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Il centenario della morte del primo successore di don Bosco; Don Michele Rua

Last Update: 2/2/2010 9:56 AM
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Il centenario della morte del primo successore di don Bosco

Don Michele Rua un fiume dalla sorgente


di Francesco Motto

Don Michele Rua:  chi era costui? È la domanda che forse spontaneamente sorgerà sulle labbra di tanti lettori memori del manzoniano "Carneade! Chi era costui?". Eppure, basta scrivere queste tre parole su uno dei principali motori di ricerca del web perché si ottengano immediatamente 2.950 risultati, che aumentano a 18.200 se si toglie "Michele".
Il motivo è semplice:  il nome di don Rua (1837-1910) primo successore di don Bosco non compare mai nei libri di storia civile e neppure in quelli di storia della Chiesa. La sua bibliografia poi, nonostante la sua beatificazione nel 1972, si riduce a poche decine di titoli; quella di don Bosco, invece, è semplicemente sconfinata.

Il fatto è che don Rua deve la sua "fortuna" ma anche, per così dire, la sua "sfortuna" proprio a don Bosco. Cresciuto e formato accanto a lui dai 15 ai 23 anni, ha lavorato quotidianamente al suo fianco, come suo braccio destro, per oltre venticinque anni ed è stato il suo primo successore come rettor maggiore della società salesiana per ventidue anni. Ma proprio per questo essere accostato a un gigante della carità come don Bosco, vicino a un astro sfolgorante come il sole, la sua pur luminosa figura rischia paradossalmente d'essere messa in ombra. Tanto più se, come tradizione salesiana vuole e insiste, il cittadino don Rua viene semplicemente presentato come la "regola vivente", il "religioso perfetto", l'esigente asceta dal volto pallido e affilato, accanto al simpaticissimo e affabile contadino "don Bosco che ride", dall'innata capacità d'instaurare subito un rapporto di simpatia.

 Eppure, mentre don Bosco fondava la società salesiana, il laborioso don Rua gli è stato accanto fin dal primo giorno, condividendone speranze e delusioni, gioie e dolori; se don Bosco ha eretto una cinquantina d'opere in nove nazioni, il successore le ha moltiplicate per otto in trentadue Paesi; se alla morte di don Bosco i salesiani erano poche centinaia, alla morte di don Rua erano quattromila, senza contare le duemilasettecento Figlie di Maria Ausiliatrice presenti in ventidue Paesi con oltre trecento case. Dunque le radici erano forti e sane, non c'è dubbio, ma il coltivatore della vigna del Signore ereditata da don Bosco, con un lucido senso dell'organizzazione, ha saputo svolgere bene la sua parte.
Fedele al fondatore, don Rua fu leader creativo allorché prestò grande attenzione al mondo del lavoro a seguito dell'enciclica Rerum novarum di Leone XIIi e di fronte allo sviluppo rapido del socialismo e della questione sociale; rilanciò gli oratori attraverso un'ampia riflessione che coinvolse non solo la famiglia salesiana ma anche settori della società ecclesiale e civile; allargò gli spazi educativi con l'accettazione di nuove opere d'assistenza alle operaie, ai lebbrosi, agli indigenti, agli emigranti delle terre americane e dell'Europa.

Dovette superare non poche difficoltà. Dire di sì a sempre nuove fondazioni perché richieste dal Papa, da capi di Stato, da autorità religiose cui non ci si poteva rifiutare, costituiva un serio problema per la nota carenza d'educatori e insegnanti preparati e sufficienti al bisogno. La società salesiana dell'epoca era infatti ancora agli albori, non mancava chi la credeva incapace di sopravvivere a se stessa, le strutture di formazione erano ancora aleatorie, volontaristiche e le strutture di governo, costituite in tempi di poche case e poche decine di membri, erano d'adeguare a una società religiosa che stava rapidamente diventando una "multinazionale" d'istituti educativi.

La continua apertura di case, il frequente allargamento delle opere per accogliere un sempre maggior numero di giovani, le costanti spedizioni missionarie, se si potevano leggere come segno delle benedizioni divine sulla congregazione salesiana, erano però finanziariamente costosissime, per cui non era retorica per don Rua scrivere che si trovava letteralmente "spiantato". Dovette necessariamente far ricorso alla beneficenza attraverso richieste per corrispondenza e decine di scomodissimi viaggi per tutta Europa, durante i quali incoraggiare salesiani e suore, benedire prime pietre di nuove fondazioni, verificare lo stato dei lavori, incontrare autorità civili ed ecclesiastiche.

L'appoggio finanziario dei cooperatori salesiani e dei benefattori, nei non facili tempi dello scandalo della Banca Romana dalle pesanti ripercussioni sul sistema economico e bancario italiano, gli ha evitato la bancarotta; l'entusiasmo per don Bosco e la sua opera di rigenerazione della società attraverso l'educazione e la formazione dei giovani ha richiamato e galvanizzato schiere di vocazioni maschili e femminili per opere ormai consolidate e per altre richieste dai "tempi nuovi"; l'appoggio sincero dei salesiani della prima ora che, cresciuti con lui all'oratorio, hanno condiviso le responsabilità di governo e d'animazione della società salesiana, hanno avviato a cavallo dei due secoli quello che un giorno Paolo vi avrebbe definito "il fenomeno salesiano". Quello stesso Pontefice nel beatificare don Rua ha tracciato la miglior sintesi del suo essere e operare:  "Ha fatto dell'esempio del Santo [don Bosco] una scuola, della sua vita una storia, della sua regola uno spirito, della sua santità un tipo, un modello, ha fatto della sorgente una corrente, un fiume".

Don Rua non ha scritto opere spirituali di livello scientifico, neppure ha inteso accreditarsi come divulgatore della teologia spirituale, ma le minuziose regole di comportamento ascetico da lui date, i suoi precisi consigli, quasi frammenti essenziali di norme sapienziali pedagogiche sulla traccia delle intuizioni del sistema preventivo hanno prodotto dei "beati" fra gli educatori - Augusto Czartoryski, madre Maddalena Morano - e fra gli educandi - Ceferino Namuncurà, Laura Vicuña.
Come tutti i santi, non ebbe vita facile. La Santa Sede due volte intervenne per obbligarlo a modificare quello che riteneva un'eredità di don Bosco da conservare gelosamente, vale a dire la prassi dei direttori salesiani d'essere confessori dei loro confratelli e alunni e l'unione giuridico-economica delle Figlie di Maria Ausiliatrice ai salesiani. Qualche salesiano polacco, ora beato, qualche ispettore di Francia osò mettere in dubbio la sua fedeltà a don Bosco, al suo spirito e alle costituzioni:  offesa più grave non poteva essere fatta a don Rua, che, appena rettor maggiore, s'era pubblicamente impegnato a seguire decisamente le orme del fondatore e a ispirarsi a lui in ogni occasione. Alla massoneria trionfante e all'anticlericalismo aggressivo d'inizio secolo xx non parve vero di poter gridare allo scandalo in un collegio salesiano della Liguria per fatti non successi e don Rua soffrì le pene dell'inferno. Per non dire delle catastrofi naturali, tanto in Italia che all'estero, con morti e danni materiali ingentissimi, e delle "persecuzioni religiose" in Europa e in America Latina, con tragiche conseguenze ad intra e ad extra della congregazione. Ovviamente a don Rua non mancarono consolazioni, prima fra tutte il decreto di venerabilità di don Bosco nel 1907.

Succedere a un grande, a un fuoriclasse e mantenere alto il livello di un'impresa o di una missione è sempre un rischio. Il metodico e compito don Rua, ben consapevole della grave responsabilità caduta sulle sue spalle, è stato all'altezza della situazione, ha garantito con un'adeguata organizzazione interna la continuità della società salesiana, anche se la storia deve ancora provarlo con i suoi metodi di lavoro. Qualche cosa è stato anticipato nel convegno dell'Istituto storico salesiano e dell'Associazione di cultori di storia salesiana di fine ottobre 2009 a Torino; molto altro si tenterà di fare nel simposio di Roma di fine ottobre 2010 dal significativo titolo "Don Rua nella storia". Il centenario della sua morte che ufficialmente è stato aperto nel dies natalis di don Bosco (31 gennaio), al di là dell'immancabile retorica delle celebrazioni, sarà l'occasione per riscoprire la possente figura di un eminente "figlio di don Bosco" che non solo è stato "un altro don Bosco", ma anche, come doveva, "altro" da don Bosco.


(©L'Osservatore Romano - 1-2 febbraio 2010)
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