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I venticinque anni del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari

Last Update: 2/12/2010 6:34 PM
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I venticinque anni del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari

Accanto al malato


di Zygmunt Zimowski

Presidente del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari

La pastorale sanitaria rappresenta l'attività propria svolta dalla Chiesa nel settore della sanità, è espressione specifica della sua missione e manifesta la tenerezza di Dio verso l'umanità sofferente. Dopo l'esortazione di Gesù "va' e anche tu fa' lo stesso" (Luca, 10, 37), non è più lecito delegare il lenimento della sofferenza soltanto alla medicina, ma piuttosto è necessario ampliare il significato di questa attività umana. Nella Lettera per la Giornata mondiale del malato, il Papa ricorda di proposito l'opera del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari che quest'anno celebra i venticinque anni della sua istituzione e ringrazia per il cammino percorso. L'azione del Pontificio Consiglio, che ha una valenza mondiale di indirizzo e di sollecitazione delle istituzioni cattoliche, è particolarmente attuale oggi, quando la medicina concentra la propria attenzione sulla realtà biofisica della malattia. È necessario, infatti, riscoprire l'attenzione olistica alla persona umana che contraddistingueva l'azione taumaturgica di Gesù, e già presente nell'Antico Testamento. Ciò significa - lo ricorda l'enciclica Salvifici doloris - unire le sofferenze morali col dolore di determinate parti dell'organismo:  delle ossa, dei reni, del fegato, dei visceri, del cuore.

Così la medicina ha bisogno della pastorale non solo per fornire le basi degli impegni etici e morali, ma anche per sostenere gli atteggiamenti e la prassi degli operatori sanitari per un'adeguata assistenza, nel tempo, a chi è nel dolore della malattia. Non è facile, infatti, avere a che fare con i malati, specialmente quando non si può fare altro che essere presenti. La pastorale può insegnare che l'azione più importante è essere presenti, "sapersi sedere per terra", "per sette giorni e sette notti", "senza dire nulla" (cfr. Giobbe, 2, 13). Solo così il mondo della medicina può essere liberato dalla presunzione febbrile e disperata di controllare tecnicamente la vita umana. Credere che tale presenza sia quello che si può e si deve fare nella prospettiva di una impotenza terapeutica, implica la fede degli operatori in una presenza nel mondo e nell'al di là del mondo. La pastorale sarà allora tesa a proclamare il senso della relazione con Dio e la comunità; ad affermare la possibilità della guarigione; a utilizzare le conoscenze delle scienze umane per aiutare nella sofferenza, a ricordare che l'uomo è mortale, ma nato per l'eternità. A testimoniare, inoltre, il Vangelo della vita che si apre a una grande varietà di impegni nella difesa del valore del nascituro, del bambino abbandonato, dell'anziano, del malato nella fase terminale della vita.
 
Già nell'enciclica Spe salvi Benedetto XVI aveva ammonito che la "misura dell'umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente, indicando nel contempo una responsabilità che è propria dell'intero sistema socio-sanitario e del singolo operatore. Esiste un sistema sanitario complesso, una rete assistenziale economica e organizzativa espressa in molteplici forme e strutture sanitarie, e il Papa ricorda "quelle direttamente gestite dalle diocesi e quelle nate dalla generosità di vari Istituti religiosi. Ma c'è pur sempre una precisa responsabilità personale dell'operatore sanitario che è ineludibile e frutto di un cammino spirituale centrato sul Cristo presente nei malati e servito con umiltà e amore.

Il Papa richiama il Messaggio ai poveri, ai malati e a tutti i sofferenti, che i padri conciliari rivolsero al mondo, al termine del concilio Vaticano II, definendo i malati fratelli del Cristo sofferente, e con lui, operatori per la salvezza del mondo. Certo, la Croce di Cristo può aiutare un malato a dare un senso alla sua situazione di vita. Ma questo è un cammino spirituale che deve trovare un aiuto nella consolazione e nella solidarietà di coloro che li circondano. Nella Lettera Benedetto XVI sottolinea questa collaborazione del malato a partire dall'importanza della sua preghiera e dell'offerta delle sue sofferenze per la vita dei sacerdoti definiti "ministri degli infermi". Se consideriamo la prospettiva che la "malattia" può essere letta in senso più ampio come emblema della situazione umana, ne consegue che, in fondo, la pastorale della salute è la pastorale della Chiesa. L'uomo di oggi, come quello di ieri, è in attesa della guarigione definitiva, in quel Regno ove "non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate" (Apocalisse, 21, 4).

Il Messaggio del Santo Padre è, in definitiva, sì in occasione della diciottesima Giornata mondiale del malato, è sì celebrativo del venticinquesimo anniversario del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari, è sì uno strumento di indicazioni spirituali per gli operatori sanitari e pastorali, ma può essere letto come un manifesto di quell'amore per il prossimo, tanto a lui caro, che deve connotare la testimonianza cristiana in ogni ambito dell'attività umana.



(©L'Osservatore Romano - 8-9 febbraio 2010)
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I venticinque anni dell'istituzione del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari

Una felice intuizione


di José Luis Redrado Marchite
Vescovo titolare di Ofena
Segretario del Pontificio Consiglio
per gli operatori sanitari

11 febbraio 1985. Una data importante per la Chiesa, per gli ammalati, per gli Istituti religiosi sanitari e per tutti gli operatori sanitari. Papa Giovanni Paolo II, con il motu proprio Dolentium hominum, istituì la Pontificia Commissione per la Pastorale degli Operatori Sanitari. Una grande intuizione che affonda le sue radici nella lettera apostolica Salvifici doloris (11 febbraio 1984) e accompagnò l'ann0 santo della redenzione. ""Completo nella mia carne - scrisse nell'introduzione citando l'apostolo Paolo per spiegare il valore salvifico della sofferenza - quello che manca ai patimenti di Cristo, in favore del suo corpo che è la Chiesa". Queste parole sembrano trovarsi al termine del lungo cammino che si snoda attraverso la sofferenza inserita nella storia dell'uomo ed illuminata dalla Parola di Dio. Esse hanno quasi il valore di una scoperta, accompagnata dalla gioia; per questo l'apostolo scrive:  "Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi". La gioia proviene dallo scoprire che la sofferenza ha un senso per tutti. L'apostolo comunica la propria scoperta e ne gioisce a motivo di tutti coloro che essa può aiutare - così come aiutò lui - a penetrare il senso salvifico della sofferenza".
E proprio queste motivazioni di fondo sono alla base del motu proprio Dolentium hominum con il quale, solo un anno dopo, dette vita al dicastero. Tre anni più tardi, con la riforma della Curia romana (Pastor Bonus, 28 giugno 1988), la Pontificia Commissione è divenuta Pontificio Consiglio della Pastorale per gli Operatori Sanitari, raggiungendo l'autonomia che la costituzione apostolica dà a tutti i dicasteri.
Scriveva il Papa nel motu proprio:  "Da parte della Chiesa pare anzitutto importante un'opera di più organico approfondimento delle sempre più complesse problematiche che gli operatori sanitari debbono affrontare, nel contesto di un maggior impegno di collaborazione fra i gruppi e le attività corrispondenti. Esistono, oggi, molteplici organismi che impegnano direttamente i cristiani nel settore della sanità:  oltre e accanto alle congregazioni e istituzioni religiose, con le loro strutture socio-sanitarie, vi sono organizzazioni di medici cattolici, associazioni di paramedici, di infermieri, di farmacisti, di volontari, organismi diocesani e interdiocesani, nazionali e internazionali sorti per seguire i problemi della medicina e della salute. Si impone un migliore coordinamento di tutti questi organismi. Motivazioni che hanno portato il Papa a istituirlo".
Tra le motivazioni il Papa citava l'interesse della Chiesa per l'uomo che soffre, i grandi progressi realizzati dalla medicina e la necessità di coordinare tutti gli organismi dediti al mondo della salute. Riconosceva che, a motivo della complessità della problematica, l'azione individuale non era sufficiente, anzi era necessario un lavoro congiunto, intelligente, programmato, costante e generoso. Soprattutto capace di produrre frutti a livello delle Chiese locali.
Tra i principali compiti assegnati al Pontificio Consiglio il Papa indicò infatti specificatamente la necessità di stimolare, promuovere, coordinare, collaborare con le Chiese locali e seguire con attenzione i programmi sanitari e le loro ripercussioni nella pastorale della Chiesa. Si legge nel documento costitutivo:  "I compiti della Commissione saranno i seguenti:  stimolare e promuovere l'opera di formazione, di studio e di azione svolta dalle diverse o.i.c. nel campo sanitario, nonché dagli altri gruppi, associazioni e forze che, a diversi livelli e in vari modi, operano in tale settore; coordinare le attività svolte dai diversi dicasteri della Curia romana in relazione al mondo sanitario e ai suoi problemi; diffondere, spiegare e difendere gli insegnamenti della Chiesa in materia di sanità, e favorirne la penetrazione nella pratica sanitaria; tenere i contatti con le Chiese locali ed, in particolare, con le commissioni episcopali per il mondo della sanità; seguire con attenzione e studiare orientamenti programmatici ed iniziative concrete di politica sanitaria, a livello sia internazionale che nazionale, al fine di coglierne la rilevanza e le implicazioni per la pastorale della Chiesa".
Ciò naturalmente comporta una lunga serie di impegni che il dicastero porta avanti quotidianamente e che trovano in tanti modi diversi:  incontri con le diverse realtà, relazioni con le Conferenze Episcopali e gli organismi sanitari, numerosi viaggi per conoscere le diverse situazioni nel mondo e per partecipare agli incontri internazionali in materia di salute; inoltre si curano diverse pubblicazioni:  dalla rivista "Dolentium hominum", la Carta degli Operatori Sanitari, l'Index che cataloga i centri sanitari di proprietà della Chiesa o dove la Chiesa lavora; l'organizzazione di una conferenza internazionale annuale su un tema sanitario di attualità che riunisce luminari sanitari e scientifici, premi Nobel ed uomini politici responsabili della sanità; altri convegni e programmi - circa cinquanta - che sono indicati nel libro del dicastero "piano di lavoro". Di particolare significato è l'organizzazione della Giornata mondiale del malato, che si celebra  ogni  anno l'11 febbraio, memoria liturgica della Madonna di Lourdes.
Impegno prioritario del dicastero è rendere la Chiesa sempre presente nel mondo della sofferenza. Oggi prende su di sé maggiore coscienza e responsabilità. È consapevole che per affrontare le sfide del futuro deve impegnarsi per consolidare, animare e coordinare queste realtà. Il Pontificio Consiglio è chiamato ad essere un concreto interprete di questa missione.



***

Al passo con i tempi
per rispondere a sfide nuove


di Mario Ponzi

"Un luogo di soccorso e di pietà in cui ogni malattia viene curata con animo lieto e disponibile a tutti, dove la disgrazia viene considerata felicità e viene sperimentata la misericordia". È la prima definizione di un ospedale. Risale al quarto secolo dopo Cristo. Si deve a san Gregorio Nazianzeno. È contenuta nell'omelia funebre in suffragio del fratello Basilio di Cesarea (329-379 dopo Cristo), vescovo, padre della Chiesa e del monachesimo orientale, primo vescovo a fondare un vero e proprio ospedale. Anzi una cittadella ospedaliera, fornita di reparti di degenza, di chiesa e di ospizio, chiamata Basiliade. Da quel momento in poi il vescovo ha continuato a essere elemento unificatore e coordinatore delle varie opere assistenziali della Chiesa, che nel codice di Giustiniano (534) trovano la loro prima suddivisione:  nosocomi, gerontocomi, orfanotrofi e brefotrofi. Papa Fabiano, quando divise Roma in sette rioni, affidò a sette diaconi la responsabilità dell'assistenza in ciascun rione, pur evocando a sé il coordinamento della specifica pastorale. Nulla di nuovo. Basilio non aveva fatto altro che seguire le indicazioni del primo medico della storia cristiana, Gesù stesso, "il guaritore".
La pastorale nel mondo della salute risale dunque agli albori dell'era cristiana. Il percorso compiuto negli anni è segnato da testimonianze straordinarie e comuni del dono di sé offerte da religiosi, religiose e fedeli laici accanto alle persone sofferenti, in ogni angolo della terra. Alcuni di loro - per lo più fondatori di ordini e di congregazioni religiose, religiosi dediti al servizio dei malati - hanno meritato l'onore degli altari. Altri hanno sacrificato la loro vita nel nascondimento, tra le corsie di un lazzaretto o di un grande ospedale, in chissà quale parte del mondo,  in  quale missione sperduta nel cuore di una foresta inesplorata. Niente più di una lapide per ricordarli ancora.
Poi, dal tempo di san Giovanni di Dio, è giunta l'era delle grandi congregazioni ospedaliere. La croce rossa stampata sul petto dei religiosi figli di san Camillo de'Lellis, è divenuta simbolo internazionale dell'assistenza ai feriti gravi, ai malati. Pian piano sono fiorite, ovunque nel mondo, piccole o grandi strutture sanitarie costruite da ordini e congregazioni religiose, dove il malato era amato ancor prima che assistito. Papa Wojtyla, che alla sofferenza dava del "tu", ebbe la felice intuizione di convogliare questa grande spiritualità, espressa da tanti figli della Chiesa, in un unico grande concetto ispiratore, quello che ha dato vita alla Dolentium hominum e al dicastero per la pastorale della salute, del quale oggi si celebra il giubileo d'argento. Siamo convinti però che nell'anima di tanti protagonisti di questi anni, oggi si affaccia non tanto la soddisfazione per gli obiettivi realizzati quanto piuttosto una sfida che si rinnova perché "i tempi sono cambiati". Gli sviluppi della scienza infatti comportano, soprattutto nell'ambito delle scienze mediche, un succedersi di eventi e di avvenimenti tutt'altro che prevedibili, in cui le varianti sono molto più numerose delle costanti.
Guardando avanti allora si vede il profilarsi di due sfide principali, con le quali per forza di cose ci si dovrà confrontare. La prima, a più breve scadenza, riguarda le criticità tuttora irrisolte. La seconda, a più vasto raggio, si riferisce all'orizzonte della pastorale sanitaria in questo terzo millennio dell'era cristiana e alla progettualità che si va delineando.
La prima tra le criticità irrisolte, nemmeno a dirlo, attiene al complesso sistema sanitario, così come si presenta nel mondo. Basterebbe fermarsi a quanto sta accadendo nell'America di Obama su questo argomento, come del resto in tanti altri paesi del mondo per capire l'impatto politico che la materia comporta, soprattutto nei sistemi sociali più deboli economicamente. Limitandoci all'approccio pastorale a suscitare perplessità e preoccupazioni è la deriva tecnicistica di certe applicazioni della bioingegneria. Da quando, alla fine degli anni Settanta, la bioetica è esplosa nel mondo si sono moltiplicate talmente tante iniziative da riproporre, in questo nuovo settore disciplinare, un pluralismo di opinioni che ha caratterizzato la società contemporanea. Troppi infatti si sono improvvisati bioeticisti e hanno sentenziato, senza peraltro il conforto di una contropartita professionalmente accettabile, supportata da una concreta formazione.
E proprio la formazione potrebbe essere proprio il primo campo di confronto. La seconda sfida, riguarda molto da vicino la progettualità. Dovrebbe coinvolgere in primo luogo proprio le figure stesse degli operatori pastorali nella sanità. Intanto non dovrebbero più essere considerati nelle dimensione riduttiva proposta da alcune legislazioni che ne confinano i contorni nella figura del cappellano di ospedale.
C'è bisogno di una moderna concezione, che includa diaconi, suore, laici impegnati. Proprio l'operatività di queste figure, già presenti del resto in tante strutture, potrebbe costituire una valida risposta alle attese. Ne deriverebbe anche il rinnovamento di forme e modalità dell'assistenza pastorale in senso lato, diversificata in rapporto alle strutture e aperta al territorio circostante, nell'ottica di una pastorale d'insieme che veda coinvolti i diversi elementi della comunità ecclesiale. Insomma dall'ospedale alla parrocchia, passando attraverso la cappellania e il volontariato. Un adeguamento concreto in questo senso, ricco di creatività pastorale potrebbe costituire un punto di forza e un fiore all'occhiello nella stessa Chiesa locale. Infine,  ma  non  ultima, la prospettiva ecumenica,  interreligiosa e interculturale.
Si tratta di una di una prospettiva in parte, resa concreta dalla presenza e diverse comunità religiose, cristiane e non, impegnate nella gestione di istituti di cura in diverse parti del mondo. Si tratta indubbiamente di un arricchimento reciproco. Non a caso il Pontificio Consiglio invita rappresentanti delle diverse religioni ad ogni conferenza che organizza sul tema della salute, proprio per favorire questo scambio continuo di esperienze.
Ideale sarebbe che questo stile di operare insieme non si risolvesse solo negli aspetti istituzionali, ma che si trasformasse nel vissuto di un'accoglienza reale, che tenga conto e recepisca le diversità etniche, religiose e culturali, affinché non abbia mai più a ripetersi quanto, purtroppo, ancora continua ad accadere in diverse parti del mondo, dove gente bisognosa di aiuto viene respinta e si vede negare assistenza perché non offre garanzie di solvibilità, o non gode di diritto di cittadinanza.



***

Presenza missionaria tra l'umanità sofferente


Tra i frutti più significativi della costituzione di un dicastero pontificio dedicato alla pastorale sanitaria, c'è naturalmente la conferma dell'insostituibile ruolo della Chiesa nell'assistenza a malati e sofferenti nel mondo. Non è un caso se, quando si parla del significato della presenza della Chiesa in Paesi in cui i cristiani costituiscono una minoranza, cittadini e governi non esitano ad esprimere la loro sincera gratitudine per l'opera che sacerdoti, suore, religiosi e volontari cattolici svolgono in questo campo. A volte, come capita nei territori di missione, la Chiesa è l'unica istituzione capace di aprire e gestire se non altro un dispensario. Le centodicassettemila strutture religiose socio-sanitarie sparse nel mondo, sono una testimonianza concreta. Da quando il Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute è stato costituito, si sono triplicati gli uffici diocesani dedicati a questa pastorale. E quando i vescovi vengono a Roma, soprattutto in occasione delle loro visite ad limina, nell'incontro con i responsabili del dicastero vivono un momento concreto di arricchimento reciproco dallo scambio di informazioni. Naturalmente l'impegno maggiore è rivolto verso i Paesi del terzo mondo, nei territori di missione in particolare, dove la questione salute è di primaria importanza. Ne è testimone la Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli alla quale è affidata la sollecitudine per le chiese di recente fondazione, che si trovano alle frontiere antropologiche e sociali dell'umanità, e che raccoglie richieste che vengono da Chiese di frontiera. Si tratta di comunità ecclesiali che testimonino e proseguono la missione messianica di Cristo, cercando di portare il messaggio salvifico a quella parte dell'umanità che patisce per condizionino di estrema indigenza.
È innegabile che in certe parti del mondo la situazione sanitaria sia gravissima. Il diritto alla salute è fondamentale e appartiene a tutti; per di più è uno degli areopaghi dell'evangelizzazione per moltissimi paesi dell'Africa e dell'Asia. I vescovi, infatti insieme alla cura pastorale dei fedeli, portano avanti progetti di pastorale della salute molto articolati, in cui impegnano le poche risorse di cui dispongono, il personale, in buona parte volontario, e creano strutture, quali ospedali e cliniche, centri specializzati per la cura dell'Hiv - Aids e della lebbra, e tanti dispensari nei villaggi lontani dai centri urbani. Molte volte si tratta delle uniche strutture sanitarie esistenti. Uno degli esempi più belli è quello della Chiesa nel Malawi, che, nonostante l'estrema povertà del paese, ha elaborato un piano pastorale per la salute, in cui tutti i cattolici sono coinvolti per limitare il contagio del virus Hiv e per la cura degli ammalati dell'Aids, di cui è affetta una buona parte della popolazione.
Insieme alla situazione e ai bisogni della cura pastorale dei suoi fedeli i vescovi locali finiscono per essere l'unica fonte di notizie sui gravi problemi, sulle deficienze e sulle emergenze della situazione sanitaria dei diversi paesi in cui sono presenti le comunità cristiane, che il più delle volte sono una minoranza religiosa. In questi ultimi decenni poi il quadro internazionale della sanità si è aggravato, anzi è divenuto drammatico, a causa del debito internazionale dei paesi più poveri, costretti a impiegare le poche risorse che hanno per ripagare il debito, e a causa della crisi finanziaria i cui effetti si sono fatti sentire specialmente sui paesi in via di sviluppo. È un fatto che le nazioni gravate dal debito internazionale non possono disporre di risorse per la sanità e l'educazione. E si è costretti ad assistere a scene disumane di piccoli e di anziani che muoiono anche per una banale influenza. Fanno molte volte chilometri a piedi per raggiungere gli cosiddetti ospedali civili, che teoricamente dovrebbero garantire medicine a tutti. In realtà talvolta non possono somministrare nemmeno una compressa di aspirina.
Propaganda fide, che ha il compito è promuovere ed orientare tutta l'attività di evangelizzazione, assume come priorità anche questa attività e fornisce, per quanto è nella sue possibilità, i mezzi per intervenire. Incentiva e finanzia attività specifiche, quali il sistema di medicina preventiva, la fondazione di strutture sanitarie, e la cura di quelli che per pregiudizi sociali e culturali sono ignorati e abbandonati dalla società.
Con la creazione del Pontificio Consiglio per la Salute Giovanni Paolo II volle che la Chiesa tutta assumesse la sanità come parte integrante della sua presenza e missione nell'umanità sofferente, e che esso fosse l'organismo che la coordinasse, animasse e promuovesse, in collaborazione con gli altri dicasteri della Chiesa.
È su questa strada che si deve operare per favorire la sinergia tra il Pontificio Consiglio per la Salute e tutti gli altri dicasteri. Un passo significativo è stato fatto, è per esempio rappresentato dal corso biennale di studio per gli operatori pastorali dei paesi del Terzo Mondo. L'obiettivo è ora proseguire nella ricerca di nuove sinergie e di nuove forme di collaborazione tra tutti gli organismi che hanno in comune alcuni settori della missione evangelizzatrice, e gli stessi destinatari, anche se con compiti e mete specifiche. E questo è necessario realizzarlo specialmente tra alcuni dicasteri, più direttamente coinvolti nella liberazione integrale dell'umanità.



(©L'Osservatore Romano - 8-9 febbraio 2010)
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Una proposta pastorale per gli operatori sanitari

Azione coordinata per l'uomo sofferente


di Mario Ponzi
 

Il settanta per cento dei ricoverati nelle istituzioni sanitarie gestite da enti e congregazioni religiose nei Paesi del terzo mondo sono curati gratuitamente. Negli ospedali gestiti dagli stessi enti nelle grandi metropoli occidentali nessuno viene respinto solo perché non possiede un'assicurazione o non ha diritto di cittadinanza. La conseguenza è conti in rosso e rischio di chiusura, se non fosse per il sostegno della carità del povero, l'obolo raccolto durante le messe in tutte le parrocchie. È dunque necessaria una nuova strategia per raccogliere, coordinare e mettere in campo tutte le forze disponibili della Chiesa "a cominciare dai dicasteri pontifici". Ne è convinto monsignor Jean Marie Mpendawatu, sottosegretario del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari. Nell'intervista rilasciata al nostro giornale - a conclusione dei tre giorni di celebrazioni per il venticinquesimo dell'istituzione del dicastero - il prelato riflette sul cammino da compiere. E sottolineando l'impegno delle sfide che si profilano all'orizzonte, incoraggia tutte le potenzialità pastorali della Chiesa a fronteggiarle adeguatamente.

 La celebrazione del giubileo d'argento del dicastero è un traguardo o un punto di partenza?

Punto di partenza, senza dubbio. Venticinque anni sono pochi. È un cantiere aperto ma i progetti per affrontare le nuove sfide sono tanti. E tanto ancora c'è da lavorare.

Di quali sfide parla?

Innanzitutto quella che viene dalla cultura della morte. Assume un ruolo predominante nella società odierna. È una sfida alla vita che sollecita la Chiesa e in modo particolare il nostro dicastero e tutti gli operatori sanitari cristiani. Servire la vita anche attraverso i malati e i sofferenti, difenderla dalle continue minacce di morte fa parte della nostra missione.

Come leggere la scoperta degli studiosi di Cambridge e di Liegi circa le possibilità di comunicare anche da parte di chi vive in uno stato vegetativo?

È la testimonianza più eclatante della verità di quello che sostiene la Chiesa da quando è esplosa la polemica sullo stato vegetativo permanente. Le scienze neurologiche lasciano ancora molti punti interrogativi. E non bisogna farsi condizionare dai dilettanti che, spacciandosi per seri professionisti, si cimentano in diatribe artificiosamente messe in piedi per fini strumentali. Troppo spesso si parla di impossibilità di recupero come se si fosse a conoscenza del mistero profondo della vita che, anche in questi frangenti, resta impenetrabile. Tanto è vero che molte persone da anni in stato vegetativo, si sono risvegliate. Oggi poi, come nel caso da lei citato, si sviluppano tecniche che rendono possibili traguardi mai raggiunti. Dunque si può anche scoprire che chi sembra del tutto assente da quanto capita intorno a lui, a modo suo vive, prova sentimenti ed è in grado di comunicare. Ecco perché la Chiesa lotta a fianco di queste persone.

Quale futuro per le istituzioni sanitarie cattoliche alla luce della crisi economica mondiale?

Le 117 mila strutture della Chiesa in campo sanitario costituiscono una rete molto grande, che dimostra come nella missione della Chiesa, l'attenzione ai malati occupi un posto particolare. Per l'esperienza acquisita in tanti anni di lavoro pastorale posso dire che si conosce solo il 20, 30 per cento di quello che effettivamente fa la Chiesa per i sofferenti. Basta pensare a quanto accade nelle missioni, dove non ci sono dispensari ma solo il missionario che si preoccupa di farsi arrivare una medicina per chi non può permetterselo, perché non ha assicurazioni né libretti della mutua. Se non si riuscirà a capire che il problema della salute è innanzitutto un problema che riguarda tutto l'uomo non ci sarà mai struttura in grado di affrontare la sfida. Certo la crisi economica penalizza l'attività assistenziale della Chiesa. Non ci sono aiuti pubblici sufficienti.

Eppure non c'è governo che non riconosca l'eccezionalità dell'opera della Chiesa per i malati.

Sì è vero. Però poi tutti vogliono e pochi sono disposti a dare, a sostenere. Chi si rivolge alle strutture sanitarie della Chiesa viene accolto e curato anche se non possiede nulla, se non può provvedere alle cure nè alle medicine. E ciò accade principalmente nelle terre di missione. Sono a conoscenza di casi di grandi ospedali metropolitani nei quali anche il 70 per cento dei ricoverati o comunque assistiti non pagano, perché non possono pagare e nessuno paga per loro. Eppure sono accolti e curati. Certo si tratta di strutture che accumulano deficit spaventosi. Molti ospedali vivono solo di carità raccolte nelle parrocchie. Due, tre dollari offerti alla messa consentono di curare tante persone. Sapesse quanti più bambini morirebbero  nei  Paesi del terzo mondo se non ci fossero le strutture sanitarie cattoliche pronte ad accoglierli e a curarli. La gratuità degli interventi è spesso la  causa  dei tanti deficit accumulati. Ripeto, sono ospedali che vivono della carità del povero, delle elemosine raccolte nelle parrocchie. La carità è la vera forza della Chiesa.

Ma questo succede anche nei Paesi più evoluti? Cioè gli ospedali religiosi vivono di carità?

Purtroppo no. Infatti si corre concretamente il pericolo di assistere alla chiusura di tanti importanti luoghi di cura gestiti dai religiosi nelle grandi metropoli. E questo sarebbe un grave danno non solo per la Chiesa, perché perderebbe luoghi di evangelizzazione e di testimonianza, ma anche per la società civile perché verrebbe a mancare la cura, soprattutto per la fascia più povera. Molti liquidano questa missione come filantropia perché non conoscono il senso della carità cristiana e non possono capire.

Quale sostegno si può dare a queste strutture?

È quello che dovremo studiare. Per questo parlo dei venticinque anni passati come di un momento di partenza, piuttosto che di arrivo. Abbiamo un ruolo di coordinamento di queste strutture e dunque, pur rispettando le singole autonomie, dobbiamo svolgerlo. Dobbiamo lavorare insieme per portare avanti un vero progetto culturale di sanità cattolica incentrata sui concetti della carità, della solidarietà e dell'amore. In quest'opera bisognerà coinvolgere anche altri dicasteri pontifici. La salute è un problema che investe l'uomo, nella sua globalità. Credo che sia necessario un cammino interdicasteriale, che veda cioè coinvolti e pronti a collaborare tutti gli organismi della curia e tutta la Chiesa. Ci vuole un lavoro corale per affrontare le nuove sfide. Le forze ci sono. Si tratta solo di riorganizzarle e meglio distribuirle sul campo.


(©L'Osservatore Romano - 13 febbraio 2010)
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