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Nuovo documento dell'episcopato italiano per un Paese solidale

Last Update: 2/25/2010 2:04 PM
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Nuovo documento dell'episcopato italiano per un Paese solidale

Il Mezzogiorno non è tutto mafia

Un mutamento è possibile


Roma, 24. "Nessuno, proprio nessuno, nel Sud deve vivere senza speranza":  è l'appello lanciato dalla Conferenza episcopale italiana (Cei) nel nuovo documento Per un Paese solidale - Chiesa italiana e Mezzogiorno, con il quale i vescovi, a vent'anni dalla pubblicazione di Sviluppo nella solidarietà - Chiesa italiana e Mezzogiorno, vogliono riprendere la riflessione sul cammino della solidarietà nel Paese, con particolare attenzione al Meridione d'Italia e ai suoi problemi irrisolti, riproponendoli all'attenzione della comunità ecclesiale nazionale. "Ci piace riaffermare - scrivono -, con Giovanni Paolo ii, che spetta "alle genti del Sud essere le protagoniste del proprio riscatto, ma questo non dispensa dal dovere della solidarietà l'intera nazione". La Chiesa non si tira indietro di fronte a tale compito". In questo spirito, il nuovo documento della Cei - reso noto oggi - è il frutto di un cammino di riflessione e di condivisione promosso dai vescovi delle diocesi meridionali e condiviso da tutto l'episcopato italiano, confluito nel convegno "Chiesa nel Sud, Chiese del Sud", svoltosi a Napoli nel febbraio 2009.

La Cei fa appello "alle non poche risorse presenti nelle popolazioni e nelle comunità ecclesiali del Sud, a una volontà autonoma di riscatto, alla necessità di contare sulle proprie forze come condizione insostituibile per valorizzare tutte le espressioni di solidarietà che devono provenire dall'Italia intera nell'articolazione di una sussidiarietà organica". La prospettiva della condivisione e dell'impegno educativo diventa in quest'ottica "l'unica veramente credibile ed efficace". La questione meridionale, anche se non nelle medesime forme e proporzioni del passato, si inserisce in una travagliata fase economica. "Questi fattori - scrivono i vescovi - si coniugano con una trasformazione politico-istituzionale, che ha nel federalismo un punto nevralgico, e con un'evoluzione socio-culturale in cui si combinano il crescente pluralismo delle opzioni ideali ed etiche e l'inserimento di nuove presenze etnico-religiose per effetto dei fenomeni migratori". Senza tralasciare "la trasformazione della religiosità degli italiani" che "conosce processi di erosione per effetto di correnti di secolarizzazione".

Gli aspetti che si impongono all'attenzione e meritano un richiamo sono tanti:  dalla necessaria solidarietà nazionale alla critica coraggiosa delle deficienze, dalla necessità di far crescere il senso civico di tutta la popolazione all'urgenza di superare le inadeguatezze presenti nelle classi dirigenti. Sul versante pastorale, la Cei incoraggia le comunità "affinché continuino a essere luoghi esemplari di nuovi rapporti interpersonali e fermento di una società rinnovata, ambienti in cui crescono veri credenti e buoni cittadini". E non dimentica le molteplici potenzialità delle regioni meridionali che "hanno contribuito allo sviluppo del Nord e che, soprattutto grazie ai giovani, rappresentano uno dei bacini più promettenti per la crescita dell'intero Paese".
Lo sviluppo dei popoli - si legge nel documento - si realizza non in forza delle sole risorse materiali di cui si può disporre in misura più o meno larga, ma soprattutto grazie alla responsabilità del pensare insieme e gli uni per gli altri. "In questo peculiare pensiero solidale - affermano i vescovi - noi ravvisiamo la tensione alla verità da cercare, conoscere e attuare. Ravvisiamo, altresì, il tentativo di valorizzare al meglio il patrimonio di cui tutti disponiamo, cioè la nostra intelligenza, la capacità di capire i problemi e di farcene carico, la creatività nel risolverli".

 Il Mezzogiorno è alle prese con vecchie e nuove emergenze. Ma cosa è cambiato in vent'anni? Innanzitutto "la geografia politica - si osserva - con la scomparsa di alcuni partiti e la nascita di nuove formazioni", così come il sistema di rappresentanza nel governo di comuni, province e regioni. Ha preso avvio un processo di privatizzazioni delle imprese pubbliche e sono venuti meno il sistema delle partecipazioni statali e l'intervento straordinario della Cassa del Mezzogiorno ("di cui non vogliamo dimenticare gli aspetti positivi"). È cambiato poi il rapporto con le sponde orientali e meridionali del Mediterraneo e "la massiccia immigrazione dall'Europa dell'Est, dall'Africa e dall'Asia ha reso urgenti nuove forme di solidarietà". Inoltre, "il contrastato e complesso fenomeno della globalizzazione dei mercati ha portato benefici ma ha anche rafforzato egoismi economici legati a un rapporto rigido tra costi e ricavi", mutando profondamente la geografia economica e accrescendo la competizione. Infine, con l'allargamento dell'Unione europea, "si sono dovuti riequilibrare gli aiuti, prevedendo finanziamenti in favore di nuove zone anch'esse deboli e depresse".

La Chiesa ha seguito con attenzione tali cambiamenti e "si sente chiamata a discernere, alla luce della sua dottrina sociale, queste dinamiche storiche e sociali, consapevole della necessità di raccogliere con responsabilità le sfide che la globalizzazione presenta". La Conferenza episcopale italiana auspica che il principio di sussidiarietà venga mantenuto strettamente connesso con il principio di solidarietà, e viceversa, per non scadere nel particolarismo sociale o nell'assistenzialismo. "La prospettiva di riarticolare l'assetto del Paese in senso federale - si legge nel documento - costituirebbe una sconfitta per tutti, se il federalismo accentuasse la distanza tra le diverse parti d'Italia. Potrebbe invece rappresentare un passo verso una democrazia sostanziale, se riuscisse a contemperare il riconoscimento al merito di chi opera con dedizione e correttezza all'interno di un "gioco di squadra"". Un tale federalismo, solidale, realistico e unitario, rafforzerebbe l'unità del Paese - sottolineano i presuli - "rinnovando il modo di concorrervi da parte delle diverse realtà regionali, nella consapevolezza dell'interdipendenza crescente in un mondo globalizzato". E ricordano la "sempre valida visione regionalistica" di don Luigi Sturzo e di Aldo Moro.

Un sano federalismo rappresenterebbe, dunque, una sfida per il Mezzogiorno e "potrebbe risolversi a suo vantaggio se riuscisse a stimolare una spinta virtuosa nel bonificare il sistema dei rapporti sociali, soprattutto attraverso l'azione dei Governi regionali e municipali nel rendersi direttamente responsabili della qualità dei servizi erogati ai cittadini, agendo sulla gestione della leva fiscale".
Mafia e criminalità organizzata, povertà, disoccupazione, emigrazione:  queste le emergenze del Sud. Ma è la prima la vera piaga, "una piaga profonda e duratura". Non è possibile - afferma la Cei - mobilitare il Mezzogiorno "senza che esso si liberi da quelle catene che non gli permettono di sprigionare le proprie energie". I vescovi tornano perciò a condannare con forza quello che già nel 1989 definirono un vero e proprio "cancro", una "tessitura malefica che avvolge e schiavizza la dignità della persona". La criminalità organizzata, rappresentata soprattutto dalle mafie che avvelenano la vita sociale, "pervertono la mente e il cuore di tanti giovani, soffocano l'economia, deformano il volto autentico del Sud".

Il problema dello sviluppo del Mezzogiorno non ha solo un carattere economico ma rimanda a una dimensione più profonda, di carattere etico, culturale e antropologico. In tal senso la questione educativa è una "priorità ineludibile". Serve "cultura del bene, della cittadinanza, del diritto, della buona amministrazione e della sana impresa nel rifiuto dell'illegalità". In una prospettiva di impegno per il cambiamento, soprattutto i giovani sono chiamati a parlare e a testimoniare "la libertà nel e del Mezzogiorno". E l'esigenza di investire in legalità e fiducia "sollecita un'azione pastorale che miri a cancellare la divaricazione tra pratica religiosa e vita civile e spinga a una conoscenza più approfondita dell'insegnamento sociale della Chiesa, che aiuti a coniugare l'annuncio del Vangelo con la testimonianza delle opere di giustizia e di solidarietà". Le comunità cristiane - si sottolinea nel documento - costituiscono un inestimabile patrimonio e un fattore di sviluppo e di coesione di cui si avvale l'intero tessuto sociale:  "Il cristiano non si rassegna mai alle dinamiche negative della storia. Nutrendo la virtù della speranza, da sempre coltiva la consapevolezza che il cambiamento è possibile e che, perciò, anche la storia può e deve convertirsi e progredire".


(©L'Osservatore Romano - 25 febbraio 2010)
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