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Sant'Antonio e le folle

Last Update: 6/14/2010 10:15 PM
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A Padova la speciale ostensione del corpo del santo

Sant'Antonio e le folle


di Ugo Sartorio

"Perché a te tutto il mondo viene dietro, e ogni persona pare che desideri di vederti? Perché a te?". Questa domanda, formulata da frate Masseo (Fioretti, 10) e indirizzata a Francesco d'Assisi, può essere rivolta anche al santo di Padova. In questi giorni (fino al 20 febbraio) le spoglie mortali di Antonio, ricomposte in un'urna di vetro, potranno essere venerate dai fedeli nella Basilica padovana dove riposano da circa ottocento anni (Antonio muore nel 1231, e dopo undici mesi, a  Spoleto,  è  canonizzato  da  Gregorio IX).
Solo due, in tutti questi secoli, le ricognizioni:  quella effettuata da Bonaventura, generale dell'Ordine, nel 1263, quando fu rinvenuta la lingua incorrotta, evento interpretato come privilegio da Dio concesso al grande predicatore evangelico; e quella del 1981, corredata da importanti perizie medico-scientifiche, a cui seguirono quattro settimane di ostensione con 650 mila fedeli a sfilare e almeno un milione passati in Basilica.
 Dopo 29 anni, pur senza che siano stati violati i sigilli apposti nel 1981, Antonio torna tra la sua gente che già da ieri è accorsa numerosa fin dalle prime ore del mattino, quando ancora era buio. Per i frati e i pochi devoti presenti che hanno avuto la fortuna di assistere allo spostamento del corpo di Antonio nel luogo dove sarà venerato in questi giorni, l'emozione è stata grande. Il silenzio della piccola folla diceva attesa e riconoscenza. Antonio di nuovo in mezzo a noi.
Dunque, "perché a te Antonio?". Domanda a cui siamo costretti a rispondere in modo collettivo e corale, raccogliendo e sintetizzando le molte voci. "Io sono qui perché sant'Antonio ha sempre voluto bene a me e alla mia famiglia, e mi ha guarita da un male imperdonabile", testimonia Adelina, una donna minuta e già in gran forma alle sei del mattino mentre aspetta il proprio turno per un incontro che le fa luccicare lo sguardo. "Vengo sempre in Basilica, ogni anno, il 13 giugno, per via di un voto fatto in gioventù. Non potevo mancare a questa ostensione", aggiunge un signore distinto sulla cinquantina.
Nella sua vita il santo ha incontrato le folle svolgendo un intenso ministero di predicazione e riconciliazione; da allora la gente lo riconosce come uno dei suoi e va a lui con fiducia, chiedendo grazie e favori, davvero di ogni genere. David Maria Turoldo, ricordando come i santi non riposano mai, neppure nella tomba, perché sono "creature in stato di amore per sempre", interloquisce meravigliato con sant'Antonio e gli chiede:  come fai ad accontentarti di una candela, di un cuoricino ex voto, ad accettare di essere trattato da "ufficio oggetti-smarriti", da "trovarobe" (quasi fossi un "detective"!), oppure da combinatore di matrimoni quando un Papa ti ha riconosciuto come "arca del Testamento" per la tua profonda conoscenza della Scrittura e perfino san Francesco - ammirato e forse un po' intimorito dal tuo vasto sapere teologico - ti ha chiamato "mio vescovo"?
Il tragitto esistenziale di Antonio è descritto dallo storico Antonio Rigon come un passaggio "dal libro alla folla". Espressione indovinata che ci dice di un progresso interiore nel solco di una tenace fedeltà alla Parola di Dio e all'uomo che ne è il destinatario. Senza scostarsi dalla Parola anche quando è radicale, e senza mai allontanarsi dall'uomo anche quando sfigurato dai peccati. Per questa vicinanza alla gente, Antonio è stato fatto ufficialmente santo in meno di un anno e dottore della Chiesa dopo più di sette secoli (1946, con il titolo di dottore evangelico).
È però importante cogliere la sua figura in unità, poiché il passaggio dal Libro (la Scrittura) alla folla (predicazione, cura pastorale) significa, ieri come oggi, tenere unite santità e cultura. La prima non è una forma volontaristica di culturismo spirituale, e la seconda non si può ridurre a intellettualismi disincarnati. Se, come scrive Théophile Desbonnet, già san Francesco in parte e poi un certo francescanesimo avevano vissuto un passaggio "dalla fraternità verso l'Ordine" - quindi dall'intuizione all'istituzione, realtà che un po' cristallizza ma anche protegge l'intuizione - il santo portoghese, dopo una lunga sosta nell'istituzione (si pensi alla formazione e crescita intellettuale durata anni nei monasteri dei canonici agostiniani) approda all'intuizione:  tra le folle, annunciatore del vangelo sine glossa cioè senza spiegazioni, predicato dal carismatico di Assisi. E le folle ricambiano.


(©L'Osservatore Romano - 15-16 febbraio 2010)
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ANTONIO DA PADOVA/ Il frate portoghese che combatté l’eresia conciliando ragione e miracolo

Rino Cammilleri

martedì 16 febbraio 2010

In occasione della riesumazione e dell’ostensione delle spoglie di sant’Antonio da Padova, che verranno esibite al pubblico fino a sabato 20 febbraio 2010, Rino Cammilleri traccia un breve profilo agiografico del santo portoghese

Fernando de Bulhões, canonico agostiniano portoghese e discendente di Goffredo di Buglione, si fece francescano e divenne Antonio (poi) di Padova. Francesco d’Assisi non voleva che i suoi uomini studiassero perché temeva perdessero l’umiltà. Poi seppe di frate Antonio e a lui permise di istruire i francescani.

Francesco aveva due crucci: l’islam e i catari, i nemici esterno e interno della Chiesa (la Chiesa ha sempre un doppio nemico). Per giunta, il catarismo infestava la Provenza, luogo di origine di sua madre (a onor di lei Bernardone aveva chiamato il figlio “Francesco”). All’islam pensò personalmente, andando a cercar di convertire il sultano. Contro i catari mandò il suo uomo migliore, Antonio. Il quale fu prima provinciale del Limosino e poi di Lombardia (a quel tempo tutta l’Italia settentrionale), le zone dei catari. Il «Cantico delle creature» è un inno anti-cataro, teso a elogiare la creazione, che i catari odiavano. I più strepitosi miracoli di Antonio furono in funzione anti-catara, entrambi nella roccaforte catara di Rimini.

Il primo fu quello dei pesci. Saputo che arrivava in città Antonio a predicare - e conoscendone l’incredibile eloquenza - i catari intimidirono la popolazione e Antonio trovò le piazze deserte. Allora si recò sul lido, e i pesci uscirono dall’acqua per ascoltarlo. I catari erano vegetariani ma mangiavano i pesci, gli unici animali scampati al Diluvio. Ebbene, Antonio volle mostrare che i pesci stavano a sentire lui, non loro.

Il secondo miracolo (la mula che si inginocchia davanti al Santissimo) fu un’ordalia contro un capo cataro (i catari non credevano nell’Eucarestia).

 

Sempre contro i catari Domenico di Guzman aveva fondato i Predicatori (prima potevano predicare solo i vescovi), cui venne affidata la neonata Inquisizione. Ma non bastavano. Grazie all’opera di Antonio si affiancarono loro i francescani. Ambedue ordini mendicanti, potevano opporre l’austerità cattolica a quella catara. E disputare con i catari alla pari (i catari erano preparatissimi, un po’ come gli odierni Testimoni di Geova).

 

Antonio di Padova è un “unicum” nella storia del cristianesimo: un po’ san Tommaso per l’erudizione, un po’ Padre Pio per i miracoli spettacolari e le lotte, anche fisiche, col demonio. Per questo gli ho dedicato un intero libro: “Io e il diavolo”.

 

Le spoglie di sant’Antonio in ostensione, da domenica 14 febbraio, presso la basilica di Padova, saranno accessibili al pubblico fino al prossimo sabato 20 febbraio 2010. Gli orari d’apertura vanno dalle 6:20 del mattino fino alle 19:00. Sabato l’apertura dell’ingresso verrà prolungata fino alle 19:45.

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La Chiesa e il martirio secondo Antonio di Padova

Una medicina nello zaffiro


In occasione della memoria liturgica di sant'Antonio di Padova (13 giugno) si è svolta nel Museo diocesano di Terni la giornata di studio "Dai protomartiri francescani a sant'Antonio di Padova" organizzata in collaborazione con la Scuola superiore di studi medievali e francescani. Pubblichiamo stralci di una delle relazioni.

di Mary Melone
Pontificia Università Antonianum

Il tema del martirio non è fra quelli più insistentemente ricorrenti nei Sermoni di Antonio di Padova e questo dato potrebbe forse sorprendere, di primo acchito, se lo si considera proprio in rapporto al significato così rilevante che l'incontro con i protomartiri francescani del Marocco ebbe per la vita di colui che era ancora il giovane Fernando.
In realtà questo stesso dato, per essere letto correttamente, va chiarito con due precisazioni:  la prima, in riferimento all'opera dei Sermones in sé, la seconda relativa alla trattazione specifica che in essi viene riservata al martirio. L'approccio al testo dei Sermones di Antonio, infatti, non può prescindere dalla consapevolezza della loro finalità e dei caratteri che tale finalità conferisce all'insieme dell'opera. Nati, per così dire, dall'insistenza dei suoi confratelli e scaturiti dal desiderio di fornire loro un testo capace di garantire un'adeguata formazione, i Sermones si offrono a noi non come una raccolta di prediche effettivamente pronunciate dall'autore negli anni della sua intensa e feconda attività di predicazione, quanto piuttosto come un trattato composto per proporre in abbondanza, ai futuri predicatori dell'ordine, materiale adatto a raggiungere il cuore e la vita dei loro ascoltatori, a qualunque condizione o stato di vita appartenessero.
 Un testo per la formazione. In questo Antonio rivela la sua sentita adesione a quell'anelito di riforma della Chiesa che aveva spinto il concilio Lateranense iv, già nel 1215, a richiamare i vescovi al dovere della predicazione, all'impegno di avvicinare i credenti alla Parola di Dio, quella stessa Parola che, spesso negata al popolo dai ministri sacri per ignoranza, veniva invece impugnata con vigore dai movimenti ereticali, che su di essa fondavano l'esigenza e la rivendicazione di un rinnovamento evangelico delle istituzioni.
Antonio recepisce l'urgenza di questa riforma, così come comprende il bisogno delle nuove generazioni di frati di essere avviati a un'evangelizzazione efficace nei contenuti come anche nella forma, perché i destinatari della predicazione erano sempre più sofisticati - scrive ironicamente l'autore nel prologo - segno evidente del cambiamento in atto nell'ordine francescano, chiamato a confrontarsi sempre più frequentemente con gli ambienti della borghesia cittadina. Perciò i Sermones vengono pensati come un opus evangeliarum, vale a dire come un'opera di commento all'intera Scrittura, secondo la scansione dell'anno liturgico e delle sue maggiori festività. Antonio commenta le letture della messa accostandole a quelle dell'ufficio notturno e all'antifona di introito; il metodo della concordanza e la sua straordinaria conoscenza della pagina biblica gli consentono di collegare con stupefacente facilità brani tratti dall'Antico e dal Nuovo Testamento; il commento strutturato attraverso la ricerca dei vari livelli di senso che sono contenuti nella Parola di Dio - letterale, allegorico, morale e anagogico - gli permette di attingere continuamente dalla Scrittura, con indiscutibile ricchezza e diversità di accenti, un accesso alla conoscenza del mistero di Cristo (senso allegorico), un itinerario concreto per la conversione dell'uomo (senso morale) e un'indicazione pacificante per il compimento dell'esistenza umana nell'eternità di Dio (senso anagogico).
Su questo sfondo, pertanto, va inserito il tema del martirio:  Antonio se ne occupa all'interno della sua preoccupazione fondamentale per la predicazione, per una predicazione, anzi, in grado di spingere alla conversione, alla penitenza, all'assunzione responsabile della logica evangelica. Il martirio si lega a questa fondamentale preoccupazione proprio nella misura in cui esprime l'impegno nella penitenza del singolo credente e indica la forza dell'adesione al vangelo su cui si fonda la sussistenza stessa della Chiesa. Perciò, e siamo alla seconda precisazione, l'apparente scarsità di riferimenti testuali al tema del martirio non incide sul significato indubbiamente pregnante che esso assume nella totalità dei Sermones.
Il testo che inaugura nel sermonario antoniano la serie di brani dedicati al martirio si trova nel sermone per la domenica di settuagesima, dove l'autore propone una corrispondenza tra i sette giorni della creazione e i sette articoli di fede. Il passo del libro della Genesi riferito al terzo giorno:  "la terra germogli erba verdeggiante", viene interpretato in senso allegorico con un riferimento a Cristo:  la terra che germoglia è infatti il suo corpo, offerto in sacrificio. La fecondità di questo sacrificio è tale per Antonio che egli amplifica il testo aggiungendo all'erba verdeggiante, simbolo degli apostoli, anche il seme della predicazione dei martiri e l'albero ricco di frutti che è la vita dei confessori e delle vergini:  tutto germoglia dal dono che Cristo ha fatto di sé.
I martiri compaiono già in questo primo brano come una categoria ben delineata, accanto ad apostoli, confessori e vergini, e tuttavia l'accenno al seme della loro predicazione contiene un aspetto singolare, che sembra richiamare la nota espressione di Tertulliano:  sanguis martyrum semen christianorum, evocando con efficacia la forza persuasiva del loro esempio, il valore fecondo della loro testimonianza che assume la forma di una convincente predicazione:  "seme della predicazione", secondo Antonio.
La coerenza con il genere letterario dei Sermones, di per sé estraneo a ogni discorso speculativo, come anche a ogni approfondimento teorico degli argomenti toccati via via nel commento della Scrittura, impedisce ovviamente di trovare nelle pagine di Antonio una riflessione sistematica sulla figura del martire e sul senso ecclesiale del martirio, ma questa lacuna viene compensata dall'utilizzo di immagini luminose che ne traducono ugualmente il valore, e riflettono l'importanza che essi rivestono nella coscienza credente dell'autore. Tra queste immagini, un ruolo particolare va riconosciuto alle pietre preziose, con cui il testo tenta di esprimere proprio la nobiltà attribuita ai martiri.
Innanzitutto lo zaffiro:  nel sermone per la ii domenica di quaresima, lo zaffiro raffigura la Chiesa, opera meravigliosa compiuta da Cristo con la sua incarnazione. I quattro ordini in cui essa si articola vengono paragonati alle quattro proprietà dello zaffiro che sono:  la capacità di mostrare in sé una stella e quella di eliminare la malattia del carbonchio, la sua somiglianza con il cielo sereno e il suo potere di fermare il sangue. Nella corrispondenza tra queste quattro proprietà e gli apostoli, le vergini, i confessori e i martiri, a questi ultimi viene associata la capacità di far scomparire il carbonchio:  questa proprietà - scrive Antonio - "è figura dei martiri, che con il loro martirio hanno sconfitto la malattia mortale dell'idolatria". La loro testimonianza è dunque una professione di fede nell'unicità di Dio e nella sua signoria contro ogni falso idolo, ed è proprio questa testimonianza uno dei fondamenti su cui si regge la Chiesa.
Quando dal tema dei martiri si passa a considerare l'impiego del termine martirio, ci si trova dinanzi a uno scenario totalmente diverso, sostanzialmente privo di quella ricchezza di immagini e di figure con cui Antonio ha tratteggiato la presenza dei martiri nella Chiesa.
Le diverse immagini con cui Antonio presenta nell'insieme dei suoi Sermoni i martiri e il martirio rivelano il suo radicarsi nella tradizione di fede della Chiesa. Il santo di Padova non aveva certo interesse a proporre dottrine teologiche innovative o a entrare nel vivo delle dispute scolastiche del suo tempo, e tuttavia al di sotto dell'essenzialità con cui i temi vengono da lui affrontati, affiora sempre nella trattazione la solidità della sua formazione, la sua lucida conoscenza dell'insegnamento della Chiesa. Non sorprende, allora, l'insistenza con cui il martirio è legato alla fede e alla fedeltà a Cristo, perché tale insistenza riflette appunto ciò che la Chiesa ha sempre proclamato celebrando i suoi martiri:  solo a motivo della fede viene inflitto il martirio e solo per fedeltà e amore a Cristo viene affrontato dal martire.
Eppure, proprio in questo riproporre la visione tradizionale del martirio, si possono distinguere con chiarezza alcuni aspetti che riportano al vissuto di Antonio, al suo impegno di evangelizzazione secondo lo spirito evangelico voluto da Francesco. In modo particolare, questi aspetti sono legati al riferimento ecclesiale dei martiri, al loro essere ripetutamente presentati come uno dei fondamenti della vita della Chiesa. Non sarà certo passato inosservato l'uso del binomio "Chiesa militante e Chiesa trionfante" che spesso torna nel sermonario antoniano. Si tratta di una distinzione che, affacciatasi agli inizi del dodicesimo secolo, nel tempo di Antonio tendeva a sostituire quella platonizzante di origine agostiniana, in cui si parla di una Chiesa terrestre "peregrinante" riflesso di quella "celeste".
In realtà, nei Sermoni è evidente la fedeltà dell'autore alla visione ecclesiologica agostiniana:  la Chiesa è una e vive contemporaneamente due forme di esistenza, quella pellegrinante sulla terra e quella definitiva nei cieli. L'adozione del nuovo linguaggio, "militante e trionfante", va ricondotta piuttosto a un'altra finalità, che consiste nell'invito alla coerenza della vita cristiana:  attraverso l'immagine della militanza, egli richiama insistentemente alla consapevolezza di una lotta contro la logica del mondo, una logica che si riassume frequentemente nei Sermoni nel dominio dell'avarizia, della superbia e della lussuria. Da qui dunque il passaggio dalla Gerusalemme celeste e terrestre, che è la Chiesa, a quella Gerusalemme particolare che è l'anima del singolo credente, dove si decide e si consuma realmente il suo essere parte della Chiesa.



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