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Matteo Ricci, un gigante della scienza e della fede

Last Update: 5/12/2010 3:36 PM
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Matteo Ricci, un gigante della scienza e della fede

di Antonio Gaspari

ROMA, venerdì, 15 gennaio 2010 (ZENIT.org).-

Tra le tante iniziative culturali e religiose dell’anno 2010, spiccano quelle relative alla celebrazione del quarto centenario della morte (1610 – 2010) di Matteo Ricci, un padre gesuita che ha segnato la storia della cultura e della missione in Cina e che la rivista American Life ha collocato tra i 100 personaggi più influenti e importanti del secondo millennio.

Nella giornata di giovedì 14 gennaio oltre cento Ambasciatori presso la Santa Sede, hanno visitato la grande rassegna “Ai Crinali della Storia. Padre Matteo Ricci (1552-1610) fra Roma e Pechino”, curata dal prof. Antonio Paolucci e allestita in Vaticano nelle sale del Braccio di Carlomagno.

Un successo particolare sta avendo un libro ed un film dal titolo “Matteo Ricci. Un gesuita nel regno del drago”, curati da Gjon Kolndrekaj e pubblicati dalla Rai – Eri.

Nella dedica che apre il libro, il regista italiano di origine kossovara, Gjon Kolndrekaj, ha scritto: “Quest’opera è dedicata a tutti quei missionari che nel silenzio annunciano la verità, operando per il Bene Comune nelle diverse culture e civiltà”.

Ripercorrere la storia di Matteo Ricci è come vivere un fantastica avventura.

Nato a Macerata il 6 ottobre dei 1552 da nobile e importante famiglia, Matteo venne formato come letterato e religioso dalla scuola dei Gesuiti.

Alla sua formazione umanistica si aggiunse la solida componente matematica, astronomica, cartografica e scientifica, grazie agli insegnamenti di padre Cristoforo Clavio.

Affascinato dall’Oriente, Matteo appena ordinato sacerdote salpò per la missione in Cina nel 1582. Dopo anni di studio della lingua, dei costumi e della cultura cinese, il giovane gesuita godette della stima e della fiducia della classe colta cinese, al punto che venne introdotto alla Corte Imperiale di Wanli.

Matteo Ricci era colto e carismatico, stupì la corte imperiale con la sua bontà d’animo, con la sua scienza e con la sua fede.

Dimostrò ai cinesi che la terra era tonda, disegnò la mappa del mondo allora conosciuta, costruì orologi meccanici, tradusse per la prima volta opere occidentali in cinese.

Tradusse in lingua mandarina molti trattati fondamentali per la scienza occidentale come i primi sei libri degli “Elementi di Euclide” e il “Manuale di Epitteto”.

Nel 1584 scrisse un breve catechismo, il primo libro stampato da stranieri in Cina. 

A queste date è riconducibile anche la sua composizione del grande Mappamondo in lingua cinese, la cui sesta edizione fu voluta dall'Imperatore stesso nel 1608.

Nel Mappamondo sono raffigurati i continenti e le isole fino ad allora scoperte riportando, in linea con la tradizione cinese, le annotazioni delle notizie storiche accanto alle principali località.

Matteo Ricci inoltre, compose e pubblicò, il primo lavoro sinologico della storia: un piccolo dizionario portoghese-cinese. 

Nel 1595 scrisse il “Trattato sull'amicizia”; nel 1607 tradusse e stampò i “Dieci paradossi”; nel 1603 fu stampato lo scritto “Genuina nozione di Dio” con cui padre Ricci dimostrò l'esistenza di Dio, spiegò l'immortalità dell'anima e confutò il monismo panteistico e la metempsicosi, allora molto diffuse tra i colti cinesi.

Importanti anche gli scritti composti per gli occidentali come le sue “Lettere” e la sua relazione “Della entrata della Compagnia di Gesù”.

La sua opera era così impressionate che l'Imperatore, gli concesse il permesso di fondare una chiesa (sostenuta a spese dell'erario) e, ammettendolo spesso a Corte, lo introdusse nella cerchia dei mandarini, i più importanti funzionari imperiali.

Quando morì nel 1610, la comunità cristiana cinese da lui fondata, contava 500 convertiti di cui 400 solo a Pechino. Tra questi spiccavano figure di primo piano della vita sociale, culturale e politica cinese, nonché alcuni parenti dell'Imperatore.

Il prof. Zhang Xiping docente di lingua cinese e letteratura cristiana presso l’Università di Pechino e membro dell’Accademia delle Scienze sociali della Cina, ha raccontato che “l’opinione di Ricci venne apprezzata dagli studiosi cinesi, tanto che fino all’inizio della dinastia dei Qing, il cattolicesimo si divulgò liberamente in tutta la Cina, furono costruite più di sessanta chiese e più di duecento missionari evangelizzarono in Cina”.

Padre Matteo Ricci ricevette il più alto riconoscimento per uno straniero, cioè il privilegio imperiale di un terreno di sepoltura nella capitale in quella che oggi è la School of Beijing Municipal Committee.

La tomba del gesuita maceratese si trova oggi all'interno del Cimitero di Zhalan, presso il Collegio Amministrativo di Pechino (Beijing Administrative College), situato nei pressi del Tempio delle Cinque Pagode, alla periferia nord-ovest della città.

Mons. Claudio Giuliodori, Vescovo di Macerata e Presidente della Commissione Episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali della Conferenza Episcopale Italiana, nell’introduzione al docufilm di Kolndrekaj ha scritto: “padre Matteo Ricci è un gigante della cultura e della fede. Dotato di straordinarie doti intellettuali si è dimostrato un vero genio dell’inculturazione attraverso cui ha saputo aprire la strada al dialogo tra Oriente e Occidente e all’evangelizzazione della Cina”.

Nello stesso libricino padre Federico Lombardi, S.J., Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, ha sottolineato che “quando l’11 maggio 1610 Matteo Ricci morì a Pechino, la comunità cristiana in Cina era ben stabilita e la fama di Ricci era grande anche alla corte imperiale, tanto che l’imperatore, su richiesta dei confratelli del nostro missionario concesse un luogo per la sua sepoltura. Non si era mai verificato prima di allora che uno straniero venisse seppellito nel territorio cinese e questo sta a dimostrare quanto Ricci fosse stimato e onorato”.

“Conobbi la figura di Matteo Ricci nel 1976, in occasione di un mio viaggio a Pechino, con il mio maestro Joris Evans – ha raccontato a ZENIT Gjon Kolndrekaj –. Da allora decisi di dedicarmi alla figura di questo grande missionario italiano che i cinesi chiamavano Li Madou”.

“Dopo aver dedicato anni della mia carriera all’approfondimento delle tematiche relative alle tre religioni monoteiste – ha continuato l’autore del libro e del film – dedicarmi alla figura di Ricci, missionario cattolico e scienziato italiano, che entrò in relazione con la filosofia e il pensiero orientale, era una cosa che mi affascinava”.

“Spero che questo lavoro – ha concluso Gjon - contribuisca a far conoscere la figura e le opere di Matteo Ricci non solo agli addetti ai lavori, ma anche e soprattutto ai più”.

La storia di Matteo Ricci ha colpito anche l’immaginazione dei Pontefici.

Papa Giovanni Paolo II ha detto di lui: "padre Matteo Ricci era giustamente convinto che la fede in Cristo non solo non avrebbe portato alcun danno alla cultura cinese, ma l'avrebbe arricchita e perfezionata ... la figura e l'opera di padre Ricci appaiono assumere oggi una grande attualità per il popolo cinese, proteso come è in un processo di modernizzazione e di progresso".

Ed ancora: “padre Matteo Ricci comprese e apprezzò pienamente la cultura cinese fin dagli inizi, e il suo esempio dovrebbe servire di ispirazione a molti.

Benedetto XVI, nella lettera inviata il 6 maggio del 2009 a monsignor Claudio Giuliodori ha scritto: “Matteo Ricci dotato di profonda fede e di straordinario ingegno culturale e scientifico dedicò lunghi anni della sua esistenza a tessere un proficuo dialogo tra Occidente e Oriente conducendo contemporaneamente una incisiva azione di radicamento del Vangelo nella cultura del grande Popolo della Cina”.

“Il suo esempio – ha aggiunto il Pontefice tedesco - resta anche oggi come modello di proficuo incontro tra la civiltà europea e quella cinese”.

“Matteo Ricci – ha concluso - è stato un obbediente ministro della Chiesa e intrepido ed intelligente messaggero del vangelo di Cristo”.

Molto attiva nelle celebrazioni per il quarto centenario della morte (1610 – 2010) è la diocesi di Macerata, con la pubblicazione di un'agenda e di un calendario, con un'opera teatrale, la proiezione del docufilm di Kolndrekaj, un convegno internazionale per marzo e altre decine di incontri.


[Per ulteriori informazioni: www.diocesimacerata.it/ricci/index.php]

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Le iniziative per i 400 anni dalla morte di padre Matteo Ricci
Prersentato il programma dei gesuiti d'Italia

di Chiara Santomiero

ROMA, mercoledì, 20 gennaio 2010 (ZENIT.org).-

Rivisitare la figura di Matteo Ricci, in occasione del quarto centenario della morte, cercando l’ispirazione che ha mosso la sua straordinaria avventura di incontro con la cultura cinese del 1600: è questo l’obiettivo del programma di iniziative presentato oggi alla stampa dal provinciale d’Italia della Compagnia di Gesù, padre Carlo Casalone, e da padre Francesco De Luccia, supervisore degli eventi per il 2010.

“Il programma delle iniziative – ha spiegato Casalone intervenendo alla sede della Radio Vaticana – ripercorre gli assi portanti dell’impegno dei gesuiti in Italia che sono l’interazione con la cultura del nostro tempo, il lavoro con i giovani e l’impegno nel sociale”.

Si parte mettendo al centro lo “stile” missionario di Matteo Ricci con un convegno a Milano, sabato 23 gennaio, organizzato dalla Fondazione culturale S. Fedele.

“Il tema del convegno – ha sottolineato uno degli organizzatori, padre Giuseppe Zito – si riferisce all’opera più importante di Ricci, 'Dell’amicizia' che scrisse in cinese, traducendo degli aforismi greci e latini e aggiungendone di suoi”.

“Lo stile amicale – ha proseguito Zito – è la cifra della presenza di Ricci in Cina che non si è recato in questo paese da colonizzatore, ma come persona interessata a una cultura che aveva molto da dare ed è anche ispirazione per essere missionari oggi con un atteggiamento di dialogo e scambio”.

Tutto questo sarà declinato secondi i linguaggi dell’arte, del video, del cinema e della musica, con – tra gli altri momenti dell’iniziativa – la mostra dello scultore giapponese Hidetoshi Nagasawa che interpreta con la sensibilità di artista orientale un soggetto della spiritualità occidentale come la croce e la proiezione del docufilm di Gjon Kolndrekaj, “Matteo Ricci, un gesuita nel Regno del Drago”.

Nel focus della tavola rotonda su “Gli eredi di Matteo Ricci” ci sarà il confronto tra sinologi e teologi sul confronto tra Oriente e Occidente e sul come dire il Vangelo in cinese ma anche essere cristiani cinesi in Italia.

A maggio le iniziative si sposteranno a Roma dove sono previste delle visite guidate alla Chiesa e alla Casa del Gesù nella quale ebbe origine la Compagnia che nel 2010 festeggia anche il 470° anniversario della Fondazione: “rivisitarne le origini – ha spiegato De Luccia – significa non solo dare la possibilità a quanti sono interessati di conoscere le stanzette di S. Ignazio e i luoghi dove la Compagnia mosse i primi passi, ma anche incontrare i gesuiti che oggi cercano di interpretare lo stesso carisma che ha guidato l’azione di Matteo Ricci”.

Dedicati ai più giovani sono il pellegrinaggio a piedi da Loreto a Macerata guidato durante la settimana santa da alcuni padri gesuiti sulle orme di Matteo Ricci e del carisma ignaziano e un campo missionario a Pechino, in agosto, come occasione di condivisione con la chiesa locale.

Ad ottobre, ha annunciato De Luccia, è previsto un convegno a Napoli del Jesuit Social Network, formato dalle associazioni, le cooperative e le fondazioni che in vario modo fanno riferimento alla Compagnia di Gesù e operano a favore dei più poveri.

Per la chiusura dell’anno, infine, è prevista l’inaugurazione a Scutari, in Albania, della nuova sede del liceo gestito dai padri gesuiti.

Tutto il programma delle iniziative dell’anno ricciano passerà attraverso la comunicazione – altra novità annunciata nella conferenza stampa – del neo-istituito ufficio di comunicazione della Provincia d’Italia che avrà l’obiettivo, dopo il 2010 “di rendere più efficace la comunicazione sia ad intra che ad extra, qualificando maggiormente la presenza della Compagnia nel foro mediatico”.

“Dalla celebrazione dell’anno di Matteo Ricci – ha concluso De Luccia – ci aspettiamo di stimolare occasioni di incontro e dialogo con il mondo della cultura e della più vasta opinione pubblica presentando una figura che ha molto da dire al nostro tempo con la sua capacità di lasciarsi affascinare, non solo intellettualmente ma anche affettivamente, da una cultura totalmente ‘altra’ da lui”.

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Matteo Ricci testimone del Vangelo tra rinascimento e confucianesimo

L'illustre sapiente che incantò la Cina dei Ming


Alla sede dell'Unesco di Parigi è stato presentato il film documentario "Un gesuita nel Regno del Drago" di Gjon Kolndrekaj. Pubblichiamo stralci del discorso tenuto per l'occasione dal cardinale presidente del Pontificio Consiglio per i Laici.


di StanisLaw RyLko


Matteo Ricci pose le basi per sviluppare conoscenza reciproca e dialogo tra Oriente e Occidente; fra Roma, cuore della cristianità, e Pechino, dove da oltre due secoli regnava la grande dinastia Ming.
Il gesuita maceratese si è guadagnato stima e ammirazione, in Cina come in Europa, per aver aperto la via all'incontro tra due culture tanto lontane quanto ignote l'una all'altra, un'impresa straordinaria più volte tentata da altri in precedenza, ma mai riuscita ad alcuno. Malgrado le difficoltà della lingua, la chiusura della politica della dinastia Ming, la totale novità dei rapporti, Matteo Ricci seppe sviluppare un dialogo basato sull'amicizia, sul rispetto di usi e tradizioni, sulla conoscenza dell'animo e della storia cinese. Fu questo atteggiamento, non pregiudiziale né animato da spirito di conquista, che permise al gesuita maceratese di stabilire con il popolo cinese un rapporto di fiducia e di stima. Non a caso, la sua prima opera in lingua cinese fu dedicata al tema dell'amicizia. E quella raccolta di cento sentenze sull'amicizia attinte dai classici greci e latini suscitò grande stupore nei cinesi che ammirarono la saggezza e la ricchezza spirituale dell'uomo venuto dall'estremo Occidente.

Egli però, non si limitò a manifestare amicizia per il popolo cinese e interesse per la sua vita e la sua cultura. S'impegnò a fondo per impararne la lingua e approfondì lo studio dei classici confuciani tanto da essere considerato un esperto pari, se non superiore, agli stessi letterati cinesi che facevano a gara per conoscerlo e intrattenersi a conversare con lui. Padre Ricci si fece cinese tra i cinesi, adattandosi in tutto ai loro costumi e assumendo - dopo dieci anni di attenta analisi e conoscenza di quella realtà - il profilo e il tenore di vita del letterato, ossia di quella categoria di persone che guidava la società cinese in continuità con la filosofia e la tradizione confuciana.

Questo tratto caratteristico del suo approccio alla Cina non va poi certo disgiunto dal proficuo scambio culturale che egli instaurò con i cinesi su tutti i fronti del sapere umano. Dalla cartografia all'astronomia, dalla filosofia alla religione, dalla matematica alle tecniche mnemoniche, dagli orologi meccanici alla pittura e alla musica:  non c'è ambito che non abbia costituito terreno fecondo di confronto e di reciproco arricchimento tra i cinesi e quell'uomo che, secondo gli stessi letterati cinesi suoi amici, la Provvidenza aveva inviato per dare ancor più lustro alla dinastia Ming e per rendere i cinesi partecipi dei progressi che la scienza e la tecnica avevano registrato nel rinascimento europeo. Un esempio per tutti dell'alta considerazione in cui era tenuto:  dal suo arrivo a Pechino nel 1601, per volontà dell'imperatore Wanli, fu mantenuto a spese dell'erario pubblico, e alla sua morte, l'11 maggio 1610, ebbe il privilegio - mai concesso fin allora a degli stranieri - di essere seppellito nella Città imperiale. E non per caso, ai gesuiti che ne continuarono l'opera fu affidata nientemeno che la direzione dell'osservatorio astronomico di Pechino e la revisione del calendario cinese, portata a termine qualche anno dopo la morte di Matteo Ricci. La vasta documentazione conservata nell'antico osservatorio astronomico e l'inserimento di padre Ricci tra i personaggi più illustri della Cina testimoniano la gratitudine dei cinesi per il contributo del missionario gesuita e dei suoi confratelli al progresso delle conoscenze umanistiche e scientifiche nel loro Paese.

A muovere il missionario non furono lo spirito di avventura né la volontà di farsi ambasciatore del rinascimento europeo in Cina, bensì il desiderio di portare al popolo cinese l'annuncio evangelico a coronamento di quel ricco cammino culturale e sociale che egli avrebbe poi ammirato e apprezzato, come risulta dalla corrispondenza e dal dettagliato e celebre resoconto autografo della entrata della "Compagnia di Gesù e Christianità nella Cina".
Affascinato dallo spirito missionario di Francesco Saverio, che aveva speso la vita per l'evangelizzazione dell'Oriente, non ancora trentenne padre Matteo inizia la sua impresa da Macao nel 1582. A differenza di quanti lo avevano preceduto nei numerosi e sempre falliti tentativi di entrare in Cina, padre Ricci capisce che per far sì che la cultura cinese si apra alla novità del Vangelo occorre trovare un nuovo metodo. Insieme ai confratelli responsabili delle missioni in Oriente, in special modo con padre Alessandro Valignano, elabora quindi una nuova strategia riassumibile nella parola "inculturazione":  un'ottica nella quale la cultura cinese non sia più un ostacolo da superare, ma una risorsa per il Vangelo.

Questa originalità che nasce da una visione della fede non contrapposta alla scienza, alla ragione e alla cultura, ma in armonia con esse, è stata sottolineata il 6 maggio 2009 da Benedetto XVI nel Messaggio per il iv centenario della morte di padre Matteo Ricci:  "Considerando la sua intensa attività scientifica e spirituale, non si può non rimanere favorevolmente colpiti dall'innovativa e peculiare capacità che egli ebbe di accostare, con pieno rispetto, le tradizioni culturali e spirituali cinesi nel loro insieme. È stato in effetti tale atteggiamento a contraddistinguere la sua missione tesa a ricercare la possibile armonia fra la nobile e millenaria civiltà cinese e la novità cristiana, che è fermento di liberazione e di autentico rinnovamento all'interno di ogni società, essendo il Vangelo, universale messaggio di salvezza, destinato a tutti gli uomini, a qualsiasi contesto culturale e religioso appartengano".


(©L'Osservatore Romano - 19 febbraio 2010)
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L'apostolato di Matteo Ricci nel Grande Regno del Dragone

Un genio dell'ascolto a Zhaoqing


di Silvia Guidi

Nessuna strategia predeterminata da seguire, ma una costante attenzione agli spiragli di apertura, curiosità reciproca e fiducia che di volta in volta si venivano ad aprire lungo il cammino, unita a una grande capacità di ascoltare i bisogni dell'altro e muoversi di conseguenza; è probabilmente questo il segreto del successo sorprendente di Matteo Ricci nel dialogo con gli intellettuali del Grande Regno del Dragone, nella seconda metà del Cinquecento fino al 1610, l'anno della morte.

In fondo, a ben vedere, una delle modalità in cui si declina la caritas cristiana in chi da essa si lascia investire, visto che l'amore, come scriveva Nicolás Gómez Dávila, è l'organo con cui percepiamo l'inconfondibile individualità degli esseri.
"In tutto mi accomodai a loro" scrive Matteo Ricci di se stesso, con una frase che sintetizza in una battuta lunghi anni di difficoltà, fatiche e pericoli, ma anche di gioie inaspettate e di fecondo lavoro intellettuale; acquistare prestigio e credibilità nelle "cose mechaniche" crea un clima di interesse e simpatia umana da cui può nascere un confronto interessante per entrambe le parti in causa.

"In tutto mi accomodai a loro" è anche il titolo del convegno che si è aperto il 2 marzo alla Pontificia Università Gregoriana e proseguirà fino a giovedì nell'ateneo di Macerata; un'occasione per rileggere i suoi libri più famosi e il suo epistolario.
Analizzare nel dettaglio le opere composte da Ricci e dare uno sguardo alla sua "officina letteraria" permette di capire meglio il suo metodo. Il Xiguo jifa, la mnemotecnica occidentale da lui tradotta in cinese, per esempio, è un tentativo di adattare il proprio messaggio alle esigenze culturali della civiltà che aveva di fronte. Gli intellettuali cinesi che aspiravano a qualche carica burocratica nell'impero avevano bisogno di sapere a memoria i classici confuciani, per questo Ricci mise al loro servizio tutte le conoscenze che aveva in merito, rielaborandole in modo per loro comprensibile; sperava così che, riconoscendo l'eccezionalità del metodo di memorizzazione, fossero portati in seguito ad approfondire anche le verità della fede cristiana.

Per la composizione di questo trattato, come di molte altre opere gesuitiche in cinese, furono inventati termini ad hoc per indicare la terminologia specifica e tecnica legata alla filosofia e alla religione occidentali. Questo lessico è modellato, però, identificando termini che possano avvicinarsi a quelli legati alla filosofia e al divino della cultura cinese e richiese un lavoro notevole di acquisizione ed elaborazione della cultura ospitante. È in particolare per la rielaborazione delle immagini che Ricci attinge a piene mani alla tradizione linguistico-etimologica cinese; vengono usati i caratteri cinesi, viene utilizzata la loro suddivisione classica in famiglie e i criteri di suddivisione attraverso metodi semantico-associativi e fonetici. La struttura stessa del testo rispecchia quella della lingua locale. Il Xiguo jifa, come e forse più del trattato sull'amicizia (quello che oggi potremmo chiamare un instant-book agile e "di servizio"), è un esempio significativo di come padre Matteo accolse e si lasciò modellare dalla cultura che lo accoglieva, accettando di dedicare tutte le sue energie a quest'opera e di "mobilitare" tutte le sue competenze, dalla passione per la musica - un esempio tra i tanti:  compose ed eseguì otto canzoni per gli alti dignitari dell'imperatore - alle conoscenze di "cose mechaniche".

L'intuizione di Matteo Ricci è stata quella di applicare anche in Cina l'esperienza dei Padri della Chiesa, l'innesto rigoglioso e fecondo del cristianesimo nella cultura antica, soprattutto ellenistica e romana; poté così confrontarsi positivamente con il confucianesimo - ma è bene precisare che si tratta del confucianesimo "antico", non influenzato dal buddismo - mentre altri avevano fallito perché intendevano sovrascrivere il messaggio cristiano senza tener conto del retroterra culturale locale, rischiando di spazzare via i "germogli appena spuntati" del dialogo in atto. La stima verso il popolo del Grande Regno del Dragone in padre Matteo era sincera, non frutto di una strategia e neanche di una "dissimulazione onesta". La grande cultura cinese lo aveva impressionato positivamente; per il gesuita Nanchino e Pechino non avevano niente da invidiare alla Firenze dell'epoca. Forse è proprio per questo rispetto autentico e non simulato che il missionario marchigiano è tuttora molto amato e conosciuto in Cina - insieme a Marco Polo è l'unico straniero presente nel monumento del millennio a Pechino - e nel nostro tempo di dialogo tra religioni e culture profondamente diverse resta un simbolo attuale a cui richiamarsi.


(©L'Osservatore Romano - 4 marzo 2010)
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Benedetto XVI: Matteo Ricci amò la Chiesa e il popolo cinese
Telegramma del Papa al Vescovo di Macerata per un convegno sul missionario

ROMA, domenica, 7 marzo 2010 (ZENIT.org).-

Padre Matteo Ricci nutrì sempre un profondo amore per la Chiesa e per il popolo cinese. E' quanto ricorda Benedetto XVI in un telegramma inviato al Convegno internazionale “Scienza, ragione, fede. Il genio di padre Matteo Ricci”, svoltosi a Macerata in occasione dei 400 anni dalla morte del missionario gesuita.

Nel messaggio a firma del Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano, letto durante le tre giornate di studio conclusesi questo sabato, il Papa esprime “vivo apprezzamento per la significativa manifestazione, volta a far conoscere la straordinaria opera culturale e scientifica di padre Matteo Ricci, nobile figlio di codesta terra, come pure il suo profondo amore alla Chiesa e lo zelo per l'evangelizzazione del popolo cinese”.

In una lettera inviata nel maggio scorso sempre a monsignor Claudio Giuliodori, Vescovo di Macerata, in occasione dell'inizio delle celebrazioni per il IV centenario ricciano, il Papa aveva sottolineato del gesuita l'“innovativa e peculiare capacità” di “ricercare la possibile armonia fra la nobile e millenaria civiltà cinese e la novità cristiana”

Il Pontefice aveva poi evidenziato la “strategia pastorale” del gesuita, che rimase in Cina 28 anni, e “la profonda simpatia che nutriva per i cinesi, per la loro storia, per le loro culture e tradizioni religiose”, che “ha reso originale e, potremmo dire, profetico il suo apostolato”.

Nato a Macerata il 6 ottobre 1552, il futuro “Apostolo della Cina” entrò a diciotto anni nella Compagnia di Gesù a Roma, maturando ben presto un’autentica vocazione missionaria.

Nel 1577 chiese di essere destinato alle Missioni d’Oriente e a tal fine partì per il Portogallo, tappa di preparazione all’apostolato orientale; imbarcatosi a Lisbona con 14 confratelli, il 13 settembre 1578 approdò a Goa, in India, dove era sepolto San Francesco Saverio.

Trascorse alcuni anni in terra indiana, insegnando materie umanistiche nelle scuole della Compagnia, prima dell’ordinazione sacerdotale ricevuta a Cochin, luogo in cui celebrò la prima Messa il 26 luglio 1580.

Si stavano intanto avvicinando i tempi della nuova destinazione: il Visitatore delle Missioni d’Oriente Alessandro Valignano trasmise a padre Ricci l’ordine di recarsi a Macao per studiare la lingua cinese e prepararsi ad entrare in Cina, allora impenetrabile agli stranieri.

Il tanto atteso ingresso ebbe luogo il 10 settembre 1583. Padre Matteo e il confratello Michele Ruggieri raggiungono Zhaoqing, dove iniziano a costruire la prima casa e la prima chiesa, completata nel 1585. La piccola comunità gesuita si trasferì poi a Shaozhou, Nanchang e Nanchino, per entrare finalmente a Pechino il 24 gennaio 1601.

Ben accolto dall’imperatore Wanli della dinastia Ming, padre Ricci fu elevato al rango di Mandarino, ricevuto alla corte del Celeste Impero, ospitato da alti funzionari civili e militari. “Farsi cinese con i cinesi”: questo l’innovativo metodo di evangelizzazione di padre Ricci, che seppe adattarsi agli usi e tradizioni locali, per essere più vicino a coloro ai quali annunciava il Vangelo.

La via dell’ “inculturazione” scelta dal gesuita, unita alla pratica instancabile della carità, seppe dare i suoi frutti, con le conversioni di importanti dignitari e di esponenti di ceti modesti, colpiti dal grande rispetto del missionario per il Confucianesimo e per il patrimonio culturale cinese.

Grande ammirazione destarono anche le conoscenze scientifiche del Ricci, che portò in Cina la matematica e la geometria dell’Occidente, insieme ai grandi apporti del Rinascimento nel campo della geografia, della cartografia e dell’astronomia.

Oltre ad insegnare in lingua cinese numerose discipline scientifiche ed umanistiche, lasciò un gran numero di scritti, quali il “Trattato sull’amicizia”, il “Mappamondo cinese”, il Trattato “Genuina nozione del Signore del Cielo”, “Sommario della dottrina cristiana”, “Christianità nella Cina”, “Commentari” e “Lettere dalla Cina”, contribuendo in modo decisivo alla fondazione della moderna sinologia e alla diffusione della conoscenza dell’Occidente in Cina e in tutto l’Oriente.

“Li Madou” – questo il nome cinese di padre Ricci – si spense a Pechino l’11 maggio 1610. In deroga alla tradizione di non consentire l’inumazione in Cina agli stranieri, l’imperatore concesse un terreno per la sua sepoltura, come estremo tributo alla sua scienza e al suo amore per i cinesi.

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Quattrocento anni fa moriva Matteo Ricci

Il mandarino di sant'Ignazio


di Manlio Sodi

"Perseverando nella stessa allegrezza, seduto al centro del letto, con molta pace e serenità, senza alcun movimento, chiudendo gli occhi come per dormire o per contemplare, diede l'anima al suo Creatore, dopo aver baciato il Crocifisso e l'immagine del nostro beato padre Ignazio, martedì, agli undici di maggio (1610), alle sette ore della sera". È la testimonianza di De Ursis (Fonti Ricciane II, 543) circa la morte a Pechino del gesuita Matteo Ricci che era nato a Macerata il 6 ottobre 1552.
Chi conosce da vicino l'opera di Matteo Ricci si meraviglia che tanta attenzione si ponga più sul versante laico e culturale che non su quelle che sono state le vere intenzioni del missionario. Al di là, comunque, delle perplessità, resta emergente il richiamo all'intelligenza di un uomo - e soprattutto di un religioso appartenente alla Compagnia dei figli di Sant'Ignazio, i gesuiti - che aveva ipotizzato e messo in atto un percorso culturale per far incontrare il popolo cinese con il Vangelo.
Notissima è - almeno nel nome - la questione dei "riti cinesi" (tolleranza verso il "culto" [cerimonie] degli antenati e verso Confucio). E il titolo riconduce sempre l'attenzione a Matteo Ricci. È necessario però precisare subito che Ricci non ha mai trattato espressamente di liturgia; solo dopo la sua morte è esplosa la questione che ha dato adito a prese di posizione ufficiali da parte del Magistero, sia pur con gravi conseguenze per la evangelizzazione nel contesto della cultura cinese.
Se allora il missionario gesuita non ha trattato dei riti, per quale ragione se ne parla con riferimento a questo ambito? Nella problematica relativa all'incontro tra Vangelo e cultura si muove tutto ciò che rientra nel contesto dell'adattamento e soprattutto dell'inculturazione. In questa ottica, Vangelo e culto diventano speculari in ordine a un percorso di fede che ogni cultura è chiamata a realizzare senza dubbio con l'aiuto e con il contributo di altre culture come quelle, già evangelizzate, dei missionari che si muovono dalla propria cultura per incontrarsi con altre talora radicalmente diverse da quella di provenienza.
Di tutta questa realtà la grande stampa non si preoccupa, a stento recepisce qualche battuta, ma non entra nel merito, perché cogliere questo aspetto implica confrontarsi con il contenuto del Vangelo e con la dimensione missionaria della Chiesa, con la cultura semitica in cui questo è stato espresso e codificato, e poi mettersi in dialogo - attraverso un'opportuna metodologia - con la cultura destinataria dell'impegno missionario.
Adattamento e inculturazione sono due aspetti di una stessa sfida che la Chiesa sempre ha avuto davanti a sé. Fin dal tempo della prima Pentecoste, l'incontro con le culture è stato il motore per far sì che ogni popolo e cultura potesse ritrovare nell'incontro con il Vangelo lo specifico positivo del proprio costitutivo culturale. Da qui l'assunzione di concetti provenienti dalla cultura semitica; ma da qui anche l'acquisizione di termini nuovi coniati per esprimere contenuti essenzialmente biblici.
In questo senso l'opera dei Padri della Chiesa costituisce una "pagina" quanto mai ricca ed eloquente. Ma la storia non si è fermata a essi. In ogni tempo la saggezza dell'opera missionaria, intesa in senso lato, ha saputo coniugare lo specifico rapporto tra Vangelo, culto e cultura dando vita alle grandi famiglie dei riti orientali e occidentali, e successivamente dando forma e significato a metodi di annuncio e a forme celebrative che in parte sono rimaste e in parte sono state riassorbite nelle forme originarie del culto cristiano.
Fare esempi è sempre rischioso, ma non ci possiamo esimere in questo ambito dal riferirci all'opera dei santi Cirillo e Metodio che hanno avuto l'approvazione e il plauso della Chiesa di Roma. Numerosi altri aspetti sono forniti dalla storia dell'evangelizzazione con esempi emblematici quando, per esempio, il Vangelo si è incontrato con le culture del Nuovo Mondo da poco scoperto.
Diversa è la situazione della Cina. Varie famiglie religiose avevano tentato un incontro tra Vangelo e cultura. Il vero incontro, la soluzione del problema scaturisce dall'intuizione e dall'opera del Ricci. Comprendendo bene che solo arrivando alla classe alta della società - e soprattutto all'imperatore - si poteva avere la chiave per un incontro tra Vangelo e cultura, egli mette in atto ciò che poteva contribuire per un dialogo a quel livello. Da qui il discorso prettamente culturale compiuto dal Ricci con la sua opera, a cominciare dal far conoscere i classici dell'occidente, la geometria, la matematica, l'astronomia, la cartografia, gli orologi, e così via.
Se da una parte tutto questo fa comprendere il tipo di preparazione che veniva compiuta nel Collegio Romano, dall'altra permette di cogliere l'orizzonte culturale che permeava un certo percorso formativo per coloro che dovevano dedicarsi alla teologia:  l'accostamento delle scienze non era un metodo solo per essere in linea con la cultura del tempo, ma un'occasione per leggere - e annunciare - il dato teologico in un orizzonte che permetteva di dialogare con la cultura del tempo (al di là del "caso Galileo").
Ma tutto questo in quale senso chiama in causa l'ottica liturgica? Al tempo di Matteo Ricci questo rapporto con il culto non emergeva in modo immediato, data la limitata concezione di liturgia e la relativa prassi. L'incontro però della mens semitica e mediterranea in genere con la cultura cinese, e buddhista in particolare, faceva emergere il bisogno di tradurre in nuove categorie il mistero dell'incarnazione e le sue conseguenze. Da qui dunque l'attenzione che sommessamente stava emergendo anche in contesto cultuale.
 Nel "sommessamente" è racchiuso il fatto della impossibilità di fare adattamenti profondi in liturgia - impensabile al tempo della Riforma cattolica almeno per ciò che concerne la celebrazione dell'Eucaristia. Ma vi è nascosto anche il bisogno di trovare modalità espressive per manifestare concetti più facilmente assimilabili, a cominciare dal nome di Dio!
È dunque nella ricerca della terminologia adeguata e nella individuazione di alcune cerimonie - che subentreranno dopo la morte del Ricci - che si impernierà la problematica dei "riti cinesi":  una problematica che scatenerà una serie di contrapposizioni all'insegna di gelosie e invidie (paradossale - ma non inusuale - in contesto di evangelizzazione!) che porteranno alla chiusura di un progetto di cui ancora oggi se ne portano brucianti conseguenze. Non per nulla Pio xi attribuì alla "maledetta questione dei riti" una grave responsabilità nel ritardo dell'evangelizzazione della Cina.
Riflettere dunque su una simile problematica implica accostare un aspetto che caratterizza in modo essenziale la realtà liturgica. La riforma promossa dal Vaticano ii ha compiuto finora passi eloquenti. Basti vedere tutto ciò che è suggerito o richiesto attorno al capitolo de aptationibus... che caratterizza ogni libro liturgico; basti tener presente l'Istruzione Varietates legitimae (25 gennaio 1994) circa l'inculturazione della liturgia romana. Senza forzare i dati della storia, ci sembra di essere oggi testimoni di un metodo che Matteo Ricci aveva ipotizzato e in parte posto le premesse per attuarlo.
La risposta all'interrogativo richiede un confronto con elementi che costituiscono adeguati indicatori anche per l'oggi e per il domani.
Il complesso filone dei "riti cinesi" contempla come sua base il grande rispetto che Matteo Ricci ha avuto e ha manifestato nei confronti della cultura e della religiosità cinese. La sua tolleranza verso il "culto" (cerimonie) degli antenati non era accondiscendenza a un atteggiamento in contrasto con il culto cristiano, ma il riconoscimento di una "devozione" agli antenati che si inscrive pur con modalità diverse in ogni cultura che esprime tutto questo con forme di ritualità che non impegnano la fede in un Essere superiore. Lo stesso si dica delle espressioni e atteggiamenti nei confronti di Confucio. È una lezione anche per oggi, quando avviene l'incontro tra culture e  Vangelo.
Altrettanto complessa è stata la questione terminologica relativa al nome di Dio, espresso dal Ricci con l'equivalenza del significato relativo alla parola "Cielo" e di "Sovrano supremo" usati come ponti per introdurre il concetto di Dio. Si pensi, al riguardo, all'impegno di inculturazione attivato con l'opera:  Genuina nozione del Signore del Cielo (Pechino, 1603). È una lezione anche nell'oggi, quando avviene l'incontro tra culture, sistemi linguistici e messaggio biblico da tradurre.
L'incontro tra culture è spesso uno scontro, ma l'annuncio del Vangelo non può mai risolversi in uno scontro ideologico. Al contrario, ciò che di vero è presente in ogni singola cultura costituisce la base su cui innestare un dialogo che si apra all'accoglienza reciproca. L'atteggiamento di Matteo Ricci risulta emblematico in vista del favorire una comunicazione e un dialogo tra uomini, popoli e civiltà a partire da ciò che di più prezioso una possa offrire all'altra. Ricci ha iniziato con le discipline sopra ricordate e con strumenti frutto di intelligenza per guardare poi il cielo e osservare la realtà anche dal versante filosofico. Ma tutto questo a partire da un dato di fatto essenziale:  l'amicizia, e da un progetto:  realizzare il contatto con l'imperatore perché tutto dipendeva da lui. Di grande interesse l'affermazione del confratello Michele Ruggieri (1543-1607) al padre generale Acquaviva:  "In breve, siam fatti cini ut Christo sinas lucrifaciamus" (Ci siamo fatti cinesi per guadagnare a Cristo la Cina:  Opere storiche del P. Matteo Ricci, ii, Macerata, 1913, 416).
La rilettura della complessa metodologia ricciana in ordine all'evangelizzazione ripropone all'attenzione di chi opera in contesto liturgico il capitolo dell'adattamento e dell'inculturazione. Capitolo sempre aperto, in verità, pur con fasi e accenti diversi. In tempi recenti questa è una pagina che si è notevolmente sviluppata, soprattutto in seguito alle traduzioni della Bibbia, all'attuazione della riforma e del rinnovamento liturgico, e alla celebrazione dei sinodi continentali.
Ma il cammino attende ancora di proseguire perché ogni popolo possa lodare e invocare Dio valorizzando gli elementi specifici della propria cultura. È la conseguenza propria del mistero dell'incarnazione del Cristo.


(©L'Osservatore Romano - 12 maggio 2010)
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Aristotele, Confucio e un marchigiano


di Agostino Giovagnoli


Il quarto anniversario della morte di Matteo Ricci - l'11 maggio 1610, a Pechino - viene a coincidere con un interesse crescente intorno alla sua figura. Nei primi mesi di quest'anno si sono già svolte importanti iniziative culturali in Italia e in Asia. Il 1° maggio è stato aperto l'Expo di Shanghai, al cui interno il padiglione italiano ospita un omaggio al noto gesuita e numerosissime sono le celebrazioni in suo onore previste in questi giorni:  da Pechino a Shanghai, da Firenze a Genova.
Nel 1910, il gesuita Pietro Tacchi Venturi promosse a Macerata un convegno per ricordare l'illustre concittadino. Ne è seguito un secolo di celebrazioni ricciane, molto diverse tra loro, la cui storia evidenzia un'evoluzione dell'attenzione per questa figura. Tra i precursori, un ruolo di primo piano fu svolto da un altro gesuita, Pasquale D'Elia che, insieme a Tacchi Venturi, fu protagonista di una intensa rivalutazione di questo "grande italiano". Egli curò tra l'altro - con passione ed erudizione al tempo stesso - la pubblicazione della Storia dell'introduzione del cristianesimo in Cina, primo frutto dell'edizione nazionale delle opere ricciane decretata da "Vittorio Emanuele iii, Re d'Italia e d'Albania, Imperatore d'Etiopia", con la controfirma di Mussolini e Bottai, e l'opera uscì con la prefazione di Luigi Federzoni, che inneggiava all'italianità di Ricci. Il fascismo, infatti, cercò di presentare il maceratese come espressione di una supremazia spirituale dell'Italia nel mondo, ma già allora D'Elia sottolineava soprattutto che il missionario gesuita aveva saputo "proporre il messaggio cristiano di maniera di non farlo apparire come un'infiltrazione straniera, ma quasi come un felice e fecondo innesto sul vecchio tronco della civiltà plurimellenaria della Cina".
La memoria di Matteo Ricci ha continuato a lungo a essere penalizzata dalla "maledetta" controversia  dei  riti - secondo la forte espressione di Pio xi - definitivamente archiviata solo il 7 dicembre 1939, da Pio XII. Le ombre addensate sulle missioni cattoliche del XVIi secolo da questa controversia non si sono però dissolte immediatamente. Il cardinale Roger Etchegaray ricorda che quando nel 1980 visitò a Pechino la tomba del gesuita, un suo accompagnatore francese affermò che l'"avventura" ricciana doveva essere capita "dall'angolazione della Croce e non dal punto di vista di una strategia missionaria. (Ricci) si procurò qualche ammiratore del suo sapere ma pochi discepoli di Cristo". Ma Etchegaray non era di questa opinione e, due anni dopo, Giovanni Paolo ii intervenne con forza in difesa del gesuita, sottolineando che tutta l'azione di questi, compresa l'attività culturale, è stata animata dall'ansia dell'evangelizzazione e che egli ha incarnato in modo esemplare il modello di vita del missionario.
Negli stessi anni si è sviluppata una valorizzazione dell'apporto ricciano al progresso delle conoscenze scientifiche in Cina. Egli, infatti, ha contribuito a far conoscere importanti risultati della scienza occidentale nei campi della geografia, dell'astronomia e della matematica, che soffrivano allora in Cina di una certa decadenza. Tale valorizzazione fu sostenuta dall'opera intelligente di missionari europei che si posero il problema di riprendere un dialogo con l'universo cinese dopo la cesura della rivoluzione culturale. Negli anni di "apertura e riforme" avviate da Deng Xiaoping, infatti, la Cina si stava aprendo rapidamente all'economia, alla scienza e alla tecnologia occidentali. Contemporaneamente, la figura di Matteo Ricci è stata coinvolta nel variegato dibattito sull'inculturazione, assai vivo nella stagione post-conciliare e l'"adattamento", tipico della strategia missionaria post-tridentina, è stato talvolta identificato, un po' sbrigativamente, con una spogliazione del messaggio cristiano da qualunque legame con la cultura occidentale.
È però evidente che non fu questa l'intenzione di Ricci che, com'è noto, tradusse Cicerone e portò Aristotele in Cina. Le iniziative per il quarto centenario della sua morte sembrano invece portare un altro segno. Finora, infatti, è emerso soprattutto un approccio interculturale alla sua figura. Tale approccio - molto caro al cardinale Ratzinger prima ancora che diventasse Papa - cerca di mettere a fuoco le complesse dinamiche che si sviluppano quando uomini e donne di culture diverse entrano in relazione fra loro. In questi casi, infatti, non accade che una delle culture in gioco cessi completamente di esercitare la sua influenza mentre l'altra assume un dominio assoluto:  non è mai possibile, per chi è radicato nella cultura occidentale, immergersi totalmente in quella cinese o viceversa. Accade piuttosto che si crei qualcosa di nuovo, frutto di una contaminazione di culture, con effetti incerti e imprevedibili, ma molto rilevanti.
Lo ha esposto efficacemente, tra gli altri, Nicolas Standaert con i suoi interventi di quest'anno a Macerata, Roma e Taipei che hanno mostrato come l'incontro tra Matteo Ricci e i suoi interlocutori cinesi non abbia spostato il primo sul terreno dei secondi o viceversa ma attirato entrambi in betweenness, in uno spazio intermedio difficile da definire e in continuo cambiamento.
 L'approccio interculturale aiuta, tra l'altro, a superare molti schematismi che hanno provocato nei secoli passati incomprensioni e lacerazioni. Com'è noto, molte discussioni si sono sviluppate intorno la scelta di Matteo Ricci che adottò l'espressione "Signore del Cielo" per tradurre il nome Dio. Ma molti giudizi schematici che sono stati dati su tale scelta non hanno, anzitutto, tenuto conto della complessità del problema:  nella cultura cinese del tempo, ad esempio, questa espressione aveva almeno dodici accezioni diverse.
La questione, inoltre, appare in un'altra luce se si considera che nella Cina contemporanea l'espressione Signore del Cielo viene abitualmente riferita al Dio dei cristiani senza equivoci:  qualunque giudizio si voglia dare della sua scelta, a distanza di secoli l'esito storico più consistente della "contaminazione" da lui operata appare l'introduzione di questa radicale "novità" nell'orizzonte culturale cinese.
La figura di questo grande missionario assume oggi una crescente attualità perché egli appare come il precursore di una fatica che tutti siamo chiamati a compiere in un mondo multiculturale. Sempre più di frequente, infatti, capita a ognuno di noi di entrare in contatto con persone di cultura diversa e di sviluppare con loro un dialogo che non si colloca in modo completo all'interno di uno specifico universo culturale, il nostro o il loro, ma piuttosto "a metà strada":  si tratta, appunto, del dialogo interculturale, un cammino su cui Li Matou, come lo chiamano i cinesi, ci ha preceduto di quattro secoli. In questa prospettiva, non ha molta importanza stabilire la validità teoretica dell'accostamento da lui tentato tra Aristotele e Confucio. È possibile che egli abbia compiuto qualche forzatura per avvicinare due pensatori così distanti, ma il suo tentativo ha fatto soprattutto emergere un dato sostanzialmente vero e cioè la convergenza di entrambi verso l'idea di una comune natura umana. In questo modo, egli ha davvero costruito un "ponte tra Est ed Ovest" su cui il Vangelo è potuto passare. Come ha scritto Benedetto XVI, egli "dedicò lunghi anni della sua esistenza a tessere un proficuo dialogo tra l'occidente e l'oriente, conducendo contemporaneamente una incisiva azione di radicamento del Vangelo nella cultura del grande Popolo della Cina" (cfr. Messaggio al Vescovo di Macerata, per il quarto centenario della morte di Matteo Ricci).
È però importante ricordare che egli non è stato solo in quest'opera. Se il gesuita maceratese ha avuto l'incontestabile merito di portare il cristianesimo in Cina, il "ponte" tra Est ed Ovest è stato costruito soprattutto da suoi discepoli che sono poi diventati suoi compagni, come Li Zhizao, Yang Tingyun e, soprattutto, Xu Guangqi. Quest'ultimo, il primo "letterato" battezzato dal missionario italiano, ne ha condiviso intensamente sia lo zelo apostolico sia lo sforzo di radicare il Vangelo non solo nella cultura cinese, ma anche e soprattutto nel cuore di questa società. Si peccherebbe ancora una volta di eurocentrismo isolando l'opera di Ricci dalla fondamentale collaborazione dei suoi compagni:  l'avventura del dialogo interculturale, entro cui si inserisce l'opera dell'evangelizzazione, non è mai prodotto di uno sforzo individuale, ma sempre una grande iniziativa collettiva.


(©L'Osservatore Romano - 12 maggio 2010)
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