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Il caso di pedofilia nella Chiesa irlandese

Last Update: 3/25/2010 3:56 PM
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La Lettera del Papa sugli abusi e la rivoluzione culturale degli anni '60

di Massimo Introvigne*

ROMA, lunedì, 22 marzo 2010 (ZENIT.org).

È evidente che la “
Lettera ai cattolici dell’Irlanda” di Benedetto XVI non è rivolta ai sociologi. Il Papa parla a una Chiesa ferita e disorientata dalle notizie relative ai preti pedofili.
Denuncia con voce fortissima i “crimini abnormi”, “la vergogna e disonore”, la violazione della dignità delle vittime, il colpo inferto alla Chiesa “a un punto tale cui non erano giunti neppure secoli di persecuzione”.
A nome della Chiesa “esprime apertamente la vergogna e il rimorso”. Affronta il problema dal punto di vista del diritto canonico – ribadendo con forza che è stata la sua “mancata applicazione” da parte talora anche di vescovi, non le sue norme come una certa stampa laicista pretenderebbe, a causare la “vergogna” – e della vita spirituale dei sacerdoti, la cui trascuratezza è alle radici del problema e cui chiede di ritornare attraverso l’adorazione eucaristica, le missioni, la pratica frequente della confessione. Se questi rimedi saranno presi sul serio è possibile che la Provvidenza, che sa trarre il bene anche dal peggiore di mali, possa nell’Anno Sacerdotale avviare per i sacerdoti “una stagione di rinascita e di rinnovamento spirituale”, dimostrando “a tutti che dove abbonda il peccato, sovrabbonda la grazia (cfr Rm 5, 20)”. Peraltro, “nessuno si immagini che questa penosa situazione si risolverà in breve tempo”.
Tuttavia il Papa – che pure non intende certamente rubare il mestiere ai sociologi – offre anche elementi d’interpretazione delle radici di un problema che, certo, “non è specifico né dell’Irlanda né della Chiesa”. Dopo avere evocato le glorie plurisecolari del cattolicesimo irlandese – una storia di santità che non può e non deve essere dimenticata –, Benedetto XVI fa cenno agli ultimi decenni e alle “gravi sfide alla fede scaturite dalla rapida trasformazione e secolarizzazione della società irlandese”.
“Si è verificato – spiega il Papa – un rapidissimo cambiamento sociale, che spesso ha colpito con effetti avversi la tradizionale adesione del popolo all’insegnamento e ai valori cattolici”. C’è stata una “rapida” scristianizzazione della società, e c’è stata contemporaneamente anche all’interno della Chiesa “la tendenza, anche da parte di sacerdoti e religiosi, di adottare modi di pensiero e di giudizio delle realtà secolari senza sufficiente riferimento al Vangelo”. “Il programma di rinnovamento proposto dal Concilio Vaticano Secondo fu a volte frainteso”. “Molto sovente le pratiche sacramentali e devozionali che sostengono la fede e la rendono capace di crescere, come ad esempio la frequente confessione, la preghiera quotidiana e i ritiri annuali” furono “disattese”. “È in questo contesto generale” di “indebolimento della fede” e di “perdita del rispetto per la Chiesa e per i suoi insegnamenti” “che dobbiamo cercare di comprendere lo sconcertante problema dell’abuso sessuale dei ragazzi”.
In questo quarto paragrafo della “Lettera ai cattolici dell’Irlanda” Benedetto XVI entra su un terreno che è anche quello del sociologo, e che naturalmente non è rigidamente separato dagli altri elementi d’interpretazione. Certo, le norme del diritto canonico furono violate. Certo, la vita di pietà di molti sacerdoti si affievolì. Ma perché, precisamente, questo avvenne? E quando? Riprendendo temi familiari del suo magistero, Benedetto XVI elenca fra le cause il “fraintendimento” del Concilio – altrove ha parlato di una “ermeneutica della discontinuità e della rottura” –, non i documenti del Vaticano II in se stessi. Ma anche questo “fraintendimento” fu possibile in un quadro generale da cui la Chiesa non poteva completamente tenersi fuori, e che oggi è al centro di un vasto dibattito.
Benedetto XVI entra così nel vasto dibattito che è al centro della sociologia delle religioni contemporanea, quello sulla “secolarizzazione”. Il dibattito è stato particolarmente caldo alla fine del secolo XX, ma – anche attraverso scambi fra studiosi non sempre cortesi – è arrivato a un risultato che oggi la maggior parte dei sociologi condivide. Se le dimensioni della religione sono tre – le “tre B”, in inglese “believing” (credere), “belonging” (appartenere) e “behaving” (comportarsi) – tutti concordano che non c’è, in Occidente – perché è dell’Occidente che si parla, mentre per l’Africa o per l’Asia i termini sono diversi –, una significativa secolarizzazione delle credenze (believing).
La grande maggioranza delle persone si dichiara ancora credente. Nonostante un’attiva propaganda, il numero degli atei non aumenta. È invece chiaro a tutti che c’è un’ampia secolarizzazione dei comportamenti (behaving). Dal divorzio all’aborto e all’omosessualità la società e le leggi tengono sempre meno conto dei precetti delle Chiese. Il dibattito rimane vivo sulla secolarizzazione delle appartenenze (belonging) e sulla diminuzione della pratica religiosa, perché sul modo di raccogliere le statistiche ci sono molte polemiche e fra Stati Uniti ed Europa, così come fra diversi Paesi europei, i numeri variano. Non c’è dubbio, però, che in alcuni Paesi il numero di praticanti cattolici e protestanti sia sceso in modo particolarmente drastico negli ultimi cinquant’anni e che fra questi ci siano le Isole Britanniche, anche se in Irlanda le cifre assolute, pure in discesa, rimangono più alte della media europea.
Attenuatesi le polemiche sulla nozione di secolarizzazione, il dibattito si è ampiamente spostato sulle cause e le date d’inizio del processo, con un fitto dialogo fra storici e sociologi. Oltre una decina di anni di discussioni ha convinto la maggioranza degli studiosi che non si è trattato di un processo graduale. C’è stata una drammatica accelerazione della secolarizzazione – dei comportamenti e delle appartenenze, non delle credenze – negli anni 1960. Quelli che gli inglesi e gli americani chiamano “the Sixties” (“gli anni Sessanta”) e noi, concentrandoci sull’anno emblematico, “il Sessantotto” appare sempre di più come il tempo di un profondo sconvolgimento dei costumi, con effetti cruciali e duraturi sulla religione.
C’è stato del resto un Sessantotto nella società e anche un Sessantotto nella Chiesa: proprio il 1968 è l’anno del dissenso pubblico contro l’enciclica Humanae Vitae di Paolo VI, una contestazione che secondo un pregevole e influente studio del filosofo americano recentemente scomparso Ralph McInerny – Vaticano II - Che cosa è andato storto? – rappresenta un punto di non ritorno nella crisi del principio di autorità nella Chiesa Cattolica.
Ci si può anche chiedere se sia venuto prima l’uovo o la gallina, cioè se sia stato il Sessantotto nella società a influenzare quello nella Chiesa, o se non sia anche avvenuto il contrario. All’inizio degli anni 1990 un teologo cattolico poteva per esempio scrivere che la “rivoluzione culturale” del 1968 “non fu un fenomeno d’urto abbattutosi dall’esterno contro la Chiesa bensì è stata preparata e innescata dai fermenti postconciliari del cattolicesimo”; lo stesso “processo di formazione del terrorismo italiano dei primi anni ’70”, il cui legame con il 1968 è a sua volta decisivo “rimane incomprensibile se si prescinde dalla crisi e dai fermenti interni al cattolicesimo postconciliare”. Il teologo in questione era il cardinale Joseph Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, nel suo libro Svolta dell’Europa?.
Ma – ancora – perché gli anni 1960? Sul tema, per rimanere nelle Isole Britanniche, Hugh McLeod ha pubblicato nel 2007 presso Oxford University Press, un importante volume – The Religious Crisis of the 1960s – che fa il punto sulle discussioni in corso. Due tesi si sono contrapposte: quella di Alan Gilbert secondo cui a determinare la rivoluzione degli anni 1960 è stato il boom economico, che ha diffuso il consumismo e ha allontanato le popolazioni dalle chiese, e quella di Callum Brown secondo cui il fattore decisivo è stata l’emancipazione delle donne dopo la diffusione dell’ideologia femminista, del divorzio, della pillola anticoncezionale e dell’aborto. McLeod pensa, a mio avviso giustamente, che un solo fattore non può spiegare una rivoluzione di questa portata. C’entrano il boom economico e il femminismo, ma anche aspetti più strettamente culturali sia all’esterno delle Chiese e comunità cristiane (l’incontro fra psicanalisi e marxismo) sia all’interno (le “nuove teologie”).
Senza entrare negli elementi più tecnici di questa discussione, Benedetto XVI nella sua “Lettera” si mostra consapevole del fatto che ci fu negli anni 1960 un’autentica rivoluzione, non meno importante della Riforma protestante o della Rivoluzione francese, che fu “rapidissima” e che assestò un colpo durissimo alla “tradizionale adesione del popolo all’insegnamento e ai valori cattolici”. Con molto acume un pensatore cattolico brasiliano, Plinio Corrêa de Oliveira, parlò a suo tempo di una Quarta Rivoluzione – successiva appunto alla Riforma, alla Rivoluzione francese e a quella sovietica – più radicale delle precedenti perché capace di penetrare “in interiore homine” e di sconvolgere non solo il corpo sociale, ma il corpo umano.
Nella Chiesa Cattolica della portata di questa rivoluzione non ci fu subito sufficiente consapevolezza. Anzi, essa contagiò – ritiene oggi Benedetto XVI – “anche sacerdoti e religiosi”, determinò fraintendimenti nell’interpretazione del Concilio, causò “insufficiente formazione, umana, morale e spirituale nei seminari e nei noviziati”.
In questo clima certamente non tutti i sacerdoti insufficientemente formati o contagiati dal clima successivo agli anni Sessanta, e nemmeno una loro percentuale significativa, divennero pedofili: sappiamo dalle statistiche che il numero reale dei preti pedofili è molto inferiore a quello proposto da certi media. E tuttavia questo numero non è uguale – come tutti vorremmo – a zero, e giustifica le severissime parole del Papa. Ma lo studio della “Quarta Rivoluzione” degli anni 1960, e del 1968, è cruciale per capire quanto è successo dopo, pedofilia compresa. E per trovare rimedi reali.
Se questa rivoluzione, a differenza delle precedenti, è morale e spirituale e tocca l’interiorità dell’uomo, solo dalla restaurazione della moralità, della vita spirituale e di una verità integrale sulla persona umana potranno ultimamente venire i rimedi. Ma per questo i sociologi, come sempre, non bastano: occorrono i padri e i maestri, gli educatori e i santi. E abbiamo tutti molto bisogno del Papa: di questo Papa, che ancora una volta – per riprendere il titolo della sua ultima enciclica – dice la verità nella carità e pratica la carità nella verità.

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*Massimo Introvigne è sociologo e Direttore del CESNUR (Centro studi sulle nuove religioni).

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Il caso. È ancora polemica, tra la Germania e l’Irlanda, sulla questione della pedofilia e sul «mancato controllo»

La guerra solitaria del Papa


Su segnalazione di Eufemia leggiamo il seguente articolo.
Un grazie sincero e grandissimo al dottor Accattoli per la generosita' e la professionalita'
.
R.

La denuncia di Benedetto, attaccato da dentro e la fuori la Chiesa

di Luigi Accattoli

Continua lo tsunami della pedofilia e ancora una volta il fuoco si concentra sul Papa.
Già dieci giorni addietro il portavoce vaticano affermava che il “tentativo” di “coinvolgere personalmente” Benedetto XVI nello scandalo era “fallito”.
Ma la disputa sul suo ruolo continua e sembra ora rilanciata dall’eco della lettera agli irlandesi. Non ci sono solo i gesti e le grida di contestazione che dentro o fuori alcune chiese dell’Irlanda hanno accompagnato domenica la lettura di quel documento. Ci sono le posizioni radicali alla Hans Küng che muovono accuse anche personali a Benedetto XVI dall’interno della Chiesa, ponendolo a capro espiatorio perché dalla Congregazione che presiedeva quand’era cardinale «era quello che più sapeva».
Ma c’è soprattutto l’attacco esterno.
Ci sono ambienti mediatici che nulla curandosi del cristianesimo trovano interesse ad aggredire il Papa teologo coltivando lo stereotipo della Chiesa che – sotto la sua guida – torna a prima del Concilio.
Non è una novità: un’onda anomala dello stesso tipo colpiva Paolo VI nella seconda fase del Pontificato – dopo il ’68 e dopo l’Humanae Vitae che in quell’anno fu pubblicata – e altrettanto capitò al Papa polacco per almeno dieci anni, fino alla caduta dei regimi comunisti.
È un fatto che davanti all’opinione pubblica mondiale il Papa appare solo in questa tempesta e non perché sia stato abbandonato dai suoi, o dall’ala liberal della Chiesa come scrivono commentatori infiammati nei blog che si mobilitano a suo sostegno: i maggiori difensori del Papa sono stati in queste settimane il presidente
dei vescovi tedeschi Robert Zollitsch arcivescovo di Friburgo e l’arcivescovo di Dublino Diarmuid Martin, che sono appunto due liberals.
Lo scandalo dei preti pedofili è di quelli che tolgono il fiato agli uomini di Chiesa e non lascia spazio ai giochi di corrente. La sensazione che il Papa sia solo nell’uragano deriva dal fatto che preti e vescovi sperimentano una grave perdita di credibilità proprio a causa di questo scandalo: i preti per la calamita del sospetto che induce a vedere un pericolo in ogni uomo in talare e che li sconsiglia dall’affrontare l’argomento, i vescovi per l’accusa dilagante di aver nascosto per decenni i fatti e la loro denuncia.
Le stesse polemiche delle ultime settimane hanno contribuito a porre il Papa in posizione solitaria davanti allo scandalo.
È apparso chiaro che egli non era coinvolgibile nei fatti di Regensburg e di Monaco, che l’appuntare l’attenzione sul Coro diretto dal fratello a Regensburg e su un caso emerso negli anni in cui fu arcivescovo di Monaco (ma al quale egli fu del tutto estraneo) aveva il solo scopo di schizzare fango sulla sua veste.
Gli addetti ai lavori hanno anche capito con sufficiente chiarezza che il cardinale Ratzinger è stato sì per oltre due decenni nell’ufficio curiale competente per questa materia ma ha svolto in esso il ruolo dell’indagatore severo e non dell’insabbiatore.
Il documento che porta la sua firma di prefetto della Congregazione per la Dottrina delle Fede – e che fu pubblicato nel 2001 con il titolo
De gravioribus delictis non contiene affatto, come si va ripetendo, la proibizione di procedere a denuncie presso le autorità civili. È anzi sotto la sua responsabilità di prefetto e poi di Papa che si è avviata la prassi di invitare le vittime a ricorrere ai tribunali civili.
Decisivo per l’affermarsi del ruolo solitario del Papa in questa vicenda è stato poi il taglio che egli ha scelto di dare alla lettera che ha indirizzato ai cattolici dell’Irlanda. Essa non ha nulla del documento preparato dagli uffici: è personale sia nei toni sia nei contenuti.
In essa Benedetto si mette in gioco direttamente, dicendosi pronto a incontrare le vittime degli abusi come ha già fatto a Washington nell’aprile del 2008, a Sidney nel luglio dello stesso anno e a Roma nell’aprile del 2009. Con quella lettera il Papa muove un biasimo diretto ai vescovi, di straordinaria severità: “Alcuni di voi e
dei vostri predecessori avete mancato, a volte gravemente”.
Preannuncia l’invio di “visitatori apostolici” – cioè di ispettori – per fare pulizia: egli è l’autore del monito sulla “sporcizia nella Chiesa”. Ma la personalizzazione è anche nel tono della lettera. In essa il Papa si dice “profondamente turbato”, “scandalizzato e ferito”.
Parla di “crimini abnormi”, “conseguenze tragiche”, “fiducia tradita”, “dignità violata”, “disonore”, “danno immenso”, “indignazione”, “tristezza”, “lacrime”.
Riassume il proprio coinvolgimento con una frase destinata a restare in un’antologia
del Pontificato: “A nome della Chiesa esprimo apertamente la vergogna e il rimorso che tutti proviamo”.
C’è dell’audacia in tutto ciò.
C’è umiltà e sdegno. C’è una modalità primaziale – in questo coinvolgersi personalmente e senza rete – che ha pochi precedenti nella storia del Papato e uno solo in questo Pontificato: la
lettera ai vescovi del marzo dell’anno scorso sulla questione dei lefebvriani e della negazione della Shoah. Allora quel passo ebbe un buon risultato e c’è da augurarsi che lo stesso si abbia ora.
www.luigiaccattoli.it

© Copyright Liberal, 24 marzo 2010 consultabile online anche
qui.
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La stampa e la lettera del Papa sugli abusi sessuali
"Senza precedenti", concordano quotidiani di varie tendenze
di Jesús Colina

CITTA' DEL VATICANO, martedì, 23 marzo 2010 (ZENIT.org).-

Favorevoli, contrari o internamente divisi, i mezzi di comunicazione di tutto il mondo hanno accolto la
Lettera pastorale di Benedetto XVI ai cattolici d'Irlanda come un documento "senza precedenti", non solo perché è il primo dedicato da un Papa alla questione, ma anche per il dolore con cui è scritto.

L'interesse ha superato ampiamente le coste irlandesi, come ha dimostrato il fatto che pochi minuti dopo la pubblicazione in Vaticano, a mezzogiorno del 20 marzo, il testo si poteva già leggere sulle pagine web di quotidiani come Süddeutsche Zeitung, The New York Times, Le Monde, The Telegraph, El Mundo, Le Figaro, El Universal, Los Angeles Times, The Washington Post o El País.

I primi titoli si sono concentrati sulla richiesta di perdono che il Pontefice rivolge a nome della Chiesa alle vittime degli abusi commessi dai chierici: "Avete sofferto tremendamente e io ne sono veramente dispiaciuto. So che nulla può cancellare il male che avete sopportato. È stata tradita la vostra fiducia, e la vostra dignità è stata violata".

Risposte delle vittime

Dopo la presentazione del documento, i primi commenti pubblicati dai media si sono concentrati sulle dichiarazioni delle associazioni delle vittime di abusi sessuali da parte di sacerdoti, con divergenze d'opinione.

Tra le critiche, spiccano ad esempio il commento di Maeve Lewis, direttore esecutivo di One in Four, e il comunicato diffuso sabato stesso alle redazioni dalla Survivors Network of those Abused by Priests (SNAP).

In particolare, la nota critica duramente e con ironia il fatto che la lettera di Benedetto XVI non prenda misure concrete per affrontare gli scandali, principalmente il fatto che non si esiga la rinuncia di altre persone che hanno potuto in qualche modo essere coinvolte nei fatti. Critiche simili sono state esposte da altre associazioni di vittime, spesso con toni duri.

A questo aveva risposto padre Federico Lombardi S.I., direttore della Sala Stampa della Santa Sede, nella presentazione del documento ai giornalisti, spiegando che la lettera è un documento pastorale e quindi non affronta misure amministrative e giuridiche, come la possibile rinuncia di altri Vescovi irlandesi. Queste decisioni, ad ogni modo, spettano al Pontefice e agli interessati.

A volte queste stesse associazioni riconoscono di non comprendere la portata di uno degli annunci che il Papa fa nella lettera perché si toccano questioni tecniche di Diritto Canonico: la convocazione di una visita apostolica nelle Diocesi irlandesi, così come nei seminari e nelle Congregazioni religiose, con l'aiuto di esponenti della Curia Romana.

Lo stesso Papa comprende nel documento la difficoltà che rappresenta per le vittime di questi abusi accettare le sue parole: "È comprensibile che voi troviate difficile perdonare o essere riconciliati con la Chiesa. A suo nome esprimo apertamente la vergogna e il rimorso che tutti proviamo".

Dal canto suo, la Irish Survivors of Child Abuse Organisation (Irish-SOCA) ha considerato che la lettera contiene "un riconoscimento evidente del fatto che la Chiesa in Irlanda ha peccato nel modo più grave contro i giovani per molti decenni".

Il portavoce vaticano, nella sua presentazione ai giornalisti, ha risposto anche alla critica lanciata dai giornali tedeschi che si aspettavano allusioni da parte del Papa alla situazione del loro Paese. Ogni Stato, ha affermato padre Lombardi, ha i propri elementi specifici. Il Santo Padre deciderà quando e come intervenire nel caso della sua patria, ha aggiunto.

Colpevoli davanti a Dio e ai tribunali

L'altro passaggio molto citato dai quotidiani e dalle vittime, in particolare dall'Irish-SOCA, è quello rivolto "ai sacerdoti e ai religiosi che hanno abusato dei ragazzi": "Avete tradito la fiducia riposta in voi da giovani innocenti e dai loro genitori. Dovete rispondere di ciò davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti".

Sottolineando questi fatti, i media hanno insistito sul fatto che per la Chiesa non è mai possibile accettare l'insabbiamento. "La giustizia di Dio esige che rendiamo conto delle nostre azioni senza nascondere nulla - chiede il Papa ai chierici che si sono macchiati di questi crimini -. Riconoscete apertamente la vostra colpa, sottomettetevi alle esigenze della giustizia".

Per questa ragione, uno dei titoli più comuni per illustrare la lettera è stato "I sacerdoti pedofili devono rispondere davanti a Dio e ai tribunali".

Lettera senza precedenti

Ad ogni modo, c'è qualcosa in cui il Papa è riuscito a mettere d'accordo le associazioni delle vittime e la stampa in generale: le "scuse senza precedenti" che appaiono in una lettera dal tono sincero e umile.

"Non posso che condividere lo sgomento e il senso di tradimento che molti di voi hanno sperimentato al venire a conoscenza di questi atti peccaminosi e criminali e del modo in cui le autorità della Chiesa in Irlanda li hanno affrontati", riconosce Benedetto XVI nel messaggio.

"Il Papa prova 'vergogna' davanti ai casi di pederastia", è stato il titolo di alcuni quotidiani.

La penitenza, aspetto trascurato dai giornali

Curiosamente, molti media hanno messo da parte la prima misura adottata dal Papa, del tutto eccezionale per un documento con queste caratteristiche: la penitenza comunitaria che propone alla Chiesa in Irlanda.

Il Pontefice invita infatti i cattolici irlandesi a "dedicare le vostre penitenze del venerdì, per un intero anno, da ora fino alla Pasqua del 2011", "per ottenere la grazia della guarigione e del rinnovamento per la Chiesa in Irlanda".

Non hanno trovato molto spazio neanche il passaggio in cui il Vescovo di Roma esorta "a riscoprire il sacramento della Riconciliazione" e l'adorazione eucaristica o quello in cui convoca "una Missione a livello nazionale per tutti i Vescovi, i sacerdoti e i religiosi".

Il fatto di aver trascurato questi passaggi ha portato i media a tralasciare la frase centrale del messaggio di fronte al futuro: "Sono fiducioso che questo programma porterà ad una rinascita della Chiesa in Irlanda nella pienezza della verità stessa di Dio, poiché è la verità che ci rende liberi".

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]

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Benedetto XVI accetta la rinuncia di un Vescovo irlandese
Monsignor John Magee, Vescovo di Cloyne
CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 24 marzo 2010 (ZENIT.org).-

Papa Benedetto XVI ha accettato formalmente la rinuncia al governo pastorale del Vescovo della Diocesi irlandese di Cloyne, monsignor John Magee, ha reso noto la Santa Sede. Il presule dimissionario è dallo scorso anno indagato per un possibile insabbiamento di casi di abuso avvenuti nella sua Diocesi.

Monsignor Magee aveva annunciato il 7 marzo 2009, in una dichiarazione letta nella Cattedrale di St. Colman (Cobh, Irlanda), che il Papa aveva nominato amministratore diocesano monsignor Dermott Clifford, Arcivescovo di Cashel and Emly.

Questa nomina, spiegava il Vescovo di Cloyne, è avvenuta su sua richiesta, per poter collaborare con la commissione che indaga sui casi di abusi sui minori.

Nella Diocesi di Cloyne si erano verificati casi di abusi sui minori da parte di almeno due sacerdoti cattolici, senza che il Vescovo procedesse a un'indagine.

Il 7 gennaio 2009, il Governo aveva chiesto alla Commissione d'Inchiesta che studia i casi di abuso nell'Arcidiocesi di Dublino di estendere le sue indagini alla Diocesi di Cloyne.

Nella sua dichiarazione pubblica, due mesi dopo, monsignor Magee si era detto disposto a collaborare all'indagine, aggiungendo che, visto che questo compito avrebbe richiesto tutto il suo tempo, aveva chiesto alla Santa Sede di allontanarsi dal governo normale della Diocesi.

Monsignor Magee era Vescovo di Cloyne dal marzo 1987. In precedenza era stato segretario papale, sia di Paolo VI e di Giovanni Paolo I che di Giovanni Paolo II.

Si tratta della prima rinuncia formale dopo la pubblicazione della Lettera pastorale di Benedetto XVI ai cattolici dell'Irlanda, il 20 marzo, sugli abusi sui minori avvenuti nel Paese.

Nel testo il Papa, rivolgendosi ai Vescovi, ha riconosciuto che da parte di questi "furono commessi gravi errori di giudizio e che si sono verificate mancanze di governo", e ha chiesto loro di continuare "a cooperare con le autorità civili nell'ambito di loro competenza".

La rinuncia è avvenuta accogliendo il canone 401, 2 del Codice di Diritto Canonico: "Il Vescovo diocesano che per infermità o altra grave causa risultasse meno idoneo all'adempimento del suo ufficio, è vivamente invitato a presentare la rinuncia all'ufficio".

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