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San Francesco d'Assisi Patrono d'Italia

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San Francesco d'Assisi Patrono d'Italia

4 ottobre

Assisi, 1182 - Assisi, la sera del 3 ottobre 1226

Da una vita giovanile spensierata e mondana, dopo aver usato misericordia ai lebbrosi (Testamento), si convertì al Vangelo e lo visse con estrema coerenza, in povertà e letizia, seguendo il Cristo umile, povero e casto, secondo lo spirito delle beatitudini. Insieme ai primi fratelli che lo seguirono, attratti dalla forza del suo esempio, predicò per tutte le contrade l'amore del Signore, contribuendo al rinnovamento della Chiesa. Innamorato del Cristo, incentrò nella contemplazione del Presepe e del Calvario la sua esperienza spirituale. Portò nel suo corpo i segni della Passione. Il lui come nei più grandi mistici si reintegrò l'armonia con il cosmo, di cui si fece interprete nel cantico delle creature. Fu ispiratore e padre delle famiglie religiose maschili e femminili che da lui prendono il nome. Pio XII lo proclamò patrono d'Italia il 18 giugno 1939. (Mess. Rom.)

Patronato: Italia, Ecologisti, Animali, Uccelli, Commercianti, Lupetti/Coccin. AGESCI

Etimologia: Francesco = libero, dall'antico tedesco

Emblema: Lupo, Uccelli

Martirologio Romano: Memoria di san Francesco, che, dopo una spensierata gioventù, ad Assisi in Umbria si convertì ad una vita evangelica, per servire Gesù Cristo che aveva incontrato in particolare nei poveri e nei diseredati, facendosi egli stesso povero. Unì a sé in comunità i Frati Minori. A tutti, itinerando, predicò l’amore di Dio, fino anche in Terra Santa, cercando nelle sue parole come nelle azioni la perfetta sequela di Cristo, e volle morire sulla nuda terra.



Nel suo 'Testamento' scritto poco prima di morire, Francesco annotò: “Nessuno mi insegnava quel che io dovevo fare; ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo il Santo Vangelo”.
Per questo è considerato il più grande santo della fine del Medioevo; egli fu una figura sbocciata completamente dalla grazia e dalla sua interiorità, non spiegabile per niente con l'ambiente spirituale da cui proveniva.
Ma proprio a lui toccò in un modo provvidenziale, di dare la risposta agli interrogativi più profondi del suo tempo.
Avendo messo in chiara luce con la sua vita i principi universali del Vangelo, con una semplicità e amabilità stupefacenti, senza imporre mai nulla a nessuno, ebbe un influsso straordinario, che dura tuttora, non solo nel mondo cristiano ma anche al di fuori di esso.

Origini e gioventù
Francesco, l'apostolo della povertà, in effetti era figlio di ricchi, nacque ad Assisi nei primi del 1182 da Pietro di Bernardone, agiato mercante di panni e dalla nobile Giovanna detta “la Pica”, di origine provenzale.
In omaggio alla nascita di Gesù, la religiosissima madonna Pica, volle partorire il bambino in una stalla improvvisata al pianterreno della casa paterna, in seguito detta “la stalletta” o “Oratorio di s. Francesco piccolino”, ubicata presso la piazza principale della città umbra.
La madre in assenza del marito Pietro, impegnato in un viaggio di affari in Provenza, lo battezzò con il nome di Giovanni, in onore del Battista; ma ritornato il padre, questi volle aggiungergli il nome di Francesco che prevarrà poi sul primo.
Questo nome era l'equivalente medioevale di 'francese' e fu posto in omaggio alla Francia, meta dei suoi frequenti viaggi e occasioni di mercato; disse s. Bonaventura suo biografo: “per destinarlo a continuare il suo commercio di panni franceschi”; ma forse anche in omaggio alla moglie francese, ciò spiega la familiarità con questa lingua da parte di Francesco, che l'aveva imparata dalla madre.
Crebbe tra gli agi della sua famiglia, che come tutti i ricchi assisiani godeva dei tanti privilegi imperiali, concessi loro dal governatore della città, il duca di Spoleto Corrado di Lützen.
Come istruzione aveva appreso le nozioni essenziali presso la scuola parrocchiale di San Giorgio e le sue cognizioni letterarie erano limitate; ad ogni modo conosceva il provenzale ed era abile nel mercanteggiare le stoffe dietro gli insegnamenti del padre, che vedeva in lui un valido collaboratore e l'erede dell'attività di famiglia.
Non alto di statura, magrolino, i capelli e la barbetta scura, Francesco era estroso ed elegante, primeggiava fra i giovani, amava le allegre brigate, spendendo con una certa prodigalità il denaro paterno, tanto da essere acclamato “rex iuvenum” (re dei conviti) che lo poneva alla direzione delle feste.

Combattente e sua conversione
Con la morte dell'imperatore di Germania Enrico IV (1165-1197) e l'elezione a papa del card. Lotario di Segni, che prese il nome di Innocenzo III (1198-1216), gli scenari politici cambiarono; il nuovo papa sostenitore del potere universale della Chiesa, prese sotto la sua sovranità il ducato di Spoleto compresa Assisi, togliendolo al duca Corrado di Lützen.
Ciò portò ad una rivolta del popolo contro i nobili della città, asserviti all'imperatore e sfruttatori dei loro concittadini, essi furono cacciati dalla rocca di Assisi e si rifugiarono a Perugia; poi con l'aiuto dei perugini mossero guerra ad Assisi (1202-1203).
Francesco, con lo spirito dell'avventura che l'aveva sempre infiammato, si buttò nella lotta fra le due città così vicine e così nemiche.
Dopo la disfatta subita dagli assisiani a Ponte San Giovanni, egli fu fatto prigioniero dai perugini a fine 1203 e restò in carcere per un lungo terribile anno; dopo che i suoi familiari ebbero pagato un consistente riscatto, Francesco ritornò in famiglia con la salute ormai compromessa.
La madre lo curò amorevolmente durante la lunga malattia; ma una volta guarito egli non era più quello di prima, la sofferenza aveva scavato nel suo animo un'indelebile solco, non sentiva più nessuna attrattiva per la vita spensierata e i suoi antichi amici non potevano più stimolarlo.
Come ogni animo nobile del suo tempo, pensò di arruolarsi nella cavalleria del conte Gualtiero di Brenne, che in Puglia combatteva per il papa; ma giunto a Spoleto cadde in preda ad uno strano malessere e la notte ebbe un sogno rivelatore con una voce misteriosa che lo invitava a “servire il padrone invece che il servo” e quindi di ritornare ad Assisi.
Colpito dalla rivelazione, tornò alla sua città, accolto con preoccupazione dal padre e con una certa disapprovazione di buona parte dei concittadini.
Lasciò definitivamente le allegre brigate per dedicarsi ad una vita d'intensa meditazione e pietà, avvertendo nel suo cuore il desiderio di servire il gran Re, ma non sapendo come; andò anche in pellegrinaggio a San Pietro in Roma con la speranza di trovare chiarezza.
Ritornato deluso ad Assisi, continuò nelle opere di carità verso i poveri ed i lebbrosi, ma fu solo nell'autunno 1205 che Dio gli parlò; era assorto in preghiera nella chiesetta campestre di San Damiano e mentre fissava un crocifisso bizantino, udì per tre volte questo invito: “Francesco va' e ripara la mia chiesa, che come vedi, cade tutta in rovina”.
Pieno di stupore, Francesco interpretò il comando come riferendosi alla cadente chiesetta di San Damiano, pertanto si mise a ripararla con il lavoro delle sue mani, utilizzando anche il denaro paterno.
A questo punto il padre, considerandolo ormai irrecuperabile, anzi pericoloso per sé e per gli altri, lo denunziò al tribunale del vescovo come dilapidatore dei beni di famiglia; notissima è la scena in cui Francesco denudatosi dai vestiti, li restituì al padre mentre il vescovo di Assisi Guido II, lo copriva con il mantello, a significare la sua protezione.
Il giovane fu affidato ai benedettini con la speranza che potesse trovare nel monastero la soddisfazione alle sue esigenze spirituali; i rapporti con i monaci furono buoni, ma non era quella la sua strada e ben presto riprese la sua vita di “araldo di Gesù re”, indossò i panni del penitente e prese a girare per le strade di Assisi e dei paesi vicini, pregando, servendo i più poveri, consolando i lebbrosi e ricostruendo oltre San Damiano, le chiesette diroccate di San Pietro alla Spira e della Porziuncola.

La vocazione alla povertà e l'inizio della sua missione
Nell'aprile del 1208, durante la celebrazione della Messa alla Porziuncola, ascoltando dal celebrante la lettura del Vangelo sulla missione degli Apostoli, Francesco comprese che le parole di Gesù riportate da Matteo (10, 9-10) si riferivano a lui: “Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l'operaio ha diritto al suo nutrimento. E in qualunque città o villaggio entriate, fatevi indicare se ci sia qualche persona degna, e lì rimanete fino alla vostra partenza”.
Era la risposta alle sue preghiere e domande che da tempo attendeva; comprese allora che le parole del Crocifisso a San Damiano non si riferivano alla ricostruzione del piccolo tempio, ma al rinnovamento della Chiesa nei suoi membri; depose allora i panni del penitente e prese la veste “minoritica”, cingendosi i fianchi con una rude corda e coprendosi il capo con il cappuccio in uso presso i contadini del tempo e camminando a piedi scalzi.
Iniziò così la vita e missione apostolica, sposando “madonna Povertà” tanto da essere poi definito “il Poverello di Assisi”, predicando con l'esempio e la parola il Vangelo come i primi apostoli.
Francesco apparve in un momento particolarmente difficile per la vita della Chiesa, travagliata da continue crisi provocate dal sorgere di movimenti di riforma ereticali e lotte di natura politica, in cui il papato era allora uno dei massimi protagonisti.
In un ambiente corrotto da ecclesiastici indegni e dalle violenze della società feudale, egli non prese alcuna posizione critica, né aspirò al ruolo di riformatore dei costumi morali della Chiesa, ma ad essa si rivolse sempre con animo di figlio devoto e obbediente.
Rendendosi interprete di sentimenti diffusi nel suo tempo, prese a predicare la pace, l'uguaglianza fra gli uomini, il distacco dalle ricchezze e la dignità della povertà, l'amore per tutte le creature di Dio e al disopra di ogni cosa, la venuta del regno di Dio.

Inizio dell'Ordine dei Frati Minori
Ben presto attirati dalla sua predicazione, si affiancarono a Francesco, quelli che sarebbero diventati suoi inseparabili compagni nella nuova vita: Bernardo di Quintavalle un ricco mercante, Pietro Cattani dottore in legge, Egidio contadino e poco dopo anche Leone, Rufino, Elia, Ginepro ed altri fino al numero di dodici, proprio come gli Apostoli, formanti una specie di 'fraternità' di chierici e laici, che vivevano alla luce di un semplice proposito di ispirazione evangelica.
Il loro era un vivere alla lettera il Vangelo, senza preoccupazioni teologiche e senza ambizioni riformatrici o contestazioni morali, indicando così una nuova vita a chi voleva vivere in carità e povertà all'interno della Chiesa; per la loro obbedienza alla gerarchia ecclesiastica, il vescovo di Assisi Guido prese a proteggerli, seguendoli con interesse e permettendo loro di predicare.
Ai primi del 1209 il gruppo si riuniva in una capanna nella località di Rivotorto, nella pianura sottostante la città di Assisi, presso la Porziuncola, iniziando così la “prima scuola” di formazione, dove durante un intero anno Francesco trasmise ai compagni il suo carisma, alternando alla preghiera, l'assistenza ai lebbrosi, la questua per sostenersi e per riparare le chiese danneggiate.
Giacché ormai essi sconfinavano fuori dalla competenza della diocesi, e ciò poteva procurare problemi, il vescovo Guido consigliò Francesco e il suo gruppo di recarsi a Roma dal papa Innocenzo III per farsi approvare la prima breve Proto-Regola del nuovo Ordine dei Frati Minori.
Regola che fu approvata oralmente dal papa, dopo un suggestivo incontro con il gruppetto, vestito dalla rozza tunica e scalzo, colpito fra l'altro da “quel giovane piccolo dagli occhi ardenti”; nacque così ufficialmente l'Ordine dei Frati Minori, che riceveva la tonsura entrando a far parte del clero; sembra che in quest'occasione Francesco abbia ricevuto il diaconato.

Chiara e le clarisse
Tutta Assisi parlava delle 'bizzarie' del giovane Francesco, che viveva in povertà con i compagni laggiù nella pianura e che spesso saliva in città a predicare il Vangelo con il permesso del vescovo, augurando a tutti “pace e bene”; nella primavera del 1209 aveva predicato perfino nella cattedrale di S. Rufino, dove nell'attigua piazza abitava la nobile famiglia degli Affreduccio e sicuramente in quell'occasione, fra i fedeli che ascoltavano, c'era la giovanissima figlia Chiara.
Colpita dalle sue parole, prese ad innamorarsi dei suoi ideali di povertà evangelica e cominciò a contattarlo, accompagnata dall'amica Bona di Guelfuccio e inviandogli spesso un poco di denaro.
Nella notte seguente la Domenica delle Palme del 1211, abbandonò di nascosto il suo palazzo e correndo al buio attraverso i campi, giunse fino alla Porziuncola dove chiese a Francesco di dargli Dio, quel Dio che lui aveva trovato e col quale conviveva.
Francesco, davanti all'altare della Vergine, le tagliò la bionda e lunga capigliatura (ancora oggi conservata) consacrandola al Signore.
Poi l'accompagnò al monastero delle benedettine a Bastia, per sottrarla all'ira dei parenti, i quali dopo un colloquio con Chiara che mostrò loro il capo senza capelli, si convinsero a lasciarla andare.
Successivamente Chiara e le compagne che l'avevano raggiunta, si spostò dopo alterne vicende, nel piccolo convento annesso alla chiesetta di San Damiano, dove nel 1215 a 22 anni Chiara fu nominata badessa; Francesco dettò alle “Povere donne recluse di S. Damiano” (il nome 'Clarisse' fu preso dopo la morte di s. Chiara) una prima Regola di vita, sostituita più tardi da quella della stessa santa.
Chiara con le compagne, sarà l'incarnazione al femminile dell'ideale francescano, a cui si assoceranno tante successive Congregazioni di religiose.

L'ideale missionario
Francesco non desiderò solo per sé e i suoi frati, l'evangelizzazione del mondo cristiano deviato dagli originari principi evangelici, ma anche raggiungere i non credenti, specie i saraceni, come venivano chiamati allora i musulmani.
Se in quell'epoca i rapporti fra il mondo cristiano e quello musulmano erano tipicamente di lotta, Francesco volle capovolgere questa mentalità, vedendo per primo in loro dei fratelli a cui annunciare il Vangelo, non con le armi ma offrendolo con amore e se necessario subire anche il martirio.
Mandò per questo i suoi frati prima dai Mori in Spagna, dove vennero condannati a morte e poi graziati dal Sultano e dopo in Marocco, dove il gruppo di frati composti da Berardo, Pietro, Accursio, Adiuto, Ottone, mentre predicavano, furono arrestati, imprigionati, flagellati e infine decapitati il 16 gennaio 1220.
Il ritorno in Portogallo dei corpi dei protomartiri, suscitò la vocazione francescana nell'allora canonico regolare di S. Agostino, il dotto portoghese e futuro santo, Antonio da Padova.
Francesco non si scoraggiò, nel 1219-1220 volle tentare personalmente l'impresa missionaria diretto in Marocco, ma una tempesta spinse la nave sulla costa dalmata, il secondo tentativo lo fece arrivare in Spagna, occupata dai musulmani, ma si ammalò e dovette tornare indietro, infine un terzo tentativo lo fece approdare in Palestina, dove si presentò al sultano egiziano Al-Malik al Kamil nei pressi del fiume Nilo, che lo ricevette con onore, ascoltandolo con interesse; il sultano non si convertì, ma Francesco poté dimostrare che il dialogo dell'amore poteva essere possibile fra le due grandi religioni monoteiste, dalle comuni origini in Abramo.

La seconda Regola
Verso la metà del 1220, Francesco dovette ritornare in Italia per rimettere ordine fra i suoi frati, cresciuti ormai in numero considerevole, per cui l'originaria breve Regola era diventata insufficiente con la sua rigidità.
Il Poverello non aveva inteso fondare conventi ma solo delle 'fraternità', piccoli gruppi di fratelli che vivessero in mezzo al mondo, mostrando che la felicità non era nel possedere le cose ma nel vivere in perfetta armonia secondo i comandamenti di Dio.
Ma la folla di frati ormai sparsi per tutta l'Italia, poneva dei problemi di organizzazione, di formazione, di studio, di adattamento alle necessità dell'apostolato in un mondo sempre in evoluzione; quindi il vivere in povertà non poteva condizionare gli altri aspetti del vivere nel mondo.
Nell'affollato “capitolo delle stuoia”, tenutosi ad Assisi nel 1221, Francesco autorizzò il dotto Antonio venuto da Lisbona, d'insegnare ai frati la sacra teologia a Bologna, specie a quelli addetti alla predicazione e alle confessioni.
La nuova Regola fu dettata da Francesco a frate Leone, accolta con soddisfazione dal cardinale protettore dell'Ordine, Ugolino de' Conti, futuro papa Gregorio IX e da tutti i frati; venne approvata il 29 novembre 1223 da papa Onorio III.
In essa si ribadiva la povertà, il lavoro manuale, la predicazione, la missione tra gl'infedeli e l'equilibrio tra azione e contemplazione; si permetteva ai frati di avere delle Case di formazione per i novizi, si stemperò un poco il concetto di divieto della proprietà.

Il presepe vivente di Greccio
La notte del 24 dicembre 1223, Francesco si sentì invadere il cuore di tenerezza e di slancio volle rivivere nella selva di Greccio, vicino Rieti, l'umile nascita di Gesù Bambino con figure viventi.
Nacque così la bella e suggestiva tradizione del Presepio nel mondo cristiano, che sarà ripresa dall'arte e dalla devozione popolare lungo i secoli successivi, con l'apporto dell'opera di grandi artisti, tale da costituire un filone dell'arte a sé stante, comprendenti orafi, scenografi, pittori, scultori, costumisti, architetti; il cui apice per magnificenza, realismo, suggestività, si ammira nel Presepe settecentesco napoletano.

Il suo Calvario personale
Ormai minato nel fisico per le malattie, per le fatiche, i continui spostamenti e digiuni, Francesco fu costretto a distaccarsi dal mondo e dal governo dell'Ordine, che aveva creato pur non avendone l'intenzione.
Nell'estate del 1224 si ritirò sul Monte della Verna (Alverna) nel Casentino, insieme ad alcuni dei suoi primi compagni, per celebrare con il digiuno e intensa partecipazione alla Passione di Cristo, la “Quaresima di San Michele Arcangelo”.
La mattina del 14 settembre, festa della Esaltazione della Santa Croce, mentre pregava su un fianco del monte, vide scendere dal cielo un serafino con sei ali di fiamma e di luce, che gli si avvicinò in volo rimanendo sospeso nell'aria.
Fra le ali del serafino, Francesco vide lampeggiare la figura di un uomo con mani e piedi distesi e inchiodati ad una croce; quando la visione scomparve lasciò nel cuore di Francesco un ammirabile ardore e nella carne i segni della crocifissione; per la prima volta nella storia della santità cattolica, si era verificato il miracolo delle stimmate.
Disceso dalla Verna, visibilmente dolorante e trasformato, volle ritornare ad Assisi; era anche prostrato da varie malattie, allo stomaco, alla milza e al fegato, con frequenti emottisi, inoltre la vista lo stava lasciando, a causa di un tracoma contratto durante il suo viaggio in Oriente.

Il lungo declino fisico, il “Cantico delle creature”, la morte
Dopo le ultime prediche all'inizio del 1225, Francesco si rifugiò a San Damiano, nel piccolo convento annesso alla chiesetta da lui restaurata tanti anni prima e dove viveva Chiara e le sue suore.
E in questo suggestivo e spirituale luogo di preghiera, egli compose il famoso “Cantico di frate Sole” o “Cantico delle Creature”, sublime poesia, ove si comprende quanto Francesco fosse penetrato nella più intima realtà della natura, contemplando sotto ogni creatura l'adorabile presenza di Dio.
Se la fede gli aveva fatto riscoprire la fratellanza universale degli uomini, tutti figli dello stesso Padre, nel 'Cantico' egli coglieva il legame d'amore che lega tutte le creature, animate ed inanimate, tra loro e con l'uomo, in un abbraccio planetario di fratelli e sorelle che hanno un solo scopo, dare gloria a Dio.
In questo periodo, ospite per un certo tempo nel palazzo vescovile, dettò anche il suo famoso 'Testamento', l'ultimo messaggio d'amore del Poverello ai suoi figli, affinché rimanessero fedeli a madonna Povertà.
Poi per l'interessamento del cardinale Ugolino e di frate Elia, Francesco accettò di sottoporsi alle cure dei medici della corte papale a Rieti; poi ancora a Fabriano, Siena e Cortona, ma nell'estate del 1226 non solo non era migliorato, ma si fece sempre più evidente il sorgere di un'altra grave malattia, l'idropisia.
Dopo un'altra sosta a Bagnara sulle montagne vicino a Nocera Umbra, perché potesse avere un po' di refrigerio, i frati visto l'aggravarsi delle sue condizioni, decisero di trasportarlo ad Assisi e su sua richiesta all'amata Porziuncola, dove a tarda sera del 3 ottobre 1226, Francesco morì recitando il salmo 141, adagiato sulla nuda terra, aveva circa 45 anni.
Le allodole, amanti della luce e timorose del buio, nonostante che fosse già sera, vennero a roteare sul tetto dell'infermeria, a salutare con gioia il santo, che un giorno (fra Camara e Bevagna), aveva invitato gli uccelli a cantare lodando il Signore; e in altra occasione in un campo verso Montefalco aveva tenuto loro una predica, che gli uccelli immobili ascoltarono, esplodendo poi in cinguetii e voli di gioia.
La mattina del 4 ottobre, il suo corpo fu traslato con una solenne processione dalla Porziuncola alla chiesa parrocchiale di S. Giorgio ad Assisi, dove era stato battezzato e dove aveva cominciato nel 1208 la predicazione.
Lungo il percorso il corteo si fermò a San Damiano, dove la cassa fu aperta, affinché santa Chiara e le sue “povere donne” potessero baciargli le stimmate.
Nella chiesa di San Giorgio rimase tumulato fino al 1230, quando venne portato nella Basilica inferiore, costruita da frate Elia, diventato Ministro Generale dell'Ordine.
Intanto il 16 luglio 1228, papa Gregorio IX a meno di due anni dalla morte, proclamò santo il Poverello d'Assisi, alla presenza della madre madonna Pica, del fratello Angelo e altri parenti, del vescovo Guido di Assisi, di numerosi cardinali e vescovi e di una folla di popolo mai vista, fissandone la festa al 4 ottobre.

Il culto, Patronati
Gli episodi della sua vita e dei suoi primi seguaci, furono raccolti e narrati nei “Fioretti di San Francesco”, opera di anonimo trecentesco, che contribuì nel tempo alla larga diffusione del suo culto, unitamente alla prima e seconda 'Vita', scritte dal suo discepolo Tommaso da Celano (1190-1260), su richiesta di papa Gregorio IX.
Alcuni episodi sono entrati nell'iconografia del santo e riprodotti dall'arte, come la predica agli uccelli, il roseto in cui si rotolò per sfuggire alla tentazione, il lupo che ammansì a Gubbio, il ricevimento delle Stimmate, ecc.
È patrono dell'Umbria e di molte città, fra le quali San Francisco negli USA che da lui prese il nome; innumerevoli sono le chiese, le parrocchie, i conventi, i luoghi pubblici che portano il suo nome; come pure tanti altri santi e beati, venuti dopo di lui, che ebbero al battesimo o adottarono nella vita religiosa il suo nome.
Il grande santo di Assisi, che lo storico e scrittore, don Enrico Pepe definisce “Patrimonio dell'umanità”, fu riconosciuto da papa Pio XII, come il “più italiano dei santi e più santo degli italiani” e il 18 giugno 1939, lo proclamò Patrono principale d'Italia.
Il cammino dei suoi 'Frati Minori'
La Regola composta da s. Francesco su istanza del cardinale Ugolino de' Conti, futuro papa Gregorio IX e approvata solennemente da Onorio III nel 1223, era formata da 12 capitoli, essa prescriveva una rigida e assoluta povertà, il lavoro per procurasi il cibo e l'elemosina come mezzo sussidiario di sostentamento.
Capo dell'Ordine, che si propagò rapidamente al punto che, vivente ancora il fondatore, annoverava già 13 Province, fu un Ministro Generale. Le costituzioni furono redatte da San Bonaventura da Bagnoregio.
Mentre ancora l'organizzazione del nuovo Movimento religioso si stava consolidando, scoppiarono i primi contrasti. I membri dell'Ordine si divisero in due fazioni: la prima intendeva adottare forme meno severe di vita comunitaria e prescindere dall'obbligo assoluto della povertà, al fine di rendere meno difficile lo sviluppo dell'Ordine stesso; la seconda al contrario, si proponeva di uniformarsi alla lettera e allo spirito delle norme lasciate dal fondatore.
I numerosi tentativi per placare i dissensi non ebbero effetto, anzi questi si acuirono di più quando Gregorio IX con la bolla “Quo elongati” (1230), concesse ai frati, che presero in seguito il nome di 'Conventuali', la possibilità di ricevere beni e di amministrarli per le loro esigenze.
Nel campo opposto, correnti definite ereticali, come quelle degli spirituali e dei fraticelli, rappresentarono l'ala estrema del francescanesimo e agitarono un programma di rinnovamento religioso misto ad un'auspicabile rinascita politico-sociale, che sarebbe dovuto sfociare nell'avvento del regno dello Spirito, ma si attirarono scomuniche e persecuzioni dalle autorità ecclesiastiche e feudali.
La divisione in due Movimenti, Osservanti e Conventuali, fu sanzionata nel 1517 da papa Leone X; nel 1525 papa Clemente VII approvò il nuovo ramo dei frati Cappuccini, guidato dal frate Minore Osservante Matteo da Bascio della Marca d'Ancona, dediti ad una più austera disciplina, povertà assoluta e vita eremitica; altre famiglie francescane riformate sorsero nei secoli (Alcantarini, Riformati, Amadeiti) in seno o a fianco degli Osservanti, ma tutti obbedivano al Ministro Generale dell'Osservanza.
L'Ordine francescano comprende anche il ramo femminile, le Clarisse e il Terz'Ordine dei laici o Terziari francescani, fondati dallo stesso s. Francesco nel 1221, per raccogliere i numerosi seguaci già sposati e di ogni ordine sociale.
L'Ordine, ai cui membri dei diversi rami, Leone XIII nel 1897, ingiunse di prendere il nome comune di Frati Minori, è tra i più importanti della Chiesa. Oltre alle pratiche religiose e ascetiche, essi furono e sono dediti alla predicazione, ad un apostolato di tipo sociale in luoghi di cura, e soprattutto all'opera missionaria.


Cantico delle Creature

Altissimo, onnipotente, bon Signore
Tue so' le laude, la gloria et l'honore
et onne benedictione.
A te solo, Altissimo, se konfanno
Et nullo homo ene digno te mentovare.
Laudato si', mi' Signore, cum tucte le tue creature,
specialmente messer lo frate sole
lo quale è iorno et allumini noi per lui,
et ellu è bellu e radiante, cum grande splendore:
de te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si', mi' Signore, per sora luna e le stelle:
in celu l'ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si', mi' Signore, per frate vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale alle tue creature dai sostentamento.
Laudato si', mi' Signore, per sora acqua,
la quale è molto utile et humile
et pretiosa et casta.
Laudato si', mi' Signore, per frate focu
per lo quale enallumini la nocte
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato si', mi' Signore, per sora nostra madre terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti fiori et herba.
Laudato si', mi' Signore, per quelli ke perdonano
per lo tuo amore,
et sostengo' infirmitate et tribolatione.
Beati quelli ke le sosterranno in pace
ka da te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si', mi' Signore,
per sora nostra morte corporale
da la quale nullo homo vivente po' skappare.
Guai a quelli ke morranno ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà
ne le sue sanctissime volutati,
ka la morte secunda nol farrà male.
Laudate et benedicete mi' Signore,
et rengratiate et serviteli
cum grande humilitate.
(S. Francesco d'Assisi)


Autore:
Antonio Borrelli




Spunti bibliografici

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10/21/2009 5:26 PM
 
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I fioretti: la vera e perfetta letizia

«Lo stesso [fra Leonardo] riferì che un giorno il beato Francesco, presso Santa Maria [degli Angeli], chiamò frate Leone e gli disse: “Frate Leone, scrivi”. Questi rispose: “Eccomi, sono pronto”. “Scrivi - disse - quale è la vera letizia”.
“Viene un messo e dice che tutti i maestri di Parigi sono entrati nell’Ordine; scrivi: non è vera letizia. Così pure che sono entrati nell’Ordine tutti i prelati d’Oltr’Alpe, arcivescovi e vescovi, non solo, ma perfino il Re di Francia e il Re d’Inghilterra; scrivi: non è vera letizia. E se ti giunge ancora notizia che i miei frati sono andati tra gli infedeli e li hanno convertiti tutti alla fede, oppure che io ho ricevuto da Dio tanta grazia da sanar gli infermi e da fare molti miracoli; ebbene io ti dico: in tutte queste cose non è la vera letizia”. “Ma quale è la vera letizia?”.
“Ecco, io torno da Perugia e, a notte profonda, giungo qui, ed è un inverno fangoso e così rigido che, all’estremità della tonaca, si formano dei ghiacciuoli d’acqua congelata, che mi percuotono continuamente le gambe fino a far uscire il sangue da siffatte ferite. E io tutto nel fango, nel freddo e nel ghiaccio, giungo alla porta e, dopo aver a lungo picchiato e chiamato, viene un frate e chiede: “Chi è?”. Io rispondo: “Frate Francesco”. E quegli dice: “Vattene, non è ora decente, questa, di andare in giro, non entrerai”. E poiché io insisto ancora, l’altro risponde: “Vattene, tu sei un semplice ed un idiota, qui non ci puoi venire ormai; noi siamo tanti e tali che non abbiamo bisogno di te”. E io sempre resto davanti alla porta e dico: “Per amor di Dio, accoglietemi per questa notte”. E quegli risponde: “Non lo farò. Vattene al luogo dei Crociferi e chiedi là”.
Ebbene, se io avrò avuto pazienza e non mi sarò conturbato, io ti dico che qui è la vera letizia e qui è la vera virtù e la salvezza dell’anima”».



tratto dal sito

http://www.sanfrancesco.com/Ita/descrprodotto.asp?prod_id=258&paese_id=19&dest_id=66
[Edited by Gabbianella1. 10/21/2009 5:30 PM]
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San Francesco e l'imbarazzo dello storico

Troppo affascinante per non essere frainteso


Giovedì 15 aprile, nell'Oratorio dell'Immacolata Concezione della basilica di Santa Maria in Aracoeli, in un incontro organizzato dal Centro Cultura Aracoeli e dalla Scuola Superiore di Studi Medievali e Francescani, è stato presentato il volume Francesco d'Assisi (Torino, Einaudi, 2010, pagine 378, euro 35). Pubblichiamo ampi stralci della premessa scritta dall'autore.

di André Vauchez

"Ancora una Vita di Francesco d'Assisi!" si potrebbe esclamare aprendo questo libro. Ne esistono già tanti da far apparire la sua figura ben conosciuta, persino familiare:  chi non ha sentito parlare di questo santo che amava la povertà, predicava agli uccelli e risulta essere il primo stimmatizzato?
Scrivere una biografia è un'impresa legittima quando essa consenta di togliere dall'oblio in cui è caduto un personaggio che nella sua esistenza ha giocato un ruolo importante, oppure di riabilitare la figura di un uomo o di una donna incompresi o maltrattati dagli autori che di loro si sono occupati.
Francesco non appartiene ad alcuna di queste categorie. Da tempo egli è celebre e universalmente riconosciuto come una delle grandi figure spirituali dell'umanità:  lo ha dimostrato ancora di recente il fatto che nel 1986 i rappresentanti delle principali religioni si siano riuniti ad Assisi rispondendo all'appello di Papa Giovanni Paolo ii, per pregare per la pace e riflettere insieme sui mezzi per realizzarla nel nostro mondo.
Tuttavia, malgrado la notorietà di Francesco e della sua città natale, non è affatto sicuro che molti dei nostri contemporanei - al di fuori dell'Italia dove rimane una figura popolare - sappiano realmente chi egli fosse.

Numerosi autori che di Francesco d'Assisi si sono interessati, sia nel passato sia ai giorni nostri, hanno cercato soprattutto di edificare i loro lettori presentandolo come un modello esemplare, oppure di far partecipare all'emozione, se non all'entusiasmo, che aveva suscitato in loro questo o quell'aspetto della sua personalità affascinante.
 Più recentemente altri autori gli hanno consacrato saggi brillanti, talvolta nati da un'intuizione illuminante - penso a Francesco e l'infinitamente piccolo di Christian Bobin - oppure incentrati sullo studio del contesto sociale e culturale, come il Francesco d'Assisi di Jacques Le Goff, senza avere l'ambizione di offrire una nuova visione d'insieme della sua esistenza e del suo messaggio.
E non si dimentichino i numerosi film, più o meno romanzati, dedicati al Povero d'Assisi, in cui si tenta di ricostruirne la vita presentandone gli episodi principali. Salvo qualche rara eccezione - quale lo splendido Francesco, giullare di Dio del cineasta Roberto Rossellini (1950) - Si tratta quasi sempre di un simulacro o di un'illusione, in quanto la ricerca retrospettiva di una coerenza si rivela fittizia quando essa conduca a integrare con l'immaginazione le lacune della documentazione e a trasformare in destino unilineare un passato singolare segnato, al pari di quello di tutti gli esseri umani, dall'indeterminatezza e dalla discontinuità. Questi limiti nascono innanzitutto dal fatto che assai spesso coloro che si sono interessati di Francesco d'Assisi non sono risaliti alle fonti, del resto numerose e variegate, di cui potevano disporre, oppure ne hanno fatto un uso inadeguato.

In effetti, la non conoscenza della specificità dei testi agiografici e il rifiuto di considerarli in una prospettiva comparativa hanno condotto troppo sovente i biografi di Francesco d'Assisi a intessere una sorta di patchwork, attaccando l'una all'altra informazioni ricavate da scritti di ispirazione e di epoche differenti:  cosicché l'immagine, in larga misura artificiale, che deriva da queste combinazioni più o meno arbitrarie, riflette la soggettività dei loro autori piuttosto che il clima dell'epoca in cui visse il Povero d'Assisi.

Uno dei maggiori problemi posti dalla biografia di Francesco consiste nel fatto che ciascuno crede di conoscerlo così bene da poterlo interpretare a suo piacimento, in quanto la sua personalità è così ricca da dar luogo a diverse letture:  nel corso dei secoli si è celebrato in lui l'asceta e lo stimmatizzato, il fondatore di un grande ordine religioso e il paladino dell'ortodossia cattolica; poi, a partire dalla fine del secolo xix, lo si è considerato soprattutto un eroe romantico, sostenitore di un cristianesimo evangelico e mistico schiacciato dall'istituzione ecclesiastica. Ai giorni nostri, si privilegia l'immagine del difensore dei poveri, del promotore della pace tra gli uomini e le religioni, dell'uomo amante della natura, difensore e patrono dell'ecologia, o ancora del santo ecumenico in cui i protestanti, gli ortodossi e pure i non cristiani possono riconoscersi:  a ciascuno il suo Francesco, si sarebbe tentati di dire, come Paul Valéry parlava del "(suo) Faust", rivendicando perciò il diritto di interpretare a modo suo quel grande mito letterario. Una tale situazione, che attesta del resto l'importanza del personaggio e il fascino che non ha cessato di esercitare sugli spiriti, è senza dubbio inevitabile. Essa ben corrisponde al carattere poliedrico, se non polisemico, della personalità del santo d'Assisi, che si riflette nella varietà delle fonti che consentono di conoscerlo. Immancabilmente, davanti a siffatta confusione, lo storico si sente a disagio e volentieri lascia a volgarizzatori il compito di redigere sintesi poco soddisfacenti dal punto di vista scientifico, che, a eccezione di qualche dettaglio, non fanno che ripetersi. Inoltre, lo storico si mostra in tanto incline a rifugiarsi nell'erudizione e nella ricerca "pura" in quanto la recente storiografia è segnata da una profonda sfiducia di fronte alla possibilità effettiva di una ricostruzione biografica del personaggio di Francesco:  ricostruzione biografica che allo stato delle nostre conoscenze risulterebbe assai lontana dal poter essere realizzata.

Invero, Francesco non è un mito né un personaggio leggendario, benché nel medioevo su di lui si siano scritte molte leggende. Neppure c'è ragione perché egli sia da ritenersi più inaccessibile dei suoi contemporanei san Luigi e Federico ii, che sono stati oggetto di rimarchevoli biografie di cui nessuno mette in dubbio il carattere storico. Certo, dopo Henri-Irénée Marrou sappiamo che l'oggettività assoluta non esiste in questi ambiti di ricerca e che pretendere di conoscere le cose "come esse si sono realmente svolte" si rivela un'illusione.

Ciononostante, il problema del biografo, se vuole fare opera di storico, non è di rinunciare alla sua soggettività, poiché la biografia, come la storia, si scrive nel presente e riflette le attese della propria epoca. Essa è l'opera di un individuo appartenente a un tempo, a un ambiente e a una cultura che determinano necessariamente il suo modo di affrontare i problemi. L'autore di questo libro è ben cosciente di questi limiti:  egli si è interessato e si interessa a Francesco poiché a lungo ha vissuto e lavorato in Italia, frequentando assiduamente Assisi e l'Umbria; ha potuto misurare l'impatto profondo del francescanesimo in questo paese, in cui ha incontrato numerose persone per le quali il santo d'Assisi rimane un riferimento vivo. In quanto medievista, ha dedicato le sue ricerche alla storia della santità e allo studio dei testi agiografici - leggende e raccolte di miracoli - che costituiscono l'essenziale della documentazione di cui disponiamo per conoscere la figura del Poverello.

Tuttavia, evidenziare i fattori che possono averlo influenzato non è in contraddizione con la ricerca di rigore metodologico:  lo storico, anche e soprattutto quando dichiari il contrario, necessariamente è coinvolto nei temi della sua ricerca. Ciò non gli impedisce di fare onestamente il suo lavoro o, meglio, il suo "mestiere di storico", per riproporre una felice espressione di Marc Bloch, prendendo le distanze di fronte a tutte le leggende, auree o nere, e affrontando lo studio della documentazione, la più ampia possibile, con il massimo di oggettività, dimostrando quanto sia vero che la cosa migliore che noi abbiano "sta nella testimonianza e nella critica della testimonianza per accreditare la rappresentazione storica del passato".

Lo storico deve avere ugualmente l'umiltà di non pretendere di tutto dire e di tutto sapere sulla vita e sulla personalità del suo eroe, intorno a cui occorre riconoscere che certi aspetti - anche non secondari - ci sfuggono o rimangono nell'ombra. In effetti, poiché la documentazione relativa a Francesco comporta, come vedremo, certe lacune, forte è la tentazione di riempire i vuoti ricorrendo a congetture e di conferire alla sua esistenza una unità e una logica di cui essa era ovviamente priva. Pertanto lo storico deve fare attenzione a mettere l'accento sull'evoluzione del suo eroe e a non mascherarne, se del caso, le incertezze e le contraddizioni:  compito tanto più difficile considerando che i testi agiografici relativi al Povero d'Assisi tendono a fare astrazione dal contesto temporale e a presentare la sua esistenza sotto forma di un racconto esemplare in cui l'individuo conta meno che il personaggio. Ciononostante, Jacques Le Goff ha ben mostrato nel suo San Luigi a qual punto le fonti medievali contemporanee del suo eroe, malgrado il loro carattere lacunoso e orientato, siano fondamentali per capire come sia stata costruita l'immagine del sovrano.

A proposito di Francesco, è importante analizzare con precisione le tappe della genesi tormentata della sua memoria storica e, nel medesimo modo, le interpretazioni, talvolta contrastanti, di cui la sua persona e la sua proposta religiosa furono oggetto nel corso dei primi secoli che seguirono la sua morte, e anche oltre. Se la documentazione di cui disponiamo raramente ci permette di raggiungere il Francesco "autentico", quale fu nella sua esistenza, essa mette in chiara evidenza l'impatto considerevole che egli ebbe sui suoi contemporanei e sulle generazioni successive.

Pertanto, questo volume non si presenta come una biografia classica, che si estende dalla nascita al decesso del proprio eroe; accanto alla descrizione delle principali tappe della sua esistenza terrena, essa fa largo spazio allo studio del destino postumo di Francesco e dell'impatto del suo messaggio attraverso i secoli, ossia, in sintesi, a tutto ciò che va sotto il termine di Nachleben. Infatti gli inizi non risolvono ogni cosa e la verità non è separabile dalla sua trasmissione. La storia del Povero d'Assisi non si è fermata il giorno della sua morte e si può dire che in un certo senso egli ha conosciuto una seconda vita in questo mondo dopo averlo lasciato.

Così, il Francesco "storico" - l'unico che possiamo cogliere - risulta da quanto egli fa conoscere di sé nei suoi scritti e, nel contempo, dalle diverse percezioni che sia i suoi contemporanei, sia tutti coloro che nel corso dei secoli di lui si sono interessati hanno potuto avere della sua persona e della sua esperienza.
L'approccio critico che ci sforzeremo di realizzare in questo libro mira non a produrre congetture - secondo una moda attuale - su un personaggio universalmente ammirato, ancor meno a mettere in discussione la sua grandezza in una prospettiva iconoclasta, bensì a tentare di ritrovarlo in ciò che in lui c'è di differente rispetto a noi:  non un Francesco precursore dei tempi moderni, o l'eroe poetico di una fusione armoniosa tra l'uomo e la natura, ma un personaggio vissuto nell'Italia comunale al volgere dal xii al xiii secolo, di cui cercheremo di rintracciare l'esistenza in quanto ha di unico.

Il peggiore intoppo per lo storico è in effetti l'anacronismo:  volendo a ogni costo che il Povero d'Assisi si unisca al nostro presente sotto pretesto di renderlo accettabile e interessante per i nostri contemporanei, si rischia di snaturarlo e, insieme, di far perdere di vista sia i suoi tratti originali sia quanto egli ha messo concretamente in gioco nella sua vita.
Come ha ben detto Peter Brown "non dobbiamo mai leggere Agostino come se fosse un nostro contemporaneo":  attualizzare Francesco, secondo quanto si fa spesso, non è che un modo camuffato di parlare di noi stessi fingendo di parlare di un altro. Prima di tutto, cerchiamo di ricollocarlo nel suo tempo, senza nutrire l'illusione di ritrovare il Francesco d'Assisi che percorreva con qualche compagno "straccione" le strade dell'Umbria e il cui vissuto sempre ci sfuggirà.

La difficoltà maggiore consiste nel restituire a un lettore odierno un mondo che ci è divenuto estraneo e nel renderlo intelligibile, a dispetto della discontinuità insormontabile che esiste tra le sue categorie di pensiero, le sue forme di sensibilità e le nostre.
Soltanto dopo questo sforzo di distanziamento diviene legittimo chiedersi in che cosa la vita e la testimonianza del Povero d'Assisi possano ancora riguardarci.


(©L'Osservatore Romano - 16 aprile 2010)
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Dopo quarant'anni una nuova edizione delle fonti sul santo di Assisi

Tutte le verità su Francesco


Il 29 aprile a Roma, alla Pontificia Università Antonianum, si svolge un seminario di studio sui "Quarant'anni di fonti francescane" in occasione della pubblicazione dei due volumi dell'opera:  François d'Assise. Ecrits, légends et témoignages (Paris, Éditions franciscaines - Éditions du Cerf, 2010, pagine 3.400, euro 90). Pubblichiamo alcuni stralci dell'introduzione scritta dal responsabile scientifico.

di Jacques Dalarun

Nel 1968, la pubblicazione del volume Saint François d'Assise. Documents, écrits et premières biographies (Éditions du Cerf) fu, a suo modo, una sorte di rivoluzione, allo stesso tempo democratica e scientifica. Democratica perché il lavoro di traduzione consentiva alla maggioranza delle persone l'accesso alle fonti francescane primitive, in uno spirito  autenticamente francescano. Scientifica perché il fatto di disporre, in un solo volume, di tutti gli scritti conosciuti su Francesco, delle principali leggende scritte nel secolo che seguì alla sua morte e di un gran numero di documenti che attestano la sua esistenza storica e il suo culto, permetteva di mettere in moto la dialettica delle testimonianze, circoscrivendo da vicino sia l'uomo sia la sua icona. Di tutti gli strumenti raccolti alla fine dello spesso "piccolo libro blu", il più prezioso era senza dubbio le tavole di concordanza fra le leggende francescane che, simultaneamente, tracciavano i legami di una narrazione con quelle seguenti, ma permettevano pure, per ogni episodio biografico, d'individuare immediatamente la sua testimonianza più antica. Giovanni Miccoli, il grande storico di Francesco in Italia, mi ha confidato il ruolo decisivo che svolse il "Desbonnets-Vorreux" nelle sue ricerche sul francescanesimo primitivo, la cui prima tappa risale proprio al 1970. La sua opera principale, Francesco d'Assisi. Realtà e memoria di un'esperienza cristiana, Einaudi, seguendo il filo della memoria per risalire con maggior vigore alla realtà storica di un'esperienza singolare, è una proiezione storica delle minuziose tavole di concordanza, e basterebbe da sola a giustificarle.
Innovativa, creativa, l'impresa francese finì con l'essere vittima della sua precocità. Alla domanda posta nel settembre 2005 dai responsabili delle Éditions Francescaines - bisognava ristampare il Totum, rivederlo o rifarlo? - il piccolo comitato da loro riunito decise all'unanimità di scartare la soluzione centrale e optò rapidamente, ma non senza una certa angoscia, per l'ultima.
Subentrare a Théophile Desbonnets e a Damien Vorreux non è cosa facile. Tutti e due questi eruditi frati minori, sembravano compiacersi d'incarnare lo spirito di sottigliezza e lo spirito di geometria. Alla profonda cultura e alla sensibilità letteraria di Damien Vorreux si affiancava il rigore scientifico di Théophile Desbonnets, ingegnere uscito dall'École centrale des arts e manufactures, che aveva riconvertito il suo gusto per l'algebra nella passione per una filologia che, seguendo allora con grande interesse i primi passi dell'informatica, poteva sperare di diventare una vera "scienza dei testi".
Non è un omaggio sufficiente osservare che, laddove due uomini erano bastati, o quasi, a svolgere il compito, per noi è stato necessario mettere in piedi tutta una squadra per raccogliere la sfida che ci era stata lanciata? Lungi da noi l'idea di pretendere di far meglio dei nostri predecessori, come se il loro lavoro fosse incompleto. E l'idea che il nuovo Totum faccia dimenticare quello vecchio, come il capitolo generale dei frati minori riunito a Parigi nel 1266 avrebbe voluto che i testi appena scritti da Bonaventura si sostituissero a quelli precedenti, condannandoli così all'oblio.
 Nel corso di questi quattro anni di lavoro intenso, a guidarci è stato l'esempio di Théophile Desbonnets e di Damien Verroux. Ci sembra che la vera fedeltà al loro insegnamento non consista nel fissare o nel rielaborare la loro opera, ma nel cercare di offrire ai lettori ciò che avrebbero voluto produrre oggi, se la morte non li avesse colti a dieci anni di distanza, nel 1988 e nel 1998. Dopo tutto, questa scelta della fedeltà dinamica non è per nulla estranea al nostro proposito.
Partiamo quanto meno da un dato evidente:  con la riserva di verificarne l'autenticità, nessuna delle fonti presenti nella precedente edizione poteva essere esclusa, come testimonia la nostra tavola delle materie, ma anche il fatto che il volume del "piccolo libro blu" è raddoppiato. Cosa aggiungere? Per quanto riguarda gli scritti di Francesco, il canone era stato pressoché fissato nel 1968. Per quel che concerne i testi narrativi, la situazione era più aperta. Théophile Desbonnets e Damien Vorreux, essendosi concentrati sulla ricerca del "vero Francesco", non avevano quasi prestato attenzione a due tipi di fonti alle quali noi abbiamo voluto dare spazio:  i testi liturgici e le raccolte di miracoli.
Così nel presente volume troverete le prime traduzioni francesi della Leggenda del Coro attribuita a Tommaso da Celano e dell'Ufficio di san Francesco composto da Giuliano da Spira. Certo, questi testi non dicono nulla di nuovo sui fatti e sui gesti di Francesco; ma per generazioni di frati che hanno celebrato solennemente la feste del loro santo fondatore a partire dalla sua vigilia, il 3 ottobre sera, hanno scolpito la sua immagine e ne hanno fissato il ricordo, con tutta la forza che il canto e la recitazione collettiva hanno conferito a queste reliquie sonore.
Mi sia permesso dire un'ultima parola a Thierry Gournay e alla famiglia francescana, a mio nome ma, credo, anche a nome dei membri laici della nostra équipe. Che Thierry, i suoi fratelli e le sue sorelle, sappiano che abbiamo valutato e apprezzato a fondo cosa ha significato per loro affidare a persone in buona parte esterne all'ordine la responsabilità del loro tesoro più caro, la sola eredità che hanno ricevuto da colui che rinunciò a ogni eredità e a ogni possesso. La famiglia francescana non ha mai indagato sulle nostre opinioni, né ha cercato di influire sul contenuto dei nostri scritti. La nostra libertà è stata totale. Sappiamo che se Francesco d'Assisi è per noi oggetto di studio, per la famiglia francescana è anche soggetto di vita. Per noi appartiene al passato, per loro è il presente. E non è in virtù della stessa "professione" che lo guardiamo pensare e vivere con la stessa empatia. Le nostre "professioni" coincidono almeno in un punto:  entrambi, membri della famiglia francescana ed esperti, siamo abitati dalla stessa esigenza di verità. Anche se loro mettono una parola in maiuscolo e noi in minuscolo, sappiamo di non fare altro che procedere verso la stessa verità. Ad accomunarci è il fatto che la verità non ci fa paura, soprattutto quella su Francesco. Nutriamo, al contrario, l'intima convinzione che, più risaliamo alla fonte della sua verità storica più abbiamo da imparare da lui.


(©L'Osservatore Romano - 30 aprile 2010)
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