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Un punto di vista ortodosso russo sul papato

Last Update: 11/3/2009 9:56 AM
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Un punto di vista ortodosso russo sul papato


Intervista al Vescovo Hilarion Alfeyev


VIENNA, lunedì, 13 novembre 2006 (ZENIT.org).- Il dialogo tra i cattolici e gli ortodossi può essere fruttuoso, sebbene molti sono ancora gli ostacoli al cammino verso la comunione eucaristica, afferma un illustre presule

Il Vescovo Hilarion Alfeyev di Vienna e Austria, Rappresentante della Chiesa ortodossa russa presso le Istituzioni europee, esprime in questa intervista la sua opinione sulla prossima visita di Benedetto XVI in Turchia e su altre questioni.

Tra non molto tempo Benedetto XVI si recherà in visita in Turchia, al fine di rafforzare i legami tra Roma e Costantinopoli. Qual è il significato di questo viaggio per il dialogo cattolico-ortodosso?

Vescovo Alfeyev: Mi auguro che questa visita possa ulteriormente migliorare i rapporti tra le Chiese di Roma e di Costantinopoli. Queste due Chiese ruppero la comunione tra loro nel 1054 ed è quindi loro la responsabilità di ristabilire l’unità.

Riguardo alle possibili conseguenze di questo incontro sui rapporti cattolico-ortodossi nel loro insieme, non bisogna dimenticare che la Chiesa ortodossa, nella sua struttura, è notevolmente diversa rispetto alla Chiesa cattolica romana.

La Chiesa ortodossa non ha un unico Primate. Essa consiste di 15 Chiese autocefale, ciascuna diretta da un proprio Patriarca, Arcivescovo o Metropolita.

In questa famiglia di Chiese, il Patriarca di Costantinopoli è “primus inter pares”, ma il suo primato è di natura onorifica, non giurisdizionale, in quanto egli non ha autorità ecclesiale sulle altre Chiese. Pertanto, quando talvolta viene presentato come “capo” della Chiesa ortodossa nel mondo, si tratta di un’immagine fuorviante. Altrettanto fuorviante è considerare il suo incontro con il Papa di Roma come un incontro tra i due vertici della Chiesa ortodossa e della Chiesa cattolica.

Storicamente, fino allo scisma del 1054, il Vescovo di Roma godeva di una posizione di preminenza tra i vertici delle Chiese cristiane. I canoni della Chiesa orientale – in particolare il famoso 28° canone del Concilio di Calcedonia – assegnano il secondo posto e non il primo al Patriarca di Costantinopoli.

Inoltre, il contesto in cui questo secondo posto è stato concesso al Patriarca di Costantinopoli era di natura puramente politica: quando Costantinopoli divenne la “seconda Roma”, capitale dell’Impero bizantino, si decise che il Vescovo di Costantinopoli dovesse occupare il secondo posto dopo quello del Vescovo di Roma.

Dopo la rottura della comunione tra Roma e Costantinopoli, il primato nella famiglia ortodossa orientale si è trasferito sul “secondo in lista”, ovvero il Patriarca di Costantinopoli. Fu pertanto attraverso un evento storico che egli divenne “primus inter pares” per la parte orientale del mondo cristiano.

Personalmente ritengo che, affianco ai rapporti con il Patriarcato di Costantinopoli, sia egualmente importante che la Chiesa cattolica romana rafforzi le relazioni bilaterali con le altre Chiese ortodosse, e in particolare con la Chiesa ortodossa russa. Quest’ultima è la seconda Chiesa cristiana più grande al mondo, i cui fedeli assommano a circa 160 milioni di persone, ed è desiderosa di rafforzare i propri rapporti con la Chiesa cattolica, soprattutto nell’ambito della comune testimonianza cristiana a fronte della secolarizzazione.

Lei crede che questo viaggio aprirà nuovi orizzonti nell’ambito del dialogo tra mondo cristiano e mondo musulmano?

Vescovo Alfeyev: Il dialogo tra cristiani e musulmani è necessario e urgente. Purtroppo alcuni tentativi di esponenti cristiani diretti a favorire questo dialogo sono stati fraintesi da parte di taluni rappresentanti del mondo musulmano.

La recente polemica sulla lezione accademica di Papa Benedetto XVI a Ratisbona ne costituisce un esempio lampante di questo fraintendimento. La reazione aggressiva di un certo numero di politici musulmani e di molti seguaci dell’Islam è stata considerata da alcuni osservatori del tutto esagerata.

Alcuni si sono chiesti se non stiamo andando verso una dittatura mondiale dell’ideologia musulmana, dal momento che ogni osservazione critica relativa all’Islam, persino nei limiti di una lezione accademica, viene brutalmente e violentemente osteggiata, mentre viene consentita e promossa la critica nei confronti delle alle altre religioni e in particolare del Cristianesimo.

Devo aggiungere che diversi teologi della Chiesa ortodossa russa, tra cui anche coloro che normalmente sono critici rispetto alla Chiesa cattolica romana, hanno espresso la loro solidarietà al Papa Benedetto XVI quando è esplosa la controversia sulla sua lezione di Ratisbona. Secondo loro, ciò che egli ha detto è importante, anche se non in sintonia con le regole moderne non scritte del politically correct.

Il Papa ha dismesso il titolo di “Patriarca d’Occidente”. Qual è il significato di questo gesto? Detiene una qualche valenza ecumenica?

Vescovo Alfeyev: Dunque, io sono stato il primo esponente ortodosso che si è trovato a commentare questo gesto. Qualche settimana dopo sono arrivati anche i commenti ufficiali del Santo sinodo del Patriarcato di Costantinopoli.

Nei miei commenti ho sostenuto che il ripudio del titolo di “Patriarca d’Occidente” potrebbe essere inteso dagli ortodossi come una conferma della rivendicazione, riflessa anche nei suoi altri titoli, alla giurisdizione universale sulla Chiesa.

Tra i molti appellativi del Pontefice, quello di “Vescovo di Roma” rimane quello più accettabile per le Chiese ortodosse, poiché si incentra sul ruolo del Papa come Vescovo diocesano della città di Roma.

Il titolo di “Arcivescovo e Metropolita della provincia di Roma” indica che la giurisdizione del Papa include non solo la città di Roma, ma anche la provincia.

“Primate d’Italia” indica che il Vescovo di Roma è il “primus inter pares” tra i vescovi d’Italia, ovvero, usando un linguaggio ortodosso, Primate di una Chiesa locale. Nessuno di questi tre titoli pone problemi agli ortodossi, nel caso del ristabilimento della comunione eucaristica tra Est e Ovest.

L’ostacolo principale all’unità ecclesiale tra Occidente e Oriente, secondo molti teologi ortodossi sta nell’elemento della giurisdizione universale del Vescovo di Roma. In questo contesto – inaccettabile e persino scandaloso dal punto di vista ortodosso – si collocano gli altri titoli del Papa come quello di Vicario di Cristo, Successore del Principe degli Apostoli, Sommo Pontefice della Chiesa universale.

Secondo l’insegnamento ortodosso, Cristo non ha alcun “vicario” che governi la Chiesa universale a suo nome.

Il titolo di “Successore del Principe degli Apostoli” si riferisce alla dottrina cattolica romana del primato di Pietro che, tramandato al Vescovo di Roma, gli assicura il governo sulla Chiesa universale. Questo insegnamento è stato oggetto di critiche da parte della letteratura ortodossa dal periodo bizantino in poi.

Il titolo di “Sommo Pontefice” – “Pontifex Maximus” – apparteneva originariamente agli imperatori pagani dell’antica Roma. Esso non è stato rifiutato dall’Imperatore Costantino quando si è convertito al Cristianesimo.

Riguardo al Papa di Roma, “Sommo Pontefice della Chiesa universale” è una designazione che sottolinea la giurisdizione universale del Papa – un livello di autorità che non è riconosciuto dalle Chiese ortodosse. Sarebbe stato meglio abbandonare questo titolo per primo, qualora l’iniziativa fosse stata motivata dalla ricerca di un “progresso ecumenico” e dal desiderio di migliorare i rapporti cattolico-ortodossi.

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Benedetto XVI cerca la piena e visibile unità di tutti i cristiani. Un’unità che non può essere creata, ma che egli può incoraggiare attraverso la conversione, gesti concreti e un dialogo aperto sui temi fondamentali. Su quali temi possono stringere legami la Chiesa ortodossa e quella cattolica? Come dovrebbero metterli in pratica?

Vescovo Alfeyev: Credo, in primo luogo, che sia necessario identificare vari livelli di collaborazione e poi lavorare per comprendere meglio ogni livello.

Un livello ha a che vedere con le conversazioni teologiche sviluppate dalla Commissione congiunta cattolico-ortodossa. Queste conversazioni sono e saranno centrate sulle differenze dogmatiche ed ecclesiologiche tra le Chiese cattolica e ortodossa.

A questo livello posso prevedere molti anni di lavoro difficile e approfondito, soprattutto quando arriveremo al tema del Primato universale. Sorgeranno complicazioni non solo a causa della comprensione molto diversa del Orimato tra le tradizioni cattolica e ortodossa, ma anche per il fatto che non c’è una comprensione unanime del Primato universale tra gli stessi ortodossi.

Questo fatto si è già reso evidente durante la recente sessione della Commissione a Belgrado, e il disaccordo all’interno della famiglia delle Chiese ortodosse su questo tema concreto si manifesterà in modo più acuto e sorprendente in futuro. La strada da percorrere, quindi, è lunga e tortuosa

C’è, tuttavia, un altro livello al quale possiamo volgere lo sguardo, e qui ciò che ci divide non è molto di più di ciò che ci unisce. Per essere precisi, è il livello della cooperazione nel campo della missione cristiana.

Personalmente, credo che sia del tutto prematuro e non realista sperare nella restaurazione della piena comunione ecclesiastica tra Oriente e Occidente in un futuro prevedibile. Niente, tuttavia, impedisce ai cattolici e agli ortodossi di testimoniare insieme Cristo e il suo Vangelo al mondo moderno. Possiamo non essere uniti amministrativamente o a livello ecclesiastico, ma dobbiamo imparare a essere collaboratori e alleati di fronte alle sfide comuni: secolarismo militante, relativismo, ateismo o un islam militante.

Per quetso motivo, dall’elezione di Papa Benedetto XVI abbiamo chiesto ripetutamente la promozione dei rapporti tra le Chiese cattolica e ortodossa mediante la creazione di un’alleanza strategica per la difesa dei valori cristiani in Europa. Le parole “strategica” e “alleanza” non sono state finora comunemente accettate per descrivere una collaborazione come questa.

Per me non sono le parole che contano, ma la connotazione che sta dietro di esse. Ho usato la parola “alleanza” non nel senso di una “Santa Aleanza”, ma piuttosto come si impiega nell’“Alleanza Mondiale delle Chiese Riformate”, ad esempio, come un termine che designa una collaborazione e una “partnership” senza unità piena amministrativa o ecclesiale.

Cercavo anche di evitare termini marcatamente ecclesiali come “unione”, perché ricordano agli ortodossi Ferrara-Firenze e altri tentativi simili – sfortunati – di raggiungere l’unità ecclesiale senza un pieno accordo dottrinale.

Ora non sono necessari né una “unione” ecclesiale né un patto dottrinale affrettato, ma una cooperazione “strategica”, nel senso di sviluppare una strategia comune per combattere tutte le sfide della modernità.

Il ragionamento che sta dietro la mia proposta è questo: le nostre Chiese sono sulla via verso l’unità, ma bisogna essere pragmatici e riconoscere che passeranno decenni, se non secoli, prima che l’unità venga restaurata.

Nel frattempo, abbiamo un disperato bisogno di rivolgerci al mondo con un’unica voce. Senza essere una Chiesa, non possiamo agire come una Chiesa? Non possiamo presentarci alla società secolarizzata come un corpo unificato?

Credo fermamente che sia possibile per le due Chiese parlare con una sola voce; può esserci una risposta cattolico-ortodossa alle sfide del secolarismo, del liberalismo e del relativismo. Anche nel dialogo con l’islam, cattolici e ortodossi possono agire insieme.

Aggiungerei che qualunque avvicinamento tra cattolici e ortodossi non dovrebbe minare i meccanismi esistenti di cooperazione ecumenica che includono anche anglicani e protestanti, come il Consiglio Mondiale delle Chiese e la Conferenza delle Chiese Europee.

Nella lotta contro il secolarismo, il liberalismo e il relativismo, tuttavia, così come nella difesa dei valori tradizionali cristiani, la Chiesa cattolica adotta un atteggiamento molto più intransigente rispetto a molti protestanti. Facendo questo si distanzia da quei protestanti le cui posizioni sono più in linea con lo sviluppo moderno.

La recente liberalizzazione della dottrina e della moralità in molte comunità protestanti, così come nella Chiesa anglicana, rende sempre più difficile la cooperazione tra queste e le Chiese della Tradizione, alle quali appartengono la Chiesa cattolica e quella ortodossa.

Un altro livello di cooperazione cattolico-ortodossa dovrebbe essere quello dello scambio culturale tra rappresentanti delle due Chiese. Molti fraintendimenti che esistono tra noi hanno un’origine puramente culturale.

Una migliore conoscenza della reciproca eredità culturale dovrebbe promuovere definitivamente il nostro avvicinamento. Esposizione di icone, concerti di cori, progetti letterari congiunti, conferenze su temi culturali, tutto ciò può aiutarci a superare secoli di vecchi pregiudizi e a migliorare la comprensione delle reciproche tradizioni.

Nella sua lettera al Papa, il 22 febbraio, il Patriarca di Mosca menziona alcune sfide del mondo moderno, che dovrebbero essere affrontate congiuntamente, e il suo profondo desiderio di restituire i valori cristiani alla società. In che modo si possono unire le forze così da superare i pericoli del materialismo, del consumismo, dell’agnosticismo, del secolarismo e del relativismo?

Vescovo Alfeyev: Tali questioni sono sorte durante la conferenza “Dare un’anima all’Europa”, che ha avuto luogo a Vienna dal 3 al 5 maggio 2006. La conferenza è stata organizzata congiuntamente dal Pontificio Consiglio della Cultura e dal Dipartimento per i Rapporti Esterni del Patriarcato di Mosca.

I cinquanta rappresentanti della Chiesa cattolica e delle Chiese ortodosse russe si sono riuniti per ponderare le sfide affrontate dal cristianesimo in Europa e sviluppare modi di collaborazione per affrontarle.

Sono proprio il materialismo, il consumismo, l’agnosticismo, il secolarismo e il relativismo, tutti basati sull’ideologia umanista liberale, a costituire una sfida reale per il cristianesimo. Ed è l’ideologia umanista liberale quella che dobbiamo neutralizzare se desideriamo preservare i valori tradizionali per noi e per le generazioni future.

Oggi l’ideologia umanista liberale, rimanendo nella sua piattaforma di universalità autofabbricata, si impone alla gente che è cresciuta in altre tradizioni morali e spirituali e ha sistemi di valori diversi. Questa gente vede nei dettami dell’ideologia occidentale una minaccia alla propria identità.

L’evidente carattere antireligioso dell’umanesimo liberale moderno suscita non accettazione e rifiuto di quelli la cui condotta è motivata religiosamente e la cui vita spirituale è basata sull’esperienza religiosa.

Esisono diverse variazioni della risposta religiosa alle sfide del liberalismo totalitario e del secolarismo militante. La risposta più radicale è stata data dagli estremisti islamici, che hanno dichiarato la “jihad” contro la civiltà occidentale post-cristiana con tutti i suoi cosiddetti valori umani comuni.

Il fenomeno del terrorismo islamico non si può comprendere senza la completa valutazione della reazione sorta nel mondo islamico contemporaneo come risultato dei tentativi dell’Occidente di imporvi la sua visione del mondo e i suoi standard di condotta.

Nella misura in cui l’Occidente secolarizzato insiste nel reclamare un monopolio globale della visione del mondo, diffondendo i suoi standard come senza alternativa e obbligatori per tutti i Paesi, la spada di Damocle del terrorismo continuerà a pendere su tutta la civiltà occidentale.

Un’altra variazione della risposta religiosa alla sfida del secolarismo è il tentativo che si sta facendo di adattare la stessa religione, includendo le sue dottrine e la sua morale, agli standard liberali moderni.

Alcune comunità protestanti hanno già intrapreso questa strada facendo infiltrare gli standard liberali nella sua dottrina e nella sua pratica ecclesiale da vari decenni. Il risultato di questo processo è stata un’erosione delle basi dogmatiche e morali del cristianesimo, con sacerdoti ai quali si permette di giustificare o realizzare “matrimoni dello stesso sesso”, membri del clero che mantengono essi stessi rapporti di questo tipo e teologi che riscrivono la Bibbia creando innumerevoli versioni di cristianesimo politicamente corretto, orientato ai valori liberali.

La terza variazione nella risposta religiosa al secolarismo è infine il tentativo di intraprendere un dialogo pacifico, non aggressivo con questo, con l’obiettivo di ottenere un equilibrio tra il modello liberal-democratico della struttura sociale occidentale e il modo religioso della vita. Questa via è stata scelta dalle Chiese cristiane che sono rimaste fedeli alla tradizione, come quella cattolica e quella ortodossa.

Oggi, la Chiesa cattolica e quella ortodossa hanno la capacità di sviluppare un dialogo con la società secolarizzata a un elevato livello intellettuale. Nelle dottrine sociali di entrambe le Chiese, i problemi relativi al dialogo con l’umanesimo secolarizzato in materia di valori sono stati profondamente esaminati da tutte le angolazioni.

La Chiesa cattolica ha trattato queste questioni in molti documenti del Magistero; il più recente di essi è il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, realizzato dalla Commissione Pontificia Giustizia e Pace e pubblicato nel 2004.

Nella tradizione ortodossa, il documento più significativo di questo tipo sono le “Basi del Concetto Sociale della Chiesa Ortodossa Russa”, pubblicate nel 2000.

Entrambi i documenti promuovono la priorità dei valori religiosi sugli interessi della vita secolare. Opponendosi all’umanesimo ateo, promuovono un umanesimo guidato dai valori spirituali.

Ciò significa un umanesimo che passa per gli standard del piano d’amore di Dio nella storia, un umanesimo integrale capace di creare un nuovo ordine sociale, economico e politico, basato sulla dignità e sulla libertà di ogni persona umana, basato sulla pace, sulla giustizia e sulla solidarietà.

Il paragone tra i due documenti rivela sorprendenti similitudini tra la dottrina sociale della Chiesa cattolica e quella della Chiesa ortodossa. Se la nostra comprensione delle questioni sociali è così simile, perché non possiamo unire le forze per difenderle?

Credo che sia giunto il momento per tutti i cristiani, soprattutto per cattolici e ortodossi, di scegliere di seguire la linea tradizionale per formare un fronte comune per combattere il secolarismo e il relativismo, sviluppare un dialogo responsabile con l’islam e le altre grandi religioni del mondo e difendere i valori cristiani contro tutte le sfide della modernità. Tra 20, 30 o 40 anni potrebbe essere troppo tardi.
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