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Dopo il Sinodo dei vescovi dell'Africa

Last Update: 3/4/2010 6:59 PM
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Dopo il Sinodo dei vescovi

L'ordine ospedaliero

Fatebenefratelli sul fronte sanitario in Africa


Fra' André Sene - sacerdote - appartenente alla provincia africana di Sant'Agostino dell'Ordine ospedaliero Fatebenefratelli e attuale delegato provinciale in Senegal, è stato nominato dalla Santa Sede per rappresentare l'Ordine nella seconda assemblea speciale per l'Africa del Sinodo dei vescovi svoltosi dal 4 al 25 ottobre 2009. "La Chiesa - si legge nel messaggio conclusivo dei padri sinodali - non è seconda a nessuno nella lotta contro l'hiv/aids, la malaria, la tubercolosi e altri problemi. Il sinodo ringrazia tutti quelli che sono generosamente coinvolti in questo difficile apostolato di amore e di attenzione. Invochiamo un appoggio prolungato perché possiamo coprire i bisogni dei molti che chiedono assistenza... Ai grandi poteri di questo mondo rivolgiamo una supplica:  trattate l'Africa con rispetto e dignità. L'Africa da tempo reclama un cambiamento nell'ordine economico mondiale a riguardo delle strutture ingiuste accumulatesi pesantemente su di essa. La recente turbolenza nel mondo finanziario mostra il bisogno di un radicale cambiamento di regole. Ma sarebbe una tragedia se le modifiche fossero fatte solo negli interessi dei ricchi e ancora a discapito dei poveri. Molti dei conflitti, guerre e povertà dell'Africa derivano principalmente da queste strutture ingiuste. L'umanità ha molto da guadagnare se ascolta le parole sapienti del Santo Padre Benedetto XVI nell'enciclica Caritas in veritate. Un ordine mondiale nuovo e giusto non è soltanto possibile, ma necessario per il bene di tutta l'umanità". È alla luce di queste indicazioni che è maturata la riflessione di fra' Sene per il nostro giornale.

Ho accolto la nomina con molta gioia non soltanto per l'importanza che il Papa dà al nostro ordine ma anche per l'attenzione all'Africa:  ovviamente mi ha fatto molto piacere e sono stato molto orgoglioso di rappresentare l'ordine in questo Sinodo.

La pastorale
della salute

La situazione sanitaria in Africa è "stazionaria" per non dire drammatica soprattutto per quanto riguarda i mezzi, di cui questo continente non dispone. Ci sono persone molto brave, preparate, che sono però costrette a emigrare, ad andare all'estero a lavorare perché non possono svolgere la loro professione in Africa.
Una grande sfida per il futuro la vedo proprio nella pastorale della salute. Nella nostra Chiesa mancano le persone che se ne facciano carico ed essa deve essere rivolta non soltanto ai malati ma agli accompagnatori, agli operatori sanitari e a tutti i collaboratori e alle persone che lavorano nei centri ospedalieri. Il problema sarà quello della sua applicazione e bisognerà iniziare a lavorare in questo senso. Le Conferenze Episcopali locali dovranno mettere in atto una vera pastorale nominando un ordinario diocesano che la possa seguire fattivamente sul campo.
Contestualmente è indispensabile riprendere la dottrina, la teologia, la morale della Chiesa nel campo della salute, i documenti sulla malattia e sulla sofferenza:  ad esempio, i messaggi per la giornata della salute, i messaggi per gli operatori sanitari.
Tutta questa documentazione permetterebbe ai nostri operatori di accompagnare meglio i malati, di essere vicini a loro proprio come ha fatto Gesù Cristo:  per seguire il suo esempio c'è bisogno di seguire la dottrina della Chiesa.
La questione
della bioetica

Un'altra emergenza legata al campo della pastorale della salute è la bioetica che pone problemi nei nostri centri quotidianamente.
Sono argomenti importanti per l'umanizzazione delle nostre opere e ovviamente per l'approccio nei confronti del malato e delle persone sofferenti. Non si è parlato della "persona malata" al sinodo, si è parlato di aids, di malaria, di tubercolosi in generale.
Riflettevo che ci sono delle chiese più frequentate delle nostre. Si può scegliere di non andare in chiesa ma non si può non andare in ospedale quando ce n'è bisogno e in questo contesto esso può diventare un luogo fondamentale per l'evangelizzazione. La "pastorale della salute" può intervenire per esempio durante i conflitti perché le vittime delle guerre, delle violenze possono ritrovarsi insieme nello stesso luogo di cura:  l'ospedale in questo caso può diventare un luogo di riconciliazione, di pace, di giustizia. Il momento della malattia e della sofferenza trasforma le persone, le rende più disponibili a venire incontro all'altro ed è un momento propizio per ricevere la parola di Dio.

I malati mentali
poveri tra i poveri

Ci sono grandi pandemie in Africa come sappiamo ma in particolare in questo Sinodo ho avuto modo di focalizzare l'attenzione sui malati mentali perché in Africa sono dimenticati, sono i più poveri tra i poveri. La malattia mentale è legata ai conflitti, alle tante guerre che ci sono da anni in questo continente e i malati psichiatrici sono le persone più esposte, più deboli, più indifese:  le guerre li eliminano, per cui sono doppiamente vittime, doppiamente colpiti. Queste sono le ragioni che mi hanno spinto a parlare di loro perché sia a livello nazionale che internazionale non c'è una vera un politica di tutela.


Il fiorire
delle vocazioni

I centri dell'ordine Ospedaliero Fatebenefratelli sono presenti in 12 paesi africani e sono stati fondati da missionari provenienti dalle province religiose d'Europa.
Non possiamo non ringraziare Dio per i confratelli missionari ma anche per i confratelli autoctoni e per le vocazioni che nascono nel segno dell'ospitalità secondo lo stile di San Giovanni di Dio. Non è importante la quantità ma la qualità di questi giovani che si uniscono al nostro ordine. Non soltanto la realtà di oggi esige qualità ma è anche il servizio ai nostri malati che richiede una preparazione adeguata dei confratelli. Una qualità dal punto di vista umano, spirituale e professionale a tutti i livelli. Negli ultimi anni la nostra provincia africana ha messo l'accento sull'importanza della formazione e sta investendo molto in questo campo per i propri confratelli.


(©L'Osservatore Romano - 5 novembre 2009)
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L'esperienza in Angola di una coppia di volontari del Vis

Basta una messa in Africa per capire il ruolo della Chiesa


Roma, 4. I nostri nomi sono Maria Grazia e Marco. Siamo due professionisti, sposati, che hanno trascorso in Angola un periodo di servizio, prevalentemente nell'ambito della sanità.
Le parole e le proposte del recente Sinodo dei vescovi dell'Africa che si è svolto in Vaticano hanno gridato realtà dolorose e valorizzato segni di speranza di quel Continente piuttosto dimenticato. E ci hanno così incoraggiati a raccontare il nostro incontro con l'Africa che ha cambiato la nostra vita e ci ha reso solidali e coinvolti con le attese di giustizia delle popolazioni.
L'indifferenza per l'Africa e per i suoi popoli non è ancora del tutto superata nei Paesi del benessere e neppure nel nostro dove per leggere o per ascoltare dai media le informazioni sul sinodo abbiamo faticato non poco. Eppure questa riunione è stata una straordinaria opportunità, unica al mondo, data all'Africa:  una lunga sessione internazionale  dedicata a un serio esame delle cause dei mali africani e dei percorsi per poterne uscire.

La nostra è una delle tante storie semplici che possono capitare e sono già capitate a dei cristiani che, messi a contatto direttamente sul campo con le ingiustizie e le sofferenze dell'Africa, rientrano in Europa trasformati e con una gran voglia di tornare in quel Continente per aiutare la gente.
Dopo anni di volontariato sociale nella nostra diocesi abbiamo deciso di porci al servizio di una missione cristiana e sociale, più globale, che fosse al di fuori del nostro "contesto conosciuto" e ci consentisse di aiutare gli altri affiancandoli nel "loro contesto" e condividendone, per quanto possibile, le pene, l'impegno e le speranze. È così che siamo arrivati a Luanda come volontari del Vis (Volontariato internazionale per lo sviluppo), inseriti
in alcuni progetti di sviluppo umano. Nonostante il nostro profondo convincimento, la preparazione e la precedente esperienza di volontariato, nel percorrere quel sentiero che traversa la povertà, l'ingiustizia, l'impegno, la speranza e la fede ci siamo sentiti, a volte, viandanti quasi occasionali non sempre in grado di capire e contribuire in modo adeguato. Ciò certamente anche a causa delle tante diversità tra la nostra realtà di provenienza e quella delle comunità con cui abbiamo vissuto e operato.
L'Angola ha raggiunto definitivamente la pace nel 2002. Secoli di colonizzazione e decenni di guerra hanno devastato il Paese:  analfabetismo, denutrizione, elevata mortalità infantile, condizioni igieniche e sanitarie drammatiche, limitato accesso all'acqua, assenza quasi totale delle infrastrutture e dei servizi. Un indice di sviluppo umano tra i peggiori del mondo.

In questo contesto di povertà umana e materiale si inseriscono i diversi interventi per lo sviluppo del Paese, dal Governo alle organizzazioni internazionali. Un ruolo determinante ai fini della formazione della persona e dello sviluppo umano è tuttavia svolto dalla Chiesa cattolica attraverso l'azione missionaria delle diverse congregazioni che sono presenti in Angola.
Aver lavorato alla realizzazione di centri di salute, di centri per la formazione professionale e l'insegnamento, avendo avuto come partner, responsabili della realizzazione e gestione delle opere dei missionari - in molti casi parroci - ci ha consentito di conoscere e vivere una dimensione diversa delle comunità e delle parrocchie.

La città di Luanda, ad esempio, concepita urbanisticamente per ospitare meno di un milione di persone ha attualmente più di cinque milioni di abitanti. La gran parte della popolazione vive nei quartieri periferici, in ripari di fortuna privi di acqua e servizi igienici e in condizioni di estrema povertà. Le parrocchie sono prevalentemente ubicate in questi quartieri ed è proprio a Lixeira, uno dei più degradati, che è stato realizzato il progetto più importante in cui siamo stati coinvolti. Il direttore del progetto è il parroco, missionario salesiano; i responsabili dei diversi settori e gli operatori sono altri missionari e, in prevalenza, cittadini angolani. Il tutto è inserito in un ampio contesto di volontariato laico che rappresenta una delle massime espressioni, pastorale e sociale, della comunità che vive nel territorio. Nella parrocchia di Lixeira, come del resto nelle altre, l'attività pastorale si coniuga concretamente con un insieme straordinario di iniziative sociali volte a formare l'individuo ed a consolidare le basi del vivere comunitario.
Frequentemente le parrocchie e le comunità sono i pochi, a volte gli unici, punti di riferimento per la popolazione. Scuole, centri di formazione professionale, centri di assistenza sanitaria, luoghi comunitari per l'aggregazione sociale e per lo sport, educazione ai diritti umani, l'ascolto dei bisogni, l'aiuto e la carità sono ciò che le missioni e le comunità hanno realizzato e gestiscono; servizi alla persona - a volte i soli - di cui le popolazioni possono usufruire.

Ricordiamo con commozione e senza retorica l'ospedale da campo che venne allestito durante l'epidemia di colera nel 2006; la presenza costante dei missionari e lo sforzo enorme della comunità per assistere le famiglie colpite e educare alla prevenzione del male, in quei luoghi, mortale.
Le strutture parrocchiali sono normalmente piene di giovani, donne e uomini che, animatori della comunità, lavorano per le tante attività pastorali e sociali. Accade sovente, nel tardo pomeriggio, di ascoltare le note e le voci dei cori; provano i canti sacri che canteranno durante la messa.
È proprio partecipando alla messa che è anche possibile comprendere il ruolo della Chiesa in quelle realtà, il suo radicamento sociale e la sua reale capacità di coniugare l'azione evangelica con la difesa e la promozione dell'uomo.

Descrivere la messa, in alcuni luoghi celebrata all'aperto o in grandi strutture multifunzionali, è parlare di umanità in fermento, di colori, di odori, di canti, di danze all'offertorio e di una grande tensione spirituale; è anche parlare delle omelie che associano al messaggio evangelico la spinta alla sua concreta applicazione sociale; è, infine, parlare delle centinaia di bambini, di giovani e donne e uomini che vi partecipano; dei tanti che hai ogni giorno a fianco nel tuo lavoro; delle madri che danno il seno ai loro figli e pregano e cantano; di coloro che non incontrerai più perché vittime della povertà.
Descrivere la messa è in sostanza parlare di una componente naturale, un tutt'uno organico della vita di quelle comunità.

Ci fermiamo qui chiedendoci come mai le nostre comunità parrocchiali non possano essere così straordinariamente dinamiche come quelle nei Paesi periferici del mondo. Ci viene a volte di pensare al Vangelo e alla dottrina sociale della Chiesa e - perché no - alle nostre parrocchie come dinamici e rigenerati centri di formazione spirituale e sociale. Riflettere, e trarre stimoli, sulla terza enciclica di Benedetto XVI, Caritas in veritate, potrebbe essere un buon punto di partenza. Come potrebbe esserlo, guardando l'Africa, il sinodo dei vescovi africani appena concluso. (Maria Grazia Vittorini e Marco Giommi)


(©L'Osservatore Romano - 5 novembre 2009)
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Sinodo d'Africa 2009, bilanci e obiettivi
Padre Musoni spiega lo spirito della II Assemblea sinodale

di Mariaelena Finessi

ROMA, lunedì, 22 febbraio 2010 (ZENIT.org).-

A quattro mesi dalla II Assemblea speciale per l'Africa del Sinodo dei vescovi, tenutasi a Roma nell'ottobre del 2009, Aimable Musoni – salesiano ruandese che all'incontro ha partecipato nella veste di esperto - traccia per ZENIT un bilancio delle conquiste sociali registrate nel continente negli ultimi 15 anni anche grazie al cattolicesimo.

Consultore nella Congregazione delle Cause dei santi e la Congregazione per la Dottrina della fede, Musoni spiega inoltre i prossimi passi per rendere concrete le conclusioni a cui sono giunti i Padri sinodali.

Partiamo dal tema del II Sinodo, celebrato a Roma nell'ottobre scorso: "La Chiesa in Africa al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace".

Musoni: Si tratta di un tema molto attuale che coinvolge tutti, dai pastori fino all’ultimo dei fedeli. In particolare, sono stati chiamati in causa dai Padri sinodali i membri della vita consacrata, perché ci si aspetta molto dalla loro testimonianza e dal loro ruolo profetico per non rassegnarsi e non smarrire i valori cristiani in tutte quelle circostanze di estrema pressione che attanagliano il continente, quali le guerre, la povertà, le malattie e la fame.

La convinzione è che, solo riconciliati con Dio possiamo riconciliarci tra di noi ed essere testimoni-ministri della riconciliazione nella società. Di conseguenza, è stata sottolineata la necessità di una testimonianza personale convinta e convincente da parte di tutti i membri della Chiesa. In tale ottica, l’annuncio del Vangelo in Africa non può che andare di pari passo con il processo di riconciliazione. Un aspetto, quest'ultimo, su cui si è voluto per altro richiamare l'attenzione anche dei politici cattolici affinché agiscano nella società, e per la società, guidati da una coerenza al dettato cristiano così da facilitare anche il buon vivere collettivo.

Nonostante alcuni progressi registrati nell’ambito socio-politico, economico e culturale, resta difficile sapere in che modo i risultati del Sinodo trovino o abbiano trovato una reale applicazione in Africa.


Musoni: Si, è difficile quantificare in modo preciso i risultati. Ad ogni modo, rispetto al 1994, anno del I Sinodo, si è registrata una crescita notevole del cattolicesimo nel continente, i cui membri sono passati da 102 milioni (pari a 14,6% della popolazione africana) a 164 milioni (17,5%). Così come sono aumentati, ad esempio, i consacrati, i missionari laici, i catechisti e i seminaristi nonché le strutture ecclesiastiche per l’evangelizzazione, gli ospedali, le scuole, i seminari e le radio cattoliche, passate – quest'ultime – da un numero di 15 a ben 163.

Approfondita anche la riflessione teologica sebbene restino problemi legati all'inculturazione nella misura in cui non si hanno dappertutto libri liturgici e catechismi nelle diverse lingue locali. Ecco perché bisogna continuare l'opera di traduzione, nonché incrementare il repertorio dei canti liturgici, seguendo i canoni della tradizione consolidata in Europa, sì, ma incoraggiando anche la creatività del genio africano.

Nell’Instrumentum laboris si chiede espressamente di supplire alla mancanza di un sistema di follow-up, specie nei settori concernenti la famiglia, la dignità della donna o la missione della Chiesa.


Musoni: Per mettere a punto un metodo sistematico di valutazione, il II Sinodo ha cercato di interpellare innanzitutto il Simposio delle Conferenze Episcopali d'Africa e del Madagascar (Secam) perché possa fungere da centro di coordinamento della solidarietà pastorale organica, dunque sintetizzando le diverse esperienze sul piano continentale, regionale, nazionale, delle diocesi e delle parrocchie stesse. In altri termini, ci si augura di concepire, ad ogni livello, un meccanismo di valutazione continua proprio per vedere se c'è una ricezione pratica e concreta di ciò che è stato detto nei Sinodi.

La realizzazione toccherà innanzitutto al Secam che fisserà delle scadenze, un'agenda precisa e un ordine del giorno; quindi alle Conferenze episcopali regionali e nazionali, alle diocesi, invitate – quest'ultime - a celebrare Sinodi, il cui fine non è di far parlare i soli vescovi tra di loro, o i vescovi con il clero. Piuttosto, è tutto il popolo di Dio che deve essere informato e coinvolto. Sono i sinodi diocesani, dunque, le occasioni migliori per fare una programmazione puntuale.

Poiché, come già spiegato, il tema è quello della "riconciliazione, giustizia e pace" si è anche chiesto che ad ogni livello si istituiscano le cosiddette Commissioni Giustizia e Pace. A partire dalle parrocchie, perché solo muovendo da una fattiva consapevolezza della realtà comunitaria si potranno prendere decisioni mature nei settori sociali ed ecclesiali riguardanti la famiglia, la dignità della donna, la missione della Chiesa, la comunicazione sociale, l’autosufficienza.

Se i dati parlano di una crescita dei cattolici, il dialogo ecumenico e interreligioso rimane tuttavia una sfida delicata di fronte alla proliferazione delle sette, il cui fascino non accenna ad arrestarsi...

Musoni: Il Vangelo non è arrivato ovunque e là dove non ci sono i cattolici, ci sono le cosiddette “religioni tradizionali africane” che con la modernità e la contemporanea presenza, molto spesso, dei cristiani protestanti – per i quali, è noto, vale il principio del libero esame delle Sacre Scritture - hanno dato luogo a comunità ecclesiali indigene con una fisionomia di sette. Non più cristiane nel senso proprio ma nemmeno pagane.

Esperienze sincretistiche che danno vita alle “Chiese indipendenti africane”, le quali certamente non hanno una grande consistenza dal punto di vista dottrinale e disciplinare ma la cui esistenza si impregna di due significati: il primo evidenzia come l'africano sia incurabilmente religioso; il secondo sottolinea il perché ci si allontani dalle chiese ufficiali, nelle quali c'è il rischio dell'anonimato per via delle loro grandi dimensioni che non favoriscono il contatto personale.

Ci sono però già delle prime risposte da parte dei cattolici grazie alla nascita di movimenti giovanili e comunità ecclesiali di base, le cosiddette “piccole comunità cristiane”, organizzate per quartieri oppure per villaggi e nelle quali ci si ritrova per pregare e per scambiarsi informazioni sulla situazione della collettività, così da prendere iniziative comuni per aiutare chi è in difficoltà.

Sembrerebbe dunque esserci una iniziale distanza tra la Chiesa e gli africani.


Musoni: Direi piuttosto che è un problema che può presentarsi ovunque. D'altra parte il Vangelo non è nato in Europa ma nella cultura semitica, e quindi per arrivare in Occidente ha dovuto avere un qualche processo di inculturazione. Anzi, oggi che la cultura è sempre più secolarizzata e non più solo cristiana, occorre dialogare con la “modernità”. Ad ogni modo sì, per l'Africa c'è stata a volte questa mancanza di attenzione da parte dei missionari, perlopiù occidentali, che all'inizio avevano sospetti abbastanza pesanti sulla cultura africana, a volte sostenendo che non ci fosse affatto una cultura.

Ciò ha consentito di fare una sorta di tabula rasa, nel tentativo di “strappare al diavolo questi poveracci che crescevano nelle tenebre”, come dicevano i missionari del '500-'800. Dalla evangelizzazione e contemporanea colonizzazione si è arrivati allora alla teologia dell'adattamento, cercando delle “pietre d'attesa”, ossia degli addentellati nella cultura africana.

L'inculturazione è stato il passo successivo per andare incontro all'eredità culturale africana, perché questa offrisse un proprio canale interpretativo del cattolicesimo ed è così, ad esempio, che si è avuta l'introduzione della danza nella liturgia. Oggi l'africano può esprimere il suo essere nella Chiesa, anche attraverso la corporeità. L'inculturazione, in tal senso, ha aiutato a purificare i valori africani per assumerli come veicolo del cristianesimo.

In alcune culture africane la castità e la povertà non sono dei valori mentre lo è la ricchezza, segno della benedizione degli dei. Quanto alla sterilità – per lo più attribuita solo alla donna – legittima il divorzio, mentre morire senza lasciare una discendenza è segno di maledizione. Un'enfatizzazione di questo tipo di famiglia che conseguenza ha per la società?

Musoni: I cristiani e in particolare i religiosi africani vivono in una certa tensione rispetto ai valori e alle tradizioni culturali del proprio Paese. Ad esempio, la nostra concezione della vita ha un valore antropologico allargato: partendo dai più remoti antenati per arrivare fino ai nipoti attuali, la vita è intesa come “continuità”. Per l'africano – come qualcuno ha scritto – non esiste una vita che non sia concreta anche nell'oggi, quindi la trasmissione della vita tramite i figli significa anche la continuazione del vivere di chi non c'è più.

E per chi non può averli è come restare ai margini della società. In Ruanda, ad esempio, una delle maledizioni più pesanti è quella di augurare a qualcuno di morire senza sposarsi o senza avere figli, cioè senza lasciare una discendenza. Significa, praticamente, scomparire. Ma anche qui, in questa concezione africana della vita, c'è un senso religioso perché l'antenato ha ricevuto la vita da Dio e la trasmette a sua volta.

Ci sono poi però appendici negative perché per rafforzare la propria vita, ad esempio in Congo, si può toglierla agli altri (a volte si è parlato di “mangiatori di anime”). Così per la poligamia, che è vista come rafforzamento della famiglia: avere tanti figli significa avere forza lavoro ma anche forza difensiva nelle guerre tribali e, in tal senso, il matrimonio è un'alleanza con le famiglie delle spose. Una visione complessa, in altri termini, che spesso rischia di non mettere in luce l'eccellenza e il valore della vita cristiana e/o consacrata.

Proprio riguardo ai religiosi, il II Sinodo ha raccomandato un attento discernimento dei candidati alla vita consacrata mentre per gli Istituti internazionali che hanno presenze in Africa, i Padri Sinodali si sono augurati che la formazione iniziale – postulandato e noviziato – sia fatta in Africa. Perché questa richiesta?

Musoni: Personalmente penso che i religiosi e le religiose debbano imparare a gestire la naturale dimensione affettiva nella castità, intesa come celibato e verginità, dirottando il sentimento della maternità e della paternità, che per gli africani è particolarmente forte, su un altro percorso. Così, ad esempio, ci si può sentire “madri” e “padri” nel compito di educare alla fede i propri “figli”, ossia gli uomini e le donne del popolo di Dio.

Un aspetto da approfondire, quest'ultimo, perché qualche volta – senza dunque generalizzare – si sentono casi di “infedeltà al voto di castità” da parte di sacerdoti e suore. Il motivo, si può ipotizzare, ha tra l'altro radici in questa visione culturale della vita in Africa, che non sempre va nello stesso senso della visione cristiana. Serve allora una vera maturazione esistenziale tra vita cristiana e tradizione africana.

E perché non ci sia lo scontro, occorre convertirsi davvero, ma in terra africana, dove poter saggiare realmente la convinzione della vita religiosa, e farsi quindi carico delle responsabilità conseguenti alla scelta vocazionale liberamente assunta. Il dover adattarsi ad una nuova cultura, che è quella europea, e allo stesso tempo dover maturare la propria scelta vocazionale non aiuta infatti a fare dentro di sé una sintesi armoniosa.

Nell’Instrumentum laboris è scritto che le consacrate "contribuiscono a rivelare ancora di più una dimensione di Dio, mediante il loro genio femminile fatto di dolcezza, tenerezza e disponibilità". In che modo la donna svolge questo ruolo privilegiato? E in che modo potrebbe ulteriormente contribuire alla missione evangelizzatrice?

Musoni: Sono le donne a portare avanti la famiglia in Africa, così come l'educazione. Un ruolo importante, il loro, che anche la Chiesa dovrebbe riconoscere. Sono già presenti nelle parrocchie e nelle comunità ecclesiali di base: si tratta di riconoscere ufficialmente questo ruolo valorizzandolo. E, andando oltre, si potrà contribuire in questo modo a far riconoscere e tutelare la dignità della donna nella cultura africana in generale.

Ad esempio la poligamia non onora certamente la donna, quantomeno nella visione cristiana. Quanto allo sfruttamento, è risaputo il ruolo subalterno delle spose nell'organizzazione familiare, che può essere invece riveduto per una collaborazione che se non è paritaria, perlomeno rispetta le personali capacità. La Chiesa, secondo l'augurio dei Padri Sinodali, dando alla donna delle responsabilità anche negli organi di decisione, potrebbe offrire l'esempio più bello.

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A colloquio con il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson

Pace e giustizia in Africa esigono il rispetto del creato


di Mario Ponzi

L'Africa è pronta a mettere tutte le sue risorse spirituali a disposizione della Chiesa e del mondo intero. In cambio chiede solo rispetto, amore, solidarietà. Tra gli interpreti di questo nuovo stile di servizio figura il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, dal 24 ottobre scorso presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. La sua nomina alla guida di un dicastero tanto significativo si è aggiunta a quelle di altri sacerdoti africani chiamati a lavorare nella Curia romana. Un segno della grande attenzione con la quale Benedetto XVI segue lo sviluppo della Chiesa che è in Africa e della stima per i suoi figli. Ne abbiamo parlato con il cardinale in questa intervista.

Cosa e come potrà rispondere l'Africa alle attese della Chiesa universale?

Effettivamente i segnali di quanto lei afferma sono stati tanti. Vorrei ricordare qui l'accoglienza da parte di Benedetto XVI del desiderio del suo predecessore, Giovanni Paolo ii, di indire una seconda assemblea speciale per l'Africa del Sinodo dei vescovi; la visita pastorale per trasmettere l'Instrumentum laboris di quel sinodo; la sfida proposta ai capi di Stato africani a proposito del buon governo; la sua presenza quasi quotidiana ai lavori del sinodo; l'invito all'Africa ad amare i suoi valori, autenticamente umani; l'aver definito il continente "polmone sano dell'umanità"; l'invito rivolto agli africani a evitare gli elementi tossici di culture straniere, come il relativismo e il secolarismo ateo; infine proprio la recente affermazione, nel discorso alla Curia romana, a proposito del grande interesse che la Chiesa universale nutre per l'Africa. Sono tutte cose che dimostrano ampiamente il grande amore e la sollecitudine personale del Papa per l'Africa. Per questa dimostrazione di affetto, la Chiesa in Africa sarà eternamente grata.


 E al di là della gratitudine?

La gratitudine si fa preghiera per e nella Chiesa universale, ma anche condivisione, attenzione, amore e sollecitudine pastorale per le altre Chiese. In questa sollecitudine c'è anche un po' di preoccupazione. Per molti anni le Chiese di più antica tradizione, come quelle europee e quelle dell'America del nord, con i loro missionari hanno contribuito a stabilire le Chiese in Africa e sono divenute in un certo senso "antenati nella fede" per le locali comunità cristiane. La Chiesa in Africa oggi spera che le Chiese europee, e in parte quelle americane, le risparmino di farla sentire come una "Chiesa orfana". Un pericolo reale se dovesse prevalere la tendenza all'abbandono della fede che sempre più sembra diffondersi nelle terre degli antichi missionari, gli stessi che un tempo lasciarono le loro case per venire a annunciare il Vangelo nella nostra terra. Oggi le Chiese d'Africa provano sentimenti di pietà filiale di fronte a certe situazioni e si sentono in dovere di sostenere le Chiese nelle terre d'origine dei loro missionari, anche con le loro misere risorse che possiedono. Spesso inviano uno dei loro sacerdoti per evitare che una chiesa di antica data debba chiudere per mancanza di preti. Per questo ci sono sempre più sacerdoti africani nel mondo. Ed è una grazia del Signore.

In questo suo nuovo incarico quanto conta l'esperienza maturata in un continente la cui storia, anche recente, è spesso segnata da conflitti, dalla mancanza di una pace duratura e dalla continua ricerca di giustizia?

Porto con me, naturalmente, tutto quello che ho vissuto nel continente africano che, come dice lei, ha sempre dovuto soffrire per la mancanza di una pace duratura ed è alla continua ricerca di giustizia. La cosa che più ferisce l'Africa, però, è proprio il fatto che agli occhi del mondo essa appare come se fosse una piccola zona di campagna omogenea, nella quale ogni problema riguarda tutti. Gli africani apprezzerebbero molto di più se quelli che si occupano o parlano dell'Africa prendessero coscienza del fatto che si tratta di un grande continente composto da cinquanta Stati, con diverse culture, storie, economie, esperienze politiche. Anziché continuare a parlare genericamente di un'Africa che ha sempre dovuto soffrire per la mancanza di pace, si dovrebbe parlare di alcuni Paesi dell'Africa che patiscono per queste situazioni. E sarebbe ancora meglio se i Paesi fossero specificati. Sembrerebbe un esercizio inutile, ma contribuirebbe a frenare quella tendenza a generalizzare eccessivamente eventi ed esperienze del continente e a non parlare più solo in base a stereotipi. È di questo che l'Africa ha sempre sofferto.

Tuttavia nella maggior parte dei Paesi africani si soffre a causa di lotte, spesso fratricide, e di soprusi, spesso venuti dall'esterno ma favoriti da africani compiacenti.

Indubbiamente. Certe situazioni sono note a tutti. Come è noto a tutti che, a parte quelle che possiamo considerare cause naturali - come l'ambiente ostile dei deserti e delle foreste pluviali - la mancanza di pace e di giustizia in alcune parti del continente non è da imputare al cuore africano. Essa ha principalmente a che fare con la politica, con il malgoverno, con l'esasperazione delle differenze etniche e religiose, con l'economia che mantiene l'Africa nella mera condizione di "mercato" per i Paesi manifatturieri, con le necessità che il mondo ha delle sue risorse minerarie, con le nuove forme di colonialismo, quando non di schiavitù, e con le imposizione di natura religiosa. E gli africani cominciano a prendere coscienza di questa realtà. Può essere utile rileggere quanto scritto, a questo proposito, da un quotidiano africano qualche tempo fa:  "È tempo di smettere di colpire i lettori allo stomaco, mostrandogli solo immagini raccapriccianti delle miserie e delle disgrazie dell'Africa. Non è producente. È ora di riconoscere che lo sviluppo dell'Africa è nell'interesse di tutti. Correttezza, veridicità e un senso di solidarietà da parte del resto del mondo quando tratta con i Paesi dell'Africa ripristinerebbero la pace e la giustizia in Africa e sono virtù che l'esperienza africana potrebbe trasmettere, contribuendo al senso di pace del mondo".

A proposito di pace il messaggio di quest'anno, per la Giornata mondiale, sottolinea il rapporto con la difesa del creato. Quali testimonianze in proposito può dare l'Africa?

La solidarietà è certamente una delle virtù attraverso le quali l'Africa può contribuire a dare un senso alla ricerca della pace nel mondo. Questo vale non solo per quanto riguarda il rapporto con le altre Nazioni e con altri popoli - in virtù del quale la solidarietà si traduce in sollecitudine e responsabilità reciproche - ma anche per quanto riguarda il rapporto fra umanità e creato. La tutela del creato, auspicata dal Papa, si riferisce all'abuso causato dal degrado, dall'inquinamento, dalla deforestazione, dallo smaltimento di rifiuti anche tossici. In questo senso, diversi Paesi in Africa sono colpevoli di abuso del dono del creato. Oltre agli esecrabili esempi di cittadini africani che accettano denaro da Paesi europei per fornire loro discariche di rifiuti industriali tossici, i più gravi abusi dell'ambiente si registrano nelle zone minerarie, nelle aree di estrazione petrolifera e di taglio degli alberi. Così come vengono realizzate attualmente queste attività costituiscono una minaccia grave per l'esistenza umana. Impoveriscono le terre, privano il terreno della copertura organica e vegetale, provocando con ciò la distruzione di quanto è necessario alla coltivazione degli elementi necessari all'alimentazione. I prodotti chimici utilizzati nell'estrazione di alcuni minerali sono talmente tossici da contaminare irrimediabilmente l'acqua e, di conseguenza, causano avvelenamento di diverse forme di vita da cui dipende l'esistenza umana. Nel caso dell'estrazione petrolifera è il petrolio stesso a contaminare l'ambiente e a renderlo privo di vita. Il taglio incontrollato degli alberi non è solo una mancanza di rispetto per la terra, ma anche una minaccia per tutte le forme di vita perché interrompe il ciclo idrologico e riduce sempre più le risorse idriche della terra. La dipendenza della vita umana dal creato reclama dunque solidarietà fra uomo e natura e richiede un uso giudizioso e responsabile delle risorse naturali. In molti Paesi questo rapporto tra uomo e natura è regolato da leggi e accordi precisi. Dove ciò non avviene, come in certe regioni africane, l'abuso del creato diviene una vera minaccia per la vita e per la pace dell'umanità.

 Non a caso il Papa nel suo messaggio invita a cambiare stile di vita.

Il Papa sa che non basta solo il ricorso a leggi o ad accordi sull'uso giudizioso e responsabile del dono del creato. Occorre innanzitutto, per un'autentica salvaguardia, il rispetto dell'umanità per l'ambiente. Per questo esorta all'applicazione di "nuove forme di impegno" e ad agire secondo "norme chiaramente definite" nel rapporto fra uomo e dono del creato. Tuttavia queste norme devono essere espressioni di stili di vita modificati, "modi di vivere improntati alla sobrietà e alla solidarietà", nuovi modelli di sviluppo e di consumo. Quindi quello auspicato dal Papa è certamente un cambiamento negli atteggiamenti, nei sistemi di valori e nei modi di vivere. Egli reclama "un profondo rinnovamento culturale" che implichi una "revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo", un impegno per il diritto delle persone all'acqua, all'alimentazione, alla salute, all'aria pulita, a nuove fonti di energia, e un senso di amministrazione responsabile del creato che rifletta la solidarietà dell'uomo con i poveri, con altri utenti dei beni della terra e con le generazioni che verranno. L'esortazione del Papa significa innanzitutto che gli atteggiamenti e i comportamenti umani sino a oggi prevalenti nei confronti del creato si sono rivelati fallimentari, miopi ed egoistici. C'è urgente necessità di un'altra luce guida, di un'altra ratio e di un altro principio di discernimento. Questa ratio e questo principio di discernimento non sono altro che ciò che ha trasformato il chàos in còsmos, la Parola di Dio.

In questo periodo fa molto discutere, e non solo in Africa, la questione dell'acqua. Sarà proprio l'acqua, secondo lei, il prossimo fronte caldo da affrontare?

Forse sì. Effettivamente l'acqua e la sua disponibilità sulla terra costituiscono oggi un problema per l'umanità. La scarsità d'acqua colpirà in maniera veramente grave l'Africa e diverse altre regioni tropicali in un futuro prossimo. Diversi fattori concorrono alla crisi idrica che incombe sul pianeta. Il più noto oggi è il riscaldamento globale. Si stanno riducendo rapidamente le scorte idriche tradizionali nelle calotte glaciali e nelle coltri glaciali delle regioni polari. I ghiacciai si stanno sciogliendo velocemente e l'acqua che ne deriva non va ad aumentare le risorse idriche della terra, ma a innalzare il livello del mare e a rendere le acque sotterranee costiere saline e non potabili. La desertificazione è, allo stesso tempo, causa ed effetto della scarsità d'acqua. Ad aggravare la situazione contribuiscono il taglio degli alberi, metodi sbagliati di coltivazione, un eccessivo sfruttamento dei pascoli, la dipendenza dal legname come combustibile ed energia, pratiche che privano la terra della sua copertura vegetale. Paradossalmente, è stato scoperto di recente che nel Sahara c'è un'enorme riserva d'acqua sotterranea. Dunque, l'elaborazione di una tecnologia in grado di riportare l'acqua sulla superficie del Sahara potrebbe essere un aiuto decisivo per l'Africa. Così come decisivo sarebbe porre un freno al taglio incontrollato di intere foreste e all'inquinamento delle fonti d'acqua tradizionali attraverso l'uso di materiale tossico. È tutto questo che rende l'Africa la prima vittima potenziale di un'imminente crisi idrica sul pianeta. A meno che non vi sia una drastica revisione dei metodi e delle forme di tutta l'attività umana sul continente.

Nel suo discorso alla Fao, il Papa ha denunciato lo scandalo degli enormi sprechi alimentari, sufficienti da soli a sfamare il mondo. Eppure c'è chi utilizza l'argomento della scarsità di risorse alimentari per promuovere l'uso di tecniche e metodi di coltivazione presentati come risolutivi. Cosa ne pensa?

La ricerca scientifica, come le acquisizioni tecnologiche, tende certamente a migliorare la vita umana e la sua condizione. Tuttavia è impensabile che non nasconda anche mire di guadagno e di acquisizione di vantaggi da parte di qualcuno, anche sotto forma di controllo, di dominio e di sfruttamento. È chiaro che per fare ricerca c'è bisogno di finanziamento. Inaccettabile è però che il vantaggio ottenuto dalle scoperte diventi occasione di enormi profitti e causa di sfruttamento. Purtroppo questo è l'atteggiamento che domina nel mondo degli affari e giustifica comportamenti irresponsabili come la distruzione di risorse alimentari per mantenere alti i prezzi di mercato. Questo è lo scandalo che il Papa ha denunciato nel suo discorso alla Fao. Alla luce di quanto detto, è chiaro che proporre come soluzione ai problemi della fame nel mondo e delle carestie tecniche che non tengono conto della biodiversità delle coltivazioni africane o prevedono l'uso di organismi geneticamente modificati (ogm) non può che suscitare sospetti sulle reali intenzioni. Faccio un esempio. Un contadino africano che utilizza semi di mais conservati dal raccolto dell'anno precedente, forse avrà una resa leggermente più modesta di quella ottenuta con gli ogm. Sicuramente, però, non dovrà sborsare alcuna somma di denaro per l'acquisto dei semi. E soprattutto la sua attività non dipenderà da fattori esterni condizionanti, come la capacità e la volontà produttiva di aziende multinazionali. La vera domanda che ci si dovrebbe porre è un'altra:  è proprio impossibile, per il governo di un Paese cosiddetto affamato, adottare iniziative in grado di assicurare nutrimento per i propri cittadini senza scendere a compromessi? Credo che basterebbe uno sforzo minimo di buona volontà politica e di amore per il proprio popolo. Un altro piccolo esempio:  il Burkina Faso è molto più vicino al deserto rispetto alla parte settentrionale del Ghana. Pochi fiumi percorrono il suo territorio, quindi ha meno acqua del Paese confinante. Eppure ha messo in campo un programma di dighe, pozzi e irrigazione talmente efficiente da consentirgli di coltivare oggi alcune specie di frutti, verdure e ortaggi che il più florido Ghana non si può permettere di produrre con le sue attuali strutture. Non credo servano altre parole.


(©L'Osservatore Romano - 24 febbraio 2010)
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2/26/2010 7:40 PM
 
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La "Communauté Emmanuelle" di Kigali

L'Africa che non fa notizia cresce in Rwanda


di Egidio Picucci

È accaduto mentre era in corso il recente Sinodo dei vescovi per l'Africa. Ma in pochi se ne sono accorti. Scontato il silenzio dei mezzi di informazione, per i quali il continente africano esiste solo - e non sempre - quando scoppiano lotte tribali, esplodono recrudescenze di malattie endemiche, periodi di siccità, di fame, di epidemie che colpiscono i bambini, invasioni di cavallette.
Allora i giornali, seppur a corrente alternata, sembrano accorgersi delle emergenze; nessuno, però, che parli dell'"altra" Africa, quella positiva, che esiste, come del resto esiste l'"altra" Italia che ignora la violenza, la malavita con tutto il corteo di cattiverie che l'accompagna.
Dunque, il sinodo dello scorso ottobre in Vaticano. Tra le centinaia di partecipanti, c'era pure un gruppetto di "uditori" di cui faceva parte anche Christophe Habiyambere, responsabile della "Communauté Emmanuelle", sorta in Rwanda nel 1990 e composta da circa seicento membri divisi in nove settori, impegnati soprattutto nel promuovere la rappacificazione. E pace, giustizia e riconciliazione erano appunto i temi del sinodo, argomenti quanto mai attuali per la situazione del continente. Christophe, intervendo nel gruppo francofono a cui apparteneva, ha avuto modo di raccontare come ci fosse già qualcuno che sull'argomento ha qualcosa da insegnare. Ha raccontato di una ragazza che vive a Kigali, oggi madre di un bambino, ma al tempo del genocidio rwandese (1994) bambina di appena 9 anni. Benché così piccola, fu spietatamente costretta ad assistere allo sterminio della sua famiglia e a altre orribili coercizioni.

Il mitra puntato sulla faccia avrebbe fatto partire il colpo qualora si fosse rifiutata, e dovette ubbidire, riportando però un trauma che la rese muta. "Poteva comunicare con gli altri solo con lo scritto - ha detto Christophe - cosa che fortunatamente faceva abbastanza speditamente, ma sempre di mala voglia. In comunità abbiamo pregato molto per lei", ha aggiunto monsieur Habiyambere, padre di sei figli, funzionario del ministero della sanità e licenziato in teologia all'università di Friburgo e in psicologia all'università statale del Rwanda.
"Qualche anno fa la ragazza ha chiesto di poter incontrare l'assassino della sua famiglia, in carcere a Gikondo, vicino a Kigali, perché voleva perdonarlo. Lei non sapeva - ha precisato Christophe - che nel frattempo l'uomo s'era convertito e che giorno e notte si rimproverava quel delitto che gli aveva tolto la pace. Nel momento stesso in cui la ragazza gli ha detto:  "Ti perdono", lui è scoppiato a piangere e lei ha riacquistato la parola! Potrei raccontare decine e decine di episodi del genere - ha concluso Christophe - perché nei centri spirituali che abbiamo aperto in questo Paese, bello di mille colline, ne accadono tutti i giorni".

Nel "Centro Gesù misericordioso", aperto a Ruhango nel 1994 e animato da due sacerdoti pallottini, circa ventimila persone partecipano ogni prima domenica del mese alla "giornata di guarigione interiore", ascoltando un'esortazione e pregando a lungo davanti al santissimo sacramento.
"È un forte momento di incontro con il Signore - spiega Christophe Habiyambere - per tutti quelli che hanno il cuore ferito e sanguinante ricordando le persone che hanno ucciso, i tabernacoli profanati, le violenze e gli abomini commessi approfittando della confusione che si era creata nel Paese. Vengono a piangere le loro colpe davanti all'altare e pian piano riacquistano serenità e pace".

Arrivano anche le vittime, che sono numerosissime:  donne violentate e infettate dall'Aids; vedove e adolescenti che hanno solo gli occhi per piangere, prive di tutto e che occorre assistere individualmente per aiutarle a vincere sentimenti di rancore e perfino di vendetta. "È un lavoro lungo - aggiunge - ma nel quale la "Communauté", aiutata dalla grazia di Dio, s'impegna con una quindicina di fratelli preparati appositamente per questo".

Nel secondo centro che la comunità gestisce a Kigali - spiega il responsabile - "oltre ad assistere duecento bambini abbandonati, organizziamo le "Nuits Sos d'adoration". Tutti i venerdì pomeriggio decine di laici si riuniscono per pregare davanti al santissimo Sacramento secondo le migliaia d'intenzioni che ci arrivano da tutta la nazione. Noi paragoniamo i nostri centri a due porti a cui approdano quanti vogliono ritrovare la pace dopo una traversata pericolosa. La voce si è sparsa anche nelle nazioni vicine e arriva gente dalla Repubblica Democratica del Congo, dal Burundi, ognuno con il suo carico di sofferenza e riparte rappacificato con Dio, con i fratelli e con se stesso".


(©L'Osservatore Romano - 27 febbraio 2010)
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2/28/2010 11:16 AM
 
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In preparazione della prossima assemblea plenaria ad Accra

In Ghana la riunione dei vescovi del Secam


Accra, 27. Si concluderà il prossimo 3 marzo ad Accra, capitale del Ghana, la riunione del Comitato permanente delle Conferenze episcopali di Africa e Madagascar (Secam/Sceam).
I lavori della riunione - riferisce l'agenzia Fides - saranno incentrati sui seguenti temi:  valutazione dell'assemblea speciale per l'Africa del Sinodo dei vescovi che si è svolta in Vaticano lo scorso ottobre; preparazione della prossima assemblea plenaria del Secam, che si terrà ad Accra dal 26 luglio al 2 agosto prossimo.
 L'assemblea plenaria del Secam avrà per titolo:  "Il Secam/Sceam 40 anni dopo:  autonomia e prospettiva per la Chiesa in Africa".
L'incontro è preceduto da una messa che sarà celebrata nella cattedrale dello Spirito Santo di Accra, domenica 28 febbraio, con la quale iniziano i festeggiamenti per i quarant'anni del Secam/Sceam. In tutte le parrocchie e le cappellanie del continente saranno celebrate messe per il Secam e per il rinnovamento spirituale dei dirigenti, dei funzionari e del popolo africano.
Il simposio venne costituito il 29 luglio del 1969 da Paolo vi in occasione della visita a Kampala, capitale dell'Uganda, durante il primo viaggio di un Papa in terra d'Africa.
La decisione di proclamare il 29 luglio giornata del simposio delle Conferenze episcopali di Africa e Madagascar fu presa nell'aprile del 2006 durante la riunione del comitato permanente del Secam svoltasi nella capitale della Costa d'Avorio, Abidjan. Successivamente, durante un incontro a Bujumbura è stato deciso di ricordare il 29 luglio anche l'istituzione del comitato permanente del Secam.
Il comitato permanente dovrà anche decidere il futuro del progetto per la buona governance del simposio, che è stato adottato tre anni fa. Il progetto, che ha una durata di tre anni e un costo di poco più di un milione di euro, ha ricevuto i finanziamenti da parte di Misereor, l'agenzia per lo sviluppo della Conferenza episcopale della Germania.
Del comitato permanente del Secam/Sceam fanno parte l'arcivescovo di Dar-es-Salaam, cardinale Polycarp Pengo, presidente del simposio, un rappresentante per ognuna delle nove regioni del Secam/Sceam e il tesoriere del simposio.


(©L'Osservatore Romano - 28 febbraio 2010)
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3/3/2010 10:43 AM
 
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Il cardinale Turkson ricorda il recente sinodo continentale

La Chiesa in Africa tra identità e missione


Identità senza missione, missione senza identità. Nel suo cammino attraverso le vicende storiche degli uomini la Chiesa è sempre in bilico tra due rischi:  quello di rimanere un'entità astratta, estranea alla vita terrena, o al contrario di ridursi a una semplice agenzia umanitaria. In questo senso, i due sinodi dei vescovi per l'Africa, celebrati rispettivamente nel 1994 e nel 2009, sono stati "complementari", perché "se il primo ha formulato un'identità per la Chiesa del continente, chiamata a essere famiglia di Dio in comunione, il secondo ha dato una missione a questa identità:  vivere come sale della terra e luce del mondo, al servizio della riconciliazione, della giustizia, della pace".
È questa la lettura delle due assemblee sinodali proposta dal cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, durante il convegno promosso lunedì 1° marzo a Firenze dalla Facoltà teologica dell'Italia centrale, dal centro missionario dell'arcidiocesi toscana e dai missionari comboniani, sul tema "La profezia che viene dall'Africa. Sfide, risorse e ricadute dal recente sinodo". Un incontro scandito da riflessioni e testimonianze, con l'intento non solo di approfondire "una pagina importante del cammino di questi anni della Chiesa universale" - come ha evidenziato nel saluto introduttivo l'arcivescovo Giuseppe Betori - ma anche di comprendere che "il futuro del mondo passa attraverso la soluzione dei problemi dell'Africa e interessarsi quindi dei suoi bisogni di riconciliazione e del suo progresso nella pace non ci allontana affatto dal nostro mondo, ma riflette una comprensione della storia davvero a livello mondiale".
Proprio nel segno di questa consapevolezza, il cardinale Turkson ha ricordato che l'immagine dell'Africa diffusa nella coscienza del mondo all'epoca del primo sinodo era condizionata da "una visione alquanto pessimistica" della sua realtà. "L'Africa - ha sottolineato - era vista come una terra con situazioni poco favorevoli alla missione della Chiesa". Nonostante ciò, l'impegno dei padri sinodali sotto la presidenza del Papa è stato quello di caratterizzare l'assemblea del 1994 come "il sinodo della risurrezione e della speranza", per dare avvio a un reale cambiamento nel continente. Un cambiamento fondato essenzialmente su due punti chiave dell'esortazione apostolica postsinodale "Ecclesia in Africa":  il nuovo paradigma della Chiesa come famiglia di Dio, concepita come vita di comunione, di cui tutti fanno parte, al di là delle differenze di etnie e tribù; e la prospettiva di una proposta pastorale incentrata sull'evangelizzazione come proclamazione, inculturazione, dialogo, giustizia e pace, comunicazione.
Secondo il porporato, nei quindici anni trascorsi fra i due sinodi la situazione del continente, sia pure solo in parte, è mutata. Sono cadute certe letture generalizzate e stereotipate, mentre il mondo si è reso conto che l'Africa non è un'entità monolitica, "tutta conflitti, malattie e fame", ma una realtà molto complessa e differenziata. "Il continente - ha denunciato il porporato - ha dovuto sempre sopportare il gran peso di una presentazione mediatica poco positiva. È venuta l'ora di dire la verità sull'Africa, di parlare dell'Africa in termini di verità e carità. Si tratta di una terra dalle grandi opportunità. Ciò che resta da fare è scoprire come tradurre queste opportunità in esperienza concreta per la gente che ci vive". In questo senso, il tema del secondo sinodo - celebrato in Vaticano dal 4 al 25 ottobre scorso e basato sul trinomio riconciliazione, giustizia e pace - ha indicato "una maniera concreta per aiutare gli africani a sperimentare le opportunità che il continente offre. Questa è appunto la missione della Chiesa come famiglia di Dio".
Per Turkson è stato lo stesso Benedetto XVI, durante la visita compiuta nel marzo 2009 in Camerun e in Angola per la consegna dell'Instrumentum laboris, a sperimentare la vitalità della Chiesa africana come realtà di comunione ecclesiale e di collegialità. "Il sinodo - ha osservato il porporato - è stata precisamente la celebrazione di questa convergenza intorno al Papa come principio di unità, di collegialità e di comunione. Non è stato un evento completamente africano, ma piuttosto un'esperienza della Chiesa universale per la Chiesa in Africa, considerata dal Pontefice un autentico polmone spirituale per tutta l'umanità".
La seconda assemblea continentale si è rivelata così un'opportunità di ascolto di "voci profetiche". Fin dall'inizio Benedetto XVI ha invitato a considerarla non tanto una sessione di studio quanto un'iniziativa divina:  "Dio che invita il suo popolo ad ascoltare la sua voce in mezzo a un mondo così pieno di rumori". A caratterizzare i lavori è stata dunque "una grande cultura dell'ascolto". Turkson ha ricordato che il Papa stesso ha partecipato a 13 delle 20 congregazioni generali del sinodo. E la sua presenza, contraddistinta da un atteggiamento di ascolto rispettoso e di attenzione, "è stata anche per i padri sinodali uno stimolo ad ascoltarsi reciprocamente, con grande carità e pazienza".
Pur dando spazio ai problemi concreti del continente, i lavori del sinodo dei vescovi per l'Africa non si sono trasformati in una discussione "politica". Per il presidente di Iustitia et pax "il tema scelto aveva a che fare con la vita della società, degli uomini, delle persone, ma l'obiettivo non è stato certo politico". Nel primo sinodo la Chiesa in Africa era stata presentata come famiglia di Dio, come "un'entità in comunione con Dio e con gli altri". Ciò che ha fatto il secondo sinodo, invece, è stato "portare la Chiesa a vivere questa identità". L'assemblea dello scorso ottobre "ha dato una prospettiva alla Chiesa intesa come comunione e famiglia di Dio".
In questo senso le due assemblee si sono completate a vicenda, perché "senza la missione la Chiesa, pur avendo un'identità di comunione, rimane qualcosa al di fuori di questa terra". La Chiesa come famiglia di Dio - ha spiegato il cardinale - "è un'entità storica, che diventa la forma del regno di Dio sulla terra. Quindi ha bisogno di un programma che ha a che fare con la vita terrena, con la vita degli uomini". Questa è esattamente la missione che il secondo sinodo per l'Africa ha affidato alla Chiesa del continente, "sfidandola a mostrarsi come vera famiglia di Dio, vera nella sua vita di comunione". La Chiesa - ha rimarcato ancora Turkson - "è incarnata nella spiritualità, nella vita pastorale e nell'attività che è chiamata a svolgere tra gli uomini. Il Papa stesso ha ricordato che il compito dei vescovi è trasformare la teologia in azione pastorale, trovare forme concrete per tradurre la Scrittura e la Tradizione in programma pastorale". Altrimenti - ha avvertito - si rischia di scadere nell'ideologia. "Se la politica non tocca la vita della gente diventa ideologia - ha fatto notare il cardinale - e allo stesso modo si potrebbe dire che quando la teologia non si traduce in forme concrete nella vita storica della gente diventa anch'essa, in qualche maniera, ideologia".
È per questo che il secondo sinodo per l'Africa ha offerto al primo il senso della missione:  "una forma, cioè, per diventare reale, incarnato nella storia e nella vita degli uomini". Su questa strada la Chiesa nel continente ha il compito - ha concluso il porporato - "di servire la riconciliazione cercando di ripristinare la giustizia laddove essa non esiste più e di promuovere la pace nei rapporti umani e nelle società in cui vive".


(©L'Osservatore Romano - 3 marzo 2010)
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A colloquio con il presidente dei vescovi dell'Uganda

Una Chiesa in crescita impegnata per la pace


di Nicola Gori


Un Paese cristiano, a maggioranza cattolica, con una Chiesa indigena in forte crescita, impegnata a confrontarsi con numerose sfide, tra le quali è destinata ad assumere importanza la ricostruzione del tessuto sociale nelle regioni settentrionali, sconvolte da un conflitto protrattosi per oltre vent'anni. È questa la realtà sociale e religiosa dell'Uganda descritta dal vescovo di Lugazi, monsignor Matthias Ssekamanya, presidente della Conferenza episcopale, in questi giorni a Roma per la visita ad limina Apostolorum. Il ruolo dei laici all'interno della comunità, gli sforzi fatti per riportare la pace nel Paese, e l'impegno nella lotta contro la povertà e per combattere la diffusione dell'Aids tra i principali argomenti affrontati in questa intervista.

La popolazione ugandese ha vissuto un periodo particolarmente difficile, sconvolta da guerre fratricide e dalla recrudescenza dell'Aids. Con quali forze la Chiesa ha potuto affiancare e sostenere il Paese nei suoi tentativi di uscire da queste situazioni?

Per grazia di Dio siamo un Paese cristiano e a maggioranza cattolica per cui abbiamo potuto mettere in campo diverse forze. Un aiuto fondamentale alla forza della Chiesa cattolica e del cristianesimo in genere vanno attribuiti all'attività dei primi missionari, che mentre annunciavano la Parola insegnavano a leggere e a scrivere, portavano un messaggio di fraternità e di speranza. La gente associava quindi il cristianesimo a messaggi positivi, all'istruzione, vista come opportunità di sviluppo. Del resto anche i catechisti sono stati formati come insegnanti. E con il cristianesimo è arrivata anche l'assistenza sanitaria. Hanno provveduto agli altri servizi sociali per dimostrare la loro attenzione verso i poveri. Una volta piantato il seme della fede, questa è stata trasmessa alle generazioni successive grazie al potere dello Spirito Santo e all'azione di Dio nella conversione del nostro popolo.

Dunque i laici impegnati in Uganda hanno un ruolo di primo piano all'interno della Chiesa?

Essi partecipano attivamente e in sintonia con le indicazioni del concilio Vaticano II svolgono il loro ministero nei villaggi attraverso vari movimenti:  Legio Mariae, gruppi di preghiera, apostolato giovanile. I catechisti sono in prima linea laddove scarseggiano i sacerdoti, e soprattutto i laici condividono il governo della Chiesa nei Consigli pastorali, diocesani, parrocchiali e nelle comunità cristiane di base. In particolare sono il braccio amministrativo e la Chiesa li ha incoraggiati a usare le loro professioni per svolgere un ruolo attivo nella società. La promozione della famiglia, per esempio, è direttamente collegata alla partecipazione dei laici alla vita della Chiesa.

Cosa fate per combattere la povertà?

Siamo molto attivi con corsi di formazione in agricoltura sostenibile e d'imprenditoria locale nelle 19 diocesi del Paese, al fine di aumentare la produzione alimentare delle famiglie.

Si parla tanto del cosiddetto "modello" ugandese per contrastare la diffusione dell'Aids. Qual è la realtà?

Nel 1995, la Conferenza episcopale ha istituito l'"hiv/aids focal point" per aiutare il popolo. Secondo il "National hiv zero behavioral survey" del 2004/5, un milione di persone sono state infettate dal virus in Uganda. Molto è stato fatto per educare la popolazione, ma preoccupa l'alto numero di nuovi contagi. L'indagine più recente sulle modalità di trasmissione indica che ci sono oltre centomila nuove infezioni ogni anno. Dopo una prima fase di rapida diffusione dal 1980 al 1992, con un tasso superiore al 18 per cento, e quella di calo fino al 6, 4 per cento tra il 1992 e il 2002, siamo ora in una fase di stabilizzazione, con all'orizzonte minacce di un nuovo incremento.

Iniziative concrete?

Negli ultimi anni si è registrato un aumento significativo dei fondi a livello mondiale e nazionale. Abbiamo visto la messa in opera del Fondo globale per la lotta all'aids, la tubercolosi e la malaria. L'Uganda ne ha beneficiato e il "focal point" ha lavorato instancabilmente per aiutare le diocesi e le altre istituzioni della Chiesa ad accedere autonomamente a queste risorse, attraverso la condivisione delle informazioni, la valutazione delle domande di finanziamento e altre consulenze. Ha peraltro rilevato con preoccupazione che alcune delle somme stanziate non sono state usate in modo corretto, a causa degli elevati livelli di corruzione nel Paese.

Ma non sono mancati gli aspetti positivi?

Sono nate reti di collaborazione che, in linea con la politica di decentramento posta in essere dal Governo, hanno permesso di migliorare il coordinamento, ma anche di accrescere la visibilità dei servizi cattolici per l'Aids. Come testimonia l'accresciuta rappresentanza del personale diocesano del "focal point" nelle Commissioni distrettuali per la lotta contro l'Aids. Il "focal point" ha anche partecipato alla costituzione del network contro l'Aids della Caritas internationalis decisa in occasione dell'ultima Conferenza internazionale sull'Aids svoltasi in Messico. Sebbene le cure contro la malattia siano diventate negli ultimi sei anni più accessibili, la Chiesa e altri partner hanno dovuto fare molto di più per prevenire nuovi contagi. A tal fine, si è imposta una più stretta collaborazione tra tutte le diocesi sul fronte della prevenzione. Dieci diocesi hanno potuto accedere a sovvenzioni a tal fine, per ampliare la copertura e l'entità dei servizi offerti.

E veniamo alla riconciliazione con i ribelli del "Lord's Resistance Army" che hanno combattuto il Governo per più di venti anni.

Il conflitto nella parte nord-orientale del Paese ha causato danni incalcolabili in termini di vite umane. La Chiesa ha contribuito agli sforzi per la pacificazione della regione e alla fine della guerra, iniziata nel 1986. I vescovi sono preoccupati dalla perdita di tante vite umane, dalla mutilazione e deturpazione di tante persone, dalla scomparsa di bambini piccoli e innocenti, dalla distruzione di proprietà e dalla conseguente povertà che rappresentano una vergogna per la coscienza della Nazione. Nel 2007 l'Uganda joint christian council (Ujcc), organizzazione ecumenica che riunisce cattolici, anglicani e ortodossi, ha pubblicato il documento congiunto "Una cornice per il dialogo. Sulla riconciliazione e la pace in Nord Uganda". A Lira si sono tenute tre riunioni consultive a cui hanno partecipato parlamentari, funzionari governativi, capi religiosi che hanno preparato i colloqui di pace di Juba nel 2006 per porre fine alla guerra, anche se com'è noto si registrano ancora focolai accesi.

Cos'ha fatto la Chiesa?

È stata in costante contatto con i capi tradizionali delle etnie Acholi, Karamajong, Lango e Iteso perché esercitassero la loro influenza per fermare l'attività dei ribelli. I vescovi hanno visitato la regione e hanno fatto appello ai donatori per garantire assistenza umanitaria alla popolazione. Varie diocesi hanno inviato cibo e sono state elevate preghiere in tutto il Paese per chiedere a Dio di porre fine a questo flagello. Nel 2009 l'Ujcc e altri organismi hanno dato vita a una Conferenza sul tema della riconciliazione, della giustizia e della pace sostenibile.

Lei ha accennato all'Uganda Joint Christian Council. Come sono i rapporti con le altre Chiese e comunità cristiane?

Buoni. Nel 1963 è stato istituito l'Ujcc, cui aderiscono la Chiesa cattolica, la Chiesa anglicana e quella ortodossa, che insieme costituiscono il 75 per cento della popolazione. Costituito in un momento di forti tensioni tra le Chiese cristiane in Uganda, mira ad approfondire l'amicizia, a promuovere l'ecumenismo, l'unità dei cristiani e ad analizzare le questioni di interesse comune, come la democrazia, la pace, la salute, l'istruzione, la pari dignità tra uomo e donna, la giustizia sociale ed economica. L'Uganda Joint Christian Council ha anche un canale di collegamento con il Parlamento per mantenere le Chiese aggiornate sui progetti di legge in discussione e per trovare un terreno comune sulle questioni nazionali e religiose al centro del dibattito pubblico. Non abbiamo invece rapporti formali con le Chiese evangeliche, che però di recente hanno chiesto di essere ammesse all'Ujcc.

Come va il dialogo con l'islam?

Nel 2000 è stato istituito il Consiglio interreligioso dell'Uganda (Ircu) cui aderiscono cristiani e musulmani. L'Ircu ha avviato vari programmi nel campo della lotta all'Aids, della pace, dei diritti umani, del buon governo, della comunicazione, dell'informazione pubblica. Tutti questi sforzi hanno l'approvazione della Chiesa cattolica.

E con le religioni tradizionali africane?

La Chiesa cerca di mantenere buoni rapporti attraverso la sua Commissione per il dialogo interreligioso. I valori positivi delle religioni tradizionali africane non vengono respinti, ma sono utilizzati per promuovere l'inculturazione del cristianesimo in Uganda. Aspetti negativi come la poligamia, la stregoneria e sacrifici umani non sono invece accettati. La Chiesa è cosciente del fatto che, anche se il nostro popolo è cristiano, rimangono alcuni retaggi incompatibili.

Nel 2000 il suicidio collettivo di 400 adepti di una setta religiosa nei pressi di Kanungu accese i riflettori sul problema delle sette.

Non abbiamo informazioni per valutare se esse oggi sono in aumento. Sappiamo solo che la loro libertà di culto - con musiche e danze - hanno una forte presa su alcuni cattolici. Di conseguenza, dobbiamo lavorare per fare in modo che le nostre liturgie siano apprezzate dal popolo. Inoltre per conquistare seguaci le sette usano denaro e beni materiali, finti ministeri di guarigione e cercano di mettere in cattiva luce la Chiesa cattolica.


(©L'Osservatore Romano - 5 marzo 2010)
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