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Più famiglie e più figli per superare la crisi

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Più famiglie e più figli per superare la crisi
Il prof. Tommaso Cozzi risponde ai sostenitori delle tesi malthusiane

di Antonio Gaspari

ROMA, mercoledì, 6 gennaio 2010 (ZENIT.org).-

Per oltre un trentennio istituzioni internazionali, economisti di fama, politologi ed esperti hanno indicato la crescita della popolazione e delle famiglie come la più grande minaccia allo sviluppo e all’ambiente naturale. La crescita demografica è stata definita più minacciosa della bomba atomica. Per questo motivo libri come “La bomba demografica” di Paul Ehrlich sono stati stampati in più lingue e diffusi nel mondo intero.

Oggi, nel bel mezzo di un inverno demografico che non ha precedenti nella storia dell’umanità, con la fertilità femminile ridotta al minimo, il Pontefice Benedetto XVI, premi Nobel per l’economia, economisti e demografi spiegano che le politiche malthusiane di riduzione delle nascite hanno provocato un vero disastro, economico e civile, da cui si può uscire solo riscoprendo una cultura dell’accoglienza alla vita nascente e un sostegno alle famiglie basate sul matrimonio tra un uomo e una donna.

Per cercare di comprendere e approfondire un dibattito di grandissima attualità, ZENIT ha intervistato il prof. Tommaso Cozzi, docente presso la Facoltà di Scienze della Formazione di “Economia e Gestione delle Imprese” all’Università di Bari nonché cootitolare, nella medesima Facoltà, del Modulo di insegnamento europeo Jean Monnet su “Allargamento per lo Sviluppo Sociale ed Economico dell’UE”.

Nella Caritas in veritate il Pontefice Benedetto XVI afferma che non ci può essere sviluppo senza crescita demografica e rispetto per la vita nascente e la famiglia naturale. Eppure fin dall’inizio degli anni Settanta il pensiero dominante nelle istituzioni internazionali è stato quello malthusiano, secondo cui lo sviluppo passava per una riduzione e selezione delle nascite e un sovvertimento della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna. Lei cosa ne pensa?

Cozzi: In primo luogo devo esprimere la mia ammirazione per la chiarezza e la immediatezza del pensiero di Benedetto XVI. Mi sembra non solo coraggioso, ma soprattutto fondato in senso etico e scientifico affermare senza perifrasi che: “i Governi e gli Organismi internazionali possono allora dimenticare l'oggettività e l'«indisponibilità» dei diritti. Quando ciò avviene, il vero sviluppo dei popoli è messo in pericolo. Comportamenti simili compromettono l'autorevolezza degli Organismi internazionali, soprattutto agli occhi dei Paesi maggiormente bisognosi di sviluppo. Questi, infatti, richiedono che la comunità internazionale assuma come un dovere l'aiutarli a essere «artefici del loro destino», ossia ad assumersi a loro volta dei doveri. La condivisione dei doveri reciproci mobilita assai più della sola rivendicazione di diritti. La concezione dei diritti e dei doveri nello sviluppo deve tener conto anche delle problematiche connesse con la crescita demografica. Si tratta di un aspetto molto importante del vero sviluppo, perché concerne i valori irrinunciabili della vita e della famiglia. Considerare l'aumento della popolazione come causa prima del sottosviluppo è scorretto, anche dal punto di vista economico: basti pensare, da una parte, all'importante diminuzione della mortalità infantile e al prolungamento della vita media che si registrano nei Paesi economicamente sviluppati; dall'altra, ai segni di crisi rilevabili nelle società in cui si registra un preoccupante calo della natalità”.

Mi limiterò a dire che l’approccio malthusiano, oltre che errato dal punto di vista economico, è stato smentito dalla storia e mi sembra che sia ancora oggi in corso una ampia manipolazione di convenienza nel rifarsi a teorie o modelli ampiamente superati e smentiti da altri studi che davvero hanno segnato la scienza economica (Keynes, Mill, ecc).

L'economia è una parte della multiforme attività umana e, in essa, come in ogni altro campo, vale il diritto alla libertà come il dovere di fare un uso responsabile di essa. Così come accade per la vita nascente: vale il diritto alla libertà di generare, ma anche il dovere fare un uso responsabile della genitorialità. Se questi due ambiti, economia e vita, non vengono interpretati in modo integrato, ma anzi se ne produce una contrapposizione, il destino dell’umanità è segnato.

Fine della vita; fine dell’economia. Chi consumerà, chi produrrà, chi userà beni, strumenti, tecnologia? Chi genererà innovazione? Chi condurrà la lotta contro le malattie, le discriminazioni, l’impoverimento culturale se affermiamo che l’uomo è il male della società e come tale è meglio ridurne il numero? Analizzando gli approcci neo maltusiani, mi sembra di intravedere una strisciante dittatura sull’umanità.

Ma è importante notare che ci sono differenze specifiche tra queste tendenze della moderna società e quelle del passato anche recente. Se un tempo il fattore decisivo della produzione era la terra e più tardi il capitale, inteso come massa di macchinari e di beni strumentali, oggi il fattore decisivo è sempre più l'uomo stesso, e cioè la sua capacità di conoscenza che viene in luce mediante il sapere scientifico, la sua capacità di organizzazione solidale, la sua capacita di intuire e soddisfare il bisogno dell'altro, soddisfacendo al tempo stesso il suo stesso bisogno di donazione e cioè di felicità.

Ma se impediamo all’uomo “di esserci”, come potremo sviluppare tali processi? Probabilmente saranno ugualmente sviluppati, ma da parte di pochi che decideranno per tutti. E’ da rilevare, inoltre, come, di fatto, oggi molti uomini, forse la grande maggioranza, non dispongono di strumenti (tecnologie) che consentono di entrare in modo effettivo ed umanamente degno all'interno di un sistema di impresa, nel quale il lavoro occupa una posizione davvero centrale.

Essi non hanno la possibilità di acquisire le conoscenze di base (tecniche e metodi dei "saperi"), che permettono di esprimere la loro creatività e di sviluppare le loro potenzialità, né di, entrare nella rete di conoscenze ed intercomunicazioni, che consentirebbe di vedere apprezzate ed utilizzate le loro qualità. E’ un modo per disinnescare l’umanità. Essi insomma, se non proprio sfruttati, sono ampiamente emarginati, e lo sviluppo economico si svolge, per cosi dire, sopra la loro testa, quando non restringe addirittura gli spazi già angusti delle loro antiche economie di sussistenza.

Incapaci di resistere alla concorrenza di merci prodotte in modi nuovi ed in territori emergenti (nei quali a loro volta si assiste all'esasperante abuso delle tecnologie a tutto discapito dell'umanizzazione del lavoro), che prima essi solevano fronteggiare con forme organizzative tradizionali, allettati dallo splendore di un'opulenza ostentata ma per loro irraggiungibile e, al tempo stesso, stretti dalla necessità, questi uomini affollano le città del Terzo Mondo, dove spesso sono culturalmente sradicati e si trovano in situazioni di violenta precarietà senza possibilità di integrazione e di sviluppo di legami affettivi familiari; senza possibilità di generare nuova vita guardando al futuro con occhio di speranza.

“La cooperazione internazionale ha bisogno di persone che condividano il processo di sviluppo economico e umano, mediante la solidarietà della presenza, dell'accompagnamento, della formazione e del rispetto. Da questo punto di vista, gli stessi Organismi internazionali dovrebbero interrogarsi sulla reale efficacia dei loro apparati burocratici e amministrativi, spesso troppo costosi”. Credo che tali affermazioni del Papa non necessitino di ulteriore commento.

Perchè più famiglie e più figli sono una condizione economica per suscitare sviluppo e progresso?

Cozzi: Credo che nel sottovalutare (o svalutare) il ruolo della famiglia, si stia commettendo un grave errore di prospettiva; un errore che gli economisti definiscono come “mancanza di vision” Tale errore consiste nella incapacità (oppure nella mancanza di volontà) di cogliere l’essenzialità di ciò che la famiglia significa dal punto di vista antropologico, sociale ed economico.

In primo luogo la famiglia rappresenta l’ambiente naturale in cui si sviluppa equilibrio e stabilità psicologica, emotiva, affettiva; capacità di aggregazione e relazione con altre persone; conoscenza delle dinamiche che sovraintendono al rispetto delle regole e delle dinamiche diritti/doveri; sviluppo dei processi motivazionali nelle scelte che ogni persona compirà nell’arco della propria vita.

Naturalmente ciò presuppone due condizioni: 1) che si faccia riferimento ad una famiglia eterosessuale sacramentalmente fondata ed istituzionalizzata affinché la Grazia possa operare; 2) che ogni componente della famiglia, in primis i genitori, assuma la responsabilità del ruolo che essi stessi si sono assunti e cioè essere padri e madri, ma prima ancora essere uomo e donna nel senso pieno di tali accezioni.

Tale ultima affermazione ritengo sia fondamentale: infatti non è sufficiente che esista una famiglia formalmente individuata come tale. E’ indispensabile che il nucleo familiare ponga in campo tutte le risorse e le potenzialità di cui, anche in natura, è capace. Mi riferisco alla necessità di aprirsi all’altro, in primo luogo al coniuge e contemporaneamente ai figli; mi riferisco alla capacità di porre in campo i talenti che in altri campi (v. ad esempio il lavoro) vengono profusi in maniera copiosa ma che in famiglia, a volte, sembrano improvvisamente sterilizzarsi.

E’ molto facile che, se si assume una idea “plastica” di famiglia che non si incarna nell’altro e per l’altro, si viva quella che un recente romanzo ha definito “la solitudine dei numeri primi”: numeri vicini ma che non si toccano mai; persone che viaggiano sullo steso binario ma non si incontrano mai; universi implosi che non solo non si incontrano, ma che sono incapaci di aprirsi al mondo.

Se le famiglie non funzionano, si bloccano i meccanismi elementari delle dinamiche civili; le relazioni sociali diventano problematiche. Il paradigma è semplice: le leggi fisiche governano l’ordine naturale, mentre l’ordine sociale può essere sostenuto dalla forza morale.

Il sistema valoriale, o morale, si modellizza e si apprende in primo luogo nella famiglia. Da tale orientamento scaturiscono, di conseguenza, le scelte effettuate da ciascuno nel quotidiano, anche quelle di carattere economico. Qual è il processo che conduce il consumatore ad effettuare una scelta di tipo commerciale? Qual è l’analisi che ciascuno di noi sviluppa quando deve decidere se e cosa acquistare, oppure deve decidere come impostare il proprio rapporto con il denaro? Se analizziamo cosa c’è alla base delle scelte, troveremo il sistema valoriale e, effettuando il cammino a ritroso, arriveremo al “punto zero”: la famiglia.

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Perchè aborto, contraccezione, limitazione delle nascite e divorzio limitano lo sviluppo economico e sociale delle civiltà?

Cozzi: Lentamente si sta facendo strada tra sociologi, economisti, psicologi, antropologi, l’idea che il matrimonio e la famiglia costituiscano le fondamenta non solo del successo individuale, ma anche di una società orientata verso valori positivi e di bene comune.

L’antropologa Margaret Mead (cfr. ricerca elaborata dagli Educatori Alan and June Saunders dal titolo: “La Centralità del Matrimonio e della Famiglia nella Creazione di un Mondo di Pace”) ha recentemente affermato: “Per quanto indietro la nostra conoscenza ci possa portare, gli esseri umani hanno vissuto in famiglie. Non conosciamo periodo in cui non fosse così. Sappiamo che nessuna persona sia riuscita per lungo tempo a dissolvere la famiglia o a rimuoverla… Ancora e ancora, a dispetto di proposte di cambiamento ed esperimenti reali, le società umane hanno riaffermato la loro dipendenza dalla famiglia come l’unità base del vivere umano - la famiglia composta da padre, madre e figli”.

Il deterioramento della famiglia contribuisce al declino della società. Dati schiaccianti (v. sopra) confermano che la famiglia composta da un padre, una madre e figli biologici, che vivono insieme ed sono coinvolti positivamente nelle loro vite reciproche, rappresenta la condizione ottimale per la flessibilità e il successo della generazione futura.

I bambini che vivono con un solo genitore hanno più problemi emotivi e comportamentali rispetto ai bambini che vivono nelle famiglie tradizionali, composte da due genitori. I bambini dei genitori singoli e delle famiglie allargate mostrano più sintomi di aggressione, usano alcool o altre droghe, sviluppano un comportamento criminale, problemi psicologici, come la depressione, la scarsa stima di se stessi e pensieri suicidi.

Anche trascorrere del tempo a casa di un solo genitore è un fattore di rischio: “I bambini che trascorrono del tempo o tutto il tempo a casa di un solo genitore sono esposti ad alto rischio di conseguire risultati scarsi riguardo la sfera comportamentale e cognitiva, i bambini che vengono cresciuti a casa di un solo genitore si trovano sempre, fin dalla nascita a maggior rischio… Confrontati con i bambini che crescono insieme ai loro genitori, hanno un alto livello di problemi legati al comportamento e punteggi bassi nei test cognitivi” (cfr. Waite-Gallagher “The case of Marriage” Ist. dei Valori Americani).

Fino alla metà degli anni '80 gli aspetti intra-familiari e di genere della distribuzione del reddito e dello sviluppo economico non avevano ricevuto sufficiente attenzione nelle decisioni di politica economica. Nell’ultimo decennio, grazie in parte alla teoria economica e al miglioramento nella qualità dei micro dati, l'importanza di conoscere in modo più approfondito gli aspetti legati alla allocazione del potere e delle risorse all’interno della famiglia è stata sempre più riconosciuta.

Nel saggio A Treatise on the Family G.S.Becker, ad esempio, descrive la famiglia e la sua "produzione" quotidiana di beni – dall’assistenza all’infanzia alla preparazione dei pasti – come "una piccola azienda" che produce "beni essenziali". All’interno di questo modello, considera prevedibili i mutamenti verificatisi all’interno della struttura familiare per quanto riguarda l’allocazione del tempo, il numero di figli, la scelta dell’istruzione, la frequenza dei divorzi, e così via.

Rispetto all’analisi basata sulla tradizionale dicotomia lavoro/tempo libero, il modello di Becker fornisce una teoria generale per l’allocazione del tempo da parte delle famiglie, come quella esemplificata nel saggio "A Theory of the Allocation of Time" ("Una teoria dell’allocazione del tempo", 1965).

Quando i salari reali crescono, parallelamente alla possibilità di sostituire, nei lavori domestici, il capitale al lavoro manuale, diventa sempre più anti-economico che uno dei membri della famiglia si dedichi totalmente a qualche forma di lavoro domestico, per esempio alla cura dei bambini.

Di conseguenza, alcune delle funzioni sociali ed economiche un tempo attribuite alla famiglia vengono trasferite ad altre istituzioni, come aziende, scuole e altri enti pubblici.

Nel suo articolo "An Economic Analysis of Marital Instability" ("Un’analisi economica dell’instabilità matrimoniale", con E.M. Landes e R.T. Michael, 1977), Becker ipotizza che questi processi spieghino non solo il maggior coinvolgimento delle donne sposate in occupazioni extradomestiche, ma anche il crescente ricorso al divorzio. Ecco uno dei tipici errori di prospettiva o di “vision”. Il problema viene spostato dalla interpretazione del senso del matrimonio e della famiglia, alle pure dinamiche di tipo economico.

Secondo il pensiero liberale, il capitale umano e quello sociale sono alla base di ogni economia che si sviluppa. Ma nella dottrina sociale della Chiesa cattolica, vita e famiglia hanno un valore che va oltre il capitale, per questo si auspica una condivisione fraterna dei problemi indicando lo sviluppo come una vocazione che si realizza attraverso la creazione di una civiltà dell’amore. Può illustrarci il passaggio dalla concezione liberale della persona e delle famiglie alla concezione cattolica?

Cozzi: Nella società dei consumi la comunità non esiste. In essa i membri costituiscono un’entità molto più simile ad uno sciame che ad un gruppo. Ogni elemento dello sciame ripete singolarmente i movimenti degli altri, dall’inizio alla fine. Lo scambio, la cooperazione, la complementarietà tipiche di una comunità si dissolvono miseramente in favore di una semplice prossimità fisica e di una generale direzione di movimento.

Nei templi del consumo non si sviluppa interazione ma azione pura e semplice. La cooperazione non viene richiesta, non è necessaria, ed è decisamente superflua. Lo sciame dei consumatori è nella sua costituzione, molto lontano dall’idea di una totalità o di una congregazione; esso è piuttosto una massa multiforme.

L’interesse personale prevale su tutto; arrivare prima di qualcun altro alla conquista dell’ultimo esemplare del prodotto in offerta, rappresenta un successo senza eguali; avere l’esclusiva su un prodotto è un fattore di orgoglio, che alimenta la propria autostima, che permette di mostrare la propria superiorità rispetto al resto dello sciame. Appare utile, a questo punto, riprendere l’idea di capitale sociale in termini “collettivistici” come proposta dal sociologo Robert Putnam (1993). Putnam definisce il capitale sociale come “la fiducia, le norme che regolano la convivenza, le reti di associazionismo civico, elementi che migliorano l’efficienza dell’organizzazione sociale promuovendo iniziative prese di comune accordo”.

La famiglia ha in sé le potenzialità e le risorse che non sono di nessun’altra agenzia. E’ una forza sistemica e dovrebbe usare il suo potere di forza propositiva di valori: valori della vita, della solidarietà, della gratuità, della condivisione, che sono valori di umanizzazione per ogni suo componente e per tutta la società.

La famiglia detiene una “soggettività sociale” che non le deriva da altri, perché è inscritta nella sua natura ed è frutto di quelle relazioni che stanno all’origine di ogni società.

E, proprio per questo, ha la capacità di ridefinire i processi di socializzazione dell’individuo incidendo su quelli che sono i fenomeni che lo possono portare al suo impoverimento o addirittura all’annientamento di sé. E si rileva che il divario tra ciò che esiste e ciò che ci dovrebbe essere è ancora molto ampio. Le politiche familiari sono ancora agli inizi.

Le varie politiche, come fino ad oggi sono state concepite, sono rivolte più ai bisogni di un individuo che è considerato destinatario unico dei diversi interventi di welfare. Un individuo solo, prescindendo dal contesto in cui esso vive, dal suo habitat familiare, dalle sue relazioni e reti di riferimento.

E’ diverso parlare di tempi di lavoro pensando solo alla produttività o pensando, si, alla produttività, ma allo stesso tempo tenendo conto anche dei tempi delle famiglie, dei tempi destinati ai bisogni della relazione tra genitori e figli. Un tale capitale sociale non è tanto una risorsa da trovarsi nelle relazioni sociali, quanto piuttosto una risorsa che nasce dalle relazioni sociali.

La famiglia, pertanto, è lo specifico del dono, dell’amore, dell’affettività, tutte caratteristiche che la fanno essere “tipico del Capitale Sociale”: una relazione tra i membri diversi (generi e generazioni) della famiglia che valorizza la relazione stessa producendo concretamente cura, tutela del minore o di chi è in difficoltà, azione economica crescita, dono, accoglienza, educazione, solidarietà…..Ribaltata appare l’ottica di chi adotta un approccio “individualistico”.

Le definizioni di capitale sociale proposte da chi segue tale approccio hanno quali protagonisti i singoli individui e le competenze e le capacità relazionali che essi posseggono. Il rapporto che intercorre tra la famiglia e la vita economica è particolarmente significativo.

Da una parte, infatti, l'economia è nata dal lavoro domestico: la casa è stata per lungo tempo, e ancora continua ad essere, unità di produzione e centro di vita. Il dinamismo della vita economica, d'altra parte, si sviluppa con l'iniziativa delle persone e si realizza, secondo cerchi concentrici, in reti sempre più vaste di produzione e di scambio di beni e di servizi, che coinvolgono in misura crescente le famiglie.

La famiglia, dunque, va considerata, a buon diritto, come una protagonista essenziale della vita economica, orientata non dalla logica del mercato, ma da quella della condivisione e della solidarietà tra generazioni. Un rapporto del tutto particolare lega la famiglia e il lavoro.

Il lavoro è essenziale in quanto rappresenta la condizione che rende possibile la fondazione di una famiglia, i cui mezzi di sussistenza si acquistano mediante il lavoro. L'apporto che la famiglia può offrire alla realtà del lavoro è prezioso, e per molti versi, insostituibile.

Il titolo del Messaggio della Conferenza Episcopale Italiana per la 32a Giornata Nazionale per la vita (7 febbraio 2010) è “La forza della vita una sfida nella povertà”, ma secondo quanto lei sostiene potrebbe diventare “La forza della vita per vincere la povertà”…. Abbiamo compreso bene?

Cozzi: Partirei dal commento di un recente avvenimento che, apparentemente, non ha alcun legame con il tema della prossima giornata della vita. Mi riferisco al recente Summit di Copenaghen sul clima. Pongo alcune domande: l’Occidente è davvero interessato a risolvere i problemi del pianeta? Al centro delle discussioni c’era realmente la necessità di difendere la vita e l’umanità? Stilwell dell’Institute for Governance and Sustainable Development ha affermato che i negoziati non hanno riguardato la possibilità di scongiurare il cambiamento del clima, ma sono stati soltanto una battaglia indiretta per accaparrarsi una risorsa inestimabile: il diritto ad avere un cielo.

Ed ancora, A. Njamnshi del Pan African Climate Justice Alliance ha dichiarato “Non si può affermare di proporre una soluzione al cambiamento del clima se questa soluzione comporterà la morte di milioni di africani e se a pagare per il cambiamento del clima saranno i poveri e non i responsabili dell’inquinamento”.

Nel documento della CEI per la prossima Giornata della Vita, vengono evidenziati, tra gli altri, due concetti: quello “della condivisione e della capacità di prenderci cura gli uni degli altri” e l’altro che riguarda la necessità di essere “solidali con quelle madri che, spaventate dallo spettro della recessione economica, possono essere tentate di rinunciare o interrompere la gravidanza”.

Cosa è la forza della vita? E’ in primo luogo credere nella capacità delle vite già esistenti (quelle degli uomini e soprattutto delle donne che abitano il pianeta e che incontriamo nel nostro quotidiano) di essere naturalmente portate a generare la vita per rigenerare l’umanità.

Ma tale orientamento, già insito nella coscienza umana, resta pura aspirazione se non siamo pragmaticamente capaci di condividere beni materiali e morali, se non siamo capaci di prenderci cura gli uni degli altri, direi di compatire (patire-con gli altri); in una parola, e non siamo solidali.

Tali atteggiamenti permettono alla vita di avere forza per vincere la povertà materiale, ma anche la povertà interiore che in molti casi è figlia della prima. E’ necessario pensare alla vita nascente ed alla vita che si estingue nel suo naturale ciclo vitale, guardando in primo luogo alla vita che è già in essere, alla vita che è già presente in noi e tra noi.

Non si tratta solo di raggiungere il benessere, ma in primo luogo di interpretare cosa si intenda con tale termine. Essere bene (ben-essere) significa rafforzare in senso morale e materiale quanto è già presente nella nostra società, ma che non viene condiviso e solidarizzato tra tutti e cioè consentire di provvedere a sé e ai propri cari una casa; possedere quanto necessario per il sostentamento, le cure mediche, l’istruzione, la realizzazione nel proprio ambito lavorativo.

Ai giovani offre la sicurezza di poter costruire una nuova famiglia. Il benessere economico, così, inteso va di pari passo con una vita sobria. La sobrietà se riscoperta in ambito familiare, significa ricentrare l'attenzione sulla vita di relazione più che sui beni di consumo.

Laddove la sobrietà non è vissuta, facilmente la qualità della vita e quella dei rapporti interpersonali risultano influenzate da eccessi di carrierismo, da attaccamento ai beni, da competitività - fin dai primi anni –, da stress da consumo, da frustrazione per senso di inadeguatezza alle aspettative e quindi da impoverimento delle persone e mancanza di fiducia nella vita attuale, in quelle future da generare, in quelle che si stanno consumando dopo aver profuso la forza di cui erano capaci e su cui è fondata la società contemporanea.

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Le famiglie e la crisi economica
Un rapporto rivela lo stato del matrimonio in America
di padre John Flynn, LC

ROMA, 17 gennaio 2010 (ZENIT.org).-

L'attuale crisi economica potrebbe avere effetti positivi sul matrimonio. Negli Stati Uniti i divorzi sono diminuiti del 4% nel 2008, attestandosi a 16,9 per 1.000 donne sposate, dopo essere saliti dai 16,4 del 2005 ai 17,5 del 2007.

È una delle affermazioni contenute nel rapporto annuale sullo stato del matrimonio, pubblicato a dicembre dal National Marriage Project presso la University of Virginia, insieme al Center for Marriage and Families dell'Institute for American Values.

Il rapporto, dal titolo "The State of Our Unions, Marriage in America 2009: Money & Marriage", ha anche confermato che gli americani stanno continuando a rimandare il matrimonio o a non sposarsi affatto.

Una parte del declino deriva dalla tendenza a rimandare il primo matrimonio: l'età media, nel 1960, si aggirava sui 20 anni per le donne e sui 23 per gli uomini, mentre nel 2007 è aumentata rispettivamente a 26 e 28. Un altro fattore importante è l'aumento delle convivenze.

Oltre ai dati sul matrimonio e il divorzio, il rapporto contiene una serie di saggi che analizzano le implicazioni concernenti le ultime statistiche.

Guardando all'impatto economico della recessione sul matrimonio, W. Bradford Wilcox, professore di sociologia e direttore del National Marriage Project, osserva che non è la prima volta che si rileva una correlazione tra la la crisi economica e il calo nei divorzi.

Lo stesso era successo durante la grande Depressione del 1930. Il calo dei divorzi è in parte dovuto ai fattori economici che portano semplicemente le coppie a rimandare il divorzio. Esiste, tuttavia, un'altra e più duratura dinamica, secondo Wilcox. Negli ultimi decenni, gli americani hanno considerato il matrimonio sempre più come una relazione con l'anima gemella. In questo senso, l'intimità affettiva, la soddisfazione sessuale e la felicità individuale sono diventate le principali aspettative nel legame matrimoniale.

"La recessione ci ricorda che il matrimonio è più di un rapporto affettivo; il matrimonio è anche una partnership economica e un paracadute sociale", osserva Wilcox. Per questo, perdere il lavoro, vedere diminuire i propri fondi pensione o riconoscere la necessità di un doppio reddito incoraggia molte coppie a restare insieme.

Effetti negativi

Le difficoltà economiche hanno tuttavia anche un risvolto negativo, ammette Wilcox. Le ristrettezze finanziarie possono portare a le persone all'abuso di alcol, alla depressione e a maggiori tensioni tra i coniugi, tanto da arrivare anche al divorzio. Nell'insieme, ad ogni modo, la maggior parte delle coppie sposate non ha risposto alla crisi economica ricorrendo al divorzio.

Wilcox avverte però che l'impatto della crisi economica potrebbe ripercuotersi più pesantemente sulle persone meno istruite. La disoccupazione ha infatti colpito di più gli uomini senza titoli universitari, tanto che il 75% dei posti di lavoro persi si è concentrato in questa categoria.

Dai dati risalenti al settembre 2009, resi noti dal Bureau of Labor Statistics, emerge che il 4,9% delle donne laureate e il 5% dei laureati risultava disoccupato. Per contro, tra i diplomati era disoccupato l'8,6% delle donne e l'11,1% degli uomini.

Wilcox prosegue citando le proprie ricerche da cui emerge che i mariti sono significativamente meno felici nel matrimonio e più propensi a contemplare il divorzio quando vedono il proprio reddito superato da quello delle mogli.

E' già in atto, sottolinea, una spaccatura tra le coppie sposate e con un'istruzione universitaria e le coppie meno istruite; un gap in cui i più istruiti presentano tassi notevolmente più elevati di divorzio. A deteriorare ulteriormente lo stato del matrimonio in questa categoria socio-economica potrebbe contribuire l'aumento dei tassi di disoccupazione tra i lavoratori.

Le appendici statistiche allegate al rapporto forniscono un ulteriore approfondimento su questa preoccupante tendenza. Le donne di istruzione universitaria si sposano ora ad un tasso più elevato rispetto ai loro colleghi maschi. Non solo, il tasso di divorzio tra le donne è relativamente più basso ed è in calo.

"In effetti, le donne con istruzione universitaria, che un tempo capeggiavano la rivoluzione del divorzio, adesso presentano una visione più restrittiva del divorzio stesso rispetto alle donne meno istruite", aggiunge il rapporto.

Tra le donne che rimandano il matrimonio a dopo i 30 anni, inoltre, quelle con un'istruzione universitaria sono le uniche che stanno mostrando maggiore propensione a fare figli dopo il matrimonio.

Questa tendenza positiva è tuttavia controbilanciata dal fatto che le famiglie stabili, negli Stati Uniti, non stanno procreando abbastanza da raggiungere il tasso di sostituzione. Nel 2004, il 24% delle donne tra i 40 e i 44 anni diplomate era senza figli, rispetto a solo il 15% delle coetanee senza diploma.

Ridurre il debito

Nel sottolineare gli aspetti positivi, Jeffrey Dew, professore associato della Utah State University, ricorda che con la recessione gli americani hanno iniziato a non fare più un uso indiscriminato della propria carta di credito.

Nel dicembre 2008 i consumatori americani avevano accumulato uno strabiliante debito al consumo di 988 miliardi di dollari (750 miliardi di euro), che nel 2009 è stato ridotto di circa 90 miliardi di dollari (60 miliardi di euro).

Dew cita alcuni studi da cui risulta che il debito al consumo rappresenta un elemento determinante nel deterioramento della qualità della vita matrimoniale. Gli studi indicano che le coppie sposate da poco, che si sobbarcano pesanti debiti al consumo, nel corso del tempo si rivelano meno felici, mentre le coppie neosposate, che hanno saldato i propri debiti al consumo contratti all'inizio del matrimonio, presentano nel tempo riduzioni meno marcate della qualità del loro matrimonio.

Da uno studio risulta un aumento del 45%, sia per gli uomini che le donne, della probabilità di divorzio qualora un coniuge ritenga che l'altro stia spendendo in modo frivolo. Solo il tradimento coniugale e l'abuso di alcol o di droghe sono risultati fattori più indicativi della probabilità di giungere al divorzio.

La ricerca di Dew sottolinea anche un altro argomento interessante relativo alla vita matrimoniale: che i problemi coniugali dipendono anche dal grado di cultura materialistica dei coniugi stessi. Queste coppie, infatti, basano molto del loro senso di felicità e di autostima sul proprio avere materiale. Pertanto, quando sopraggiungono difficoltà economiche la situazione matrimoniale diventa più conflittuale.

Pace economica

Alex Roberts, ricercatore dell'Institute for American Values, cita dati del Dipartimento della salute e dei servizi umani per dimostrare che l'attuale crisi rivela ancora una volta che i benefici economici del matrimonio vengono persi quando la coppia divorzia.

Roberts osserva che una famiglia di tre unità - due genitori e un figlio - ha bisogno di un reddito di 18.311 dollari (circa 13.000 euro) per rimanere al di sopra della linea della povertà. Se i genitori, invece, vivono in case separate, il reddito necessario per mantenere tutti e tre fuori dalla povertà sale a 25.401 dollari (circa 17.500 euro).

Quindi, se i genitori si separano, dovranno guadagnare 7.090 dollari (quasi 5000 euro) in più - pari a quasi il 39% - per evitare la povertà. "Il matrimonio, a quanto pare, continua ancora a generare notevoli economie di scala, soprattutto per le coppie a basso reddito", osserva Roberts.

Il matrimonio produce effetti positivi anche relativamente all'accumulo della ricchezza. Roberts riporta gli studi degli economisti Joseph Lupton e James P. Smith sui redditi e il patrimonio di 7.608 capofamiglia tra il 1984 e il 1989. Da questi studi risulta che le persone sposate hanno visto il proprio reddito aumentare tra il 50% e il 100%, con un aumento netto del patrimonio tra il 400% e il 600%.

Le famiglie con un matrimonio stabile hanno fatto rilevare in media un reddito che è circa il doppio di quello dei divorziati o mai sposati, e un patrimonio che è quattro volte tanto.

Quali sono i motivi di questi vantaggi del matrimonio? Secondo Roberts si potrebbero spiegare in parte dalla alta propensione al guadagno e al risparmio di chi si sposa. È stato anche dimostrato che gli uomini che si sposano lavorano di più e guadagnano di più di quelli non sposati.

I ricercatori - osserva Roberts - hanno concluso che nel matrimonio vigono standard e aspettative di affidabilità e di responsabilità economica che incoraggiano un uso oculato delle risorse.

Lo stesso non avviene nelle coppie conviventi, che sono meno propense a recuperare risorse e meno motivate a spendere in modo saggio e a risparmiare.

Certamente non si può ridurre il matrimonio ai solo benefici economici, ammette Roberts, ma sicuramente la società trarrebbe vantaggio da una maggiore consapevolezza dei benefici economici del matrimonio. Una riflessione che le istituzioni e i politici farebbero bene a tenere presente.

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