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Ricordo di don Emilio Gandolfo a dieci anni dalla morte

Last Update: 12/2/2009 9:08 AM
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Ricordo di don Emilio Gandolfo a dieci anni dalla morte

Vero discepolo e quindi maestro


Il 2 dicembre 1999 veniva assassinato a Vernazza (La Spezia) don Emilio Gandolfo. Nato a Sestri Levante il 3 novembre 1919 e ordinato sacerdote nel 1942, don Emilio era entrato nel 1949 nella Compagnia di San Paolo. Appassionato studioso di letteratura e in particolare dei testi cristiani, insegnante per molti anni al ginnasio-liceo "Virgilio" di Roma, fu poi consigliere ecclesiastico all'ambasciata d'Italia presso la Santa Sede. Collaboratore del nostro giornale e autore di molti libri, don Gandolfo coronò il suo ministero sacerdotale come parroco nella natia Liguria. Nel decennale della morte, l'associazione Amici di don Emilio Gandolfo "Alla ricerca delle radici" ha promosso incontri a Levanto (La Spezia) e Roma.

di Pietro Petraroia

Eis tèlos:  fino al compimento, fino in fondo, non sino alla fine. Così ci ha insegnato don Emilio Gandolfo, che per decenni ha unito la meditazione sulla sapienza dei Padri della Chiesa al lavoro di ricerca condotto soprattutto accanto ai giovani e a quanti altri si ponessero sinceramente in ricerca. Come per tante parole-chiave, desunte dalla Parola di Dio o dai Padri della Chiesa e da lui spesso citate nella lingua originale latina o greca, don Emilio amava sbalzare il senso profondo di telos, riferito al compimento della missione terrena di Cristo (cfr. Giovanni, 13, 1), accostandolo al suo reciproco:  arché, il principio - non soltanto l'inizio - come nel prologo del quarto evangelo, che volentieri don Emilio accostava al "primo dei segni" - l'archè ton semèion a Cana di Galilea - consegnando agli sposi - aveva benedetto centinaia di nozze - il senso della loro presenza personale nella storia della salvezza.

In questa polarità del principio e del compimento era forse incardinata l'essenza della sua vocazione di uomo prima che di prete, perché in essa aveva giocato fino in fondo la sua fede nell'amore, nell'agape:  l'amore-che-discende - come diceva a noi allievi di liceo classico al "Virgilio" di Roma - in superamento, forse più che in antitesi, all'eros, l'amore-che-sale; con ciò introducendoci di fatto alla teologia patristica della "condiscendenza" divina, ripresa dal concilio nella Dei verbum, seguendo - come ricorda quasi puntigliosamente don Emilio nei suoi scritti - Ireneo, Origene, Atanasio, i Cappadoci, il Crisostomo e, appunto, lo stesso Gregorio Magno, al quale ha dedicato più d'una monografia.

La sua predicazione e soprattutto la conversazione con lui, tra amici, era continuamente animata da riferimenti - magari solo impliciti - agli autori che amava, non citati come farebbe un erudito, ma richiamati con affetto alla memoria propria e dell'interlocutore, come per allargare la cerchia e averli presenti tutti al dialogo, qui e ora, con la Parola di Dio, perché "Divina eloquia cum legente crescunt" (Gregorio Magno). In questo continuo suo dialogare con se stesso e con gli altri insieme agli evangelisti, a san Paolo, ai Padri della Chiesa don Emilio viveva il suo non essere maestro, bensì condiscepolo dell'unico Maestro attraverso la sua Parola, secondo lo spirito di Gregorio Magno:  Disce cor Dei in verbis Dei. Dallo stesso brano di Gregorio deduceva la sua visione della Parola come Lettera di Dio agli uomini e così intitolava un suo libro del 1990.

Non si trattava di mettersi accanto agli altri per un vacuo democraticismo, ma nella persuasione profonda di essere amici e condiscepoli, secondo le parole di Agostino:  "Assai più mi consola il pensiero di essere stato redento con voi, che non il fatto di essere stato preposto a voi. Seguendo perciò il comando del Signore, cercherò di essere ancor più pienamente al vostro servizio, per non essere ingrato a quel riscatto che mi ha reso vostro fratello" (Sermoni 340, 1). Quando da adolescente andavo da lui per confidarmi, per un consiglio, era lui che si confidava con me, condividendo pensieri e cercando con me la via. E me ne andavo non con una risposta preconfezionata, ma con un'indicazione di ricerca. Credo facesse così con molti, magari chiedendo consiglio su qualcosa che stava scrivendo oppure mettendo in discussione la scelta di un titolo; e così dissolveva sistematicamente in noi il rischio di una religiosità che forse cercava solo consolazioni e conferme, senza giocarsi fino in fondo nell'ascolto e nell'amore, insomma nella semplice e radicale amicizia in Cristo.

Questo senso di condivisione così paolino - "Mi sono fatto tutto per tutti per salvare a ogni costo qualcuno" (1 Corinzi, 9, 22) - poneva don Emilio in profonda risonanza con la sensibilità di Paolo vi, con il suo mettersi in dialogo attento e rispettoso con il mondo contemporaneo, con il suo invocare testimoni più che maestri. E lo sguardo di don Emilio Gandolfo sul mondo contemporaneo era pieno d'attesa e interesse, prima che di giudizio:  il giudizio viene dalla Parola di Dio ed è un giudizio di liberazione dal male, che ci sollecita a essere cooperatori e non strumenti inconsapevoli della sua grazia. Di qui ancora altre consonanze, nel rispetto profondo delle altrui convinzioni:  quella, per esempio, con i cattolici più impegnati per i valori di libertà e democrazia nella politica italiana, una simpatia sincera che non cedeva però mai all'identificarsi con una parte politica, quale che fosse. L'idea dello schierarsi per affermare un'identità con il fine di contrapporsi a un'altra non lo interessava affatto, appassionato com'era delle parole di Agostino:  Non iam adversi etsi diversi (De praedestinatione sanctorum, 47, 3).

Ben più dell'identità, staticamente intesa come sinonimo di schieramento, lo attraevano metafore vitali come quelle delle radici e delle sorgenti e dunque il cammino di riscoperta d'esse come peregrinazione incessante alla ricerca dell'essenziale, cioè Cristo nostra speranza:  così suona il titolo di un altro suo libro del 1994. A quell'epoca da quasi vent'anni don Emilio aveva intrapreso il ministero della predicazione nei pellegrinaggi "sulle orme" di Abramo, dell'Esodo, di san Paolo, di Agostino, dei Padri, di Charles de Foucauld. Proprio del martire del deserto, nella sua guida al Sahara algerino del 1988, Emilio Gandolfo ricordava quanto a Charles aveva insegnato il suo padre spirituale, l'abate Huvelin:  "Pensa che devi morire martire, spogliato di tutto, steso a terra, irriconoscibile, coperto di sangue e di ferite, violentemente e dolorosamente ucciso". E don Emilio aggiungeva:  "come umile grano di frumento", certo ricordando, come spesso faceva parlando ai suoi amici, la figura e la spiritualità di Ignazio di Antiochia, il realismo della sua teologia dell'incarnazione e della passione attraverso la carne di Gesù Cristo. Un realismo sapido di vita vissuta come quello che lo attraeva irresistibilmente nella lettura, anzi nella meditazione della Divina Commedia.

Proprio con un profilo di Ignazio di Antiochia don Emilio aprì il suo libro forse più bello:  Lettera e spirito. Lettura della Bibbia dalle origini cristiane ai nostri giorni, un'opera che meriterebbe di essere ristampata per aiutare ancora oggi chi voglia non certo erudirsi, ma lasciarsi prendere per mano, alla luce del concilio, in un viaggio denso d'incontri che attraversa due millenni di meditazione, insegnamento, testimonianza di vita nella Chiesa. Questo in fondo era infatti lo specifico del rapporto di Emilio con i molti autori con i quali era in continuo dialogo:  sentire che lo Spirito di Dio silenziosamente continua a risuonare nel cuore della Chiesa, dove non c'è il fracasso e la presunzione, ma la capacità di porsi in attento ascolto della Parola di Dio in ogni tempo, dai profeti a Cristo ultima Parola, dalle radici alla stella.


(©L'Osservatore Romano - 2 dicembre 2009 )
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