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Chiesa & Natura

Last Update: 5/8/2010 6:53 AM
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In Ecuador un seminario della Conferenza dell'episcopato latinoamericano

La difesa dell'ambiente alla luce della Caritas in veritate




Quito, 12. Il tema dello sviluppo fortemente connesso, oggi, con i doveri che nascono dal rapporto dell'uomo con l'ambiente naturale, il cui uso rappresenta "una responsabilità verso i poveri, le generazioni future e l'umanità intera", è stato al centro della riflessione sviluppata durante il seminario della Conferenza episcopale dell'America Latina e dei Caraibi (Celam) svoltosi a Quito, in Ecuador. Filo conduttore del dibattito l'encniclica Caritas in veritate di Benedetto XVI in relazione alla grandi sfide ecologiche e alla difesa del creato. Il Papa, infatti, sottolinea che nella natura "il credente riconosce il meraviglioso risultato dell'intervento creativo di Dio, che l'uomo può responsabilmente utilizzare per soddisfare i suoi legittimi bisogni- materiali e immateriali - nel rispetto degli intrinseci equilibri del creato stesso". Ma, al contempo, ammonisce che "se la natura, e per primo l'essere umano, vengono considerati come frutto del caso o del determinismo evolutivo, la consapevolezza della responsabilità si attenua nelle coscienze".

All'incontro, promosso dal dipartimento "Giustizia e solidarietà" del Celam hanno preso parte diciotto delegati i quali, a conclusione dei lavori, hanno pubblicato un documento per ribadire l'impegno dei cristiani della regione in difesa dell'ambiente minacciato da gravi squilibri e abusi che mettono a repentaglio la vita stessa. Tra le preoccupazioni più urgenti sottolineate l'effetto serra e le emissioni di gas nocivi e al tempo stesso il divario che divide poveri e ricchi, due "situazioni che di per sé denunciano che il modello di vita non è più sostenibile". Nonostante le buone intenzioni - si ricorda - tuttora, il 25 per cento della popolazione mondiale consuma l'80 per cento delle risorse del pianeta. "Cresce la ricchezza mondiale in termini assoluti, ma aumentano le disparità. Nei Paesi ricchi nuove categorie sociali si impoveriscono e nascono nuove povertà. In aree più povere alcuni gruppi godono di una sorta di supersviluppo dissipatore e consumistico che contrasta in modo inaccettabile con perduranti situazioni di miseria disumanizzante".

Si tratta, osserva il documento, di un "modello falso" perché basato unicamente ed esclusivamente sulla concezione dell'uomo come "un essere-economico", quasi fosse solo una macchina "per produrre o per consumare". La stessa economia, ricordano, spesso è concepita per fare uso dell'uomo come una qualsiasi risorsa dei processi produttivi e non come il centro e il fine ultimo della crescita che, per di più, è proposta soltanto come aumento dei beni materiali. I partecipanti al seminario inoltre riflettono anche su altre sfide non meno pressanti come quella dell'accesso all'acqua e ai servizi sanitari di base così come quella sul cibo, non garantito a oltre un miliardo di persone. Al riguardo il documento si appella agli insegnamenti di Benedetto XVI nella Caritas in veritate che scrive:  "Il diritto all'alimentazione, così come quello all'acqua, rivestono un ruolo importante per il conseguimento di altri diritti, ad iniziare, innanzitutto, dal  diritto primario alla vita. È necessario, pertanto, che maturi una coscienza solidale che consideri l'alimentazione e l'accesso all'acqua come diritti universali di tutti gli esseri umani, senza distinzioni né discriminazioni" (27).
I rappresentanti del Celam, nel condividere l'intuizione di uomini politici e responsabili di istituzioni internazionali, evidenziano come "la via solidaristica allo sviluppo dei Paesi poveri" possa costituire un progetto di soluzione della crisi globale in atto. Infatti attraverso piani di finanziamento ispirati alla solidarietà i Paesi economicamente poveri, possono essi stessi provvedere a soddisfare le domande di beni di consumo e di sviluppo dei propri cittadini. Con tale prassi di sviluppo autogeno, non soltanto è possibile produrre vera crescita economica, ma si può anche concorrere a sostenere le capacità produttive dei cosiddetti Paesi ricchi che rischiano di essere compromesse dalla crisi.

I partecipanti si congedano ricordando che si tratta di "sfide che interpellano la voci profetiche delle Chiese locali, chiamate allo sviluppo di una nuova spiritualità che possa essere stimolo e fondamento per un cambiamento radicale degli stili di vita" in difesa della vita umana, del Creato e dei beni che Dio ha messo a disposizione di tutti i suoi figli.

"Perciò - si legge a conclusione - l'educazione ai valori del Vangelo in ogni tappa dello sviluppo integrale della persona dovrebbe permettere la trasformazione della mentalità imperante verso atteggiamenti più sensibili e critici nell'uso dei beni naturali e culturali".



(©L'Osservatore Romano - 13 gosto 2009)
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Alle ore 10.30 di oggi il Santo Padre Benedetto XVI si è affacciato al balcone del Cortile interno del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo per incontrare i fedeli ed i pellegrini convenuti per l’Udienza Generale del mercoledì.
Nel discorso in lingua italiana, il Santo Padre ha trattato il tema della salvaguardia del creato.
Dopo la catechesi, il Papa ha rivolto un saluto in varie lingue ai gruppi di fedeli presenti e ha concluso impartendo la Benedizione Apostolica.
Successivamente, dopo aver salutato alcune persone nella Sala degli Svizzeri, il Papa si è affacciato nuovamente al balcone del Cortile per salutare e benedire i fedeli di lingua tedesca.


CATECHESI DEL SANTO PADRE IN LINGUA ITALIANA

Cari fratelli e sorelle!

Ci avviciniamo ormai alla fine del mese di agosto, che per molti significa la conclusione delle vacanze estive. Mentre si torna alle attività quotidiane, come non ringraziare Iddio per il dono prezioso del creato, di cui è possibile godere, e non solo durante il periodo delle ferie! I differenti fenomeni di degrado ambientale e le calamità naturali, che purtroppo non raramente la cronaca registra, ci richiamano l’urgenza del rispetto dovuto alla natura, recuperando e valorizzando, nella vita di ogni giorno, un corretto rapporto con l’ambiente. Verso questi temi, che suscitano la giusta preoccupazione delle Autorità e della pubblica opinione, si va sviluppando una nuova sensibilità, che si esprime nel moltiplicarsi di incontri anche a livello internazionale.

La terra è dono prezioso del Creatore, il quale ne ha disegnato gli ordinamenti intrinseci, dandoci così i segnali orientativi a cui attenerci come amministratori della sua creazione. E’ proprio a partire da questa consapevolezza, che la Chiesa considera le questioni legate all’ambiente e alla sua salvaguardia intimamente connesse con il tema dello sviluppo umano integrale. A tali questioni ho fatto più volte riferimento nella mia ultima Enciclica Caritas in veritate, richiamando "l’urgente necessità morale di una rinnovata solidarietà" (n. 49) non solo nei rapporti tra i Paesi, ma anche tra i singoli uomini, poiché l’ambiente naturale è dato da Dio per tutti, e il suo uso comporta una nostra personale responsabilità verso l’intera umanità, in particolare verso i poveri e le generazioni future (cfr ivi, 48). Avvertendo la comune responsabilità per il creato (cfr ivi, 51), la Chiesa non solo è impegnata a promuovere la difesa della terra, dell’acqua e dell’aria, donate dal Creatore a tutti, ma soprattutto si adopera per proteggere l’uomo contro la distruzione di se stesso. Infatti, "quando l’«ecologia umana» è rispettata dentro la società, anche l’ecologia ambientale ne trae beneficio" (ibid.). Non è forse vero che l’uso sconsiderato della creazione inizia laddove Dio è emarginato o addirittura se ne nega l’esistenza? Se viene meno il rapporto della creatura umana con il Creatore, la materia è ridotta a possesso egoistico, l’uomo ne diventa "l’ultima istanza" e lo scopo dell’esistenza si riduce ad essere un’affannata corsa a possedere il più possibile.

Il creato, materia strutturata in modo intelligente da Dio, è affidato dunque alla responsabilità dell’uomo, il quale è in grado di interpretarlo e di rimodellarlo attivamente, senza considerarsene padrone assoluto. L’uomo è chiamato piuttosto ad esercitare un governo responsabile per custodirlo, metterlo a profitto e coltivarlo, trovando le risorse necessarie per una esistenza dignitosa di tutti. Con l’aiuto della stessa natura e con l’impegno del proprio lavoro e della propria inventiva, l’umanità è veramente in grado di assolvere al grave dovere di consegnare alle nuove generazioni una terra che anch’esse, a loro volta, potranno abitare degnamente e coltivare ulteriormente (cfr Caritas in veritate, 50). Perché ciò si realizzi, è indispensabile lo sviluppo di "quell’alleanza tra essere umano e ambiente, che deve essere specchio dell’amore creatore di Dio" (Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2008, 7), riconoscendo che noi tutti proveniamo da Dio e verso Lui siamo tutti in cammino. Quanto è importante allora che la comunità internazionale e i singoli governi sappiano dare i giusti segnali ai propri cittadini per contrastare in modo efficace le modalità d’utilizzo dell’ambiente che risultino ad esso dannose! I costi economici e sociali, derivanti dall’uso delle risorse ambientali comuni, riconosciuti in maniera trasparente, vanno supportati da coloro che ne usufruiscono, e non da altre popolazioni o dalle generazioni future.

La protezione dell’ambiente, la tutela delle risorse e del clima richiedono che i responsabili internazionali agiscano congiuntamente nel rispetto della legge e della solidarietà, soprattutto nei confronti delle regioni più deboli della terra (cfr Caritas in veritate, 50). Insieme possiamo costruire uno sviluppo umano integrale a beneficio dei popoli, presenti e futuri, uno sviluppo ispirato ai valori della carità nella verità. Perché ciò avvenga è indispensabile convertire l’attuale modello di sviluppo globale verso una più grande e condivisa assunzione di responsabilità nei confronti del creato: lo richiedono non solo le emergenze ambientali, ma anche lo scandalo della fame e della miseria.

Cari fratelli e sorelle, ringraziamo il Signore e facciamo nostre le parole di san Francesco nel Cantico delle creature: "Altissimo, onnipotente, bon Signore, tue so’ le laude, la gloria e l’honore et omne benedictione … Laudato si’, mi’ Signore, cum tucte le tue creature".

Così san Francesco. Anche noi vogliamo pregare e vivere nello spirito di queste parole.
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Il messaggio per la IV Giornata per la salvaguardia del creato celebrata in Italia

Abitare la terra
secondo giustizia


 terraRoma, 31. L'impegno per la tutela della stabilità climatica è questione che coinvolge l'intera famiglia umana in una responsabilità comune, che pone anche una grave questione di giustizia:  a sopportarne maggiormente le conseguenze sono spesso le popolazioni a cui è meno imputabile il mutamento climatico.

Nel messaggio per la IV Giornata per la salvaguardia del creato - che si celebra domani 1° settembre in Italia - la Commissione per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace, e la Commissione per l'ecumenismo e il dialogo, organismi in seno alla Conferenza episcopale italiana, propongono all'attenzione delle comunità ecclesiali "il rinnovato impegno e l'attenzione per quel bene indispensabile alla vita di tutti che è l'aria". La riflessione è "sulla necessità di respirare aria più pulita e sul nostro contributo personale perché ciò avvenga".

Citando il Compendio della dottrina sociale della Chiesa, le commissioni sottolineano, fra l'altro, come una tempestiva riduzione delle emissioni di gas serra sia "una precauzione necessaria a tutela delle generazioni future, ma anche di quei poveri della terra che già ora patiscono gli effetti dei mutamenti climatici". Ecco perché occorre "un profondo rinnovamento del nostro modo di vivere e dell'economia, cercando di risparmiare energia con una maggiore sobrietà nei consumi, per esempio nell'uso di automezzi e nel riscaldamento degli edifici, ottimizzando l'uso dell'energia stessa e valorizzando le energie pulite e rinnovabili". Un dovere sul quale è intervenuto più volte lo stesso Benedetto XVI richiamando l'attenzione sulla necessità di uno stile di vita più essenziale.

Nel messaggio per la Giornata per la salvaguardia del creato, si ricorda l'importanza della Conferenza sui cambiamenti climatici - che si svolgerà a dicembre a Copenaghen - nella quale la comunità internazionale dovrà definire le linee di un'efficace azione di contrasto del riscaldamento del pianeta per i prossimi decenni. "Occorrerà - si legge nel testo - una chiara disponibilità dei Paesi più industrializzati, anzitutto quelli dell'Unione europea, all'assunzione di responsabilità". Neppure il peso della crisi economico-finanziaria, che investe l'intera comunità internazionale, "può esonerare da una collaborazione lungimirante per individuare e attivare misure efficaci a garantire la stabilità climatica". È un passaggio cruciale - scrivono le commissioni episcopali - "per verificare la disponibilità della famiglia umana ad abitare la terra secondo giustizia".


(©L'Osservatore Romano - 31 agosto - 1 settembre 2009)
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Convegno ad Assisi organizzato dalla Conferenza episcopale italiana

Conversione ecologica
per salvaguardare il creato



Assisi, 16. Insistere sul compito educativo al quale è chiamata ogni comunità cristiana ed educare alla responsabilità; bandire l'ideologia dell'"accaparramento egoistico" che vede tra le prime vittime i migranti, in fuga dal degrado ambientale; attuare una conversione secondo giustizia, che sia allo stesso tempo culturale, estetica, etica e spirituale, un "cambiamento del cuore" capace di produrre una "grandissima rivoluzione".

Sono alcune delle riflessioni emerse ieri, al Sacro convento di Assisi, durante l'incontro di studio in occasione della IV Giornata per la salvaguardia del creato. Il convegno, organizzato dalla Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace e dalla Commissione episcopale per l'ecumenismo e il dialogo della Conferenza episcopale italiana (Cei), in collaborazione con l'Accademia nazionale delle scienze, era intitolato "Natura vivente: comprendere i cambiamenti e le loro cause. Per una conversione ecologica: le Chiese cristiane si interrogano".

La Chiesa italiana vede nella "conversione ecologica" una delle risposte fondamentali al problema del degrado ambientale. Prendendo coscienza del peccato "che nasce da un rapporto sbagliato con il creato", si legge nel messaggio scritto dai vescovi per la Giornata, la Cei invita a "un profondo rinnovamento del nostro modo di vivere e dell'economia". La strada passa dal risparmio di energia "con una maggiore sobrietà nei consumi, per esempio nell'uso di automezzi e nel riscaldamento degli uffici", ottimizzandone l'uso e "valorizzando le energie pulite e rinnovabili".

Per il vescovo di Ivrea, Arrigo Miglio, presidente della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace, che ha introdotto ai lavori, l'aria - filo conduttore della iv Giornata per la salvaguardia del creato - è un bene comune "nel senso più pieno del termine", perché è un bene "di tutti e per tutti" e "può essere salvaguardato unicamente con l'impegno di ciascuno". Visti i danni provocati dalla mancata attenzione e dal disprezzo dell'uomo verso l'ambiente e considerato che "siamo chiamati a condividere i beni del creato con le generazioni di oggi e di domani", ha detto ancora monsignor Miglio - come riferisce il Sir -, "è importante insistere sul compito educativo" ed "educare alla responsabilità" sapendo "che renderemo conto al prossimo e a Dio creatore dell'uso che facciamo dei beni della terra".

Nel suo intervento, il vescovo di Terni - Narni - Amelia, Vincenzo Paglia, presidente della Commissione episcopale per l'ecumenismo e il dialogo, ha invece messo in evidenza che alla base "della cinica freddezza con cui oggi si tratta il dramma dell'immigrazione" c'è "l'ideologia dell'accaparramento egoistico". I migranti, secondo monsignor Paglia, "sono in fuga da persecuzioni ma anche e soprattutto dalla povertà prodotta dal degrado ambientale". Un degrado "spesso causato proprio per produrre il superfluo per gli abitanti dei Paesi ricchi".

Anche il vicepresidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, Letizia Tomassone, ha parlato di "una chiara situazione di squilibrio nell'accesso alle risorse", denunciando "la realtà contraddittoria" di un consumo, simbolo di benessere, che porta a un impoverimento di vaste aree del pianeta.

"Almeno quattro", per l'arcivescovo-vescovo di Assisi - Nocera Umbra -Gualdo Tadino, Domenico Sorrentino, le conversioni (culturale, estetica, etica, spirituale) che sottendono alla conversione ecologica. È Francesco l'esempio da seguire: la spoliazione del santo di Assisi davanti al vescovo "non significa rigetto della cultura ma perorazione di una cultura e una tecnica che sappiano stare al passo con Dio". Monsignor Sorrentino sottolinea l'importanza della conversione etica che implica "l'atteggiamento della custodia": come il vescovo accoglie Francesco ormai spogliato di tutto, povero e fragile, così "noi dobbiamo custodire la natura che ci è affidata".

All'incontro di studio - riferisce il Sir - ha partecipato anche padre Andrej Boitsov, della Chiesa ortodossa russa in Italia, che ha chiesto "un cambiamento del cuore", partendo dal riconoscimento che "il mondo è stato creato da Dio". In questa "sfida pericolosa" per il rispetto dell'ambiente non bastano "i mezzi esterni", come nuove tecnologie e riduzione dei consumi, se non vi è, appunto, una "conversione".



(©L'Osservatore Romano - 17 settembre 2009)
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L’Uomo, custode del creato: le ecologie e la teologia


Coso di aggiornamento presso l’Istituto Mater Ecclesiae dell’Angelicum


ROMA, lunedì, 21 settembre 2009 (ZENIT.org).- Per rispondere ad alcuni interrogativi sollevati dall’apparente aggravarsi della crisi ambientale, come pure dagli interventi di Benedetto XVI sull’ecologia, rinnovati nella sua nuova enciclica sociale Caritas in veritate, l’Istituto Superiore di Scienze Religiose Mater Ecclesiae dell’Angelicum, propone una nuova iniziativa didattica: L’Uomo, custode del creato. Le ecologie e la teologia.

I Direttori del Corso, padre Giuseppe Marco Salvati e Angela Maria Cosentino, intendono stimolare una riflessione sulla responsabilità di tutti e di ciascuno, in particolare dei credenti, verso il creato. Un richiamo attuale per il bene di oggi e per il futuro dell’umanità.

I destinatari ai quali è rivolto il corso di aggiornamento sono: docenti di religione cattolica, educatori e uditori interessati ad approfondire la rilevanza teologica delle varie forme di ecologia, i diversi livelli di esercizio della responsabilità verso il creato e le nuove emergenze ecologiche.

Al corso di 24 ore sono stati riconosciuti 3 crediti formativi.

L’iniziativa partirà martedì 12 ottobre 2009 (dalle 16,10 alle 17,30) e terminerà martedì 26 gennaio 2010. A conclusione del percorso sarà proposto un laboratorio didattico.

I relatori sono: per l’aspetto teologico Simone Morandini, per la responsabilità verso il creato: padre Stipe Jurić, Preside dell’Istituto, per la prospettiva morale padre Francesco Compagnoni, per la prospettiva dogmatica padre Marco Salvati, per quella ambientalista Antonio Gaspari, demografica Riccardo Cascioli, economica Cristiano Colombi, antropologica Paolo Nepi, ed infine bioetica Angela Maria Cosentino.

Per informazioni e iscrizioni:

ISSR Mater Ecclesiae, Lg. Angelicum 1, 00184 Roma - Tel. 06.67.02.444; Fax 06.67.02.270

Email: matereccl@pust.urbe.it

www.angelicum.org (v. depliant del Corso : ISSR)

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Per una rivoluzione verde in Africa

Scienziati e agricoltori africani discutono di sviluppo e biotecnologie



di Antonio Gaspari


ROMA, martedì, 22 settembre 2009 (ZENIT.org).-

Raccogliendo gli spunti di riflessione emersi dall’Instrumentum Laboris elaborato in vista del prossimo Sinodo dei vescovi africani a Roma, l’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” (APRA) e l'Università Europea di Roma (UER) hanno voluto focalizzare la loro attenzione sul tema dello sviluppo agricolo in Africa.

Giovedì 24 settembre, alle ore 10:00 nell’aula Master dell’APRA sono previsti gli interventi di: mons. Giampaolo Crepaldi, Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace Arcivescovo di Trieste; acques Diouf, Direttore Generale della FAO; Monty Jones, Segretario esecutivo del Forum for Agricultural Research in Africa (FARA); Daniel Mataruka, Direttore esecutivo dell'African Agricultural Technology Foundation (AATF); Motlatsi Musi, agricoltore del Sud Africa; François Traore, Presidente dell'Union Nationale des Producteurs de Coton du Burkina (UNPCB).

La Giornata di Studio sul tema “Per una rivoluzione verde in Africa. Lo sviluppo è il nuovo nome della pace” verrà aperta da padre Pedro Barrajón, L.C., Rettore Magnifico dell'Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” e da padre Paolo Scarafoni, L.C., Rettore Magnifico dell'Università Europea di Roma. Mentre a introdurre e moderare l'incontro sarà padre Gonzalo Miranda, L.C., professore Ordinario presso la Facoltà di Bioetica della “Regina Apostolorum”.

Obiettivo degli organizzatori è quello di far udire la voce degli scienziati e degli agricoltori africani affinché si trovino le soluzioni per vincere il sottosviluppo e la povertà.

Nel mondo avanzato si fa un gran parlare del problema della immigrazione, ma solo pochi sottolineano il fatto che l’unica vera soluzione risiede nello sviluppo dell’Africa, cioè nella possibilità di aiutare gli africani a conoscere e utilizzare le moderne tecniche agricole per vincere fame e degrado.Sono pochi anche coloro che comprendono come la fuga dei giovani dai paesi di origine impoverisce la società e rende ancora più difficile  la battaglia contro il sottosviluppo.

Può sembrare paradossale ma è proprio l’Africa con i suoi spazi e le sue risorse a racchiudere un potenziale che potrebbe trasformarla nel nuovo granaio del pianeta e diventare il punto di svolta della crisi alimentare mondiale.

Lo sviluppo dell’Africa porterebbe benefici enorme anche per il mondo industrializzato, perchè aprirebbe nuovi ed enormi mercati nel contesto di un processo di progresso globale.

Per cercare di comprendere la rilevanza e gli obiettivi della giornata di studio organizzata alla “Regina Apostolorum”, ZENIT ha intervistato padre Gonzalo Miranda.

Perché avete pensato all'opportunità di organizzare questa conferenza?

Miranda: L'idea nasce dall'incrocio di due preoccupazioni. Da una parte, come Facoltà di Bioetica, ci occupiamo da alcuni anni anche dei temi relativi alle biotecnologie come strumenti per lo sviluppo. Essendo poi un Ateneo Pontificio, vogliamo essere attivamente sensibili a tutte le istanze che provengono dal Santo Padre e dalla Santa Sede. Papa Benedetto XVI ha più volte sottolineato l'urgenza di cercare delle soluzioni efficaci per lo sviluppo dell'Africa. La celebrazione ormai prossima del Sinodo Speciale per l'Africa ci invita a fare uno sforzo di riflessione su questa problematica. Abbiamo pensato che questa giornata di studio potrebbe essere una occasione vera per proporre soluzioni concrete per lo sviluppo agricolo dell’Africa.

L’Africa è il continente più ricco di materie prime del mondo, ma è anche il continente dove c’è più gente che muore di fame e di malattie, dove il sottosviluppo miete ogni giorno migliaia di vittime, moltissimi bambini e bambine. Bisogna relazionarci agli africani non come clienti o come poveri disperati, ma come fratelli e sorelle. Aiutamoli con l’educazione, con la formazione, con la conoscenza delle tecniche più avanzate per la produzione agricola ed infine diamo loro la possibilità di utilizzare le sementi OGM. Ci è sembrato che la cosa più opportuna sarebbe quella di invitare alcuni esponenti qualificati dei paesi africani, scienziati e agricoltori, per sentire come pensano di sviluppare il continente, di cosa hanno bisogno, come i paesi sviluppati possano aiutarli…

In che modo intendete proporre una discussione sullo sviluppo agricolo dell’Africa?

Miranda: Il primo compito delle università è quello di fornire il luogo dove la conoscenza scientifica e le innovazioni tecnologiche possano essere cercate, comprese e spiegate. Quale occasione migliore per invitare degli scienziati africani che lavorano sulle nuove biotecnologie vegetali e agricoltori che utilizzano le nuovi sementi?

Quanto è importante sconfiggere il sottosviluppo per i popoli del continente africano?

Miranda: In Africa più dell’80% della popolazione lavora nel settore agricolo. Il sottosviluppo è tale che in molte parti non si riesce a produrre neanche il necessario per l’alimentazione delle famiglie che ci lavorano. E bastano piccole variazioni climatiche, come una stagione più secca o piogge più abbondanti per perdere i raccolti. Senza parlare delle infestanti e del degrado della fertilità del suolo. Sconfiggere il sottosviluppo significa salvare vite umane, intere comunità e permettere a questi nostri fratelli e sorelle di sfuggire alla disperazione che li spinge ad emigrare ed alimentare una speranza, per un mondo migliore dove le loro famiglie possano vivere dignitosamente grazie ai frutti del loro lavoro.

E’ compito della Chiesa proporre progetti di sviluppo?

Miranda: Non è il singolo progetto tecnico che la Chiesa deve proporre. Il grande progetto di sviluppo che la Chiesa propone è la rivoluzione cristiana, la realizzazione della civiltà dell’amore che passa per la conversione di cuore di ogni persona. Non sono i beni che mancano, e l’Africa ne è l’esempio più chiaro. È l’attenzione e l’amore verso gli esseri umani che a volte manca. Come chiaramente spiegato nella Caritas in veritate, non c’è sviluppo se non c’è chi compie azioni di amore gratuito verso l’altro, esattamente come avviene in famiglia.

Detto questo è chiaro però che la Chiesa valuta con favore il lavoro umano, la conoscenza scientifica e l’applicazione tecnologica, e li riconosce come doni di Dio, come afferma in modo forte e chiaro il concilio Vaticano II, nel numero 35 della Gaudium et spes.

Nel caso specifico è evidente che la rivoluzione verde e l’uso delle biotecnologie vegetali sono espressioni di quanto di meglio oggi si può fare in campo agricolo. La capacità degli umani di produrre sementi ingegnerizzate, capaci di crescere anche su terreni ostili, che generano piante più ricche di prodotto e di migliore qualità, in grado di difendersi dai parassiti, che hanno bisogno di meno acqua per crescere….beh, tutto questo è veramente un dono del Signore, frutto del lavoro dell’uomo per moltiplicare le risorse e rendere più bello il creato.

Scienziati e agricoltori africani chiedono di poter utilizzare le biotecnologie vegetali per incrementare le produzioni, migliorare il reddito degli agricoltori e ridurre l’impatto ambientale. Qual è il punto di vista della Dottrina Sociale della Chiesa sulle biotecnologie vegetali?

Miranda: Sono anni che la Santa Sede studia le nuove biotecnologie vegetali. La Pontificia Accademia per la Vita ha pubblicato lo studio "Biotecnologie animali e vegetali nuove frontiere e nuove responsabilità" (Libreria Editrice Vaticana, 1999).

E’ stata pubblicata in italiano l’introduzione allo studio-documento della Pontificia Accademia delle Scienze sull’uso delle piante geneticamente modificate per combattere la fame nel mondo, del 2001, (Si può consultare in: Pontificia Accademia delle Scienze, extra series n.23, Città del Vaticano, settembre 2004).Per approfondire il tema il 10 e 11 novembre del 2003, il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace ha convocato in Vaticano 60 tra i maggiori esperti scientifici, agricoltori, associazioni ambientaliste, ministri, economisti, moralisti. Gli atti del seminario sono stati pubblicati dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace (Edizioni ART, 2004) con il titolo "OGM: minaccia o speranza?".

Nel Compendio della Dottrina Sociale Nella Chiesa (Libreria Editrice vaticana, 2004) c’è una parte del capitolo Decimo dedicato all’ambiente che tratta specificatamente "L’uso delle biotecnologie" (nn. 472-480, pp. 260-263). Nell’Enciclica Caritas in veritate appena pubblicata al n. 27 il Pontefice Bendetto XVI ha scritto che "potrebbe risultare utile considerare le nuove frontiere che vengono aperte da un corretto impiego delle tecniche di produzione agricola tradizionali e di quelle innovative, supposto che esse siano state dopo adeguata verifica riconosciute opportune, rispettose dell'ambiente e attente alle popolazioni più svantaggiate".

In sintesi nel "Dizionario di Dottrina Sociale della Chiesa" alla voce "Biotecnologie" edito dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace e pubblicato dalla Libreria Ateneo Salesiano alla voce Biotecnologie (pag. 88) è scritto: ci sono "gruppi di persone che, vedendo alcuni disastri ambientali e prevedendone altri maggiori, si oppongono fortemente allo sviluppo e all’applicazione della biotecnologia; non di rado tali gruppi sono mossi da una certa ideologia antiumanistica, quando propongono misure restrittive per la manipolazione delle specie vegetali animali, mentre favoriscono la manipolazione della persona umana, a livello di embrioni, in nome di finalità terapeutiche, ma anche con una permissività sempre più ampia nelle pratiche di aborto ecc."

"Occorre pertanto superare i due estremi: la biotecnologia non deve essere divinizzata né demonizzata – si legge –. La tecnica e, di conseguenza, la biotecnologia è una cosa buona, ma può essere usata male; è dunque necessario che, come ogni attività umana, l’economia, la politica e via dicendo, essa sia guidata dalla morale. La biotecnologia ha prodotto concretamente un grande sviluppo in molti settori, come la medicina, la farmacologia, la zootecnia ecc. che se correttamente utilizzato, potrà risolvere molte delle questioni sociali del mondo odierno".

Molti sostengono che le nuove biotecnologie arricchiranno solo le multinazionali. Lei cosa pensa in proposito?

Miranda: Credo che il problema non siano le multinazionali in quanto tali, ma la logica economica che sembra guidare non poche di esse. Se questa è finalizzata all’utilitarismo che pur di fare profitto passa sopra ai diritti delle persone e sfrutta selvaggiamente le risorse ambientali, è certo che ciò è male, e che non andranno molto lontano.

Se invece la logica è quella di investire per fare ricerca e realizzare prodotti che sono più efficienti, che riescono a far produrre di più e meglio, riducendo l’impatto ambientale, allora questo è un bene importante. Come insegna la dottrina sociale della Chiesa, la realizzazione del profitto non è un male, se questo va incentivare il processo virtuoso della crescita e del miglioramento della qualità della vita e dell’ambiente.

In diversi casi alcune imprese si sono comportante in Africa in maniera odiosa, cercando di accaparrarsi le risorse senza aiutare lo sviluppo dei popoli, ma è anche vero che gran parte dello sviluppo del mondo si sta realizzando grazie ai prodotti e alle tecnologie fornite da imprese multinazionali. E poi i consumatori non sono certo ingenui, se acquistano i prodotti delle multinazionali è perchè, tenendo presenti i costi e benefici, questi sono migliori in qualità e rendimento.
Ad ottobre si svolgerà a Roma la seconda assemblea sinodale sull'Africa. Lei crede che un convegno come quello da voi organizzato potrà fornire spunti interessanti anche ai delegati al Sinodo?

Miranda: Noi speriamo ardentemente che la scienza e il buon senso delle persone che interverranno al convegno possano fornire materiale di studio e soluzioni per realizzare lo sviluppo dei popoli africani. In un certo senso abbiamo pensato di impegnare nella discussione proposta dal Sinodo anche scienziati e agricoltori che sono una parte importante della società civile africana  
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I cattolici e le nuove tecnologie nell'agricoltura

Una rivoluzione verde per l'Africa


Una giornata di studio su nuove tecnologie e sviluppo agricolo nel continente africano è stata promossa dal Pontificio ateneo Regina Apostolorum in vista della prossima assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per l'Africa. L'incontro, dal titolo "Per una rivoluzione verde dell'Africa. Lo sviluppo è il nuovo nome della pace", si è svolto nella mattina di giovedì 24. Pubblichiamo ampi stralci dell'intervento dell'arcivescovo-vescovo di Trieste già segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace.


di Giampaolo Crepaldi

Non è competenza della Chiesa e della sua dottrina sociale intervenire sulle problematiche di natura strettamente tecnica riguardanti le varie attività connesse con il mondo agricolo. Tuttavia, tali problematiche, essendo collegate con la vita delle persone e dei popoli, presentano una serie d'implicazioni di carattere etico, sul piano culturale e sociale, sulle quali la Chiesa avverte il dovere d'offrire i suoi principi, i suoi criteri di giudizio e le sue preziose indicazioni per realizzare sempre il bene comune e lo sviluppo di tutto l'uomo e di tutti gli uomini come richiesto dalla Populorum progressio di Paolo VI e recentemente ribadito dall'enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI. 

 Se volgiamo il nostro sguardo, attento e partecipe, al continente africano, lo sviluppo di tutto l'uomo e di tutti gli uomini richiama le nostre responsabilità a cercare soluzioni efficaci e lungimiranti ai gravi problemi che affliggono quelle popolazioni. Il continente africano, infatti, è quello che possiede la maggior percentuale di persone che lavorano in agricoltura - in alcuni Paesi oltre l'80 per cento - ed è anche il continente dove si trova il maggiore numero di persone che soffre di malnutrizione e sottosviluppo. Nella classifica dei Paesi economicamente meno sviluppati, stilata dalle Nazioni Unite, tra le ultime cinquanta posizioni è possibile trovare ben trentacinque Stati africani. La spiegazione più plausibile di questa drammatica situazione è data dall'arretratezza e inadeguatezza delle tecniche agricole utilizzate. Tale situazione non ha consentito all'Africa di beneficiare dei frutti della cosiddetta "rivoluzione verde", a causa di un mancato sviluppo della meccanizzazione agricola, dei sistemi d'irrigazione, dell'utilizzo di prodotti chimici come antiparassitari e fertilizzanti o dell'uso diffuso di sementi selezionate e migliorate.

È in questo contesto che va accolto l'invito del Santo Padre Benedetto XVI, contenuto al n. 27 della Caritas in veritate:  "Il problema dell'insicurezza alimentare va affrontato in una prospettiva di lungo periodo, eliminando le cause strutturali che lo provocano e promuovendo lo sviluppo agricolo dei Paesi più poveri mediante investimenti in infrastrutture rurali, in sistemi di irrigazione, in trasporti, in organizzazione dei mercati, in formazione e diffusione di tecniche agricole appropriate, capaci cioè di utilizzare al meglio le risorse umane, naturali e socio-economiche maggiormente accessibili a livello locale, in modo da garantire una loro sostenibilità anche nel lungo periodo. Tutto ciò va realizzato coinvolgendo le comunità locali nelle scelte e nelle decisioni relative all'uso della terra coltivabile. In tale prospettiva, potrebbe risultare utile considerare le nuove frontiere che vengono aperte da un corretto impiego delle tecniche di produzione agricola tradizionali e di quelle innovative, supposto che esse siano state dopo adeguata verifica riconosciute opportune, rispettose dell'ambiente e attente alle popolazioni più svantaggiate".

A partire da questo illuminante testo del magistero, è importante sottolineare che per la soluzione di problemi così complessi e profondi come quelli che affliggono l'Africa non ci sono soluzioni univoche e semplicistiche. Per conseguire uno sviluppo agricolo adeguato servono infrastrutture, trasporti, scuole... Sono indispensabili anche la pacificazione e la stabilità politica e sociale. Ma non possiamo ignorare i tanti benefici che ne deriverebbero dall'impiego di tecniche di produzione agricola innovative capaci di stimolare e sostenere gli agricoltori africani a realizzare la cosiddetta "rivoluzione verde" nel continente. Già oggi, grazie all'utilizzo delle sementi opportunamente migliorate tramite tecniche che intervengono sul loro patrimonio genetico stanno promuovendo un crescente e diffuso progresso, come dimostrato da interessanti studi. "La biotecnologia non deve essere divinizzata né demonizzata. La tecnica e, di conseguenza, la biotecnologia è una cosa buona, ma può essere usata male; è dunque necessario che, come ogni attività umana, l'economia, la politica e via dicendo, essa sia guidata dalla morale. La biotecnologia ha prodotto concretamente un grande sviluppo in molti settori, come la medicina, la farmacologia, la zootecnia ecc. che se correttamente utilizzato, potrà risolvere molte delle questioni sociali del mondo odierno" (Dizionario di Dottrina Sociale della Chiesa, p. 88).

Il libro della Genesi c'insegna che Dio Creatore ha affidato all'uomo, creato a sua immagine e somiglianza, il giardino dell'Eden affinché lo "custodisse e coltivasse". Con l'intelligenza ricevuta dal Creatore, la capacità di capire i meccanismi della natura e la possibilità d'utilizzare questi meccanismi con delle tecnologie sempre nuove, l'uomo può progredire nella coltivazione del giardino. Con la sua sensibilità etica, con l'esercizio di una prudenziale valutazione e con il senso di una responsabilità non paralizzante deve essere anche capace di orientare le sue sempre maggiori potenzialità di innovazione tecnologica verso il bene e lo sviluppo economico e sociale di tutti.


(©L'Osservatore Romano - 25 settembre 2009)
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Concluso a Manaus l'incontro dei presuli della regione

L'Amazzonia dono di Dio per l'umanità


Manaus, 5. "Promuovere un'ecologia umana aperta alla trascendenza che rispetti la persona e la famiglia, gli ambienti e le città":  lo hanno chiesto, in un documento di sintesi, i partecipanti all'incontro organizzato dal Consiglio episcopale latinoamericano (Celam), dedicato alle emergenze dell'Amazzonia, che si è concluso nei giorni scorsi a Manaus, in Brasile. L'incontro ha visto la partecipazione dei vescovi della regione, oltre a una nutrita rappresentanza di religiosi e laici impegnati nelle varie organizzazioni per la tutela dell'ambiente e delle culture locali.
In particolare, è stata approvata la proposta di creare all'interno delle strutture organizzative degli episcopati della regione delle apposite commissioni che si occupino dei problemi del vasto territorio forestale che copre, oltre al Brasile, la Bolivia, la Colombia, l'Ecuador, il Perú e il Venezuela. Si tratta di un ambito che costituisce quasi il 44 per cento del totale del territorio dell'America del Sud. Il vescovo ausiliare di Guadalajara e segretario generale del Celam, José Leopoldo González González, ha sottolineato che la creazione delle commissioni episcopali è "urgente". 
A queste commissioni, che dovranno raccordarsi con la struttura di coordinamento del Celam, inoltre, si dovrebbe poi affiancare, nelle intenzioni, la creazione di una commissione pan-amazzonica.
Nel documento "si osservano con preoccupazione le molteplici minacce" che circondano gli ecosistemi e le popolazioni che si affacciano lungo il Rio delle Amazzoni, il cuore della foresta. Nel testo si legge "che non solo sta peggiorando la qualità delle acque fluviali e si sta mettendo a rischio la salvaguardia della foresta, ma si stanno degradando anche le condizioni di vita delle persone, specialmente di coloro che vivono nei quartieri più poveri degli agglomerati urbani, oltre a perdere la loro memoria e tradizione".
Nella regione, si specifica, "si è sviluppato un modello di crescita economica basata sulla concezione dell'esistenza di fonti inesauribili di risorse naturali rinnovabili" che, inoltre, vede "nelle culture dei popoli che vi abitano, un potenziale commerciale, legato alla conoscenza che essi hanno del materiale biotico per l'utilizzo nel settore farmaceutico e cosmetico". Tale processo, è aggiunto, "risponde alla logica del mercato volta alla massimazione del profitto, spesso a scapito delle persone, al diritto dei popoli e all'ambiente".
Al centro delle critiche sono "le politiche degli Stati coinvolti nella regione e i loro megaprogetti di ammodernamento delle infrastrutture per promuovere l'integrazione delle società nella logica occidentale del mercato e della massimazione del profitto". Con queste politiche, si rileva, "si violano i diritti dei popoli indigeni, tra cui quelli alla vita, alla salute, all'istruzione e al lavoro, che sono contemplati nelle vigenti normative e nei trattati internazionali di cui i nostri Paesi sono firmatari".
"L'Amazzonia - è stato pertanto evidenziato durante l'incontro - va riconosciuta come un dono di Dio nella creazione e, come parte della creazione, nei cui confronti tutti hanno una responsabilità che muove a rispettare le biodiversità e a riconoscere l'antica saggezza delle popolazioni che vi abitano e la loro spiritualità". "È essenziale - si legge ancora - accompagnare le popolazioni indigene nella vita e nell'espressione della fede, nell'ambito di un processo che le renda protagoniste dell'evangelizzazione e della trasformazione della società". Fra l'altro, si sollecita il Celam a favorire l'articolazione e la collaborazione delle attività tra i Paesi della regione e gli altri dell'America Latina e dei Caraibi. Allo stesso tempo, si conclude, "andranno individuati dei meccanismi che incoraggino e promuovano gli sforzi degli indios volti a creare e sviluppare in maniera autonoma le proprie organizzazioni di base, per la rivendicazione e il consolidamento dei diritti e la ricerca di una vera giustizia ambientale".


(©L'Osservatore Romano - 5- 6 ottobre 2009)
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L'incontro organizzato dall'Onu a Windsor stabilisce piani d'azione in vista della conferenza di Copenaghen

Molti cieli una sola terra

Le religioni a difesa dell'ambiente


Windsor, 3. "Senza il pieno sostegno, la cooperazione e la partecipazione dei leader religiosi, sarà molto difficile creare un clima politico che consenta di stabilire un accordo vincolante, unanime ed equo a Copenaghen. L'influenza dei responsabili religiosi e la portata delle loro reti risultano infatti fondamentali nel nostro sforzo comune per affrontare le sfide ambientali e i cambiamenti climatici". Il segretario generale dell'Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu), Ban Ki-moon, ha spiegato così - in un'intervista alla Bbc - l'importanza dell'incontro che si sta svolgendo in questi giorni al castello di Windsor, in Inghilterra, e che riunisce rappresentanti di nove delle principali religioni nel mondo:  cristianesimo, ebraismo, islam, induismo, buddismo, scintoismo, taoismo, sikhismo, bahaismo.

L'iniziativa, intitolata "Molti cieli, una sola terra - Gli impegni della fede per un pianeta che vive", è organizzata dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Unpd) e dall'Alleanza delle religioni per la conservazione (Arc), organizzazione fondata nel 1995 dal principe Filippo, duca di Edimburgo. Lo scopo è quello di stabilire dei piani d'azione in vista della Conferenza di Copenaghen sui cambiamenti climatici in programma dal 7 al 18 dicembre. "Se la natura è un dono di Dio, i miliardi di fedeli nel mondo costituiscono la più vasta rete di azione civile per proteggerla, unendo alle loro pratiche religiose la lotta contro il cambiamento climatico":  l'Onu è fortemente convinta di questa opportunità e ha riunito a Windsor anche rappresentanti della Banca mondiale e di organizzazioni non governative nel campo ambientale, proprio per creare un'interazione tra le diverse istituzioni coinvolte.

Gli impegni enunciati dai leader religiosi sono precisi e concreti e, dicono, verranno mantenuti qualunque siano i risultati del vertice di Copenaghen:  ad esempio, i templi taoisti in Cina saranno con il tempo alimentati dall'energia solare. Ma tutte le fedi sono d'accordo nel voler rendere "ecologico" ogni nuovo edificio religioso, nello sviluppare politiche di "investimento etico", nello stampare i libri sacri con carta riciclata, nel creare programmi educativi dedicati all'ambiente. "Si tratta - afferma il responsabile del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, Olav Kjørven - di dare un segnale forte ai governi. Senza chiedere agli altri di agire ma esprimendo il proprio impegno. Quasi l'85 per cento della popolazione mondiale aderisce a una fede. La religione può mobilitare miliardi di persone, in tutti i campi dove si attiva". Secondo l'Arc, proprio grazie alla sua estensione globale, "la religione rappresenta sempre più una forza motrice a favore della salvaguardia ambientale".

Tra le personalità intervenute ieri, lunedì, lo sceicco Ali Goma'a, gran mufti dell'Egitto:  "Auspichiamo un mondo sicuro dal punto di vista ambientale per i nostri figli e per le future generazioni - ha detto il rappresentante musulmano - dove i popoli di tutte le religioni vivano in armonia con la natura e godano della giustizia e di una parte equa dei doni di Dio. Siamo impegnati a contribuire agli sforzi globali a difesa dei cambiamenti climatici attraverso il piano d'azione settennale musulmano basato sui principi e i valori islamici". Ali Goma'a si riferisce al piano d'azione, della durata di sette anni, sottoscritto a Istanbul nel luglio scorso da duecento leader musulmani, che prevede "un'etichetta ecologica musulmana" applicabile a tutti i campi, dalla stampa del Corano ai pellegrinaggi. "Non vogliamo allontanarci dai governi - ha spiegato l'ideatore del progetto, Mahmoud Akef - siamo tutti sulla stessa barca. Se devastiamo questo pianeta, non avremo più alcun altro diritto per viverci". Responsabile della realizzazione del piano è l'Associazione musulmana per l'azione sui cambiamenti climatici.

"La risposta del mondo musulmano è stata notevole da molti punti di vista" ha sottolineato il gran mufti dell'Egitto, il quale ricorda che, "ben presto", alcune grandi città islamiche dichiareranno lo "status verde", come ad esempio Sala in Marocco e Medina in Arabia Saudita. E Dar Al-Iftaa, in Egitto, ha cominciato a prendere misure pratiche che dovrebbero portarla, nel 2010, ad azzerare le emissioni di ossido di carbonio.
L'evento organizzato da Unpd e Arc si concluderà domani, mercoledì, a Londra, con un forum aperto al pubblico dal titolo "Molti cieli, una sola terra - Le fedi, l'ambiente e Copenaghen". Interverranno, oltre a Olav Kjørven, alcuni rappresentanti di organizzazioni interreligiose attive in campo ambientale.


(©L'Osservatore Romano - 4 novembre 2009)
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11/6/2009 9:17 PM
 
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Per difendere l'ambiente serve un'"ecologia realmente umana"
Lettera congiunta del CCEE e della KEK alle Chiese in Europa

ROMA, venerdì, 6 novembre 2009 (ZENIT.org).-

“Soltanto con un’ecologia realmente umana, che tenga conto dei diritti ma anche delle responsabilità che abbiamo l’uno verso dell’altro nonché verso le future generazioni, si può prevedere una migliore attenzione nei confronti dell’ambiente”.

Lo affermano la Conferenza Europea delle Chiese (KEK) e il Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE) in una lettera congiunta alle Chiese in Europa in vista della Conferenza sul Clima delle Nazioni Unite che si svolgerà a Copenhagen (Danimarca) dal 7 al 18 dicembre prossimi.

“Il cambiamento climatico – si legge nel testo, intitolato “Le Chiese rispondono al cambiamento climatico” – rappresenta un problema per ognuno di noi”: “investe la vita dell’intero pianeta” ed è “una delle preoccupazioni fondamentali che dobbiamo affrontare”.

La lettera, firmata da padre Duarte da Cunha e dal ven. Colin Williams, rispettivamente Segretario Generale del CCEE e Segretario Generale della KEK, ricorda che “la terra e tutti i suoi ecosistemi costituiscono un dono prezioso che abbiamo ricevuto da Dio” e che di fronte alla crisi globale – “economica, ambientale o di altro genere” – tutti sono “chiamati a vivere in modo da mostrare la fede, la speranza e l’amore che abbiamo verso Dio, nonché il nostro rispetto per l’intera Sua creazione”.

“In un mondo dotato di risorse naturali limitate, dobbiamo promuovere uno stile di vita che prevenga ogni forma di abuso dei doni di Dio nella creazione e promuova una saggia amministrazione di tutto ciò che Dio ci ha dato nel Creato”, osserva il documento, sottolineando a questo proposito la necessità di ridurre la dipendenza dal crescente consumo di energia, “in particolare di quella ricavata dai prodotti di origine fossile”.

In questo impegno, i Paesi industrializzati devono collocarsi “in prima linea”, anche per la loro responsabilità “per i decenni di accumulazione dei gas effetto-serra nell’atmosfera terrestre”.

Proposte per un futuro diverso

Il CCEE e la KEK sottolineano quindi che nella Conferenza sul clima di Copenhagen “verranno prese importanti decisioni che influenzeranno molti aspetti della nostra vita, sin d’ora, rispetto all’immediato futuro”.

Allo stesso modo, si dicono convinti che “le problematiche discusse alla Conferenza e le sfide che dobbiamo affrontare non abbiano a che fare soltanto con gli aspetti tecnici del cambiamento climatico: etica, cultura, fede e religione sono elementi sostanziali del nostro stile di vita e devono essere tenuti in conto se si vuole affrontare il cambiamento climatico in modo efficace e assicurare uno sviluppo umano integrale”.

Alla luce di ciò, esortano le Chiese e i cristiani in Europa a intraprendere “azioni appropriate per affrontare la sfida del cambiamento climatico nelle prossime settimane”, iniziando dall'incoraggiare “ad affrontare i loro rispettivi Governi e a invitarli, con coraggiosa generosità, a intraprendere un’azione forte finalizzata alla mitigazione e all’adattamento agli effetti del cambiamento climatico”.

“L’impatto sulla crisi economica non deve rappresentare una scusa per evitare un’azione efficace per la tutela dell’ambiente”, dichiarano.

Le Chiese in Europa sono inoltre esortate a osservare che “la sfida del cambiamento climatico è una questione di giustizia”, perché quanti hanno dato un contributo minore al problema del cambiamento climatico, vivendo in regioni meno sviluppate e meno industrializzate, “sono i primi a sentirne gli effetti”.

Riconoscendo che i cambiamenti climatici possono causare “sofferenze e privazioni incalcolabili”, “ostacolare lo sviluppo umano integrale e recare danno al Creato”, KEK e CCEE invitano poi le Chiese “a partecipare a iniziative per il risparmio di energia, alla promozione dell’energia rinnovabile, ad affrontare gli effetti negativi del cambiamento climatico, a educare al senso di responsabilità ecologica finalizzata alla salvaguardia di un’autentica ecologia umana”.

I firmatari della lettera chiedono infine alle Chiese di “impegnarsi nella preghiera comune, in solidarietà con coloro che soffrono gli effetti negativi del cambiamento climatico, in una ricerca comune della saggezza e della perseveranza nel modificare i nostri stili di vita inappropriati”.

In questo contesto, domenica 13 dicembre è stato organizzato un atto di culto ecumenico nella Cattedrale luterana di Copenhagen. Alle 15.00, le chiese della Danimarca suoneranno le campane, e i cristiani di tutto il mondo sono invitati a far loro eco suonando 350 rintocchi delle proprie campane alle 15.00 ora locale.

L'iniziativa (www.bellringing350.org) si estenderà su un lungo fuso orario che partendo dalle Isole Fiji, nel Sud Pacifico – “che è la prima regione in cui sorge il sole, dove gli effetti negativi del cambiamento climatico si fanno già sentire” –, giungerà fino all’Europa settentrionale, passando per tutto il mondo.

“Chiediamo a Dio la sua grazia e la sapienza per riuscire a procurarci i mezzi per affrontare le sfide dell’attuale crisi ambientale – conclude la lettera –. Facciamo questo in risposta all’appello di Gesù nel Vangelo a promuovere società che mettono in pratica la giustizia e la solidarietà”.

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Benedetto XVI e l'attenzione al creato

«Viva il Papa, viva lo scoiattolo!»


di Lucetta Scaraffia

Quando ho assistito in televisione all'arrivo del grande abete che troneggerà, carico di addobbi natalizi, al centro di piazza San Pietro nei giorni di Natale, mi sono domandata se, nel suo grande tronco, c'è qualche tana dove dorme - o meglio dormiva - uno scoiattolo. Perché questa è la trama della storia per ragazzi e adulti che, con profondità e ironia, ha raccontato Susanna Tamaro nel suo ultimo libro, Il grande albero (Salani), illustrato da Giulia Orecchia.

Anche se parla di alberi e di animali, e il mondo è raccontato dal loro punto di vista, immaginando una loro coscienza e una capacità di comunicazione, non è un libro di facile propaganda ecologica, ma un artificio letterario poetico per farci riflettere sul rapporto freddo e irresponsabile, da padroni lontani, che intratteniamo con la natura. In un intreccio di tempi che si intersecano pur nella loro grande diversità - quello secolare della vita degli alberi, il tempo breve della vita degli animali selvatici e quello della vita umana - la personalità dell'abete, che con i secoli acquista conoscenza e saggezza, si dipana con tempi quasi musicali.

Siamo pronti quindi anche noi lettori a vivere come dramma l'evento che ne segna il destino:  arrivano esseri umani armati di motoseghe che lo tagliano e lo trasportano fino a piazza San Pietro. Ma il piccolo scoiattolo Crik, inconsapevole testimone del dramma, non si arrende, combatte per la vita dell'albero e in questa battaglia per ottenere un miracolo salverà anche la sua vita.

Con un piccione come aiutante, riesce ad arrivare davanti al Papa proprio mentre questi celebra la messa di Natale, sfuggendo al servizio di sicurezza, pronto ad abbatterlo perché sospetta che anche questo piccolo animale possa essere un messaggero dei terroristi. Ci riesce perché il Papa lancia un segnale di sospensione e, nello stupore generale, si accinge ad ascoltare quello che gli vuole comunicare lo scoiattolo:  naturalmente, tutto succede in diretta televisiva, fra commenti cattivi e increduli di chi pensa sia un segno di pazzia del vecchio Papa, ed è pronto a indignarsi:  "Qualcuno lo deve fermare, ne va del nostro prestigio. Siamo in mondovisione!".

Ma il Papa non demorde, e anzi parla di alberi e di scoiattoli nella sua omelia, in cui propone i grandi alberi, le cattedrali verdi, come esempio:  "E se non affondiamo le radici nella terra, come facciamo ad alzare lo sguardo verso il cielo?". Fra il giubilo dei presenti, che inneggiano "Viva il Papa, viva lo scoiattolo!" si avvicina all'albero, e lo abbraccia:  "La corteccia era ruvida contro la sua guancia. Il profumo della resina era il profumo della sua giovinezza. Quante volte, passeggiando sui monti Tatra, l'Altissimo gli aveva parlato con il mormorio delle fronde, in quegli istanti sembrava che il tempo abbracciasse già l'eternità". E poi benedice Crik, "umile creatura infiammata dall'amore". Il giorno successivo, un enorme camion riporterà il grande abete e lo scoiattolo alla foresta dove, ricongiunto alle sue radici, l'albero riprenderà a vivere.

Non sappiamo se nel gigantesco abete portato per questo Natale c'è uno scoiattolo, sappiamo però che, se ci fosse, anche Benedetto XVI, come il Giovanni Paolo II immaginato dalla Tamaro, saprebbe ascoltarlo. Papa Ratzinger, infatti, è ben noto per l'attenzione che sa prodigare al creato e alle sue creature, e per di più ha sempre confessato uno speciale amore verso i gatti, come racconta un altro grazioso libretto, uscito qualche tempo fa con prefazione di Georg Gänswein, Joseph e Chico (Edizioni Messaggero). Qui è un gatto, Chico, che racconta la sua lunga amicizia con il Papa, che gli ha detto molte cose di sé, e quindi sa comunicare nello speciale linguaggio dei gatti.

È anche con libri come questi che si può sensibilizzare i lettori sui temi ambientali, e si può far capire come la Chiesa abbia a cuore il benessere non solo degli esseri umani, ma anche del mondo, animale e vegetale, che Dio ci ha affidato.


(©L'Osservatore Romano - 11 dicembre 2009)
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12/13/2009 11:51 AM
 
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Il dibattito sui cambiamenti climatici dovrebbe concentrarsi sui poveri

Afferma l'Arcivescovo di Westminster Vincent Nichols

LONDRA, venerdì, 11 dicembre 2009 (ZENIT.org).-

L'Arcivescovo di Westminster Vincent Nichols ha affermato che al centro del dibattito sui cambiamenti climatici dovrebbe esserci l'aiuto ai più poveri.

Il presule lo ha dichiarato questo sabato al servizio ecumenico Time to Pray, che ha incluso interventi di vari leader cristiani ed è stato pianificato con The Wave, una manifestazione al centro di Londra il cui obiettivo era richiamare l'attenzione sui temi dei cambiamenti climatici in vista della Conferenza di Copenhagen.

Rappresentanti di circa 190 Paesi sono riuniti nella capitale danese per un incontro di due settimane per cercare un patto globale sui cambiamenti climatici.

L'Arcivescovo Nichols ha affrontato il tema esprimendo preoccupazione per “tutti coloro la cui vita viene direttamente interessata dai cambiamenti climatici, i più poveri del mondo e i più svantaggiati”.

“E' un'importante prospettiva che non dobbiamo perdere tra tutte le altre preoccupazioni espresse nelle ultime settimane”, ha affermato.

“Sappiamo che i temi della povertà e dello sviluppo mondiale non possono essere separati dalle preoccupazioni per l'ambiente – ha detto il presule –. Sono intimamente legati”.

C'è “ancora molto da fare per ottenere relazioni giuste e sostenibili tra i popoli della terra e con l'ambiente del mondo creato”, ha riconosciuto.

“Sentiamo dentro di noi domande incessanti, spesso provocate dalla cultura della nostra società consumistica”, ha sottolineato, aggiungendo che è necessario “esaminare il modo in cui viviamo e considerare di nuovo coloro il cui futuro è minacciato dagli effetti dei nostri stili di vita”.

“Solo quando saremo chiaramente disposti a cambiare il nostro stile di vita i politici saranno capaci di ottenere il cambiamento che diciamo di voler vedere”.

L'Arcivescovo ha quindi affermato che “amare Dio è, tra le altre cose, ringraziare per i doni della creazione e riconoscere che sono destinati a tutti”.Tra questi doni, ha detto, c'è quello della tecnologia, e così “il progresso tecnologico è una parte cruciale del cammino per trovare soluzioni ai problemi provocati dai cambiamenti climatici”.

La tecnologia, ha sottolineato, “non è moralmente neutrale”. “Piuttosto, il suo uso deve essere sempre guidato dal suo effetto sul bene comune”.“Speriamo che il genio delle nostre menti migliori serva le necessità di tutti, e quelle del nostro anbiente”.

“Al centro del nostro mondo si eleva la persona umana – ha affermato –, ognuna fatta a immagine e somiglianza di Dio e che merita, solo per questa ragione, rispetto, libertà e cooperazione”.

“Questa è la speranza che ci ispira, la fede che ci sostiene – ha concluso l'Arcivescovo Nichols –. La nostra unione con Cristo nella preghiera è la nostra fonte di energia, di una nuova vita nel nostro sforzo come suoi discepoli”.
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Appelli ecumenici a Copenaghen

Un atto di amore per salvare la terra


Copenaghen, 15. Un'esortazione "a non lasciarsi prendere dalla paura e ad avere il coraggio di cambiare i propri stili di vita per amore delle future generazioni":  a lanciarla, in occasione di una cerimonia ecumenica nella cattedrale dedicata a Nostra Signora, a Copenaghen, è stato il primate della Comunione anglicana, l'arcivescovo di Canterbury Rowan Williams. Alla cerimonia, promossa in occasione della conferenza dell'Onu sul clima, hanno assistito, tra gli altri, i membri della famiglia reale danese, l'arcivescovo anglicano Desmond Mpilo Tutu, Premio Nobel per la pace nel 1984, e altri leader religiosi provenienti da varie nazioni.
L'arcivescovo Williams, parlando della gravità degli effetti del riscaldamento globale, ha osservato che la paura "paralizza gli individui, le società e i Governi, impedendogli di prendere le decisioni necessarie che servono a produrre un reale e duraturo cambiamento della situazione". Per il primate, in particolare, "siamo spaventati perché non sappiamo come sopravvivere senza le comodità degli attuali stili di vita e perché le nuove politiche potrebbero essere impopolari di fronte agli elettori". Questo paralizzante senso di paura, ha evidenziato, "negherebbe alle future generazioni di vivere in un mondo stabile, produttivo e bilanciato". L'arcivescovo ha quindi sollecitato "ad agire per amore". "Non possiamo mostrare il lato giusto dell'amore - ha sottolineato - se come umani non lavoriamo per salvaguardare la terra come dimora sicura per tutti".
Il primate ha poi invitato i delegati dei vari Governi presenti a Copenaghen "a nutrire maggiore fiducia tra loro in un mondo dalle limitate risorse" e ha auspicato che le risorse messe a disposizione vadano effettivamente a risolvere le emergenze che colpiscono i Paesi più poveri. "In questo tempo di Avvento, rinnoviamo la nostra fiduciosa speranza - ha quindi concluso - che un futuro di amore sia possibile. Rendiamo grazie per il dono di Natale di Gesù Cristo che ha spezzato il nostro egoismo e ha avviato la nostra liberazione. Riaffermiamo la convinzione e l'impegno nel nome dell'amore e diciamo: "non spaventatevi" a tutti coloro che sono indecisi trovandosi sulla soglia di una decisione. Non abbiate paura, agite per amore".
Al termine della cerimonia, alle ore 15, le campane della cattedrale e delle altre chiese della città hanno fatto udire i loro rintocchi per 350 volte (pari alla soglia massima di anidride carbonica -350 parti per milione- consentita per non far superare ulteriormente la temperatura del pianeta). Alle campane di Copenaghen hanno fatto eco anche quelle delle chiese sparse nel mondo, che hanno aderito alla campagna "Bellringing350.org", promossa, tra gli altri, dal World Council of Churches (Wcc-o Consiglio ecumenico delle Chiese-Cec).
Nella serata, il segretario generale del Wcc Samuel Kobia ha partecipato a un evento conviviale informale, al quale erano presenti rappresentanti di vari Governi e leader religiosi. "Una settimana di negoziati - ha osservato Kobia - è stata già completata e ora la Conferenza muove in una direzione che è considerata cruciale". In particolare, il segretario del Wcc ha invitato i negoziatori "a lavorare per un accordo giuridicamente vincolante, ambizioso e giusto". "È chiaro - ha evidenziato - che il livello di ambizione deve essere drasticamente aumentato". "La nostra preoccupazione per il clima - ha puntualizzato ancora Kobia - è autentica e radicata nelle esperienze di milioni di persone che sono quelle più vulnerabili, perché già stanno sperimentando gli effetti dei mutamenti del clima. Vogliamo continuare a concentrare l'attenzione su queste persone, in quanto l'impatto dei mutamenti climatici per molti è una questione di vita o di morte". "Riteniamo necessario - ha spiegato il segretario del Wcc - un notevole sostegno finanziario e tecnologico per poter mantenere lo sviluppo economico dei Paesi poveri. Questo supporto è necessario sia a breve termine, per affrontare le necessità di assistenza più immediate per adattarsi a un contesto ambientale globale in continua evoluzione, che include anche eventi catastrofici, sia a lungo termine per ridurre le emissioni gassose inquinanti e permettere alle società una capacità di adattamento alle nuove condizioni".
Kobia ha quindi osservato che "finalmente, i negoziati sui cambiamenti climatici non riguardano soltanto discussioni scientifiche" sui dati atmosferici, ma anche "l'equità, la giustizia e l'uguale diritto allo sviluppo dei popoli". "La terra - ha poi concluso, rivolgendosi ai negoziatori - e tutto ciò che è in essa è del Signore. Noi siamo i custodi della creazione divina, è nostra responsabilità cambiare il corso che stiamo seguendo. Portiamo questo messaggio per il raggiungimento di un accordo ambizioso e per offrire nuove speranze a tutte quelle persone nel mondo che guardano a voi per un nuovo corso e che sperano di poter continuare a sviluppare le loro famiglie e comunità".
Il giorno precedente alla cerimonia nella cattedrale di Copenaghen, l'arcivescovo anglicano Desmond Mpilo Tutu aveva peraltro partecipato a un altro incontro ecumenico, promosso in collaborazione con la Caritas Internationalis e il Cidse, la rete delle agenzie umanitarie cattoliche. I delegati ecumenici, in rappresentanza di varie comunità ecclesiali, hanno consegnato mezzo milione di firme, a Yvo de Boer, capo negoziatore dell'Onu e segretario generale della Convenzione sui cambiamenti climatici, per chiedere una accordo equo, efficace e vincolante. L'arcivescovo Tutu, in una conferenza stampa, ha ribadito:  "Abbiamo soltanto un mondo, questo mondo, se lo distruggiamo non abbiamo altro". E ha poi riassunto la richiesta delle comunità ecclesiali, affinché i negoziatori producano un accordo giuridicamente vincolante e non politico.
In particolare, è stato ricordato che questo accordo dovrebbe impegnare i Governi industrializzati a ridurre le emissioni di anidride carbonica del 40 per cento a partire dal 2020 e dell'80 per cento a partire dal 2050, in riferimento ai livello d'inquinamento registrati nel 1990. Inoltre, i Governi dovrebbero contribuire allo stanziamento annuale di 150 miliardi di dollari per assistere le nazioni in via di sviluppo nei programmi di riduzione delle emissioni inquinanti. Il tema dei mutamenti climatici è stato al centro anche della riunione del Parlamento delle religioni, svoltasi a Sydney, in Australia. Nel comunicato finale, i negoziatori a Copenaghen sono stati esortati "a risanare la terra per le generazioni future".


(©L'Osservatore Romano - 16 dicembre 2009)
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La denuncia di un sacerdote degli Apostles of Jesus

Dai seminari dell'Africa un altro allarme sul clima


Roma, 15. "All'inizio degli anni Novanta i nostri seminaristi riuscivano a soddisfare gran parte delle esigenze alimentari delle loro comunità coltivando i campi. Negli ultimi anni, a causa dei cambiamenti climatici in Africa, non si riesce a produrre più niente, e dobbiamo dipendere dagli aiuti esterni per sopravvivere". È la preoccupazione espressa all'agenzia Fides da padre Terence Lino Idraku, sacerdote degli "Apostles of Jesus", la prima congregazione missionaria africana, fondata in Uganda nel 1968.

Padre Terence, che attualmente è a Roma per completare gli studi dopo aver lavorato nei seminari della congregazione, sottolinea che le regole dell'istituto prevedono ogni giorno la preghiera, lo studio e il lavoro. Proprio attraverso il lavoro dei campi i seminaristi producevano, pur con fatica, mais, sorgo, patate dolci e fagioli. Alimenti indispensabili per la sopravvivenza. Negli ultimi anni i profondi mutamenti del clima stanno producendo fenomeni metereologici che compromettono le coltivazioni:  "Le piogge - puntualizza il religioso - arrivano in ritardo e sono particolarmente violente tanto da distruggere ciò che era stato piantato, mentre nei periodi sempre più lunghi di siccità, a causa delle elevate temperature, i germogli seccano. Si può coltivare soltanto un po' di verdura che deve essere particolarmente curata e innaffiata a mano".

La gravità della situazione non riguarda soltanto una particolare zona dell'Africa. Padre Idraku sottolinea che la congregazione ha cinque seminari minori con circa 800 alunni (due in Uganda, uno in Kenya, uno in Tanzania e uno in Sudan), un seminario di filosofia e uno in teologia, entrambi in Kenia, con circa 250 studenti, e due noviziati in Kenia e in Tanzania che ospitano cinquanta studenti ciascuno. "Grazie a Dio le vocazioni non mancano- sottolinea il religioso - tanto che dobbiamo, purtroppo, rifiutarle per mancanza di posti". Inoltre va considerato che i seminari si trovano in zone di conflitto, dove la povertà e le difficoltà sono gravi. "In tale scenario difficile - dice ancora il religioso - vanno anche collocate le esigenze ordinarie di un seminario:  la retribuzione dei professori, il mantenimento degli ambienti, il provvedere ad acquistare benzina per i generatori elettrici dove non c'è corrente".

"Il problema dei cambiamenti climatici - conclude padre Iraku - è un problema serio, che ha gravi conseguenze sulla vita delle persone, specie le più povere. Tutti sanno che i cambiamenti climatici non sono del tutto naturali ma in buona parte sono causati dall'azione dell'uomo. Allora è meglio sospendere la produzione di ciò che porta alle mutazioni del clima piuttosto che compromettere la sopravvivenza di intere popolazioni e offuscare il futuro delle nuove generazioni".


(©L'Osservatore Romano - 16 dicembre 2009)
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Papa



Benedetto XVI mette in guardia contro il nuovo “ecopanteismo”


L’uomo è superiore alla natura


CITTA’ DEL VATICANO, martedì, 15 dicembre 2009 (ZENIT.org).-

Il rispetto della natura è strettamente collegato al rispetto della persona umana, perché “il libro della natura è unico”.

Il rispetto dell’ambiente, quindi, non può andare contro quello per la persona umana, la sua vita e la sua dignità. Al contrario, l’uomo è superiore al resto della creazione, e per questo deve curarla e difenderla.

Papa Benedetto XVI lo afferma nel suo Messaggio in occasione della prossima Giornata Mondiale della Pace, che si celebrerà il 1° gennaio 2010, dedicato quest’anno alla questione del rispetto dell’ambiente, necessario per promuovere la pace nel mondo.

Nel testo, il Papa mette in guardia contro le attuali tendenze filosofiche che portano a considerare l’essere umano un pericolo per l’ambiente e propugnano il controllo della popolazione come misura per difendere la natura.

Benedetto XVI spiega che “una corretta concezione del rapporto dell’uomo con l’ambiente non porta ad assolutizzare la natura né a ritenerla più importante della stessa persona”.

“Se il Magistero della Chiesa esprime perplessità dinanzi ad una concezione dell’ambiente ispirata all’ecocentrismo e al biocentrismo, lo fa perché tale concezione elimina la differenza ontologica e assiologica tra la persona umana e gli altri esseri viventi”.

In questo modo, avverte, “si viene di fatto ad eliminare l’identità e il ruolo superiore dell’uomo, favorendo una visione egualitaristica della ‘dignità’ di tutti gli esseri viventi”.

Questa falsa “visione egualitaristica” fa parte, osserva, di “un nuovo panteismo con accenti neopagani che fanno derivare dalla sola natura, intesa in senso puramente naturalistico”.

“La Chiesa invita, invece, ad impostare la questione in modo equilibrato, nel rispetto della ‘grammatica’ che il Creatore ha inscritto nella sua opera, affidando all’uomo il ruolo di custode e amministratore responsabile del creato, ruolo di cui non deve certo abusare, ma da cui non può nemmeno abdicare”.

Per il Papa, c’è “una sorta di reciprocità: nel prenderci cura del creato, noi constatiamo che Dio, tramite il creato, si prende cura di noi”.

“Infatti, anche la posizione contraria di assolutizzazione della tecnica e del potere umano, finisce per essere un grave attentato non solo alla natura, ma anche alla stessa dignità umana”, aggiunge.


Ecologia umana


In questo senso, il Pontefice sottolinea che la vera protezione della natura è collegata al rispetto della dignità della persona, la cosiddetta “ecologia umana”.

“I doveri verso l’ambiente derivano da quelli verso la persona considerata in se stessa e in relazione agli altri”, afferma.

In tal senso, sottolinea l’importanza di un’educazione alla responsabilità ecologica che “salvaguardi un’autentica ‘ecologia umana’”.

E’ dunque necessario affermare “con rinnovata convinzione l’inviolabilità della vita umana in ogni sua fase e in ogni sua condizione, la dignità della persona e l’insostituibile missione della famiglia, nella quale si educa all’amore per il prossimo e al rispetto della natura”.

“Non si può domandare ai giovani di rispettare l’ambiente, se non vengono aiutati in famiglia e nella società a rispettare se stessi: il libro della natura è unico, sia sul versante dell’ambiente come su quello dell’etica personale, familiare e sociale”.

La Chiesa, aggiunge Benedetto XVI, “ha una responsabilità per il creato e sente di doverla esercitare, anche in ambito pubblico, per difendere la terra, l’acqua e l’aria, doni di Dio Creatore per tutti, e, anzitutto, per proteggere l’uomo contro il pericolo della distruzione di se stesso”.

“Il degrado della natura è, infatti, strettamente connesso alla cultura che modella la convivenza umana, per cui quando l’ecologia umana è rispettata dentro la società, anche l’ecologia ambientale ne trae beneficio”.


Difendere l’ambiente per tutelare la pace


Nel suo Messaggio, il Papa ricorda che la salvaguardia dell’ambiente è “essenziale per la pacifica convivenza dell’umanità”.

Tra le molte sfide alla pace, “non meno preoccupanti sono le minacce originate dalla noncuranza – se non addirittura dall’abuso – nei confronti della terra e dei beni naturali che Dio ha elargito”, constata.

Il Papa ricorda che già nel 1990 il suo predecessore Giovanni Paolo II parlò di “crisi ecologica”, facendo notare l’“urgente necessità morale di una nuova solidarietà”.

“Questo appello si fa ancora più pressante oggi, di fronte alle crescenti manifestazioni di una crisi che sarebbe irresponsabile non prendere in seria considerazione”, osserva.

Tra queste, cita i cambiamenti climatici, la desertificazione, il deterioramento e la perdita di produttività di ampie zone agricole, la contaminazione dei fiumi e delle falde acquifere, la perdita della biodiversità, l’aumento delle catastrofi naturali, la deforestazione delle zone equatoriali e tropicali.

Allo stesso modo, si riferisce ai conflitti provocati dall’accesso alle risorse, così come al “crescente fenomeno dei cosiddetti ‘profughi ambientali’: persone che, a causa del degrado dell’ambiente in cui vivono, lo devono lasciare”.

“Sono tutte questioni che hanno un profondo impatto sull’esercizio dei diritti umani, come ad esempio il diritto alla vita, all’alimentazione, alla salute, allo sviluppo”, segnala.

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Il Pontefice chiede più ricerca sull'ambiente
Fondamentali l'energia solare e la migliore gestione delle risorse

CITTA' DEL VATICANO, marttedì, 15 dicembre 2009 (ZENIT.org).-

La crisi ecologica può essere una “storica opportunità” per rivedere modelli economici basati sul “mero consumo” e promuovere un autentico “sviluppo integrale”.

Lo propone Benedetto XVI nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2010, che si celebrerà il 1° gennaio sul tema “Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato”.

Nel testo, il Papa avverte che per promuovere la pace tra i popoli è necessario rivedere varie questioni legate all'ambiente, soprattutto l'accesso alle risorse naturali e lo sfruttamento energetico.

“È indubbio che uno dei principali nodi da affrontare, da parte della comunità internazionale, è quello delle risorse energetiche, individuando strategie condivise e sostenibili per soddisfare i bisogni di energia della presente generazione e di quelle future”, riconosce.

Per questo, esorta a che “le società tecnologicamente avanzate siano disposte a favorire comportamenti improntati alla sobrietà, diminuendo il proprio fabbisogno di energia e migliorando le condizioni del suo utilizzo”.

La crisi ecologica “offre una storica opportunità per elaborare una risposta collettiva volta a convertire il modello di sviluppo globale in una direzione più rispettosa nei confronti del creato e di uno sviluppo umano integrale, ispirato ai valori propri della carità nella verità”.

In questo contesto, chiede di adottare “un modello di sviluppo fondato sulla centralità dell’essere umano, sulla promozione e condivisione del bene comune, sulla responsabilità, sulla consapevolezza del necessario cambiamento degli stili di vita e sulla prudenza, virtù che indica gli atti da compiere oggi, in previsione di ciò che può accadere domani”.

Energia “pulita”

Per il Papa, “occorre promuovere la ricerca e l’applicazione di energie di minore impatto ambientale e la ridistribuzione planetaria delle risorse energetiche, in modo che anche i Paesi che ne sono privi possano accedervi”.

Benedetto XVI indica come opzione per il futuro “le ricerche volte ad individuare le modalità più efficaci per sfruttare la grande potenzialità dell’energia solare”.

“Altrettanta attenzione va poi rivolta alla questione ormai planetaria dell’acqua ed al sistema idrogeologico globale, il cui ciclo riveste una primaria importanza per la vita sulla terra e la cui stabilità rischia di essere fortemente minacciata dai cambiamenti climatici”.

Un altro settore su cui il Papa richiama l'attenzione è quello rurale, con “appropriate strategie di sviluppo rurale incentrate sui piccoli coltivatori e sulle loro famiglie” e “idonee politiche per la gestione delle foreste, per lo smaltimento dei rifiuti, per la valorizzazione delle sinergie esistenti tra il contrasto ai cambiamenti climatici e la lotta alla povertà”.

“Occorrono politiche nazionali ambiziose, completate da un necessario impegno internazionale che apporterà importanti benefici soprattutto nel medio e lungo termine”.

Più ricerca

Il Papa afferma che attualmente sono molti “le opportunità scientifiche e i potenziali percorsi innovativi, grazie ai quali è possibile fornire soluzioni soddisfacenti ed armoniose alla relazione tra l’uomo e l’ambiente”.

“Per guidare l’umanità verso una gestione complessivamente sostenibile dell’ambiente e delle risorse del pianeta, l’uomo è chiamato a impiegare la sua intelligenza nel campo della ricerca scientifica e tecnologica e nell’applicazione delle scoperte che da questa derivano”.

Ciò, sottolinea, “potrebbe realizzarsi più facilmente se vi fossero calcoli meno interessati nell’assistenza, nel trasferimento delle conoscenze e delle tecnologie più pulite”.

La “solidarietà” scientifica è fondamentale per “orientare l’impegno di tutela del creato, attraverso un sistema di gestione delle risorse della terra meglio coordinato a livello internazionale, soprattutto nel momento in cui va emergendo, in maniera sempre più evidente, la forte interrelazione che esiste tra la lotta al degrado ambientale e la promozione dello sviluppo umano integrale”.

Dovere morale

La cura dell'ambiente, prosegue il Papa, presuppone un dovere di carattere etico nei confronti dei poveri, che sono coloro che soffrono maggiormente le conseguenze del degrado ambientale, e delle giovani generazioni.

E' necessaria “una revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo, nonché riflettere sul senso dell’economia e dei suoi fini, per correggerne le disfunzioni e le distorsioni”.

“Lo esige lo stato di salute ecologica del pianeta; lo richiede anche e soprattutto la crisi culturale e morale dell’uomo, i cui sintomi sono da tempo evidenti in ogni parte del mondo”.

La causa della crisi è il fatto che “l’essere umano si è lasciato dominare dall’egoismo, perdendo il senso del mandato di Dio, e nella relazione con il creato si è comportato come sfruttatore, volendo esercitare su di esso un dominio assoluto”.

“Quando l’uomo, invece di svolgere il suo ruolo di collaboratore di Dio, a Dio si sostituisce, finisce col provocare la ribellione della natura, piuttosto tiranneggiata che governata da lui”, avverte.

La crisi ecologica “mostra l’urgenza di una solidarietà che si proietti nello spazio e nel tempo. È infatti importante riconoscere, fra le cause dell’attuale crisi ecologica, la responsabilità storica dei Paesi industrializzati”.

“I Paesi meno sviluppati e, in particolare, quelli emergenti, non sono tuttavia esonerati dalla propria responsabilità rispetto al creato, perché il dovere di adottare gradualmente misure e politiche ambientali efficaci appartiene a tutti”, afferma il Papa.

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Le divisioni sul riscaldamento globale

Non è una partita di calcio


di Franco Prodi

I commenti del dopo Copenaghen sono in generale di profonda delusione. Alcuni parlano di insuccesso e addirittura di fallimento. Altri ammettono che il mini-accordo raggiunto, oltretutto non vincolante, è un passo indietro rispetto a precedenti incontri internazionali, ma pur dichiarandosi delusi, cercano di salvare qualche aspetto del summit, come la condivisione dell'obiettivo di limitare a due gradi l'innalzamento della temperatura globale in questo secolo.
Non mancano poi atteggiamenti giustificativi basati su valutazioni di politica internazionale. Come ad esempio il fatto che il discorso deludente di Obama non sia stato dovuto alla sua insensibilità verso il problema, ma alla necessità di mantenere una maggioranza alla Camera e al Senato per i provvedimenti che premono di più all'amministrazione.
È forse utile riesaminare l'intera questione, in particolare l'obiettivo della guerra ai cambiamenti climatici, cercando di comprendere quale sia davvero il ruolo della scienza nell'impostare questa strategia, e se questa sia la migliore per il destino a lungo termine dell'umanità. Il problema nodale è valutare il livello attuale della conoscenza scientifica sul sistema clima e accettare la grande difficoltà di pesare l'effetto antropico - cioè causato dall'uomo - nel cambiamento del clima stesso. Questo deve portare a suggerire obiettivi e strategie completamente diversi, mettendo in primo piano l'assoluta necessità del rispetto dell'ambiente planetario o, per usare il linguaggio di Benedetto XVI, la salvaguardia del creato.
Le cause antropiche dei cambiamenti vanno individuate nella immissione di gas serra in atmosfera per l'uso di combustibili fossili e per incendi di biomasse, negli allevamenti animali, nel traffico veicolare, nella deforestazione di ampie aree del pianeta, nel diverso uso dei suoli e, soprattutto, nella immissione di gas e particelle in atmosfera. Quest'ultimo fattore è molto importante per il fondamentale ruolo di aerosol e nubi e del ciclo dell'acqua nel sistema clima.
Quale sia la parte della variazione climatica ascrivibile all'uomo sarà chiaro solo dopo che tutti questi aspetti saranno conosciuti. Le cause naturali sono astrofisiche (il comportamento del sole), astronomiche, ma anche sono individuabili nella stessa variazione della composizione dell'atmosfera (l'eruzione del vulcano islandese è qui a ricordarlo). È quindi un compito davvero difficile separare l'effetto antropico - che c'è sicuramente - da un ciclo naturale che la paleoclimatologia mostra essere sempre esistito.
Questa è l'essenza del problema. Bisogna pertanto fare luce sulla situazione che si è venuta attualmente a creare fra scienza e politica, e soprattutto stabilire un rapporto corretto fra le due, perché questa relazione è cruciale in questo momento. L'Ipcc (Intergovernmental Panel of Climate Change) non rappresenta il luogo di crescita della scienza mondiale sul clima. L'Ipcc nasce alla fine degli anni settanta con l'Organizzazione meteorologica mondiale, che pensa al riscaldamento globale come pericolo imminente e costituisce un canale di scambio di opinioni tra la politica internazionale e le Nazioni Unite da un lato e la scienza dall'altro. Questa opportunità di scambio è però da troppi interpretata come il momento stesso in cui si fa la scienza del clima. E siccome il riscaldamento globale è dato per scontato, molti pensano sia giunto il momento di passare il testimone agli esperti di adattamento e di contenimento (adaptation and remediation).
Ma non è così. Ci sono le conferenze, le associazioni scientifiche e le riviste internazionali con revisori che indicano le corrette modalità di operare della scienza. Poi naturalmente ci sono le occasioni, come il summit di Copenaghen, in cui si cerca di fare il punto per dare alla politica internazionale delle indicazioni. Questo percorso ha preso la mano, per cui si è venuta a creare una grande ondata di attenzione verso il riscaldamento globale riconosciuto in anticipo come catastrofico.
Ma si tratta di un'attenzione eccessiva, non proporzionata al livello vero della conoscenza scientifica, visto che lo stesso rapporto dell'Ipcc ammette il basso grado di conoscenza su tanti processi fondamentali. Per arrivare a una conoscenza del clima pari a quella che oggi si ha della meteorologia occorreranno almeno quarant'anni. La previsione climatologica affidabile è insomma una meta non ancora all'orizzonte.
È la politica internazionale - o forse altri interessi nascosti - che accelera questa sensazione di conoscenza già acquisita, fa credere che la scienza sia arrivata a livelli in realtà non raggiunti e genera false partenze. Ma questo fa male alla scienza perché impedisce che si dispieghi lo sforzo adeguato alla sfida.
Il quadro realistico del livello attuale della conoscenza del sistema climatico non deve portare a divisioni fra catastrofisti e negazionisti come se si trattasse di una partita di calcio. Il clima è un sistema non lineare:  può quindi verificarsi una transizione forte in un breve periodo, e nel passato ci sono stati cambiamenti totali vissuti dalla Terra in periodi brevissimi. Ma si deve essere anche realisti e ammettere che l'aumento accertato della concentrazione di anidride carbonica non autorizza a dire che il sistema va in una direzione certa. Bisogna quindi affermare che la scienza deve accelerare il proprio percorso ed essere messa in condizioni di fornire al più presto  alla  politica  previsioni  affidabili.
Il pianeta non può sostenere un corso come quello attuale, con una crescita costante nel consumo di energia. È necessario riflettere sull'utilizzo delle risorse, sul rispetto dovuto agli esseri viventi, sulle possibilità che si aprono in un arco temporale che non è quello della politica, ma quello dei prossimi tre o quattro secoli. Non è possibile avere uno sviluppo legato alle sole fonti energetiche utilizzate oggi. Tutti gli abitanti della Terra vogliono usare la stessa quantità di energia di quelli che abitano i Paesi sviluppati.
L'effetto sul pianeta è disastroso ed è già sotto gli occhi di tutti:  fiumi e acque sotterranee inquinati, metalli pesanti nei pesci che popolano anche gli oceani più remoti. La catastrofe della piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico lo ricorda drammaticamente. Un ambientalismo serio e planetario deve portare a summit preparati e basati sul rispetto del pianeta, incontri nei quali si cerchi l'unanimità sulla salvaguardia ambientale:  un accordo che i Governi del mondo non riescono a trovare sul pericolo del surriscaldamento globale. Solo così si potrà apportare al mercato quella correzione necessaria al futuro del genere umano.


(©L'Osservatore Romano - 8 maggio 2010)
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