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Il Dottore Angelico; San Tommaso d'Aquino

Last Update: 6/26/2010 5:02 PM
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Tommaso d'Aquino e la libertà fondata sulla verità

Maestro concreto e passionale


di Inos Biffi

Chi frequenti le opere di Tommaso d'Aquino - morto il 7 marzo 1274 presso il monastero cistercense di Fossanova - resta sorpreso vedendo convivere in lui l'acutezza speculativa e l'attenzione all'esperienza, la rigorosa sottigliezza logica e la penetrante lettura della fenomenologia. Se la sua capacità astrattiva e riflessiva nell'ambito del pensiero è altissima, non meno lucida e fine appare la sua sagacia nel campo dell'azione, che specialmente risalta nella meravigliosa Pars secunda della Summa Theologiae.

E sia nella scienza speculativa sia nella scienza pratica Tommaso procede con un linguaggio preciso e insieme trasparente e semplice, dove gli importa "il significato dell'espressione" (significatio nominis), ma soprattutto si rivela interessato alla "realtà significata" (res significata), convinto com'è che "la realtà" (res) eccede sempre il "nome" (vox) e ne rappresenta l'inesauribile risorsa. Egli sa che in ogni porzione del sapere l'"enunciazione" (l'enuntiabile) non traduce mai adeguatamente l'"enunciato".
Tommaso non si compiace degli intrecci linguistici, che finiscono nell'aridità e talora nella stravaganza; e neppure trova gusto nell'esuberanza del linguaggio appariscente delle immagini a cascata:  egli non è né Scoto né Bonaventura. Da qui il tono pacato, preciso e denso della sua scrittura, appunto interamente tesa a far trasparire la "sostanza" della cosa.


L'Angelico non si propone di meravigliare, ma di dire la realtà, cioè la verità:  disinteressatamente. Il che non vuol dire senza passione. L'indole di Tommaso è passionale e, quando occorra, sa essere sferzante. Si pensi al De unitate intellectus che termina con queste parole:  "Se qualcuno, vantandosi di conoscenze pseudo-scientifiche, intende dire qualcosa contro ciò che abbiamo scritto, non parli nei crocicchi o di fronte a dei ragazzi, che non sono in grado di giudicare cose così difficili, ma scriva contro questo opuscolo, se ne ha il coraggio", e troverà gente capace di ribattere e di "colmare le lacune della sua ignoranza".
Del resto, possiamo ricordare i limiti e le imperfezione della "scrittura" di Tommaso, stesa in stato di normale assillo, quasi di impazienza, come ha ben messo in luce Pierre-Marie Gils.

In ogni caso, il clima diffuso che si respira nelle opere dell'Angelico è quello della libertà fondata sulla verità. Egli appare totalmente allergico sia al conformismo sia all'eccesso; solo che il suo "equilibrio" nasce proprio dalla sua preoccupazione di essere vero, la quale fonda e spiega la sua audacia.
Egli scrive tranquillamente che, per esaltare Dio, non si devono umiliare e misconoscere le creature; anzi:  "Sminuire la perfezione delle creature significherebbe sminuire la perfezione delle prerogative di Dio" (detrahere perfectioni creaturarum est detrahere perfectioni divinae virtutis); "Sottrarre le azioni proprie alle cose, significherebbe sottrarre qualche cosa alla bontà di Dio" (Detrahere ergo actiones proprias rebus, est divinae bonitati derogare (Summa contra Gentiles, ii, 69).

È la vittoria radicale sul manicheismo, che aveva lasciato qualche sua pericolosa traccia nella tradizione cristiana; ed è un atteggiamento appartenente al "talento istintivo", o "caratteriale" del Dottor Comune:  il rilievo è del geniale Chesterton, nel suo San Tommaso d'Aquino, che Étienne Gilson considerava "senza possibilità di paragone il miglior libro mai scritto su san Tommaso".
Ho accennato alla diligente attenzione che questi aveva per la scienza sperimentale o per la fenomenologia, riscontrabile, in particolare, nella Pars secunda della Summa Theologiae.

Qui la materia è offerta dall'agire umano, dai suoi principi, dalle "passioni", dalle virtù, teologali e cardinali, destinate a rifrangersi e a ramificare in una molteplicità di temi. Si può allora percorrere specialmente la Pars secunda secundae della stessa Summa, e ritrovare le considerazioni tomistiche per esempio sull'amicizia e l'ironia, la presunzione e la vana gloria, l'ambizione e la pusillanimità, la studiosità e la curiosità, dove ricorre tutta una sapienza pratica filosofica illustrata e ritratta dal profilo cristiano e dove l'etica di Aristotele rivive e si rinnova:  sarà "verso la fine dell'epoca medievale" che "l'aristotelismo finì per irrancidire" (Chesterton).

Questa parte offre tutto un programma di formazione spirituale umana e cristiana di alta qualità:  uno splendido trattato e tracciato di educazione. Bisogna solo aver il coraggio di percorrerlo, anche se il cammino è molto arduo. La forma e disposizione scolastica delle questioni e degli articoli non è di immediato accesso; la lingua stessa può essere un'obiezione non lieve. È però possibile oltrepassare questa osticità, con l'ascolto paziente dei testi, lo scioglimento dell'apparato tecnico scolastico. E allora si raggiunge - rimanendone attratti - la vena che scorre in fondo all'espressione.
Vorrei cogliere un esempio di questo amore di san Tommaso per la verità, di questa sua audacia e senso della misura, là dove tratta della correzione di un "prelato", di un superiore, da parte di un suddito (Summa Theologiae, ii-ii, 33, 4).

Dalla Scrittura e da alcune "autorità" patristiche, sembrerebbe, osserva l'Angelico, che "i prelati non debbano essere corretti dai loro sudditi" (Praelati non sunt corrigendi a subditis). Ma c'è, al riguardo, un'affermazione di sant'Agostino, secondo il quale bisogna aver misericordia anche dei superiori, e "la correzione fraterna è un atto di misericordia" (correctio fraterna est opus misericordiae). L'Angelico risponde:  "La correzione fraterna, proprio perché è un atto di carità, è un dovere che riguarda tutti nei confronti di qualsiasi persona verso la quale siamo tenuti ad avere la carità, qualora troviamo in essa qualche cosa da correggere" (correctio fraterna, quae est actus caritatis, pertinet ad unumquemque respectu cuiuslibet personae ad quam caritatem debet habere, si in eo aliquid corrigibile invenitur).
In altre parole:  la correzione fraterna non ammette eccezioni.

D'altra parte, perché un atto sia virtuoso bisogna tener conto delle circostanze. Perciò "nelle correzioni che i sudditi fanno ai loro superiori si deve rispettare il debito modo:  essa cioè non va fatta con insolenza, né con durezza, ma con mansuetudine e con rispetto. E infatti l'Apostolo (1 Timoteo, 5, 1) ammonisce:  "Non essere aspro nel riprendere un anziano, ma esortalo come se fosse tuo padre"".
Tommaso si chiede anche se sia lecito un rimprovero pubblico, e non esita a rispondere:  "Quando ci fosse un pericolo per la fede, i sudditi sarebbero tenuti a rimproverare i loro prelati anche pubblicamente" e, citando Agostino (Glossa ordinaria su Galati, 2, 14), prosegue:  "Pietro stesso diede l'esempio ai superiori di non sdegnare di essere corretti dai sudditi, quando capitasse loro di allontanarsi dalla giusta via".

Né questo significherebbe presunzione:  "Presumere di essere in modo assoluto migliore del proprio prelato è un atto di presuntuosa superbia, ma stimarsi migliore in qualcosa non è presunzione, poiché nessuno in questa vita è senza qualche difetto. E si deve anche notare che, quando un suddito ammonisce con carità il suo prelato, non per questo si stima superiore a lui, ma offre solo un aiuto a colui che, stando a S. Agostino (Epistola, 211), "quanto più si trova in alto, tanto più è in grave pericolo"".
Più avanti, realisticamente, aggiungerà:  "Quando perciò si giudica probabile che il peccatore non accetterà l'ammonizione, ma farà peggio, si deve desistere dal correggerlo".

Esattamente questo senso della misura, che coincide con la forza della verità, conferisce a Tommaso la libertà del pensiero e della parola, e fa di lui un maestro non invadente, ma esigente.


(©L'Osservatore Romano - 7 marzo 2010)
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