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La Chiesa in Pakistan

Last Update: 2/26/2010 7:48 PM
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Pakistan: pressioni dei radicali musulmani, niente giubileo

Una comunità cattolica cancella le celebrazioni


ROMA, giovedì, 3 dicembre 2009 (ZENIT.org).-

Le minacce islamiche hanno costretto la Congregazione cattolica delle Figlie della Croce, che gestisce alcune scuole in Pakistan, a cancellare le celebrazioni del suo giubileo.

I festeggiamenti erano previsti per commemorare il 175° anniversario della fondazione delle Figlie della Croce e per l'anno giubilare della Congregazione (2008-2009), ma sono state sospese a causa delle minacce dei talebani e del clima di insicurezza che vive il Pakistan.

Le religiose, la cui vocazione principale è l'aiuto e l'educazione dei più svantaggiati, sono presenti nel Paese dalla seconda metà del XIX secolo.

Attualmente dirigono 11 conventi, sei scuole, tre residenze per bambine e la St Joseph's Convent School, fondata a Karachi nel 1862, che ha la reputazione di formare l'élite femminile del Paese.

“All'inizio di novembre c'è stato un allerta bomba in una delle nostre scuole”, ha riferito all'agenzia Ucanews suor Parveen Dildar Jacob, prima provinciale di origine pakistana della Congregazione. “Per l'insicurezza crescente nel Paese abbiamo cancellato le riunioni in tutte le città”, ha aggiunto.

Di recente, alcune delle scuole femminili gestite dalle religiose hanno ricevuto lettere con minacce di attentati esplosivi nel caso in cui non avessero chiuso.

In Pakistan, i talebani ostacolano le scuole per bambine perché si oppongono all'istruzione delle donne. Vari istituti sono stati distrutti o resi inutilizzabili dopo attentati con bombe, soprattutto nel nord-est del Paese, epicentro dei radicali e dei conflitti tra forze governative e talebani.

Secondo il Pakistan Christian Post, negli ultimi due anni nella zona sono state obiettivo di attentati dinamitardi 150 scuole, quasi esclusivamente femminili.

Dal canto suo, l'UNICEF ha affermato che gli attentati hanno distrutto 230 scuole e ne hanno danneggiate gravemente più di 400. Il 17 novembre, i talebani hanno distrutto una scuola femminile nel distretto di Khyber, in quello che è stato il terzo attacco del mese nella regione.

Anche nel resto del Paese le scuole sono spesso bersaglio degli estremisti e devono chiudere i battenti, nonostante i dispositivi di sicurezza installati dal Governo.

Durante la rapida Messa di azione di grazie che ha chiuso il giubileo delle Figlie della Croce il 25 novembre, monsignor Lawrence John Saldanha, Arcivescovo di Lahore, ha sottolineato l'importanza del nome della Congregazione.

“La Croce ha un significato speciale in Pakistan, quello delle sofferenze e delle difficoltà che dobbiamo affrontare ogni giorno in questo clima di terrore che regna nel Paese. Non dobbiamo lasciarci vincere dallo scoraggiamento”, ha dichiarato.

La celebrazione, che doveva riunire originariamente più di 300 persone, non ha potuto essere svolta nella chiesa vicina al convento. Per motivi di sicurezza, ha avuto luogo nel convento stesso, alla presenza di 40 partecipanti.Per le stesse ragioni, la Congregazione ha deciso anche di annullare le celebrazioni per il 20° anniversario del suo centro di formazione professionale, che insegna cucito a giovani della periferia di Lahore.
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Pakistan: i cattolici si preparano a vivere un "Natale silenzioso"
A causa degli attentati che terrorizzano il Paese
di Nieves San Martín

LAHORE, lunedì, 14 dicembre 2009 (ZENIT.org).-

I cattolici del nord del Pakistan si preparano a celebrazioni natalizie silenziose e attenuate mentre gli attentati continuano a terrorizzare il Paese.

"Molti dei programmi previsti sono stati cancellati a causa di questa situazione", ha detto l'Arcivescovo Lawrence Saldanha di Lahore. Le celebrazioni saranno più una questione di "famiglia" con poca "pompa e splendore esterno", ha aggiunto.

"Sarà un Natale silenzioso. Scopriremo il significato del Natale in un modo tranquillo e speriamo nel ritorno dell'armonia e della pace".

L'Arcivescovo ha rilasciato queste dichiarazioni all'agenzia UCANews il 7 dicembre, prima che due esplosioni seminassero il terrore in un mercato pieno di gente nel centro di Lahore, la capitale della provincia del Punjab, uccidendo almeno 36 persone.

Un'ondata di bombe mortali ha scosso il Paese da quando l'esercito ha lanciato a metà ottobre un'operazione contro i militanti talebani nella vicina provincia della Frontiera del Nord-est, al confine con l'Afghanistan.

Un'esplosione fuori dal tribunale del distretto nella capitale della provincia, Peshawar, anch'essa avvenuta il 7 dicembre, ha ucciso undici persone ferendone altre 44.

"Io ero in una cartoleria, a vari chilometri dal luogo, quando ho sentito una grande esplosione", ha detto un catechista. "In seguito ho visto alcuni camion dei pompieri che correvano a tutta velocità in mezzo al traffico".

Il catechista, che non ha voluto rivelare il suo nome, ha detto che due chiese cattoliche a Peshawar, la città più colpita dagli attentati talebani in Pakistan, hanno sospeso le celebrazioni di Natale. "Si celebreranno le Messe ma non le fiere tradizionali. Preghiamo ogni giorno perché la situazione migliori e per la pace nel Paese", ha confessato.

E' stata sospesa anche la fiera annuale di Natale all'esterno della Cattedrale di San Pietro e San Paolo a Faisalabad, nel Punjab.

"Il concerto annuale del coro diocesano, al quale assistevano migliaia di persone sul sagrato della Cattedrale, verrà limitato questa volta all'interno del tempio", ha detto padre Khalid Rashid Asi, vicario generale della Diocesi di Faisalabad. "Abbiamo molta cautela e tutti i programmi vengono organizzati... in scala ridotta".

Le esplosioni di Peshawar e Lahore sono avvenute meno di una settimana dopo l'esplosione in una moschea di Rawalpindi, vicino a Islamabad, il 4 dicembre. 40 persone, inclusi alti ufficiali dell'Esercito, sono morte, mentre altre 83 sono rimaste ferite.

Nel frattempo, esponenti musulmani di spicco hanno emesso una "fatwa" (editto religioso) dichiarando gli attentati e le esplosioni "anti-islamici".

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]

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In Pakistan un Natale di fede e paura
Alle celebrazioni il 40% dei fedeli in meno

ROMA, mercoledì, 6 gennaio 2010 (ZENIT.org).-

Il Natale dei fedeli del Pakistan è stato caratterizzato dalla paura, al punto che i partecipanti alle celebrazioni sono stati il 40% in meno rispetto al solito.

L'Arcivescovo Lawrence Saldanha di Lahore ha sottolineato come un'imponente operazione di sicurezza organizzata dal Governo abbia interessato le chiese del Paese, mentre i cristiani temevano di essere il bersaglio di attentati suicidi.

Parlando all'associazione caritativa internazionale Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), il presule ha espresso la propria riconoscenza nei confronti della polizia per la sua risposta alle minacce di attacchi contro i cristiani in occasione del Natale.

Anche se l'affluenza alle celebrazioni è diminuita di circa il 40% rispetto agli anni precedenti, chi è andato in chiesa è “molto forte nella fede” e non ha voluto essere fermato dai rischi alla sicurezza, ha commentato.

“Nelle chiese c'era un'atmosfera meravigliosa”, ha ammesso. “La gente era decisa a festeggiare e ha partecipato con grande entusiasmo”.

L'Arcivescovo, che presiede la Conferenza dei Vescovi Cattolici del Pakistan, ha dichiarato che in molte chiese di Rawalpindi e della capitale Islamabad è stato predisposto “un sofisticato apparato di sicurezza”.

I fedeli hanno fatto lunghe file per essere controllati dalla polizia, che usava metal detector e altri strumenti per evitare situazioni di pericolo. Altrove, i fedeli sono stati difesi da poliziotti in uniforme e in borghese che controllavano i templi.

Ad ogni modo, per ridurre i rischi sono state cancellate alcune celebrazioni, così come mercati e incontri, e su suggerimento della polizia sono state sospese anche le funzioni natalizie in edifici non religiosi come scuole e alberghi.

“Il morale era piuttosto basso – ha confessato l'Arcivescovo –. Per molte persone, l'apparato di sicurezza significava che andare a Messa era difficile”.

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La Chiesa in Pakistan si oppone alla sentenza del tribunale

Cristiano condannato all'ergastolo per blasfemia


Faisalabad, 19. Il tribunale di Faisalabad ha condannato all'ergastolo Imran Masih, giovane cristiano, per aver oltraggiato e dissacrato il corano. Il giudice aggiunto, Raja Ghazanfar Ali Khan, ha emesso la sentenza in base all'articolo 295-b del codice penale pakistano - meglio noto come legge sulla blasfemia - perché il ventiseienne avrebbe bruciato "di proposito" versetti del corano e un libro in arabo, per "fomentare l'odio interreligioso e offendere i sentimenti dei musulmani".

Il segretario esecutivo della Commissione nazionale di Giustizia e pace (Ncjp), Peter Jacobs, promette battaglia "per salvargli la vita".
Imran Masih, commerciante di professione, è stato arrestato dalla polizia il 1 luglio scorso con l'accusa di aver appunto bruciato pagine del corano. Per questo era stato anche sottoposto a sevizie da parte di un gruppo di musulmani.

L'11 gennaio il giudice lo ha condannato al carcere a vita, che sconterà nella prigione federale di Faisalabad dove è al momento rinchiuso. Il tribunale ha inoltre comminato una pena aggiuntiva a dieci anni di carcere duro e il pagamento di centomila rupie (poco più di ottocento euro), in base all'articolo 295-a del codice penale.

Peter Jacob, pur non criticando in modo aperto la sentenza, parla di decisione "non buona e di mancanza di libertà" del sistema giudiziario. Il segretario esecutivo di Ncjp annuncia ricorso all'Alta corte e promette che "faremo del nostro meglio per salvargli la vita, perché tutti questi casi di blasfemia sono montati ad arte".

La commissione cattolica chiede anche "serie riforme costituzionali e legali" per sradicare l'estremismo e l'abuso della religione nella vita politica del Pakistan. La religione - si legge in un documento della Commissione giustizia e pace - è il maggior pretesto nelle mani dei partiti politico-religiosi, che hanno ricoperto il ruolo di primo piano nel trascinare la nazione sull'orlo del baratro".

L'arcivescovo di Lahore e presidente della Commissione nazionale di giustizia e pace, monsignor Lawrence John Saldanha, e Peter Jacob, sottolineano che "il Pakistan dovrebbe prendere esempio dal vicino Bangladesh", dove i giudici hanno messo al bando i partiti estremisti. "Gli affari di Stato e la politica - aggiungono - vanno trattati in modo indipendente, non coperti dal manto della religione perché finiscono con l'isolare le minoranze e negare i loro diritti".
La legge sulla blasfemia è stata introdotta nel 1986 dal dittatore pakistano, Zia-ul-Haq, ed è diventata uno strumento di discriminazione e violenze. La norma è prevista alla sezione 295, comma B e C, del codice penale pakistano  e  punisce con l'ergastolo chi offende il corano e con la condanna a morte chi insulta il profeta Maometto.

Secondo i dati forniti dalla Ncjp, dal 1986 all'ottobre del 2009 sono quasi mille le persone finite sotto accusa per la legge sulla blasfemia:  il cinquanta per cento musulmani, il trentacinque per cento ahmadi, il tredici cristiani, l'1 per cento indù e l'1 per cento di religione non specificata. Trentatré persone sono state vittime di omicidi dopo l'accusa:  quindici musulmani, quindici cristiani, due ahmadi e uno indù. Queste leggi - sottolinea Ncjp - vengono usate in modo indiscriminato contro i cittadini. Il numero delle vittime tra i musulmani è elevato non perché la legge è usata in modo equo tra le diverse componenti della società, ma perché diversi gruppi islamici usano la norma per attaccarsi l'un l'altro. La legge sulla blasfemia, inoltre, costituisce un pretesto per attacchi, vendette personali o omicidi extra-giudiziali.

Nei mesi scorsi, i leader religiosi musulmani avevano riconosciuto che le controverse leggi sulla blasfemia in vigore nel Paese sono state spesso strumentalizzate e hanno chiesto di porre fine a questo abuso.
La legge - concludono i responsabili di Ncjp - è molto discriminatoria poiché si prefigge l'affermazione di una specificità religiosa, nel suo stesso testo e nello scopo che persegue. È giunto il momento di porre fine al terrore e all'ingiustizia perpetrato nel nome della religione:  "La comunità internazionale - affermano - ha un compito nel persuadere il Governo a prendere le necessarie iniziative per fermare le discriminazioni e le violenze contro le minoranze religiose".


(©L'Osservatore Romano - 20 gennaio 2010)
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Prosegue l'uso strumentale della "legge sulla blasfemia"

In Pakistan integralisti contro la comunità cristiana


Lahore, 17. La comunità cristiana e cattolica del Pakistan è stretta nella morsa della violenza integralista e minacciata dalla "legge sulla blasfemia". La normativa - al centro di un acceso dibattito - prevede il carcere o anche la pena capitale per quanti insultano o dissacrano il nome del profeta Maometto e del Corano.
 Un altro episodio di violenza - secondo quanto riferisce l'agenzia Fides - ha toccato nei giorni scorsi una famiglia cattolica in Pakistan. Si tratta del nucleo familiare di Walayat Masih, residente nel villaggio di Shadokey, nel Distretto di Gujranwwala, nei pressi di Lahore. Tre musulmani hanno più volte minacciato la famiglia, chiedendo ai Masih di vendere la propria casa, confinante con la loro. Walayat Masih ha sempre rifiutato, dato che l'abitazione, sita sulla strada principale del villaggio, era eredità dei suoi avi. Dopo numerose pressioni e minacce, il 26 gennaio scorso i tre, insieme con un gruppo di altri musulmani, hanno dato alle fiamme la casa dei Masih, distruggendola. Con il sopruso anche la richiesta di "convertirsi all'islam" e di lasciare la zona. La famiglia di Walayat Masih, con moglie e quattro figli, si è trovata all'improvviso senza tetto, nella miseria e nella disperazione. Walayat si è recato all'ufficio della polizia locale per denunciare l'accaduto, ma ha ricevuto altre minacce dalla polizia che si è rifiutata di registrare la denuncia.
"È un atto gravissimo di intimidazione. Ed è l'ennesimo caso di palese ingiustizia ai danni di cittadini cristiani. Le istituzioni e la polizia dovrebbero proteggerli e garantire la legalità, invece di rendersi complici dell'illegalità", ha dichiarato Xavier Williams, vicepresidente dell'ong "Life for All", che opera per l'istruzione, la promozione sociale e i diritti umani della comunità cristiana in Pakistan. "Sembra - evidenzia - che le autorità locali tacciano o appoggino queste clamorose violazioni dei diritti personali"
Di recente una ragazza cattolica Shazia, è stata uccisa, dopo violenze, da un ricco avvocato musulmano di Lahore. La polizia si era rifiutata di registrare la denuncia della famiglia e solo dopo il clamore delle proteste il caso è stato portato all'attenzione dell'opinione pubblica, delle autorità e del tribunale.
Intanto, come accennato all'inizio, la "legge sulla blasfemia" ha innescato un acceso dibattito nella società pakistasna. Alcuni ne vorrebbero una "revisione", come il ministro federale per gli Affari delle Minoranze, Shahbaz Batti; altri ne chiedono la cancellazione immediata, come l'arcivescovo di Lahore, monsignor Lawrence Saldanha e la Commissione "Giustizia e Pace". La Conferenza degli "Jamiat Ulema del Pakistan" la ritiene invece "intoccabile" e minaccia dure proteste in caso contrario.
Gruppi musulmani integralisti si sono sempre opposti fortemente a ogni progetto di revisione o revoca della legge. Il cammino, dunque, sarà molto lungo e difficile.
Grazie ai dati raccolti e concessi dal "Christian Study Center" di Rawalpindi e dalla "Commissione giustizia e pace" della Conferenza episcopale, l'agenzia Fides ricorda gli ultimi gravi incidenti che hanno riguardato nel 2009 i cristiani accusati di "blasfemia". Il 30 giugno 2009 a Bahmniwala, Kasur (Punjab) oltre 110 famiglie cristiane, accusate di blasfemia, sono state costrette a fuggire dalle loro case per paura di attacchi da parte di musulmani dei villaggi vicini. Apparentemente la tensione è iniziata con una scaramuccia tra giovani cristiani e musulmani poi degenerata in violenza religiosa. Il 30 luglio 2009, a Korian, Gojra (Punjab), durante un matrimonio, circa quaranta famiglie cristiane, accusate di violazione delle leggi sulla blasfemia, sono state attaccate da alcuni incendiari che hanno devastato le loro proprietà. Il primo agosto 2009, a Gojra (Punjab), una folla inferocita ha assediato l'area residenziale e appiccato il fuoco a case e persone cristiane, accusate di blasfemia. Nove donne e bambini, impossibilitati a scappare o a nascondersi, sono stati bruciati vivi. Responsabile del gesto è un'organizzazione militante già bandita dal Governo. Prove circostanziali hanno messo in luce il ruolo di "copertura" giocato dall'amministrazione locale. Il 15 settembre 2009, a Jethike, Sialkot (Punjab), il corpo di un ragazzo cristiano, Robert Fanish Masih, è stato trovato impiccato in una prigione. Secondo la polizia si è trattato di un suicidio. Il ragazzo era stato arrestato alcuni giorni prima con l'accusa di blasfemia. Evidenti segni di tortura e numerose ferite hanno smentito la versione ufficiale.
Gli articoli del Codice penale che compongono la "Legge sulla Blasfemia" sono stati introdotti fra il 1980 ed il 1986 dall'allora presidente del Pakistan, Zia-ul-Haq.
Dal 1986 all'ottobre del 2009, almeno 966 persone sono finite sotto accusa per la legge sulla blasfemia:  50 per cento musulmani, 35 per cento ahmadi, 13 per cento cristiani, 1 per cento indù e 1 per cento di religione non specificata. Almeno 33 persone sono state vittime di omicidi dopo l'accusa:  15 musulmani, 15 cristiani, 2 ahmadi e 1 indù. La legge è usata in modo indiscriminato per colpire i cittadini non musulmani in controversie per proprietà, denaro, e inimicizie d'ogni genere. Il numero delle vittime è alto anche fra i musulmani perché diversi gruppi islamici militanti la usano per attaccarsi l'un l'altro.


(©L'Osservatore Romano - 18 febbraio 2010)
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La Chiesa pachistana: governo in letargo mentre i talebani eliminano le minoranze

Profonda indignazione della Chiesa cattolica in Pakistan per le condizioni delle minoranze religiose, sottoposte alla pressione dei talebani: l’arcivescovo mons. Lawrence Saldanha, presidente della Conferenza episcopale, ha firmato e inviato all’agenzia Fides un comunicato della “Commissione Giustizia e Pace” in cui si condanna “il letargo del governo” che lascia mano libera ai talebani “incoraggiando in tal modo l’imposizione della jazia (la tassa islamica richiesta ai non musulmani) da parte dei militanti integralisti”, nonchè “i sequestri a scopo di estorsione, gli omicidi mirati e il fenomeno degli sfollati interni”, che le minoranze religiose non musulmane subiscono in province come Punjab, Sindh, Provincia della Frontiera di Nordovest e Baluchistan. La Chiesa è intervenuta in seguito alle recenti violenze che hanno colpito le comunità sikh, ma che coinvolgono ampiamente i cristiani e gli indù: “Si tratta di violenze, crimini e gravi minacce alla libertà e ai diritti di proprietà, subite dalle minoranze religiose”, spiega l’arcivescovo. “Quelli avvenuti contro i sikh non sono episodi di violenza isolati, bensì frequenti ai danni dei credenti non musulmani. I governi locali delle province e il governo federale del Pakistan dovrebbero trattare questi incidenti come campanelli di allarme e adottare misure urgenti per prevenirli, assicurando la legalità e il pieno controllo della situazione”, nota l’arcivescovo. Se nella Provincia della Frontiera di Nordovest il bersaglio preferito dei talebani sono i sikh, “nelle province di Sindh e Baluchistan centinaia di credenti indù hanno perso le proprietà e anche la vita”, osserva mons. Saldanha, ricordando poi le vessazioni contro i cristiani nella valle di Swat e in molte altre aree. “La Chiesa cattolica chiede che la protezione delle minoranze diventi una priorità nell’agenda di governo”, dato che tali gruppi sono i più esposti alla violenza organizzata. Per questo, conclude l’arcivescovo “occorre agire per tutelare la sicurezza, eliminando anche “tutte le leggi discriminatorie” esistenti, come la legge sulla blasfemia, “per promuovere tolleranza armonia sociale in Pakistan”. (R.P.)

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