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IL PRIMATO DI ROMA PER L’ORIENTE ORTODOSSO NEL PRIMO MILLENNIO

Last Update: 11/3/2009 9:45 AM
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2. La Pentarchia reale

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Nel primo momento, quello della Pentarchia in atto, un tentativo di delineare

il ruolo di Roma nell'ambito di questa istituzione dovrà pertanto fondarsi,

nell'assenza di elaborazioni teoriche, sull'esame del rituale istituzionale della

Pentarchia, cioè sulle forme ordinarie e straordinarie degli strumenti di

comunione tra le cinque sedi patriarcali e soprattutto sui titoli ufficiali e gli

epiteti ideologici attribuiti in questo periodo dalle altre sedi a quella romana.

a. Roma nel rituale istituzionale della Pentarchia

Gli strumenti ordinari di comunione del vertice a cinque punte del sacerdozio

al suo interno e con la regalità sono quattro: due, l'istituzione dell'apocrisiario

romano ed il provvedimento di conferma dell'elezione patriarcale da parte

dell'imperatore, riguardano il rapporto della sede romana con il sovrano e due, le

lettere sinodali, con la professione di fede del neopatriarca, e i dittici, leggendo i

quali ogni patriarca esprime liturgicamente la comunione con gli altri,

riguardano invece il mutuo rapporto dei titolari delle cinque sedi ecumeniche. Le

forme straordinarie di comunione sono a loro volta due, precisamente la

presenza dei topotereti romani ai concili - rappresentanti temporanei del papa,

mentre l'apocrisiario lo è in forma permanente - ai quali viene attribuito un ruolo

primaziale, nonché i viaggi dei papi a Costantinopoli.

Quello di apocrisiario è un ufficio che presuppone la lontananza e la stabilità

nelle rispettive residenze delle due autorità, ecclesiastica e civile, necessitate a

mantenersi in continuo contatto. Espressione caratteristica dell'afferenza della

Chiesa romana al sistema ideologico-culturale dell'impero romano cristiano,

esso rappresenta l'istituzione propria della chiesa imperiale e si inquadra

perfettamente nella forma di governo pentarchico della Chiesa: non è un caso

che essa sia espressamente contemplata per la prima volta nella legislazione

giustinianea. L'apocrisiario romano è normalmente un diacono romano residente

a Costantinopoli, che ha la dimora ufficiale nel palazzo di Placidia, già alloggio

nella capitale dell'arcivescovo Teofilo d'Alessandria e dove prendono dimora

anche i topotereti romani ai concili che si svolgono a Costantinopoli. Egli è

rappresentante del suo patriarca presso il sovrano e non presso la sede

costantinopolitana, anche se di fatto funge pure da canale normale per le

relazioni tra il papa ed il patriarca.

La lettera di conferma imperiale all'elezione papale è lo strumento che forse

più di ogni altro mette in evidenza l'inquadramento della sede romana nel

sistema ideologico-religioso dell'impero. Se il rescritto imperiale di Costantino

IV del 684-85 al clero, al popolo ed all'esercito di Roma abolì formalmente

l'obbligo della ratifica imperiale alla nomina papale, in realtà confermò

l'essenzialità di questa misura, demandandola all'esarco ravennate, suo

rappresentante in Italia, unicamente perché la consacrazione del nuovo papa

avvenga «absque tarditate». Peraltro già una prima conferma dell'elezione

doveva venire dall'esarco, mentre il prefetto di Roma provvedeva ad inviare

nella capitale la documentazione canonica del neoeletto per la ratifica imperiale.

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Il neoeletto doveva anche pagare una tassa di elezione, soppressa nel 681, su

richiesta di papa Agatone, da Costantino IV, che nel rescritto conferma l'obbligo

per il nuovo papa, sancito da una «antica consuetudine», di attendere la

conferma imperiale per ricevere la consacrazione.

Con il termine sinodiche intendiamo sia le lettere sinodiche vere e proprie -

ma dette anche sistatiche o intronistiche -, così chiamate in quanto inviate

dall'organismo collegiale che aveva eletto il nuovo patriarca e dal neoeletto, che

vi univa la propria professione di fede, ai titolari delle altre sedi, sia le risposte

di questi ultimi, chiamate propriamente antisinodiche, che, riconoscendo

l'ortodossia del neoeletto, lo accoglievano nella piena comunione di fede. Questo

scambio epistolare, momento fondante la comunione ecclesiastica in regime

pentarchico, era assolutamente previo a qualsiasi relazione ufficiale con il nuovo

titolare di una sede patriarcale precedentemente vacante. Esso suggellava la

legittimità della successione episcopale, coinvolgendo direttamente le altre sedi

apostoliche, garanti dell'unità dei vertici del sacerdozio nella professione della

fede ortodossa, soprattutto cristologica.

I dittici, contenenti l'elenco del patriarchi vivi e defunti che i colleghi della

Pentarchia si impegnavano a commemorare liturgicamente. , rappresentano

l'epifania liturgico-sacramenatale dell'unanimità nella fede e della piena

comunione ecclesiale tra le cinque sedi ecumeniche la cui concordia garantisce

l'indefettibilità della dottrina.

Per quanto riguarda il ruolo primaziale della sede romana come viene

testimoniato da quella forma straordinaria di partecipazione al governo

pentarchico della Chiesa che fu l'istituzione dei topotereti, cioè i luogotenenti

delle sedi patriarcali ai concili ecumenici, basterà, in quanto campione

particolarmente significativo per la cronologia della Pentarchia reale,

considerare l'accurata descrizione che il
Liber pontificalis romano ci ha lasciato

dell'accoglienza a Costantinopoli dei topotereti romani al concilio del 680-681,

il sesto ecumenico. Ricevuti dal sovrano nella chiesa palatina di S. Pietro,, essi

vengono alloggiati, a spese di quest'ultimo, nel palazzo di Placidia e, nella

processione alla chiesa delle Blacherne, siedono su cavalli bardati (« Nelle

sedute conciliari hanno il primo posto nell'ordine di precedenza e, di

conseguenza, firmano per primi il
logos prosfonetico all'imperatore e il decretodogmatico, come risulta negli Atti conciliari dagli elenchi dei partecipanti e

dall'ordine delle firme in calce ai documenti. A suggello liturgico dell'onore

riconosciuto alla sede di Roma nell'ambito della Chiesa imperiale, anche in

presenza di altri membri del collegio pentarchico, il 21 aprile 681, ottava di

Pasqua, al vescovo Giovanni di Porto, membro della delegazione romana, fu

chiesto di celebrare in latino la divina Mistagogia nella Grande Chiesa di S.

Sofia, davanti a due patriarchi, Giorgio di Costantinopoli e Macario di

Antiochia, ed all'imperatore.

Del resto che tra il titolare della regalità ed il primo referente del sacerdozio

sia effettivamente presupposto un legame spirituale, evidente riflesso delle

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rispettive posizioni istituzionale, lo mostrerà anche il cerimoniale di corte,

registrato nel X secolo da Costantino VII Porfirogrenito, che attribuisce al papa

di Roma - nelle parole rivolte ai suoi legati sia dal sovrano stesso sia dal logoteta

che li interroga - il titolo di padre spirituale dell'imperatore. Le formule riservate

ai patriarchi di Alessandria di Antiochia e di Gerusalemme, mostrano infatti che

questi altri membri del collegio pentarchico non godevano di tale prerogativa.

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