/2007/mi_ogrady.htm
[Edited by Cattolico_Romano 9/7/2009 11:40 AM]
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Il bigottismo wasp

Non sono i pedofili l’obiettivo della Bbc, ma il celibato dei sacerdoti


Per Scruton “il secolarismo è ossessionato dal sesso, rinunciarvi è uno scandalo”. La tesi di Weigel


Roma. Il filosofo inglese Roger Scruton dice che il documentario della Bbc sulla pedofilia tra i preti cattolici è l’ultimo capitolo della “Mani pulite di Dio”, come fu definito lo scandalo degli abusi negli Stati Uniti. La guerra culturale sulla pedofilia riguarda qualcosa di molto più profondo e carsico dei singoli abusi. “Il secolarismo è così ossessionato dal sesso da non poter sostenere il vero ‘scandalo’ del nostro tempo: il celibato cattolico” dice Roger Scruton, docente a Princeton e all’Institute for the Psychological Sciences. “Non si può credere che il prete abbia rinunciato al sesso, le fantasie sessuali sono una condizione umana universale. Chi mette in discussione il diritto a promuovere l’omosessualità a scuola diventa ‘omofobico’. L’attacco al concetto di colpa coinvolge una negazione della vergogna”. La Bbc accusa Benedetto XVI di essere implicato nell’insabbiamento degli scandali che hanno coinvolto sacerdoti. Ratzinger avrebbe applicato un documento “segreto” del 1962, “Crimen sollicitationis”, per coprire i misfatti. In Italia un noto conduttore a caccia di titoli sui giornali vuole trasmetterlo in prima serata. Avvenire, quotidiano della Cei, parla di “spazzatura”. “Ogni civiltà ha circondato l’atto sessuale di un velo di mistero – prosegue Scruton – Nel mondo del ‘sesso sicuro’ è in corso la sessualizzazione dei figli, marginalizzando la famiglia. Il secolarismo considera evidente che chiunque sia interessato a un bambino, come il prete, intenda sfruttarlo sessualmente. Ci saranno sempre preti e maestri pedofili, ma sono eccezioni, non la regola”. Scruton parla di una Bbc che sparge cultura del nulla mentre moraleggia sulla chiesa. “I bambini fanno esperienza di preservativi, una guida intitolata ‘Say Yes, Say No, Say Maybe’ spiega le varie posizioni sessuali e la Bbc trasmette film in cui i bambini sono rappresentati in pose provocatorie. L’intellighenzia liberal è incapace di percepire il pericolo di quest’entropia sociale. L’isteria sulla pedofilia è indicativa di una società sull’orlo dell’autodistruzione. C’è una veemenza che andrebbe bene a Salem. I liberal non accettano che ci sia un cammino di uscita dalla follia sessuale, di rinuncia, vivere nel mondo e fuori da esso”.

La campagna contro la diocesi di Boston

All’epoca dello scandalo della diocesi di Boston, il Christian ministry resources calcolava una media di 70 denunce alla settimana. Bernard Law, arcivescovo di Boston, sui media anglosassoni era trattato come il simbolo della superbia. Dei 60 preti di Boston coinvolti, solo tre furono riconosciuti colpevoli. Bisognava colpire in alto per incassare. L’arcidiocesi di Portland dichiarò bancarotta per le cause intentate da presunte vittime. La grande stampa e gli studi legali trovarono un osso polposo, la cultura laicista protestante il nemico “papista”.
Time e Newsweek facevano le copertine: “Sex, Shame and the Catholic Church”. Decine di diocesi chiesero prestiti, altre furono vendute. Quella di Boston costretta a cedere, il cardinale rassegnò le dimissioni.
Tre anni fa pubblicammo un’inchiesta del Wall Street Journal, la storia di un prete nel fango. Uno dei tanti. La gogna sfiorò il cardinale di New York, Edward Egan. I cattolici erano chiamati “mangiatori di pesce del venerdì”. Il New York Post sbattè in prima pagina le foto dei preti. Ratzinger parlò di “campagna pianificata” per “screditare la chiesa”. Lo storico Philip Jenkins denunciò il “bigottismo” liberal. La stampa attaccava non solo la gerarchia, ma anche la dottrina cattolica. A cominciare dal celibato e dalla castità, aprendo ai preti sposati, alle donne sacerdote e alla nomina di vescovi omosessuali. Tentazione che per mesi agitò l’episcopato cattolico. Morto il cardinal Bernardin, per anni capo della Conferenza episcopale americana, la guida passò al cardinale di Los Angeles Roger Mahony, teorico del “celibato opzionale”. Fu il National Catholic Register, principale organo di informazione progressista, a coniare l’espressione “preti pedofili”.
Il teologo George Weigel è d’accordo con Scruton: “C’è un tentativo di dipingere la chiesa come segregata nel tempo. Un prete pedofilo è una contraddizione, fuori dal ministero. La chiesa non può diventare ciò che non è, il celibato è un dono. La maggior parte degli abusi ha avuto luogo fra gli anni 60 e 80, anni della cultura del ‘dissenso’ in seminari e facoltà di teologia. La vera riforma della chiesa è diventare più cattolica, non meno”. Wojtyla parlò chiaro nell’incontro con i preti americani: “Tanto dolore, tanto dispiacere, deve portare a un sacerdozio più santo, a un episcopato più santo e a una chiesa più santa”. Tre anni dopo Ratzinger, tutt’altro che reticente, concluderà la sua ultima via crucis come cardinale invitando a ripulire la chiesa dalla “sporcizia”.

Il Foglio, 23 maggio 2007


Santoro compra preti pedofili in tv

di LUIGI SANTAMBROGIO

La spazzatura televisiva sta alla libertà di espressione come gli alcolisti stanno a una fabbrica di bottiglie. È il rischio della democrazia di pensiero e parola: pure chi se ne approfitta, come l'ubriaco, è protetto dalle stesse norme che sanciscono l'intangibilità dei diritti. Fatti salvi, si capisce, le regole del gioco e i limiti di legge. Per il resto, liberi tutti e vinca chi può. E non è detto che sia sempre il migliore. Devono aver pensato così i dirigenti Rai che ieri hanno dato l' expedit a Michele Santoro per la messa in onda, ad Annozero , del documentario sui preti pedofili comprato per 20mila euro dalla Bbc. Ed è stata una decisione saggia e giusta. Per più di un motivo.

Non era cardinale

La scelta ha innanzitutto sgonfiato sul nascere il nuovo caso montato con la solita maestria furbacchionesca dal fu re delle piazze televisive e delle risse del tubo (catodico). Ci siamo così risparmiati tanto per cominciare una nuova interpretazione del martirologio secondo San Michele. E poi, il filmino sarebbe comunque andato in onda sul canale della concorrenza. Mentana s'era già fatto sotto per pigliarselo lui, fiutando l'affare su un argomento che in questi tempi di Dico e Family day tira parec- chio. Prezzo più che stracciato, quei 20mila euro. Si sa, oggi la notizia e l'informazione devono il loro valore non più alla vicinanza o approssimazione alla realtà. No, a determinare il prezzo sono invece le stesse regole in vigore per il commercio. E la domanda di preti pedofili è oggi, alla Borsa dello spaccio mediatico, tra le più alte. Torniamo a Santoro e al suo trappolone. Titolo originale in inglese: Sex and the Vatican . Trentasei minuti (mandati in onda nel 2006 dalla Bbc) di fritto misto tra testimonianze e affermazioni che già vennero dimostrate false dalla Conferenza episcopale inglese, la quale invitava la pseudo austera Bbc (questa dell'imparzialità del giornalismo british è un'altra gran balla messa in giro dai giornalisti) «a vergognarsi per lo standard giornalistico usato nell'attaccare senza motivo Benedetto XVI». Infatti, il coup de théâtre del filmetto consiste nel mettere sotto accusa Papa Ratzinger, responsabile di aver coperto e secretato i crimini pedofili commessi dai sacerdoti in tutto il mondo. Responsabile in quanto garante per 20 anni, come Prefetto del Sant'Uffizio, dell'applicazione del testo vaticano Crimen sollicitationis .

E qui, gli asini della Bbc e il Michele ragliante cadono per la prima volta. Il documento, infatti, venne emanato nel 1962; in quell'anno Joseph Ratzinger non era ancora cardinale e nemmeno Prefetto della futura Congregazione per la dottrina della fede. Era un semplice teologo impegnato nei suoi studi in Germania. Qualcuno lo farà notare al gentile pubblico pagante (il canone) di Annozero ? Il documento viene presentato come il furbo escamotage per silenziare i crimini preteschi. In realtà, come ha già chiarito bene Avvenire la scorsa settimana, si tratta di una disposizione atta a istruire i processi canonici e portare alla riduzione allo stato laicale i sacerdoti coinvolti nelle oscenità pedofile. Il processo alla pedofilia nella Chiesa è cominciato ben prima di Ratzinger; Papa Wojtyla più volte tuonò contro quei preti che si erano macchiati di un crimine tra i più orrendi. Il Crimen , poi, richiedeva il segreto del procedimento canonico per permettere ad eventuali testimoni di farsi avanti liberamente, garantendo che le loro confessioni sarebbe state riservate e segrete. E di conseguenza, che anche la parte accusata avesse tutte le garanzie prima della chiusura del procedimento. In termini laici e giuridici, tutto questo si chiama segreto d'ufficio. Ogni tribunale e procura che si rispetti non si sognerebbe mai di metterlo in discussione o di definirlo come il tentativo di insabbiamento di un'indagine o, peggio ancora, omertà e copertura dei criminali. Beh, nel documentario, si dice invece proprio così: si dice che Ratzinger obbligò con quel documento a insabbiare tutto e tutti. Cascati per la seconda volta, gli asini anglo-santoriani sapranno rialzarsi e dire agli spettatori (sempre paganti, ma, a questo punto, anche un tantino incazzati) come stanno le cose? O il garantismo, principio sacro ed eterno, vale solo quando parlano di se stessi o degli amici della loro congrega rosso-vergogna? La pulp fiction Il 15° paragrafo del documento vaticano obbliga chiunque sia a conoscenza di un uso del confessionale per abusi sessuali a denunciare il tutto, pena la scomunica. Scomunica, capito Michè? Mica bruscolini di sabbia santa per affossare tutto. Dillo anche al tuo compare Vauro, il fumettaro al quale riescono tante bene le vignette su preti e vescovi ma gli si bloccan le mani quando deve pigliare per il culo gli imam islamici. Perché, al prossimo ramadan, non ci disegna un bel kamikaze iracheno che si gode le 77 vergini promesse dal Corano? È chiaro che Santoro ormai non fa più informazione, tantomeno gli interessa dibattere argomenti o far incontrare opinioni diverse. No, Michele, l'ex intenditore, mette in scena ormai solo patetiche pulp fiction , dove la realtà è solo un pretesto per costruire il suo castello incantato. Tra l'altro, il documentario farlocco della Bbc venne proposto per l'acquisto anche a Milena Gabanelli, la direttrice del programma Report . Che fiutò l'inganno e rifiutò il pacco made in England . Già, la classe non è acqua e per Santoro non siamo più ai fasti dell'editto bulgaro, di Sciuscià o del Raggio Verde . Il ritorno in Rai del grande liber tador non ha provocato nessun movimento tellurico negli ascolti. E, a parte la sorpresa tricologica delle prime puntate per il capello biondo-fino, il resto è andato avanti a pallottole spuntate. Nessuno scandalo, nessuna emozione come quando il Cavaliere telefonava in diretta e lui gli sbatteva in faccia la cornetta. In quasi un anno, la destra non ha chiesto mai la sua testa, anzi non se l'è proprio filato per nulla. Insomma, una noia.

Le orecchie del toro

Santoro resta comunque un maestro nell'arte del camuffo e della camarilla dialettica. Nella sua arena truccata il toro non ha nessuna chance di uscirne vivo perché el matador tira colpi bassi e proibiti. L'ultima volta, ed essere indecentemente "matado" è stato il ministro Mastella, invitato, uno contro tutti, a sostenere le ragioni del suo no ai Dico. Ma Miguel stavolta non ha avuto la soddisfazione di tagliare le orecchie al toro. Il ministro, annusata l'aria, ha abbandonato il teatrino dello spettacolo gaglioffo, lasciando tutta la gang a corto di sangue. Se Mastella se ne va in anticipo, Santoro, come al solito, arriva tardi. E, soprattutto, arriva quando è necessario dare una mano agli amici che l'hanno riportato in Rai dopo averlo lasciato qualche mese a giocare con le macchinine dell'europarlamento. Quegli amici, compagni in questo caso, che Vespa, molti anni fa, chiamava gli editori di riferimento. Quelli di Santoro sono la sinistra in genere, o quella più antagonista e urlante, a seconda delle necessità. E qui la necessità è quella di colpire duro il Papa, i vescovi, i cattolici dopo la manifestazione del Family day che ha fatto scoprire a lorsignori di non essere gli unici in grado di riempire le piazze. L'ordine impartito è colpire, calunniare, menarla con l'omofobia, l'antigaiezza e l'oscurantismo della Chiesa. La verità è che questi compagnuzzi sono spaventati. Lo fa capire il pugnorosato Enrico Boselli, che su Repubblica lancia un appello ai compagni: «fermate il partito del Papa, l'offensiva integralista del Pontificato di Benedetto XVI». Il radical-idiot non si rende conto che non c'è nessun partito del Papa; esiste invece un popolo concreto, allegro e responsabile, pacifico e coraggioso, paziente e ostinato. Che laicamente vuole ascolto perché ha qualcosa da dire. Alla società, alla politica e pure ai guru dell'informazione. Ma non chiede più permessi ai tanti Santori d'Italia e ai loro amici in paradiso.

Libero, 23 maggio 2007
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Chiesa e pedofilia: quello che i mass-media non dicono

Costanza Stagetti

E' vero che tra il clero cattolico ci sono più pedofili che in  altri gruppi sociali?

Falso: Philip Jenkins nel suo libro Pedophiles and Priests: Anatomy of a Contemporary Crisis (Oxford University Press, 1996) offre una visione molto obbiettiva e spassionata del problema. Secondo Jenkins (che non è un cattolico), la vera pedofilia è estremamente rara e non c'è nessuna prova che sia più comune nel clero cattolico che in altre denominazioni religiose o tra i laici. C’è certamente un problema nella Chiesa Cattolica (come in altre chiese), ma non è esattamente quello che viene mostrato dai media.

Primo, per quanto riguarda la natura del reato: con il termine pedofilia si fa riferimento al desiderio sessuale verso bambini in età prepuberale. Questa è estremamente rara e solo una manciata di casi in vari decenni hanno coinvolto dei sacerdoti effettivamente pedofili.

Quasi tutti i casi presentati dai media come casi di pedofilia in realtà riguardano un’attrazione verso ragazzi adolescenti sessualmente maturi ma sotto l’età del consenso, che è di 18 anni nella legge civile e di 16 per il diritto canonico. Questo comportamento è una forma di omosessualità chiamata efebofilia.

Dal 1960 al 1980 circa 150.000 uomini hanno prestato servizio come sacerdoti e religiosi cattolici negli Stati Uniti. Ci sono stati circa 500 casi (non tutti provati) di coinvolgimento sessuale con minori (quindi lo 0.3 % del clero e dei religiosi), e la maggior parte dei casi riguardavano ragazzi tra i 15 e i 17 anni. Poiché non tutte le accuse sono state documentate, Jenkins sostiene che l’evidenza “suggerisce un tasso dello 0.2 %”. L’Arcidiocesi di Chicago ha fatto un’indagine su tutti i suoi archivi dal 1951 al 1991 e ha trovato accuse contro il 2.6 % dei sacerdoti, accuse che sono risultate motivate nel 1.7% dei casi.  Nonostante questo, ha trovato un solo caso di vera pedofilia che ha coinvolto un sacerdote e la sua nipotina.

Secondo, e più importante, l’analisi di Jenkins indica che la vera natura del problema nella Chiesa Cattolica non è la pedofilia ma l’omosessualità che può portare a relazioni sessuali con ragazzi sessualmente maturi ma minorenni. Secondo Jenkins un terzo degli uomini omosessuali è attratto dai teenagers. La seduzione di adolescenti maschi da parte di uomini omosessuali è un fenomeno ben documentato.

Nè i media nè la Chiesa hanno chiarito al pubblico che la maggioranza degli abusi sessuali riguardano ragazzi adolescenti, perchè questo porterebbe la questione sui problemi dell’omosessualità, un argomento che non è politicamente corretto. Non chiarendo questo punto i media hanno dato l’impressione che la Chiesa Cattolica attragga preti malati cui piacciono i bambini invece che omosessuali cui piacciono i teenager (cosa che è sicuramente riprovevole moralmente, ma sempre meno disgustosa della pedofilia).Come sostiene Michael Rose nel suo libro  Goodbye! Good Men, c'è un'attiva sub-cultura omosessuale dentro la Chiesa.  La confusione della Chiesa sulla scia della rivoluzione sessuale degli anni 60, il tumulto conseguente al Concilio Vaticano II e la maggiore approvazione del comportamento omosessuale nella società hanno creato un ambiente in cui gli omosessuali attivi erano ammessi e tollerati nel sacerdozio. La Chiesa faceva grande affidamento sul parere degli psichiatri per vagliare i candidati  e per trattare quei sacerdoti che risultavano problematici. Nel 1973 la American Psychological Association modificò la sua descrizione di omosessualità quale orientamento oggettivamente disordinato e la rimosse dal Diagnostic and Statistic Manual IV (Nicolosi, J., 1991, Reparative Therapy of Male Homosexuality, 1991; Diamond, E., et. al., Homosexuality and Hope, unpublished CMA document). Il trattamento delle deviazioni sessuali cambiò di conseguenza.Nessuno sa quale sia la percentuale di religiosi  omosessuali. Donald Cozzens, il rettore del seminario cattolico di Cleveland, in The Changing Face of the Priesthood, riporta tassi che vanno dal 23 al 80%. Un altro studioso, Leon J. Podles, ritiene che il tasso sia ben sotto il 20%, sebbene questo sia comunque da 7 a 8 volte maggiore rispetto a quello della popolazione generale.

L'abolizione del celibato sacerdotale potrebbe  risolvere il problema della pedofilia?

Falso. Non c'è nessuna relazione tra celibato e deviazioni sessuali di qualunque genere inclusa la pedofilia. Nella popolazione generale la maggioranza degli abusi sessuali riguardano uomini eterosessuali che molestano donne. Se da un lato è difficile ottenere statistiche precise riguardo gli abusi sessuali su bambini, dall'altro le caratteristiche dei molestatori di bambini recidivi sono state ben descritte. I profili di coloro che abusano di bambini non comprendono mai normali uomini eterosessuali che diventano pedofili in seguito ad astinenza.(Fred Berlin, "Compulsive Sexual Behaviors" in Addiction and Compulsion Behaviors [Boston: NCBC, 1998]; Patrick J. Carnes, "Sexual Compulsion: Challenge for Church Leaders" in Addiction and Compulsion; Dale O'Leary, "Homosexuality and Abuse").

Inoltre il  matrimonio del clero non è stato una panacea per le chiese protestanti. Non ha impedito che anche loro avessero problemi con il clero omosessuale e con la pedofilia. La vera pedofilia è presente molto più spesso all’interno delle famiglie; il celibato allontana la maggior parte dei preti cattolici da tentazioni di quel tipo Quando si tratta di pedofilia (non efebofilia) il clero delle chiese che non richiedono il celibato ha gli stessi problemi, se non peggiori. La Chiesa Cattolica ha potuto essere presa di mira perché a differenza di altre organizzazioni dispone di archivi, ma la chiesa episcopale ha un problema simile e alcuni dei casi peggiori sono avvenuti nelle chiese fondamentaliste e pentecostali – anche se  raramente questi casi vengono portati all’attenzione pubblica.
Il matrimonio dei preti ha i suoi specifici problemi, che non vengono quasi mai riconosciuti nella discussione sul celibato. Primo, c’è il problema dell’infedeltà e del divorzio. L’opportunità di sposarsi non sembra aver diminuito i peccati sessuali nel clero, persino nelle chiese più conservatrici. Questi hanno effetti particolarmente devastanti sulla chiesa locale a causa della violazione delle promesse coniugali da parte del religioso e da parte della donna coinvolta. Inoltre, che cosa fare del pastore divorziato? Anche qualora fosse innocente (e generalmente c’è una parte di colpa) egli non è più per il suo gregge un modello di matrimonio cristiano. Infine, c’è il problema delle love-story del clero che cerca moglie. Questo include non solo le tentazioni delle avventure, ma l’inevitabile pettegolezzo ed altri scompigli nella vita della chiesa.

Secondo, ci sono problemi anche per il clero felicemente sposato.

Molti matrimoni sono esemplari ed edificanti, ma buona parte del clero sposato non ha vita facile. La moglie e i figli sono sotto stretto controllo. La moglie non si sente padrona della situazione perché deve rendere conto alla chiesa di ogni minimo dettaglio della sua vita, anche di quanti asciugamani dispone. Quando i bambini si comportano male ( e quali bambini non si comportano male? ) essi sono un doppio peso per il padre. Se il pastore ha una famiglia piccola non è un esempio di fiduciosa generosità per quei cristiani che non vogliono figli. Se ha una famiglia grande è condannato a vivere in povertà o a diventare oggetto di critiche da parte di quei  parrocchiani che non possono permettersi una famiglia numerosa, quindi perché dovrebbe permettersela il pastore?

Il celibato sacerdotale è un'invenzione medievale?

Falso.Nella Chiesa Cattolica Occidentale il celibato divenne universalmente praticato nel 4° secolo con l'adozione della disciplina monastica da parte di S. Agostino per tutti i suoi sacerdoti. Oltre alle numerose ragioni pratiche (si riteneva che scoraggiasse il nepotismo) il celibato permetteva ai preti di essere più indipendenti e disponibili. La Chiesa non ha modificato le sue direttive sul celibato perché nel corso dei secoli si è resa conto dell'importanza pratica e spirituale di questa disciplina. (Papa Paolo VI Sul celibato sacerdotale - Lettera Enciclica 1967). In realtà anche nella Chiesa Cattolica Orientale - che comprende sacerdoti sposati - i vescovi sono scelti solo fra i sacerdoti celibi.

Permettere il sacerdozio alle donne potrebbe risolvere il problema della pedofilia?

Non c'è nessuna logica relazione tra il comportamento deviato di una esigua minoranza di sacerdoti maschi e l'ingresso nel clero delle donne. Se è vero che le statistiche mostrano che la maggior parte degli abusi sessuali su bambini sono compiuti da uomini, non bisogna però dimenticare che tra i molestatori figurano anche delle donne. Nel 1994, il National Opinion Research Center mostrò che la seconda forma più comune di abuso sessuale su minori riguardava donne che avevano molestato ragazzi. Per ogni tre molestatori maschi ce n'è uno di sesso femminile. Le statistiche sugli abusi compiuti da donne sono più difficili da ottenere perché il reato è più nascosto. (Intervista con il  Dr. Richard Cross, "A Question of Character,", National Opinion Research Center; cf. Carnes). Inoltre le loro vittime più frequenti, i ragazzi, hanno una minore tendenza a denunciare gli abusi sessuali specialmente quando il colpevole è una donna  (O'Leary, "Child Sexual Abuse").

E' vero che la gerarchia cattolica non ha fatto niente per contrastare la pedofilia?

Sicuramente la gerarchia non ha fatto abbastanza per impedire gli abusi, tuttavia affermare che la Chiesa non ha fatto niente è sbagliato.
I vescovi, cominciando da Papa Paolo VI nel 1967, lanciarono un avvertimento ai fedeli cattolici riguardo le conseguenze negative della rivoluzione sessuale. La lettera enciclica "Sul celibato sacerdotale" affrontò la questione del celibato sacerdotale in rapporto ad  una cultura che proclamava la necessità di una maggiore "libertà sessuale". Il Papa ratificò il celibato invitando i vescovi a sentirsi " vivamente responsabili nei confronti dei confratelli turbati da difficoltà, che espongono a serio pericolo il dono divino che è in essi".  Egli invitò i vescovi a cercare un aiuto appropriato per questi sacerdoti o a dispensare nei casi gravi quei sacerdoti che non potevano essere aiutati. Inoltre li sollecitò ad essere più prudenti nel giudicare l'idoneità dei candidati al sacerdozio. 

Nel 1975 la Chiesa presentò un altro documento denominato Alcune questioni di etica sessuale (Congregazione per la Dottrina della Fede) che affrontava esplicitamente tra gli altri argomenti il problema dell'omosessualità tra i preti. Entrambi i documenti, quello del 1967 e quello del 1975, affrontavano i diversi tipi di deviazione sessuale, inclusa la pedofilia e l'efebofilia.  
Nel 1994 l'Ad Hoc Committee on Sexual Abuse ha presentato le sue linee guida alle 191 diocesi della nazione per aiutarle a sviluppare delle strategie per gestire il problema degli abusi sessuali su minori. Quasi tutte le diocesi hanno risposto e sviluppato delle loro proprie linee di condotta  (USCCB document: Guidelines for dealing with Child Sexual Abuse, 1993-1994). In quel periodo la pedofilia è stata riconosciuta come un disordine che non poteva essere curato e come un problema in espansione a causa del diffondersi della pornografia.Quando è stato revisionato il Codice di Diritto Canonico nel 1983 fu aggiunto un  passaggio importante: "Il religioso che commetta qualsiasi offesa contro il sesto comandamento, se l'offesa è stata compiuta con violenza o minacce, o pubblicamente o con un minore di 16 anni (ora 18 anni) deve essere punito con un'appropriata punizione, non esclusa l'espulsione dallo stato clericale" (CIC 1395:2). Ovviamente nessun sistema legale può funzionare se non viene applicato o se non è conosciuto. Secondo Edward Peters, professore di diritto canonico alla Ave Maria University,  dopo il Concilio Vaticano II in molti ambienti ecclesiastici c’è stato un generale atteggiamento di “antinomianismo”(1), cioè di sospetto verso la legge stessa. 

La posizione ufficiale del Concilio fu colta da alcuni come scusa per ridimensionare l’importanza della legge nella vita ecclesiastica, ostacolando la piena accettazione del ruolo che la legge riveste in qualsiasi comunità, inclusa ovviamente la Chiesa.  Inoltre molti degli uomini che oggi sono vescovi hanno ricevuto una scarsa formazione in diritto canonico durante gli anni del seminario cosicchè  hanno sottovalutato i  numerosi aspetti canonici del loro ministero. Come conseguenza non solo non hanno cercato la consulenza di avvocati canonisti nel momento della crisi, ma si sono regolati  sul parere di esperti psichiatri i quali  ritenevano che la pedofilia potesse essere trattata con successo. I sacerdoti colpevoli di abusi sessuali venivano spediti nelle varie strutture terapeutiche esistenti negli Stati Uniti. I vescovi spesso facevano affidamento sul giudizio di esperti per determinare l'idoneità di un sacerdote al ministero.Questo non giustifica la negligenza di una parte della gerarchia, ma offre una chiave di lettura. 

Come dice Jenkins "Il fatto che il Cardinale Law della Diocesi di Boston (recentemente dimessosi dal ministero) abbia scelto di temporeggiare invece di  intervenire per evitare ulteriori abusi non significa che questa sia la prassi in tutte le diocesi cattoliche e ancor meno che la Chiesa sia implicata in una sorta di cospirazione del silenzio per nascondere dei pericolosi pervertiti. Non sono in alcun modo accomodante sull'argomento degli abusi sessuali su minori. Recentemente ho pubblicato uno studio sul commercio della pornografia infantile via internet e ho sostenuto che la polizia e l'FBI devono essere sollecitate ad agire più severamente contro questo crimine. La mia preoccupazione riguardo i "preti pedofili" non è quella di difendere il clero cattivo o una Chiesa peccatrice (non mi si può accusare di essere un apologeta cattolico dato che non sono cattolico).  Ma la mia preoccupazione è che la rabbia, giustificata, contro un esiguo numero di casi di abusi possa dar luogo ad accuse infondate contro il clero innocente."

Riferimenti bibliografici:"Catholic Scandals: A Crisis for Celibacy?


The Real Story Behind Clerical "Pedophilia"
& What It Really Means"
- Leon J. Podles (Touchstone Magazine
 
"10 myths about priestly pedophilia" (www.crisismagazine.com)

"The Myth of the Pedophile Priest" - Philip Jenkins Pittsburgh Post Gazette, 3 marzo 2002"Canon law and the protection of children" - Edward Peters   12 dicembre 2002 (Zenit.org).-NOTE:


Antinomianismo (Gr. " contro la legge "). Disattenzione o addirittura disprezzo per la legge. Generalmente, questo comportamento può basarsi su ragioni filosofiche o teologiche; può derivare da un rifiuto psicologico dell'autorità, o essere semplicemente dettato da interessi economici. Già al tempo del NT, varie sette hanno sostenuto che i cristiani non erano più soggetti a nessuna legge, giustificando questo loro atteggiamento con un'interpretazione errata dell'insegnamento di Paolo (cf Rm 3,8.21), o appellandosi ad una guida speciale dello Spirito Santo che li liberava dai comuni obblighi morali.  

http://www.acquaviva2000.com/POLITICA/chiesa_e_pedofilia.htm
[Edited by Cattolico_Romano 9/7/2009 11:44 AM]
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CHE COS’È LA VERITÀ?

Ovvero:

Come trasformare un cumulo di sciocchezze in una verità assoluta da difendere contro la censura

Di Don Raffaele Celentano

 

Non nego che la pedofilia sia una vergogna mondiale e che sia presente all’interno della categoria dei preti, come d’altronde in tante altre categorie (certamente, però, non più in quella che in queste: leggi qui). Chi mostra di scandalizzarsi di fronte alle statistiche o è un ipocrita oppure è un illuso: l’uomo è fatto di fango e fatica a resistere alla tentazione di tornare a rivoltarsi in esso. Condivido in pieno, perciò, l’affermazione di Mons. Fisichella nel corso della trasmissione Anno Zero del 31 maggio: mi vergogno per questi membri della Chiesa che con il loro comportamento ne sporcano il volto; ma non mi vergogno della Chiesa né di appartenere ad essa. Resta sempre vero ciò che affermava il Concilio Vaticano II: la Chiesa è santa e pur sempre bisognosa di purificazione. Forse anche queste tristi vicende sono altrettante occasioni di purificazione.

Ma nonostante ciò, non possiamo accettare che si calpesti la verità in un modo così sfacciato come è stato fatto in questi ultimi tempi con e a seguito di un filmato inglese del 2006 prodotto dalla BBC, dal titolo dirompente Sex crimes and the Vatican (Crimini sessuali e Vaticano), messo in rete con i sottotitoli in italiano. Che fosse una grossa “bufala” lo si sapeva e lo si sarebbe potuto accertare anche prima, se solo si fosse voluto fare qualche piccola indagine. Ma a qualcuno non è sembrato vero di poter scatenare una novella “caccia alle streghe”, contando sul fatto che attraverso Internet chi non vuol sentire l’altra campana può tranquillamente ignorarla, continuando a crogiolarsi nei suoi pregiudizi, alimentati da chi ha tutto l’interesse ad inculcare odio verso l’istituzione Chiesa. Perché è chiaro: non sono quei poveri disgraziati di preti pedofili il vero oggetto di questo tour de force mediatico messo in piedi intorno a quel video; il vero scopo è di insinuare l’idea che la Chiesa è un covo di malfattori, a cominciare dal suo capo. E tanti interventi isterici che si continuano a leggere sui blog, come se da tante parti non fossero piovute smentite ben documentate, stanno proprio ad indicare che la strategia va a buon fine: l’odio verso la Chiesa e i preti monta costantemente, alla faccia della verità, che viene tenuta ben lontana da quelle pagine che tanto si sono affannate a soffiare sul fuoco, partendo da un cumulo di sciocchezze che però avevano l’effetto di un pugno nello stomaco.

Bella invenzione Internet. Ma nelle mani di malintenzionati può diventare un’arma terribile, contro la quale non c’è difesa, perché si può far vedere (e cercare) solo ciò che fa comodo. Ci sono in giro molti Orlando, il cui cervello se n’è andato in vacanza sulla Luna…

Ma la Verità non si può nascondere a lungo. E quindi va detta comunque, nonostante si sappia che per il momento non arriverà a coloro che continuano a sputare veleno.
L’importante è dirla, pacatamente, ma a chiare lettere.

LA VERITÀ SUI DOCUMENTI

L’elemento più rilevante del filmato “Sex crimes and the Vatican” è l’accusa in esso contenuta che il Cardinale Joseph Ratzinger in vent’anni ha protetto o coperto i preti pedofili imponendo a tutti il silenzio con la minaccia della scomunica, e ciò in forza di un documento “segreto” del 1962, l’istruzione Crimen sollicitationis, e delle successive “modifiche” del 2001, in particolare la lettera della Congregazione per la dottrina della fede De delictis gravioribus, che inizia con le parole Ad exequendam.

Posto che primo responsabile degli effetti di un documento normativo è colui che lo emana, dovrebbe essere ormai sufficientemente dimostrato che con quella istruzione del 1962 Ratzinger non c’entrava niente: a quell’epoca egli era in tutt’altre faccende affaccendato. La Crimen sollicitationis era firmata dal cardinale Alfredo Ottaviani, segretario del Sant’Uffizio. Sembra essersene convinto anche Michele Santoro che nella trasmissione del 31 maggio non ha fatto cenno a questa “accusa”, che però era ben presente nel filmato.

Ma si può ritenere altrettanto responsabile colui che, richiamandosi a quel documento, ne emana un altro che ne proroga o aggrava le disposizioni, ammesso e non concesso che questo sia vero e che sia il vero scopo che ci si prefiggeva. In tal caso bisognerebbe chiamare in causa colui che ha emanato la lettera apostolica in forma di motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela (30 aprile 2001). Anche in questa ipotesi, però, si sarebbe sbagliato bersaglio: quel documento era firmato da Giovanni Paolo II.

In terza battuta possiamo ritenere responsabile colui che ha precisato le modalità di attuazione di questo secondo documento, emanando, il 18 maggio 2001, la lettera De delictis gravioribus. E in tal caso il responsabile sarebbe proprio Joseph Ratzinger, all’epoca Cardinale Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, poi Papa Benedetto XVI.

Gli addebiti mossi al suddetto illustre personaggio sarebbero dovuti, quindi, solo al fatto che ha firmato questo terzo documento, collegato al secondo, il quale a sua volta sarebbe “la seconda parte” o “il seguito” – come viene definito nel filmato – della Crimen sollicitationis.

Nell’intento di verificare quanto queste accuse siano fondate, diamo un’occhiata a tutti e tre questi documenti.

 

L’istruzione Crimen sollicitationis

 

Il titolo ci dice che è una «Istruzione sul modo di procedere nelle cause di crimine di istigazione»; il termine latino “sollicitatio” viene tradotto altrove con sollecitazione o provocazione; ritengo che “istigazione” renda, però, meglio il senso vero del crimine specifico che – giova ricordarlo – non ha niente a che fare con la pedofilia, come vedremo meglio più avanti.

Il testo latino del documento in formato PDF è disponibile qui. Il filmato sembra far riferimento ad una traduzione in inglese; sarebbe forse più facile leggerla, ma – se permettete – date le premesse, preferisco il testo originale.

Questa istruzione, emanata dal Sant’Uffizio nel 1962 (regnante Giovanni XXIII, quindi sotto la sua autorità, come vedremo in seguito, e quindi con forza di legge), fu inviata «a tutti i patriarchi, arcivescovi, vescovi e altri ordinari dei luoghi, anche di rito orientale» - vale a dire a tutti coloro cui competeva istruire i processi oggetto dell’istruzione – con l’indicazione di conservarla diligentemente nell’archivio segreto della curia per uso interno e con la proibizione di pubblicarla o di inserirla in qualsiasi commentario; ciò vuol dire semplicemente che era un documento riservato, non segreto, visto che fu stampato dalla Tipografia Poliglotta Vaticana (come risulta dal frontespizio).

La maggior parte del testo (70 commi su 74) è dedicata al crimine di istigazione, cioè a quel crimine che il sacerdote commette con qualunque penitente quando nel corso della confessione, o in qualsiasi circostanza ad essa collegata, in qualsiasi modo cerca di istigare il/la penitente a commettere con lui un peccato contro il sesto comandamento (n.1: questa, come le altre citazioni dei documenti, a meno che non sia espressamente indicato, sono solo sintesi del contenuto, non traduzioni integrali). Occuparsi di questo crimine spetta in prima istanza agli Ordinari dei luoghi nel cui territorio si è compiuto il crimine; in casi particolari e per gravi motivi esso deve essere sottoposto alla Congregazione del Sant’Uffizio (n. 2).

Il documento disponibile in rete si compone di 54 pagine, di cui 29 occupate da un’appendice che riporta i formulari utili o richiesti dalle varie fasi del procedimento; le prime 25 pagine contengono il frontespizio e tutta la normativa in merito; quest’ultima è suddivisa in una premessa e cinque capitoli (o titoli).

La premessa (Praeliminaria, nn. 1-14), oltre i primi due numeri di cui ho già detto, contiene le norme da seguire per istruire il processo. In particolare si stabilisce che questa materia dev’essere trattata con la massima riservatezza, e tutti coloro che sono coinvolti nella causa devono prestare giuramento in tal senso, sotto pena di scomunica latae sententiae riservata al Papa, esclusa anche la Penitenzieria Apostolica (vale a dire che la scomunica colpisce nel momento stesso in cui si viene meno al giuramento, senza bisogno di dichiarazione da parte dell’autorità, e che solo il Papa può toglierla). È la più grave delle censure che può essere comminata ad un membro della Chiesa; per i chierici (diaconi, preti e vescovi) c’è anche la sospensione a divinis e la riduzione allo stato laicale (una sorta di degradazione).

A cosa si riferisce il silenzio che viene richiesto ed imposto sotto pena di scomunica? A tutto ciò di cui gli “attori” del processo (giudici, notai, avvocati, testimoni, accusato, eccetera) venissero a conoscenza nel corso del procedimento. Il giuramento non impone a nessuno di tacere sul crimine in sé: solo sugli atti e i fatti del processo. Questo appare abbastanza evidente leggendo il documento; ma è in latino e non tutti conoscono il latino; a questi qualcuno potrebbe aver raccontato delle frottole che si sono bevute acriticamente.

Il “titolo primo” (“La prima notizia del crimine”, nn. 15-28) tratta della raccolta delle notizie relative al crimine. Alcuni numeri di questa sezione sono molto interessanti ai fini del tanto dibattuto problema del presunto occultamento del crimine e della altrettanto presunta protezione del reo; sarebbe troppo lungo tradurli ed esaminarli tutti, ma una riflessione particolare meritano i nn. 15-19 (la traduzione italiana integrale è disponibile qui).

In essi si stabilisce che, per evitare che questo crimine rimanga nascosto e impunito, occorre sollecitare tutti coloro che ne siano venuti a conoscenza a rivelarlo (n. 15); pertanto si dispone che il penitente vittima del crimine e chiunque venga a conoscenza di esso devono denunziare il colpevole entro un mese, sotto pena di scomunica, che può essere assolta solo dopo aver soddisfatto l’obbligo oppure dopo aver seriamente promesso di farlo (nn. 16-18) .

Il confessore al quale la vittima confidi la cosa, ha il grave obbligo di coscienza di ammonire il penitente circa questo suo dovere (n. 16). Questo vuol dire che il confessore al quale il penitente abbia rivelato di aver subito un abuso non può parlarne, perché vincolato dal sigillo sacramentale, ma ha il dovere morale di informare il penitente circa l’obbligo grave di denunziare il colpevole.

L’obbligo della denunzia è personale, ma qualora vi fossero gravi difficoltà che la impediscano, essa può essere fatta anche per lettera o per mezzo di una persona di fiducia (n. 19). Nel filmato si sostiene l’esatto contrario: si dice che chi denunzia il reo viene colpito dalla scomunica.<o:p></o:p>Vale la pena accennare anche a quanto stabilito dai due numeri successivi.

Il n. 20 dispone che le denunzie anonime non siano tenute in conto; possono tuttavia dare sostegno o essere occasione di ulteriori investigazioni qualora sopravvengano fatti nuovi che le rendano probabili. Il n. 21 dice che l’obbligo di denunzia da parte della vittima (sancito al n. 16) non cessa per la spontanea confessione del reo, né per il suo trasferimento, promozione, condanna, presunta emendazione o per qualunque altra causa; cessa solo con la sua morte. Bella protezione per il pedofilo, non c’è che dire!

 Il “titolo secondo” (“Il processo”, nn. 29-60) costituisce il nucleo centrale dell’istruzione. La vastità della materia non consente niente più che un breve cenno sui contenuti.

Un particolare che risalta sugli altri è la discrezione che viene imposta nel procedere alla raccolta delle prove, in particolare nel caso che dovesse risultare l’esistenza di altre possibili vittime dello stesso accusato per lo stesso crimine. Discrezione che non vuol dire superficialità, ma solo esigenza di tutelare il buon nome di tutte le parti in causa e, non ultimo, anche il “sigillo sacramentale”.

Il “titolo terzo” (“Le pene”, nn. 61-65) indica le sanzioni da applicare nel caso che l’imputato venga riconosciuto colpevole.

Quando risulti che un chierico abbia commesso il crimine di istigazione, dev’essere sospeso a divinis e nei casi più gravi ridotto allo stato laicale. Altre pene (medicinali, nel senso che devono mirare al recupero spirituale del reo e ad evitare il rischio di reiterazione del crimine) possono essere comminate in aggiunta, quali ad esempio il ritiro temporaneo in una casa di esercizi spirituali, l’obbligo o a seconda dei casi la proibizione di dimorare in un dato luogo, eccetera. Tutte queste pene, una volta applicate d’ufficio dal giudice, non possono essere rimesse se non dalla Santa Sede attraverso il Sant’Uffizio.

Il “titolo quarto” (“Le comunicazioni ufficiali”, nn. 66-70) dispone che se il reo ha residenza in un territorio diverso da quello dell’ordinario che ha ricevuto la denunzia, quest’ultimo trasmetta copia autentica della denunzia stessa all’ordinario del luogo di residenza dell’accusato; qualora il luogo di residenza sia sconosciuto, la copia venga trasmessa al Sant’Uffizio.

Viene anche fatto obbligo all’Ordinario che ha istruito il processo di informare dell’esito dello stesso sia il Sant’Uffizio che, nel caso di religiosi, il superiore del reo. Ma c’è di più: qualora il reo si trasferisca in un altro territorio (ricordiamo che la Chiesa non ha carceri dove rinchiudere i colpevoli), l’Ordinario a quo (cioè del luogo da cui si è trasferito) informi al più presto l’Ordinario ad quem (cioè del luogo in cui si è trasferito) dei precedenti e della posizione giuridica del reo.

Nel caso poi che il sacerdote sotto processo sia sospeso a divinis, se ne dia notizia al suo superiore affinché sia evitato che nel suo territorio egli possa ascoltare le confessioni oppure predicare. Tutte queste comunicazioni ufficiali devono essere fatte sempre sotto segreto del Sant’Uffizio. Notiamo che “sotto secreto” non significa tacendo: non si potrebbe dire una cosa senza dirla; significa che le cose vanno comunicate in via riservata.

Il “titolo quinto” (“Il crimine pessimo”, nn. 71-74) estende la normativa fin qui esaminata anche ad altri crimini:

-         al “crimine pessimo”, cioè al crimine commesso da un chierico con un individuo dello stesso sesso;

-         al crimine commesso in qualunque modo, o anche solo attentato, da un chierico con impuberi di qualunque sesso (= pedofilia) o con animali.

Si noti che in questo documento del 1962 si parla della pedofilia solo in questo punto (n. 73): un rigo e mezzo di testo.

continua....

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La lettera apostolica in forma di motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela

In questo documento il Papa Giovanni Paolo II, di sua personale iniziativa (= motu proprio), decide di procedere al riordino della materia per la tutela della santità dei sacramenti. Il testo in latino della lettera è disponibile qui; una traduzione italiana può essere letta nell’Enchiridion Vaticanum delle Edizioni Dehoniane Bologna (EV 20,575-580).

Dopo aver elencato alcuni documenti dei suoi predecessori e le sue precedenti decisioni in materia, Giovanni Paolo II dice: «Era però necessario definire più dettagliatamente sia “i delitti più gravi commessi contro la morale e nella celebrazione dei sacramenti”, […] sia anche le norme processuali speciali “per dichiarare o infliggere le sanzioni canoniche”». Il documento promulga le «Norme circa i delitti più gravi riservati alla Congregazione per la dottrina della fede» disponendo che «tali norme assumono valore di legge nel giorno stesso in cui sono promulgate».

Giovanni Paolo II in questo documento non indica quali siano queste nuove norme, né conferma la normativa precedente: rinvia tutto alla competenza della Congregazione, approvando in anticipo quanto essa definirà.

 La lettera “De delictis gravioribus” della Congregazione per la dottrina della fede

 

Fu inviata circa un mese dopo la Sacramentorum sanctitatis tutela, il 18 maggio 2001, «ai vescovi di tutta la Chiesa cattolica e agli altri ordinari e gerarchi interessati».  Il testo latino è disponibile qui; una traduzione italiana è disponibile qui, oltre che nel già citato Enchiridion Vaticanum (EV 20, 715-724).

Che cosa dice in realtà questo documento? In esecuzione di quanto stabilito nel motu proprio di Giovanni Paolo II:

-         riformula l’elenco dei “delitti più gravi”; rispetto alla Crimen sollicitationis le differenze sono consistenti: vengono inseriti i crimini contro la santità dell’eucaristia e confermati quelli contro il sacramento della penitenza; viene omesso il delitto previsto dal n. 71 dell’istruzione del 1962 (il peccato dei chierici contro il sesto comandamento con persone dello stesso sesso) e viene modificata la definizione del delitto «contro la morale, cioè il delitto contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore al di sotto di 18 anni di età»; la Crimen sollicitationis parlava di «impuberi» (n. 73), mentre il Codice del 1983 poneva il limite per l’età della vittima a 16 anni (can. 1395, §2);

-         stabilisce che la prescrizione (il periodo oltre il quale il colpevole non è più perseguibile) per i delitti riservati alla Congregazione è di 10 anni, che decorrono a norma del diritto (can 1362, §2) dal giorno in cui fu commesso il delitto; «ma in un delitto con un minore commesso da un chierico comincia a decorrere dal giorno in cui il minore ha compiuto il 18° anno di età»; questo vuol dire che un chierico che commette un delitto di pedofilia può essere perseguito fino a quando la vittima non avrà compiuto 28 anni;

-         stabilisce infine che tutti i tribunali ecclesiastici devono attenersi ai canoni del Codice di Diritto Canonico del 1983 - libri VI (le sanzioni nella Chiesa)  e VII (i processi) - quindi non alla Crimen sollicitationis, e che tali cause sono soggette al segreto pontificio.

La questione del “segreto”
 

Il presunto “segreto” è il punto di forza dell’accusa rivolta alla Chiesa, segreto mediante il quale verrebbero coperti e protetti i chierici che si macchiano del delitto di pedofilia. In che modo, infatti, si potrebbero nascondere i crimini e con ciò proteggere i colpevoli? Imponendo il segreto, meglio ancora se con la minaccia di scomunica latae sententiae riservata al Sommo Pontefice.

A ben guardare, in base a quanto siamo venuti fin qui dicendo, appare abbastanza evidente che non di segreto si tratta (vale a dire silenzio su tutto, con tutti e per sempre) bensì di riservatezza. Basti come esempio quanto viene stabilito dal titolo IV della Crimen sollicitationis circa la notifica delle conclusioni processuali. Ma supponiamo pure che davvero venga imposto il segreto anziché la semplice e doverosa riservatezza. Resta da chiedersi: Dove e a chi verrebbe imposto? Ci sarebbero due possibilità:

-          prima che il crimine venga reso noto, imponendo il silenzio alla vittima e a quanti possano esserne venuti a conoscenza;

-          una volta che il processo canonico sia stato avviato, imponendo il silenzio su tutta la vicenda, sentenza compresa, e per sempre.

Vediamo se è davvero ciò che avviene.

La prima ipotesi (che cioè la vittima e chiunque sia venuto a conoscenza del crimine vengano minacciati di scomunica se denunciano il reo) è smentita – l’ho già fatto notare – dalla stessa Crimen sollicitationis, a meno che non si voglia negare quanto essa stabilisce ai numeri 15-19.

Per quanto riguarda la seconda ipotesi, si possono individuare due fasi: una riguardante l’istruttoria e il dibattimento; l’altra la fase successiva.

Il segreto (come ho già evidenziato, si tratta piuttosto di riservatezza degli atti) nella fase istruttoria e dibattimentale non dovrebbe sorprendere: in tutti gli ordinamenti c’è il “segreto istruttorio” e nei dibattimenti c’è la possibilità di procedere “a porte chiuse” nell’interesse della giustizia e delle parti in causa.

Che poi tutto venga messo sotto segreto una volta conclusa la vicenda processuale resta tutto da dimostrare, almeno nel caso che la sentenza sia di condanna. L’accusa è che con la minaccia della scomunica viene impedito il ricorso all’autorità giudiziaria. A questo proposito riporto quanto sostiene il canonista Mons. Andrea Drigani in un’intervista di Claudio Turrini.

Domanda: «Nel filmato della Bbc si fa un po’ di confusione tra foro civile e foro canonico».

Risposta: «La Chiesa dà pene spirituali, che possono essere anche gravi. Il foro civile potrà tener conto di questa pena, ma mi sembra che sia finito il tempo del “braccio secolare”! L’ordinamento giuridico dello Stato può procedere. Non c’è dubbio che si può far forte di una sentenza canonica di sospensione, però bisogna proceda lo stesso autonomamente».


Questo vuol dire che non è più il tempo in cui la Chiesa delegava al “braccio secolare” il processo, la condanna e l’esecuzione della sentenza per i colpevoli dei delitti contro la fede e la morale. Oggi i due ordinamenti sono – per grazia di Dio! – distinti ed autonomi in tutte le fasi della loro azione giudiziale.


Domanda: «Ma non c’è un obbligo di denuncia all’autorità giudiziaria?».

Risposta: «La Chiesa deve fare la sua istruttoria. Se l’istruttoria si conclude con una sentenza, la sentenza è pubblica».

Questo vuol dire che la Chiesa istruisce il suo processo secondo norme di segretezza dettate dall’esigenza di tutelare tutte le parti in causa. Una volta accertata la fondatezza delle accuse emette la sentenza, la quale è pubblica e può essere fatta valere presso l’autorità giudiziaria, la quale comunque farà le sue indagini e arriverà alle sue conclusioni autonomamente.

L’intera intervista è disponibile qui.

 

La questione della normatività della Crimen sollicitationis

 

C’è chi sostiene che la Crimen sollicitationis sia rimasta in vigore con forza di legge fino al 2001. Questa ipotesi si basa sul fatto che nella lettera De delictis gravioribus, citando quella istruzione, si dice: «finora in vigore».

Che cosa dice in realtà questa lettera e in quale contesto? Leggiamo: «… l’istruzione Crimen sollicitationis finora in vigore, […] doveva essere riveduta dopo la promulgazione dei nuovi codici canonici». Si noti che anche il motu proprio di Giovanni Paolo II cita questa istruzione, insieme ad altri documenti (tra cui anche il Codice di diritto canonico del 1917, certamente non più in vigore dal 1983), senza però dire alcunché circa la sua eventuale validità, sebbene ricordi che essa «aveva forza di legge» in quanto procedeva dalla personale autorità del Papa il quale, a norma del can. 247 §1 del Codice precedente, presiedeva il Sant’Uffizio; il Card. Ottaviani «fungeva solo da segretario». Se l’istruzione fosse stata ancora vincolante, il Papa avrebbe dovuto dire: «Ha forza di legge».

Ma quelle parole, “finora in vigore”, hanno fatto ritenere che l’istruzione fosse ancora vincolante in tutte le sue parti o che magari fosse stata “rivalutata” dal Cardinale Ratzinger; non si è tenuto conto, però, di quello che le segue: «doveva essere riveduta…».

Il nuovo Codice di Diritto Canonico stabilisce che: «La legge posteriore abroga la precedente o deroga alla medesima, se lo indica espressamente, o è direttamente contraria a quella, oppure riordina integralmente tutta quanta la materia della legge precedente…» (can. 20); inoltre le istruzioni (tale è infatti la Crimen sollicitationis) «cessano di avere vigore non soltanto con la revoca esplicita o implicita dell’autorità competente, che le pubblicò, o del suo superiore, ma anche cessando la legge per chiarire o per mandare ad esecuzione la quale furono date» (can 34, §3).

Ora, lo stesso Codice ha mandato in soffitta il vecchio (del 1917), al quale l’istruzione del 1962 faceva riferimento, e con esso ha di fatto abrogato quella istruzione che dettava le norme di riferimento per istruire i processi per il reato di istigazione e gli altri ad esso assimilati. Non è senza significato, infatti, che la lettera De delictis gravioribus riporti un nuovo elenco dei “delitti più gravi”.

La Crimen sollicitationis, dunque, sebbene non abrogata formalmente, ha perso la sua validità di legge nel 1983, essendo stata abrogata o quanto meno derogata di fatto a seguito della pubblicazione delle nuove norme sulla materia trattata, norme contenute nei libri VI e VII del nuovo Codice. Proprio per questa sorta di “vacatio legis” che si era venuta a creare (i “delitti più gravi” potevano venir trattati come gli altri), fu necessario emanare nuove direttive che, attribuendo alla Congregazione per la dottrina della fede la competenza in questa materia, evitassero pericoli di insabbiamento; proprio il contrario di quello che il filmato sostiene.

continua...

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9/7/2009 12:32 PM
 
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L’ATTENDIBILITÀ DEL FILMATO DELLA BBC

Passiamo ad un esame del filmato in sé. Per quanto riguarda le cose che dice sui documenti e sul comportamento di Joseph Ratzinger, ritengo di aver già sufficientemente dimostrato che sono solo un cumulo di… inesattezze.

Ma il filmato ha anche un suo particolare “modo di essere”, che può avere dei risvolti interessanti.

Era stato mandato in onda in Inghilterra dalla BBC, che lo aveva prodotto, il 1° ottobre 2006, scatenando un’ondata di proteste da parte delle alte gerarchie della Conferenza episcopale d’Inghilterra e Galles per le falsità che propalava per verità. Sembrò cadere nel dimenticatoio fino allo scorso mese di maggio, quando ha cominciato a circolare in rete (su Google Video e su YouTube) con i sottotitoli in italiano. Era questa, con ogni evidenza, un’operazione tutta a favore del pubblico italiano. Come mai – potremmo chiederci – solo dopo sette mesi si è avvertita l’esigenza di colmare questa “terribile lacuna culturale”?
Qualcuno maliziosamente ha messo in relazione la comparsa del filmato con il Family Day (così ad esempio Massimo Introvigne,
qui). Ma si tratta di un’ipotesi non dimostrabile, per cui possiamo tranquillamente accantonarla. Resta il fatto che il filmato è stato visto da una marea di frequentatori di Internet e subito si sono scatenati a valanga i commenti sui vari blog che avevano opportunamente pubblicizzato la novità. Ma evidentemente, abbagliati dalla prospettiva di aver trovato finalmente il “punto d’appoggio” per “sollevare il mondo”, certi ambienti si sono lanciati a capofitto nell’impresa senza verificare niente, fidandosi solo della credibilità della BBC. E così hanno finito col prendere lucciole per lanterne.

 

Mi sono imbattuto in questo filmato per caso, visitando un blog sul quale spesso faccio una capatina, attratto da molte interessanti notizie che vi si trovano, sempre date e dibattute con molta onestà intellettuale e correttezza formale. Ho visto il filmato la sera del 24 maggio (su Google Video) e ne ho subito ricavato l’impressione che qualcosa non funzionasse a dovere: dove poteva essere l’inghippo? Ma era tardi e lasciai perdere qualsiasi approfondimento.

Il mattino successivo, provai a rivederlo, ma inutilmente: era stato tolto dal sito; cliccando sul link appariva l’avviso che il documento non era più disponibile (se non vado errato, si diceva per problemi di copyright). Ma già ormai circolava insistente la notizia che Michele Santoro lo avrebbe mandato in onda nel corso della trasmissione Anno Zero del 31 maggio.

Quella sera, purtroppo, arrivai a casa in ritardo e misi in funzione il videoregistratore quando la trasmissione era già iniziata; ma il filmato riuscii a registrarlo per intero. Grande fu la mia sorpresa nel constatare che era stato modificato in alcune parti, compresa la traduzione, che non era la stessa del filmato che avevo già visto.

Le definizioni che ho trovato più spesso di questo filmato sono “documentario” e “servizio”, in qualche caso “reportage”... Ritengo, però, anche alla luce di quanto ho potuto accertare sulla base di non poche notizie diffuse su Internet, che queste definizioni  mal si adattano alla realtà del prodotto, pertanto continuerò a definirlo semplicemente “filmato”. Avendo già detto dei contenuti, mi resta da dire qualcosa sul prodotto in sé e sui testi.

Il filmato apparso su Internet iniziava con la prima parte (la seconda parte verrà presentata più avanti) di un presunto interrogatorio a Oliver O’ Grady, un ex prete condannato a 14 anni di carcere negli Stati Uniti per pedofilia. Sembrava di assistere ad una deposizione in tribunale (nella seconda parte si vede anche il momento in cui O’ Grady giura di dire tutta la verità…). Ma sappiamo che il processo fu celebrato negli Stati Uniti e che in quella nazione nei tribunali non sono permesse né riprese televisive né foto: dunque quelle scene erano state ricostruite! Si tratta infatti di un film prodotto nel 2006 per dar modo agli avvocati che difendevano le vittime di O’ Grady di spillare molti quattrini, in sede di contenzioso civile, alla diocesi alla quale apparteneva il colpevole, a titolo di risarcimento danni. Per questa performance i suddetti avvocati non si opposero ad una riduzione di pena; infatti O’ Grady uscì di prigione dopo sette anni e fu estradato in Irlanda, sua terra di origine. Su questa questione è molto istruttivo un altro articolo di Massimo Introvigne disponibile qui.

Il filmato (una descrizione puntuale si può leggere qui) presenta le storie di quattro vittime di preti pedofili e lancia una serie di accuse contro le autorità ecclesiastiche (americane, inglesi e irlandesi), ma in particolare insinua che dietro tutte le manovre di insabbiamento e di protezione dei colpevoli in realtà c’era Joseph Ratzinger. Nessuna possibilità di contraddittorio: viene sempre e pervicacemente presentata una sola tesi, quella dell’accusa.

A onor del vero, viene detto che gli autori del filmato hanno chiesto ripetutamente al Vaticano spiegazioni su alcuni fatti non meglio precisati, ma sostengono che le loro richieste sono state sistematicamente ignorate. Però, in assenza di risposte dalla controparte, avrebbero almeno potuto informarsi meglio; avrebbero evitato di essere sbugiardati.

Esaminiamo più da vicino alcune “curiosità”.

Nel filmato viene intervistato Padre Tom Doyle, che viene presentato come «un esperto di diritto canonico, un tempo stimato in Vaticano, ma oggi non più a causa del suo interessamento agli abusi del clero». Ma il 13 ottobre 2006 (12 giorni dopo la diffusione del filmato in Inghilterra) Padre Doyle rilasciò un’intervista al vaticanista americano John L. Allen nella quale affermava:

 

«Although I was a consultant to the producers of the documentary I am afraid that some of the distinctions I have made about the 1962 document have been lost. I do not believe now nor have I ever believed it to be proof of an explicit conspiracy, in the conventional sense, engineered by top Vatican officials, to cover up cases of clergy sexual abuse. I do not believe that the Vatican or any group of bishops needed a conspiracy».

«Sebbene io fossi un consulente dei produttori del documentario, temo che alcune delle distinzioni che ho fatto circa il documento del 1962 siano andate perdute. Io non credo e non ho mai creduto che fosse prova di un’esplicita cospirazione, nel senso convenzionale, orchestrata dai vertici della gerarchia vaticana per coprire casi di pedofilia tra i membri del clero, Io non credo che il Vaticano o un qualsiasi gruppo di vescovi avessero bisogno di una cospirazione».

Il testo completo (in inglese) dell’intervista si può leggere qui.

Nella nota che precede l’articolo, Padre Doyle viene descritto come un esperto molto conosciuto (widely noted expert) in problemi di abusi sessuali; si potrebbe dire, dunque, “un’edizione americana” di don Fortunato Di Noto; non si dice che è un esperto in diritto canonico, come affermato nella trascrizione del filmato, ma a questo punto il particolare diventa scarsamente rilevante.

Il filmato messo in onda dalla RAI, rispetto a quello che circolava su Internet, manca della parte introduttiva (la prima parte della presunta deposizione di Oliver O’ Grady) e presenta anche altri piccoli aggiustamenti, ai quali fa riferimento en passant Michele Santoro nel corso della trasmissione. Il filmato è stato “depurato” di alcune affermazioni ritenute poco o nulla attendibili o dimostrabili.

In definitiva nella trasmissione di Anno Zero resta ben poco da opporre ai due difensori della Chiesa, Mons. Fisichella e don Fortunato Di Noto. Le sole accuse ancora in piedi, infatti, sono quelle sulle quali insiste Colm O’ Gorman, autore del filmato: il segreto e l’indifferenza della Chiesa verso le vittime dei preti pedofili.

L’obiezione sul segreto viene smontata subito da Mons. Fisichella. Ma O’ Gorman insiste nell’affermare che la Chiesa non fa niente per le vittime della pedofilia; il prelato gli elenca allora alcune iniziative in favore proprio delle vittime, e il sempre più agitato irlandese è costretto a cambiare tono, affermando che la Chiesa non fa abbastanza. Però dire che “non fa niente” è un conto: si tratta di un’accusa grave di immobilismo; dire che “non fa abbastanza” è una valutazione personale sulla quale si può anche dissentire, tenendo conto che forse ciò che viene fatto potrebbe essere abbastanza, tenuto conto delle circostanze in cui ci si trova ad operare. E don Fortunato Di Noto, con la sua stessa presenza, è un ben valido sostegno a questa affermazione.

Avrei potuto considerare sufficiente quello che è apparso su Internet nei giorni successivi alla trasmissione di Santoro, ma c’era qualcosa che ancora non mi quadrava: la sensazione provata di fronte al primo filmato (quello di Google Video con i sottotitoli). Così mi sono preso la briga di fare un lavoro particolare: ho scaricato da Internet la trascrizione del testo originale (inglese), disponibile qui, ed anche la traduzione italiana, disponibile qui; ho messo i due testi a confronto, realizzando una sorta di “sinossi”; non è stato difficile far coincidere nelle due colonne le battute originali con la traduzione italiana. Il lavoro ha prodotto alcune sorprese interessanti…

Partiamo proprio dall’ultima battuta della parte iniziale omessa da Anno Zero. Il testo inglese recita:
 

KENYON: Instead of reporting O'Grady the church hid him from the authorities. No mistake, but part of a secret church directive. The man responsible for enforcing it was Cardinal Joseph Ratzinger, now Pope Benedict XVI..

Nella traduzione leggiamo:


Speaker: Invece di denunciare O’ Grady la Chiesa lo protesse, nascondendolo alle autorità. Quando si venne a sapere quello che succedeva a Ferns, le autorità ecclesiastiche locali, in ossequio alle direttive segrete della Chiesa Cattolica, misero tutto a tacere. Responsabile di quella imposizione fu il Cardinale Joseph Ratzinger, ora Papa Benedetto XVI.

Le due frasi che ho sottolineato dovrebbero dire la stessa cosa, ma già solo la diversa lunghezza dei testi dice che non è così. Il testo inglese, infatti, dice: «Nessun errore ma parte di una direttiva segreta della Chiesa. L’uomo responsabile di imporla era il Cardinale Joseph Ratzinger». Si confronti cosa è diventata questa frase in mano ai traduttori…

Ma andiamo avanti nella comparazione. All’inizio dell’intervista a Padre Doyle (nel filmato) questi, nel testo italiano conclude il suo primo intervento con questa frase: «L'obiettivo è proteggere la reputazione dei preti, finché la Chiesa non compia indagini. In pratica copre i preti pedofili».

Nel testo inglese, invece, la stessa frase risulta essere detta dal cronista (Kenyon): «The procedure was intended to protect a priests reputation until the church had investigated. But in practice it can offer a blueprint for cover-ups».

Una svista simile si trova ancora verso la fine (poco prima della ripresa delle immagini del “processo” O’ Grady). La traduzione italiana attribuisce a Padre Doyle queste parole: «Il Vaticano, la bussola morale della chiesa Cattolica, forse ha le prove di altri preti pedofili in giro per il mondo, ma, invece che alla cooperazione e alla trasparenza, le direttive della Chiesa mirano all'ostruzionismo e alla copertura. C'è un uomo però che ha il potere di cambiare tutto».

Nel testo inglese queste parole le dice ancora il cronista: «KENYON: The Vatican, the moral compass of the Catholic church, may well be holding evidence of other child abusing priests from around the world. But instead of cooperation and transparency, many feel the church's directives create obstruction and cover up in practice. There's one man who has the power to change that».

Entrambe le versioni concordano nell’attribuire a Padre Doyle il seguito del discorso: «Il cardinale Ratzinger, che adesso è il Papa, potrebbe dire "questa è la politica della Chiesa: Cooperazione piena ovunque con le autorità civili e isolamento e dimissioni dei preti dichiarati colpevoli. Completa apertura e trasparenza, anche nelle situazioni finanziarie. Eliminazione degli ostacoli ai processi. Cooperazione con le autorità civili, ovunque". Potrebbe farlo».

C’è qualche differenza nel mettere quelle parole in bocca a uno che è stato presentato come esperto di diritto canonico, anche se “caduto in disgrazia”, anziché in bocca a un cronista…

E per concludere, la ciliegina sulla torta: le ultime battute del filmato. Siamo nel “tribunale” con O’ Grady alla sbarra (così vorrebbero farci credere). Sentite cosa dice il presunto Pubblico Ministero (nel testo italiano le frasi di questo personaggio sono infatti contrassegnate da “PM”):

Q: What else happened to you as a consequence of abusing?

O'GRADY: Actually nothing happened. Life continued.

 

Una mia traduzione:

 

Domanda: Cos’altro le è successo come conseguenza degli abusi?

O’ Grady: Veramente non è successo niente. La vita continua.

 

La traduzione del filmato disponibile su Internet:

 

PM:  - Che altro è successo dopo tutto quello che è accaduto?

O'GRADY - Niente. La vita è andata avanti.

 

Non suona strana quella domanda in bocca a un “Pubblico Ministero”?

È la dimostrazione – se ancora ce ne fosse bisogno – che si tratta di un’intervista mascherata da deposizione nel corso di un processo.

Che poi non sia successo niente, «dopo tutto quello che è accaduto», è solo l’ultimo tentativo di distorcere la verità:

O’ Grady fu ridotto allo stato laicale e, dopo essersi visto dimezzare il soggiorno in carcere grazie alle sue performances cinematografiche e con la complicità degli avvocati delle vittime, fu estradato in Irlanda, sua terra d’origine.

Questo per lui significa «niente» e che «la vita continua»?
Contento lui…

 http://www.lucianogiustini.org/blog/documents/Commenti-filmatobbc-2.htm

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