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Hitler: del Vaticano me ne infischio

Last Update: 10/5/2009 8:52 AM
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Hitler: del Vaticano me ne infischio

25 luglio 1943. Mussolini è caduto e Badoglio afferma – a parole – di voler continuare la guerra. Il Führer ancor ignaro dell’arresto del Duce (ma già il giorno dopo, saputolo, dirà: «Lo porto fuori subito con i para­cadutisti »), non si fida di colui che ri­tiene «il nostro più acerrimo nemico». Ordina subito l’occupazione di Roma (come accadrà dopo l’8 settembre). «Prepareremo tutto per impadronirci fulmineamente di tutta questa genta­glia, per far piazza pulita di tutta quel­la marmaglia. Domani manderò giù un uomo che dia ordine al comandan­te della 3ª divisione corazzata grana­tieri di entrare seduta stante a Roma con un gruppo speciale, di arrestare subito tutto il governo, il re, tutta la banda, soprattutto di arrestare subito il principe ereditario e di impadronirsi di questa canaglia, soprattutto di Ba­doglio e di tutta quella gentaglia».

E quanto al Vaticano? Al delegato per­manente del ministro degli Esteri del Reich Walther Hewel, che il 26 luglio gli chiede proprio se non sia il caso di farne occupare le uscite, Hitler sprez­zante risponde: «È del tutto indifferen­te, in Vaticano ci entro subito. Crede che abbia soggezione del Vaticano? Quello (e leggasi Pio XII, che però non viene nominato, ndr ) lo prendiamo subito. In primo luogo là dentro c’è tutto il corpo diplomatico. Me ne infi­schio. La gentaglia è là e noi tireremo fuori tutto quel branco di porci... Poi in un secondo momento ci scusiamo, questo non ci importa. Là facciamo u­na guerra...». In realtà la «sparata» del Führer non ebbe seguito: Hitler avreb­be subito inviato nei Sacri Palazzi non i soldati, ma l’ambasciatore del Reich, von Weizsäcker, già il 27 luglio a collo­quio con il segretario di Stato cardina­le Maglione (che pure pochi giorni do­po con altri ambasciatori sarebbe ri­tornato sulla possibilità che «le truppe germaniche» fossero pronte «all’occu­pazione d’importanti punti strategici dell’Italia, di Roma e della stessa Città del Vaticano»).

Quello appena citato è uno dei rarissimi episodi riguardanti la Santa Sede (un altro caso è la valu­tazione di Hitler ed Hermann Göring il 26 luglio 1943 su «chi potrebbe essere il più indicato per bloccare la Città del Vaticano»; un terzo, nel maggio ’43, si riferisce alle richieste vaticane circa lo status di Roma «città aperta»), conte­nuto nel primo tomo de I verbali di Hitler. Rapporti stenografici di guerra 1942-1945 (a cura di Helmut Heiber, pp. 676, euro 38) relativo al biennio 1942-43 e appena pubblicato dalla Li­breria Editrice Goriziana (il secondo, sul 1944-45 è atteso per la fine dell’an­no). Si tratta di poco più di mille fogli che verbalizzano riunioni di Hitler con i vertici del Reich, svoltesi per lo più alla Wolfsschanze, la «Tana del lupo» a Rastenburg, nella Prussia Orientale, ma anche a Wehrwolf, in Ucraina occi­dentale. Coprono un periodo che va dal dicembre del 1942 – quando il Führer, per divergenze con la Wehr­macht, ordinò che ogni parola dei suoi incontri fosse stenografata – alla pri­mavera del 1945. E costituiscono quel­la piccolissima parte che – grazie al Military Intelligence Service america­no, su soffiata degli stessi stenografi nazisti – fu salvata dal rogo dei 105.000 fogli bruciati su ordine di Bormann al momento del tracollo tedesco, ai pri­mi di maggio 1945, all’Hintersee, non distante da Berchtesgaden, la residen­za del dittatore sulle Alpi bavaresi.

Fonte non trascurabile per la conte­stualizzazione di azioni militari e utile anche a smentire i tentativi dei gene­rali nazisti di gettare ogni colpa sul Führer, l’opera arriva in Italia mezzo secolo dopo la prima edizione tede­sca. E se – purtroppo – «genere» e «mole» non posso­no certo favorire letture tutte d’un fiato; se, nonostan­te i capitoli intro­duttivi e le note da­tate, la compren­sione dei testi non è sempre facile (né giovano frammen­tarietà nei discorsi, affermazioni cripti­che, diffusi inter­venti di pura tecni­ca militare), non per questo la regi­strazione degli addetti dello Steno­graphischer Dienst im Führerhaupt­quartier (gli unici a stare seduti negli incontri) non finisce per trascinare il lettore nell’atmosfera della guerra vi­sta al vertice del Reich: là dove le bat­taglie si vincono e si perdono prima che sul campo. Non solo. Anche se qui è il Führer comandante militare quello predominante (non il carnefice dell’Olocausto, ammesso che questi tratti possano essere separati...), come sot­tolinea nell’introduzione l’analista mi­litare Fabio Mini, l’opera invita a veri­ficare la consistenza di radicati stereo­tipi destinati a rimozione.

A comincia­re dall’immagine di un Hitler pazzo vi­sionario circondato dai «suoi» genera­li, che non sono sempre tali, benché appaiano tutti succubi di lui: dall’os­sequioso Wilhelm Keitel al più consa­pevole Alfred Jodl – facendo solo un paio di nomi –, per continuare con il mito del perfetto apparato militare tedesco (che tale non fu mai, né quando Hitler combatté con più facilità assistito dalla fortuna – co­me nel 1940 –, né quando combatté con ostinazione per avere fortuna – come nel 1943). I­noltre, se non sor­prendono gli storici i giudizi negativi del dittatore nei confronti dell’Italia e del suo esercito o il disprezzo per Casa Savoia specie alla caduta del Duce (per il quale invece il Führer manifesta stima affettuosa), i verbali evidenzia­no in ogni caso sia la marginalità del fronte italiano per i tedeschi (benché ritenuto utile da Hitler per l’espansio­ne ad Est), sia la priorità assoluta della lotta contro l’Urss.

Marco Roncalli

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