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Bioetica e legge naturale; Il limite cancellato

Last Update: 2/11/2010 6:29 PM
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Bioetica e legge naturale

Il limite cancellato


Dall'11 al 13 febbraio si svolge in Vaticano, nell'Aula Nuova del Sinodo, l'assemblea plenaria della Pontificia Accademia per la Vita. Pubblichiamo la seconda parte dell'intervento introduttivo dell'arcivescovo presidente.

di Rino Fisichella


Bioetica e legge naturale. Con questa tematica siamo posti dinanzi al grande interrogativo:  Come si concepisce la vita umana? Come la si accetta e come ci si pone dinanzi al proprio limite? In una società che sembra rigettare l'inizio e la fine dell'esistenza come se non avessero piena dignità, per concentrarsi solo sulla giovinezza, come si saprà dare risposta al vero senso della vita nel suo inesorabile sviluppo?
Si dimentica troppo spesso che la vita va accolta così com'è perché possiede una sua verità e, quindi, una sua conseguente dignità dovuta al rispetto per il mistero che contiene in sé e l'indisponibilità che possiede per essere dono offerto e non possesso conquistato.
Sempre, dall'inizio alla fine, essa va accolta con quella dinamica intrinseca che spinge un'esistenza al pieno compimento di sé, ma solo nell'accettazione libera, non passiva di ciò che si è, perché inseriti all'interno di quell'ordine impresso nella natura dal suo Creatore che tutto ha posto con sapienza infinita.
Il rapporto tra i nuovi problemi che sono presenti nel nostro contesto contemporaneo toccano in primo luogo le questioni di bioetica, e la ricerca di fondamento su cui poter costruire l'inevitabile giudizio etico che si è chiamati a comporre dinanzi alle sfide che sono provocate dalla natura, dalla scienza e dalla tecnica.
Il mondo di oggi vive una situazione realmente paradossale:  più aumenta la capacità di conquista scientifica e tecnica e maggiormente si accresce il divario con la questione fondamentale della vita che ruota intorno al bene e al male come premessa indispensabile per dare senso all'esistenza personale.
Se, da una parte, la scienza e la tecnica sembrano addolcire il divario esistente con la domanda etica sul bene e sul male, ponendo sul tappeto sempre più nuove e sofisticate conquiste che tendono a mostrare l'urgenza e la necessità della ricerca scientifica come promessa per la soluzione di tutte le nostre malattie così da prolungare il tempo della vita, senza tuttavia dirci come essa sarà vissuta dal punto di vista della qualità, dall'altra la questione si fa ancora più impellente per il sopraggiungere di domande che la mente - non assopita dalle nuove conquiste, ma affascinata da esse, anche se forse in alcuni momenti frastornata - pone per l'impossibilità di poterne fare a meno.
C'è stato un tempo in cui l'uomo si sentiva parte integrante della natura; a essa faceva riferimento come il luogo significativo della propria esistenza e come lo spazio entro cui trovare significato. Il senso di appartenenza alla natura portava a verificare direttamente i tempi e le dinamiche del vivere personale; come si sperimentava il passaggio delle stagioni così si viveva nella propria carne il senso della precarietà del vivere e del morire. Avveniva così che l'uomo viveva la propria esistenza con riferimento a leggi che riconosceva essere presenti nella natura, non create né determinate da lui, ma piuttosto da lui scoperte per l'attenzione dovuta ai fenomeni, e da lui rispettate come provenienti da un mondo intangibile a cui era dovuta l'obbedienza.
Il senso di rispetto acquistava proprio in questo contesto il suo senso semantico più profondo:  l'uomo prendeva coscienza di non essere solo, intorno e accanto a sé percepiva la presenza di altre realtà viventi che rispondevano alle loro leggi senza che lui ne potesse modificare il tragitto. Presa consapevolezza di questa presenza, egli viveva una forma di armonia tale da sperimentare nella natura la propria audacia e il proprio limite. Audacia, perché poteva imprimere nella natura il suo potere; limite, perché l'opera delle sue mani continuava a esistere anche dopo di lui. Persa la relazione con la natura per il sopravvenire del senso di autonomia, è venuto meno anche il ricorso al senso di rispetto per la natura che aveva caratterizzato il rapporto di interi secoli. Il confine tra la vita umana e la natura si è progressivamente ma inarrestabilmente allargato così che perso il contatto con la natura anche la vita personale sembra acquisire i tratti di piena autonomia dalla natura e in modo quasi sprezzante si rivendica per sé una libertà che faticosamente ha acquistato con il predominio sulla natura stessa.
La situazione del rapporto si venne a modificare soprattutto per il sopraggiungere della scienza sperimentale. Poiché si poteva entrare direttamente nella natura e carpirne i segreti nascosti producendoli anche in laboratorio, essa diventava a maggior ragione un grande laboratorio piuttosto che uno spazio di intangibilità. Questa situazione, pur nella sua positività, creava di fatto una forma di dualismo antropologico che sfociò nel porre i due elementi in una forma di contrapposizione tale da far dimenticare all'uomo che il suo stesso corpo è a pieno titolo natura.
Le questioni di bioetica rimarranno ancora per diverso tempo sul tappeto dei nostri dibattiti perché il progresso della scienza è inarrestabile, e deve rimanere tale, così come la conquista tecnologica sarà sempre più aperta ed entrerà ancora di più a determinare la vita dei singoli e delle società.
Se più cresce la conoscenza scientifica e maggiormente si affina la tecnologia, è evidente che gli interrogativi della ragione avranno motivo di moltiplicarsi per verificare quanto il percorso verso la felicità desiderata e agognata sia realmente fattibile e raggiungibile. Il richiamo etico, comunque, troverà in questo contesto ancora maggior urgenza per approdare a una risposta giusta e rispettosa della dignità della vita umana.
La vita personale non può essere ridotta a pura materia né relegata in un limbo, priva di passione per la verità; essa dovrà sempre essere capace di approdare alla risposta definitiva che ruota intorno alla domanda di senso per la propria esistenza. L'istanza etica che richiama al valore fondamentale della legge morale naturale, pertanto, lontano dall'essere anacronistica, si impone come criterio ineliminabile per giungere alla verità e per guidare così il giudizio etico in vista di una autentica e forte scelta di libertà nella verità.


(©L'Osservatore Romano - 12 febbraio 2010)
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