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Massima chiarezza sugli abusi in Germania

Last Update: 3/23/2010 5:30 PM
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“Essere preti in modo alto e difendere il celibato”

Gli errori di pochi non compromettano il servizio di molti. Bisogna difendere il celibato, ridefinire che cosa significhi oggi essere rappresentanti di Cristo e interpretare correttamente il sacerdozio alla luce del Concilio». Secondo quanto si apprende in Curia, oggi Benedetto XVI accoglierà con questo vibrante
appello i vescovi e cardinali chiamati a Roma per discutere della difficile situazione del clero.
Nella stessa mattinata sarà a rapporto dal Papa il presidente dell’episcopato tedesco, monsignor Zollitsch. «Nessuna attenuante per i sacerdoti che commettono abusi sessuali», assicura il vescovo Silvano Tomasi, osservatore vaticano all’Onu.
Mentre il vescovo Gianfranco Girotti, reggente della Penitenzieria apostolica (il dicastero vaticano delle confessioni), sostiene che un penitente che si è macchiato del peccato di pedofilia, «se è pentito sinceramente» lo si assolve, mentre l’aborto viene considerato dalla Chiesa «un peccato speciale», monsignor Tomasi chiarisce che «non ci possono essere scuse o giustificazioni per i preti che commettono l’odioso crimine della pedofilia». Quindi, «la protezione dei minori dalle aggressioni deve essere in cima alle priorità della Chiesa. Gli studiosi hanno dimostrato che i minori abusati reagiscono in modi differenti alla violenza sessuale e tra di loro si registrano maggiori probabilità di gravidanze adolescenziali, vagabondaggio, tossicodipendenza e alcolismo». Dunque, «tutte le istituzioni ecclesiastiche» hanno l’obbligo di «lottare per porre fine a questo serio problema».
Nei Sacri Palazzi è forte la spinta verso una soluzione drastica: accertamenti rapidi, riduzione allo stato laicale, denuncia alla magistratura ordinaria. Ma c’è chi frena rispetto alle procedure sommarie.
«Lo scandalo degli abusi va affrontato seguendo rigorosamente il diritto canonico - mette le mani avanti l’arcivescovo Raymond Leo Burke, prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica -. La ferita gravissima dello scandalo pedofilia potrà essere affrontata nel modo giusto dalla Chiesa non prescindendo dall’applicazione delle pene ecclesiastiche. E’ questa l’unica strada in grado di salvaguardare la Chiesa stessa».
Il forte coinvolgimento dei mass media e degli avvocati, prosegue monsignor Burke, «ha aumentato il livello dello scandalo e reso molto difficile il giudizio oggettivo sulla situazione in sè e sui singoli casi». Per questo «il giusto rimedio che proteggerà e salvaguarderà la Chiesa va cercato nella prassi canonica». Insomma, il capo della Cassazione vaticana non ritiene giusto «prescindere da un’accurata e completa considerazione delle pene ecclesiastiche nei casi di sacerdoti accusati dei delitti».
La posizione di Benedetto XVI, però, è di totale intransigenza. Negli episcopati nazionali e in settori di Curia si annidano resistenze al «via libera» ai magistrati in quelle che vengono considerate «questioni interne» della Chiesa. Con la «tolleranza zero» di Ratzinger, invece, nulla legittimerà l’omertà davanti alla «vergogna» e le diocesi avranno l’obbligo di farsi carico delle «sofferenza delle vittime». I preti pedofili verranno subito denunciati alle autorità civili e rimossi dall’incarico.
«Chi compie simili nefandezze si esclude da solo dal sacerdozio: con la Chiesa ha chiuso per sempre e dovrà risponderne alla giustizia terrena oltreché a quella divina», spiega uno stretto collaboratore del Pontefice. Insomma, tempestiva rimozione e divieto assoluto di riassegnare ad altro incarico. «Il delitto di pedofilia è un grave peccato che offende Dio e la dignità umana», ribadirà il Papa nella lettera ai fedeli sugli abusi. E ieri il suo allievo Schönborn ha aperto l’assemblea diocesana di Vienna reclamando un «mea culpa» generale: «Da questa crisi devastante la Chiesa può uscire solo purificandosi con un pentimento vero, altrimenti sarà tutto inutile». Sulla stessa linea il Pontefice chiede ai sacerdoti «scelte controcorrente per evitare compromessi». Nelle condizioni di libertà «in cui oggi è possibile esercitare il ministero sacerdotale», evidenzia Benedetto XVI, è necessario che i preti vivano in «modo alto» la loro vocazione per «suscitare nei fedeli il senso del peccato, dare coraggio e far nascere il desiderio del perdono di Dio».

© Copyright La Stampa, 12 marzo 2010
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“Oportet ut scandala eveniant”. La strana euforia dei cattolici progressisti

Nella tempesta che ha investito la Chiesa a motivo delle colpe di alcuni suoi sacerdoti soffiano anche venti intracattolici.
Sul “Corriere della Sera” dell’11 marzo Alberto Melloni
ha addirittura invocato – come risposta allo scandalo della pedofilia tra il clero – un Concilio Vaticano III. E ha rinverdito, per tale Concilio, l’agenda proposta nel 1999 dal cardinale Carlo Maria Martini, che aveva tra i suoi capisaldi il clero sposato e un accresciuto ruolo della donna nella Chiesa.
Ecco come il professor Pietro De Marco analizza e critica questi venti cattolici d’opposizione al pontificato di Joseph Ratzinger, in una nota per il quotidiano “Il Tempo“.

*

Sembra che una ventata di micidiale ottimismo stia attraversando la “Chiesa critica”, gli oppositori del pontificato, di fronte alla “strenua lotta del papa contro la pedofilia nel clero” (come si esprimono e documentano i blog).
Una lotta, quella di papa Ratzinger, non solo pastoralmente ammirevole ma, com’è consueto in lui, di alta razionalità politica; eppure questo “ottimismo” non si allinea al pontefice ma si fonda sulla speranza che la congiuntura della crisi pedofilia, una crisi mondiale, restituisca forza nella Chiesa ai “sempiterni riformatori”.
La crisi offrirebbe la possibilità di colpire il celibato dei preti, di bloccare le linee ratzingeriane di ricostruzione degli episcopati mondiali, di ottenere dal disordine interno e pubblico un precipitato che favorisca l’indizione di un nuovo Concilio.
Dal disastro finalmente la “svolta” nella Chiesa, sia pure sotto “la pioggia lurida e gelida che la sta inzuppando”, come immaginifico scrive Alberto Melloni sul “Corriere della Sera” dell’11 marzo. Tanto i “riformatori” hanno sempre buoni ombrelli.
Perché una tale speranza micidiale? Vediamo il quadro. La crisi pedofilia segue ormai regole ferree di internazionalizzazione. Quale che sia la percentuale di denunce, e non si dica di casi rigorosamente accertati, in ogni paese ove la Chiesa cattolica è diramata e forte si può aprire, e già si apre, una vertenza affidata ad attori pubblici, alla stampa, alla cosiddetta democrazia digitale. L’effetto di pressione, diciamo di ritorsione, politica di questa pistola puntata è, nelle relazioni tra Stato e Chiesa, fortissimo. Non va dimenticata la diagnosi, messa a fuoco già nei primi anni Novanta da autori diversissimi, che la Chiesa cattolica “aveva vinto”, sostanzialmente, la battaglia della secolarizzazione, e tornava ad essere (o diveniva) un attore spirituale ed etico-politico preminente nella sfera mondiale.
Una lotta politica internazionalizzata che cammina, peraltro, sulle solerti gambe della società civile, ove si mescolano valide istanze di giustizia e avide ragioni di capitalizzazione dal riconoscimento in sede giudiziaria di torti veri o immaginari. E la società civile è, oggi, un social network capace di azione concertata e globale.
In tale doppio livello, politico (relazioni mondiali tra Stato e Chiesa) e civile, fitto di avversari storici o contingenti della Chiesa cattolica, operano le “opposizioni” cristiane, e propriamente cattoliche, a Roma.
Per ragioni ideali, s’intende: influire sui governi, perché siano intransigenti verso le Chiese nazionali sui casi di pedofilia nel clero, è vissuto come disegno di purificazione della Chiesa ad opera del Principe; mobilitare i laicati interni contro i vescovi e contro Roma esalta come lotta per la giustizia contro l’istituzione.
Internazionalizzata, socializzata in rete e radicata in interessi, e dotata quanto basta di copertura teologica, questa pressione contro l’ordine cattolico e la sua riconquistata autorità, è oggettivamente dura e rischiosa. Poiché non mi sento sporcato dai peccati degli altri uomini (solo dai miei), neppure da quelli dei miei preti, tendo ad osservare lo scenario con calma, all’aperto, senza timore di inzupparmi di piogge apocalittiche.
Temo di più i tipi di risposta che intravedo nella comunità cattolica, a corredo della rigorosa risposta di Roma.
È da temere, infatti, nelle Chiese la geremiade autocolpevolizzante, e la deprecazione invece della circoscritta indagine e del retto giudizio; nessun complesso di colpa cattolico (tanto più se equivoco nei suoi obiettivi) può indurre tribunali civili ed ecclesiastici ad indebolire le tutele giuridiche degli accusati. È da temere la ridda di risposte illogiche come quelle che, ignorando la complessità dei tipi e delle eziologie di “pedofilia”, investono per curarla i cardini del sacerdozio cattolico. O azzardano terapie di femminilizzazione della Chiesa (in un
intervento de “L’Osservatore Romano”, blando, ma inopportuno in quella sede non meno che poco pertinente). O aprono internet alle denunce dei singoli (come sembra intenda fare una diocesi), senza sapere, credo, cosa significhi affidare la civiltà giuridica della Chiesa alla “democrazia dei media”.
Al contrario, il rigore e il giusto risarcimento del danno dovranno essere esercitati con sguardo fermo entro la Chiesa e oltre, nel paesaggio civile e politico mondiale, ove molti attori intendono lucrare, con lucida ipocrisia, oggi come ieri, dai peccati e dai reati di alcuni preti.

(Di Pietro De Marco, Firenze, 14 marzo 2010).

http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2010/03/14/oportet-ut-scandala-eveniant-la-strana-euforia-dei-cattolici-progressisti/
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«Bene la linea della fermezza, ora punire chi copre le violenze»

di Andrea Tornielli

Roma
Le parole usate due giorni fa dal «pubblico ministero» dell’ex Sant’Uffizio per definire la situazione italiana non sono passate inosservate: Charles J. Scicluna, riferendosi al nostro Paese,
al quotidiano Avvenire aveva detto che «finora il fenomeno non sembra abbia dimensioni drammatiche, anche se ciò che mi preoccupa è una certa cultura del silenzio che vedo ancora troppo diffusa nella Penisola». Scicluna aveva quindi osservato che la Cei «offre un ottimo servizio di consulenza tecnico-giuridica per i vescovi che devono trattare questi casi», notando «un impegno sempre maggiore da parte dei vescovi italiani di fare chiarezza» su questi casi. Dunque, per il promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede, che guida la task force vaticana contro la pedofilia, in Italia ci sarebbe una «cultura del silenzio» ancora diffusa.
Proprio a questa fa riferimento un appello rivolto a Benedetto XVI da Roberto Mirabile, presidente dell’associazione contro la pedofilia «La Caramella Buona Onlus» (
www.caramellabuona.org), che scrive al Pontefice manifestando apprezzamento per la linea della fermezza intrapresa da Ratzinger e chiedendogli di verificare le responsabilità di chi nella Chiesa ha coperto gli abusi dei sacerdoti e non li ha fermati. «Mi permetta – scrive Mirabile – di essere diretto e sintetico: il problema non è dato dai preti pedofili – lo dico come forzatura – ma da chi, da sempre, li copre e alimenta l’abuso, spostando di sede il sacerdote permettendogli così di seminare violenze in giro per le parrocchie». «Sono loro i diretti responsabili del singolo prete sottoposto alla giurisdizione territoriale, sono loro che devono curare l’anima tormentata del sacerdote. Sono loro che devono accogliere le denunce dei fedeli e – da buoni padri e custodi della fede – portare alla luce la verità di crimini orrendi».
Il presidente dell’associazione quindi afferma: «Sappiamo che ogni istituzione, per sua natura, tende a lavare i panni sporchi in casa. Questo non è più possibile, non è assolutamente accettabile quando soprattutto si tratta di un reato penale orribile e gravissimo quale la violenza sessuale su minore». Mirabile chiarisce che all’origine del suo appello non c’è alcun accanimento nei confronti della Chiesa cattolica.
Ma chiede a Benedetto XVI di fare chiarezza «sulle responsabilità di sacerdoti e vescovi in Italia, senza aspettare qualche causa per risarcimento danni milionario prima di accorgersi del fenomeno nel nostro Paese».
Il presidente ha infine offerto «la massima collaborazione alla Santa Sede per debellare questo problema, certo non esclusivo dell’istituzione cattolica, basti pensare a come l’Islam accetti i matrimoni combinati fra bambine e adulti».
Ieri pomeriggio il Papa ha visitato la Christuskirche luterana di Roma e ha predicato a braccio, in tedesco, dal pulpito: «La vita non è ricevere ma darsi, l'unità della Chiesa è un dono, mentre la divisione è frutto del peccato». In precedenza, pur senza fare riferimenti diretti agli scandali di questi giorni, il pastore Jens-Martin Kruse, nel suo discorso, aveva detto che le Chiese cristiane devono essere vicine le une alle altre specie nei momenti di sofferenza e di dolore.

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I moralisti dalla vita bassa che mettono la chiesa sotto assedio (Giuliano Ferrara)

Clicca qui per leggere l'editoriale di Giuliano Ferrara


Attesa la lettera del Papa agli irlandesi

L'arcivescovo Fisichella: «Misure anti pedofili: più selezione nei seminari»


Il presidente della pontificia Accademia per la vita: «Diffusa una cultura che ritiene tutto ammissibile»

Gian Guido Vecchi

CITTÀ DEL VATICANO

Eccellenza, in piena tempesta pedofilia c’è chi descrive il Papa come perso tra i suoi libri, ignaro, in preda a un’angoscia paralizzante...

«Ma figuriamoci! Papa Benedetto XVI è una persona chiara, netta, determinata ed estremamente lucida nella sua analisi. Una lucidità che lo porta, primo, a saper distinguere le cose e, secondo, a prendere i provvedimenti necessari...».

L’arcivescovo Rino Fisichella, presidente della pontificia Accademia per la vita nonché consultore della Congregazione per la dottrina della fede, non è tipo da sopire o eludere. Tre anni fa, quando la Rai trasmise il documentario della Bbc «Sex, crimes and the Vatican», fu lui a metterci la faccia e andare in studio a rappresentare la Chiesa. L’anno scorso intervenne sulla vicenda d’una bimba brasiliana di 9 anni stuprata dal patrigno e rimasta incinta di due gemelli: pesava 30 chili, i medici la fecero abortire, e mentre il vescovo locale annunciava scomuniche lui ricordò che la piccola andava anzitutto «difesa e abbracciata con dolcezza», attirandosi strali integralisti.

Ora premette: «A costo d’essere frainteso, come nel caso di quella bimba, sui casi di pedofilia voglio essere molto chiaro: io starò sempre dalla parte delle vittime. Sempre, e in ogni caso. Perché una simile violenza grida vendetta al cospetto di Dio».

Contro i pedofili, il Papa ha evocato le parole di Gesù, «sarebbe meglio per lui che gli mettessero al collo una mola e lo buttassero in mare»...

«Certo. Tra poco uscirà la lettera del Papa agli irlandesi e credo sarà un ulteriore esempio della sua voce chiara e decisa, senza alcuna dissimulazione. Ci fosse anche un solo caso in Europa, e ahimè non è così, sarebbe troppo. Questi fatti gettano ombre su tutta la Chiesa, soprattutto noi vescovi dobbiamo considerarli con la massima serietà: la tolleranza zero voluta da Benedetto XVI non è un optional, è un obbligo morale».

Parlava dei provvedimenti necessari. Ad esempio?

«Ora mi trovo negli Usa, per tre giorni sono stato in uno dei seminari più importanti del Paese e posso dire che dieci anni dalle vicende di abusi su minori non sono passati invano: considerato ciò che accade ora in Europa, l’esperienza americana può insegnare parecchio».

E cioè?

«Ho visto discernimento molto più attento nella selezione dei candidati, e un impegno nella formazione accademica e spirituale senza precedenti, 130 seminaristi che fanno pensare a una generazione nuova di sacerdoti seriamente impegnati».

Cos’è accaduto, prima?

«Paghiamo anni nei quali per diversi preti e religiosi è venuta meno l’identità sacerdotale: si è persa per strada la spiritualità. Almeno dagli Anni Sessanta si è diffusa una cultura che ritiene tutto sia ammissibile e ha compreso tutti, non solo la Chiesa».

E il celibato?

«Noi non siamo dei repressi: siamo persone che hanno fatto una scelta libera di dedizione e amore per la Chiesa e coloro che ci vengono affidati. I pochi che vi attentano creano un danno enorme alla stragrande maggioranza di preti che vive questa dimensione con gioia e serietà».

Non solo la Chiesa?

«Basta vedere le cronache, purtroppo. Se pensiamo che in Olanda c’è un partito che sostiene la pedofilia... Ognuno deve fare i conti in casa propria, ma qui c’è un fenomeno generalizzato e la società nel suo complesso è chiamata a risolverlo. L’essenziale è saper distinguere. Ed essere onesti».

In che senso?

«Coinvolgere il Papa e l’intera Chiesa è una violenza ulteriore e un segno di inciviltà. L’accanimento contro il pontefice, in particolare, è insensato: parlano per lui tutta la sua storia, la sua vita, i suoi scritti. Ciò che disse negli Usa, due anni fa, è stato di una chiarezza cristallina come ciò che dirà all’Irlanda».

E l’abolizione della prescrizione per i pedofili?

«Da mesi si stanno studiando queste cose: la Chiesa non agisce sotto pressione degli eventi ma per il bene di tutti».

C’è una «cultura del silenzio» in Italia?

«I rari casi che si sono verificati sono diventati pubblici. La nostra cultura mi sembra ci allontani da tutto ciò. E non penso né vedo che i vescovi in Italia vogliano usare il silenzio come nascondimento: piuttosto, bisogna avere il tempo di valutare per non rischiare di rovinare un innocente».

L’«accanimento» contro il Papa che effetto ha?

«Il Santo Padre non si fa intimorire. Proprio perché ha una visione profonda della vita e del servizio che deve rendere a tutta la Chiesa e al mondo, saprà ancora una volta farci compiere un balzo in avanti. Attentare all’autorità morale del pontefice e della Chiesa è una strategia tendenziosa che può creare un danno permanente alla società. Ma non ci riusciranno».

© Copyright Corriere della sera, 15 marzo 2010 consultabile online anche qui.
 
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3/15/2010 10:38 AM
 
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Il "pm" della Santa Sede: "Chiesa rigorosa sulla pedofilia"
Intervista a monsignor Charles J. Scicluna

di Gianni Cardinale

CITTÀ DEL VATICANO, domenica, 14 marzo 2010 (ZENIT.org).-

Pubblichiamo l'intervista a monsignor Charles J. Scicluna, "promotore di giustizia" della Congregazione per la Dottrina della fede, apparsa questo sabato sul quotidiano dei Vescovi italiani, "Avvenire".

Si tratta, in pratica, del pubblico ministero del tribunale dell'ex sant'Uffizio, che ha il compito di indagare sui cosiddetti delicta graviora, i delitti che la Chiesa cattolica considera i più gravi in assoluto: quelli contro l'Eucaristia, contro la santità del sacramento della penitenza e il delitto contro il sesto comandamento ("non commettere atti impuri") di un chierico con un minore di diciotto anni.

Un motu proprio del 2001, il Sacramentorum sanctitatis tutela, ha riservato questi delitti, come competenza, alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Di fatto è il "promotore di giustizia" ad avere a che fare, tra l'altro, con la gravissima questione dei sacerdoti accusati di pedofilia periodicamente alla ribalta sui mass media. Monsignor Scicluna, originario di Malta, ha la fama di adempiere al compito che gli è stato affidato con il massimo scrupolo.

Monsignore, lei ha la fama di essere un "duro", eppure la Chiesa cattolica viene sistematicamente accusata di essere accomodante nei confronti dei cosiddetti "preti pedofili".

Monsignor Scicluna: Può essere che in passato, forse anche per un malinteso senso di difesa del buon nome dell'istituzione, alcuni vescovi, nella prassi, siano stati troppo indulgenti verso questi tristissimi fenomeni. Nella prassi dico, perché sul piano dei principi la condanna per questa tipologia di delitti è stata sempre ferma e inequivocabile. Per rimanere al secolo scorso basta ricordare l'ormai celebre istruzione Crimen Sollicitationis del 1922...

Ma non era del 1962?

Monsignor Scicluna: No, la prima edizione risale al pontificato di Pio XI. Poi con il beato Giovanni XXIII il Sant'Uffizio ne curò una nuova edizione per i Padri conciliari, ma ne vennero fatte solo duemila copie e non bastarono per la distribuzione che fu rinviata sine die. Si trattava comunque di norme procedurali da seguire nei casi di sollecitazione in confessione e di altri delitti più gravi a sfondo sessuale come l'abuso sessuale di minori ...

Norme che raccomandavano però il segreto...

Monsignor Scicluna: Una cattiva traduzione in inglese di questo testo ha fatto pensare che la Santa Sede imponesse il segreto per occultare i fatti. Ma non era così. Il segreto istruttorio serviva per proteggere la buona fama di tutte le persone coinvolte, prima di tutto le stesse vittime, e poi i chierici accusati, che hanno diritto - come chiunque - alla presunzione di innocenza fino a prova contraria. Alla Chiesa non piace la giustizia spettacolo. La normativa sugli abusi sessuali non è stata mai intesa come divieto di denuncia alle autorità civili.

Quel documento però viene periodicamente rievocato per accusare l'attuale Pontefice di essere stato - in qualità di prefetto dell'ex Sant'Uffizio - il responsabile oggettivo di una politica di occultamento dei fatti da parte della Santa Sede...

Monsignor Scicluna: Si tratta di un'accusa falsa e calunniosa. A questo proposito mi permetto di segnalare alcuni fatti. Tra il 1975 e il 1985 mi risulta che nessuna segnalazione di casi di pedofilia da parte di chierici sia arrivata all'attenzione della nostra Congregazione. Comunque dopo la promulgazione del Codice di diritto canonico del 1983 c'è stato un periodo di incertezza sull'elenco dei delicta graviora riservati alla competenza di questo dicastero. Solo col motu proprio del 2001 il delitto di pedofilia è ritornato alla nostra competenza esclusiva. E da quel momento il cardinale Ratzinger ha mostrato saggezza e fermezza nel gestire questi casi. Di più. Ha mostrato anche grande coraggio nell'affrontare alcuni casi molto difficili e spinosi, sine acceptione personarum (cioé senza riguardi per nessuno ndr). Quindi accusare l'attuale Pontefice di occultamento è, ripeto, falso e calunnioso.

Nel caso che un sacerdote sia accusato di un delictum graviu
s, cosa succede?

Monsignor Scicluna: Se l'accusa è verosimile il vescovo ha l'obbligo di investigare sia l'attendibilità della denuncia che l'oggetto stesso della medesima. E se l'esito di questa indagine previa è attendibile non ha più potere di disporre della materia e deve riferire il caso alla nostra Congregazione, dove viene trattato dall'ufficio disciplinare.

Da chi è composto questo ufficio?

Monsignor Scicluna: Oltre al sottoscritto, che essendo uno dei superiori del dicastero, si occupa anche di altre questioni, c'è un capo ufficio, padre Pedro Miguel Funes Diaz, sette ecclesiastici ed un penalista laico che seguono queste pratiche. Altri officiali della Congregazione prestano il loro prezioso contributo secondo le esigenze di lingua e di competenza.

Questo ufficio è stato accusato di lavorare poco e con lentezza...

Monsignor Scicluna: Si tratta di rilievi ingiusti. Nel 2003 e 2004 c'è stata una valanga di casi che ha investito le nostre scrivanie. Molti dei quali venivano dagli Stati Uniti e riguardavano il passato. Negli ultimi anni, grazie a Dio, il fenomeno si è di gran lunga ridotto. E quindi adesso cerchiamo di trattare i casi nuovi in tempo reale.

Quanti ne avete trattati finora?

Monsignor Scicluna: Complessivamente in questi ultimi nove anni (2001-2010) abbiamo valutato le accuse riguardanti circa tremila casi di sacerdoti diocesani e religiosi che si riferiscono a delitti commessi negli ultimi cinquanta anni.

Quindi di tremila casi di preti pedofili?

Monsignor Scicluna: Non è corretto dire così. Possiamo dire che grosso modo nel 60% di questi casi si tratta più che altro di atti di efebofilia, cioè dovuti ad attrazione sessuale per adolescenti dello stesso sesso, in un altro 30% di rapporti eterosessuali e nel 10% di atti di vera e propria pedofilia, cioè determinati da una attrazione sessuale per bambini impuberi. I casi di preti accusati di pedofilia vera e propria sono quindi circa trecento in nove anni. Si tratta sempre di troppi casi - per carità! - ma bisogna riconoscere che il fenomeno non è così esteso come si vorrebbe far credere.

Tremila quindi gli accusati. Quanti i processati e condannati?

Monsignor Scicluna: Intanto si può dire che un processo vero e proprio, penale o amministrativo, si è svolto nel 20% dei casi e normalmente è stato celebrato nelle diocesi di provenienza - sempre sotto la nostra supervisione - e solo rarissimamente qui a Roma. Facciamo così anche per una maggiore speditezza dell'iter. Nel 60% dei casi poi, soprattutto a motivo dell'età avanzata degli accusati, non c'è stato processo, ma, nei loro confronti, sono stati emanati dei provvedimenti amministrativi e disciplinari, come l'obbligo a non celebrare Messa coi fedeli, a non confessare, a condurre una vita ritirata e di preghiera. È bene ribadire che in questi casi, tra i quali ce ne sono alcuni particolarmente eclatanti di cui si sono occupati i media, non si tratta di assoluzioni. Certo non c'è stata una condanna formale, ma se si è obbligati al silenzio e alla preghiera qualche motivo ci sarà...

All'appello manca ancora il 20% dei casi...

Monsignor Scicluna: Diciamo che in un 10% di casi, quelli particolarmente gravi e con prove schiaccianti, il Santo Padre si è assunto la dolorosa responsabilità di autorizzare un decreto di dimissione dallo stato clericale. Un provvedimento gravissimo, preso per via amministrativa, ma inevitabile. Nell'altro 10% dei casi poi, sono stati gli stessi chierici accusati a chiedere la dispensa dagli obblighi derivati dal sacerdozio. Che è stata prontamente accettata. Coinvolti in questi ultimi casi ci sono stati sacerdoti trovati in possesso di materiale pedopornografico e che per questo sono stati condannati dall'autorità civile.

Da dove vengono questi tremila casi?

Monsignor Scicluna: Soprattutto dagli Stati Uniti, che per gli anni 2003-2004 rappresentavano circa l'80% del totale di casi. Per il 2009 la percentuale statunitense è scesa a circa il 25% dei 223 nuovi casi segnalati da tutto il mondo. Negli ultimi anni (2007-2009), infatti, la media annuale dei casi segnalati alla Congregazione dal mondo è stata proprio di 250 casi. Molti paesi segnalano solo uno o due casi. Cresce quindi la diversità ed il numero dei paesi di provenienza dei casi ma il fenomeno è assai ridotto. Bisogna ricordare infatti che il numero complessivo di sacerdoti diocesani e religiosi nel mondo è di 400mila. Questo dato statistico non corrisponde alla percezione che si crea quando questi casi così tristi occupano le prime pagine dei giornali.

E dall'Italia?

Monsignor Scicluna: Finora il fenomeno non sembra abbia dimensioni drammatiche, anche se ciò che mi preoccupa è una certa cultura del silenzio che vedo ancora troppo diffusa nella Penisola. La Conferenza episcopale italiana (Cei) offre un ottimo servizio di consulenza tecnico-giuridica per i vescovi che devono trattare questi casi. Noto con grande soddisfazione un impegno sempre maggiore da parte dei vescovi italiani di fare chiarezza sui casi segnalati loro.

Lei diceva che i processi veri e propri riguardano circa il 20% dei circa tremila casi che avete esaminato negli ultimi nove anni. Sono finiti tutti con la condanna degli accusati?

Monsignor Scicluna: Molti dei processi ormai celebrati sono finiti con una condanna dell'accusato. Ma non sono mancati quelli dove il sacerdote è stato dichiarato innocente o dove le accuse non sono state ritenute sufficientemente provate.  In tutti i casi comunque si fa non solo lo studio sulla colpevolezza o meno del chierico accusato, ma anche il discernimento sull'idoneità dello stesso al ministero pubblico.

Un'accusa ricorrente fatta alle gerarchie ecclesiastiche è quella di non denunciare anche alle autorità civili i reati di pedofilia di cui vengono a conoscenza.

Monsignor Scicluna: In alcuni Paesi di cultura giuridica anglosassone, ma anche in Francia, i vescovi, se vengono a conoscenza di reati commessi dai propri sacerdoti al di fuori del sigillo sacramentale della confessione, sono obbligati a denunciarli all'autorità giudiziaria. Si tratta di un dovere gravoso perché questi vescovi sono costretti a compiere un gesto paragonabile a quello compiuto da un genitore che denuncia un proprio figlio. Ciononostante, la nostra indicazione in questi casi è di rispettare la legge.

E nei casi in cui i vescovi non hanno questo obbligo per legge?

Monsignor Scicluna: In questi casi noi non imponiamo ai vescovi di denunciare i propri sacerdoti, ma li incoraggiamo a rivolgersi alle vittime per invitarle a denunciare quei sacerdoti di cui sono state vittime. Inoltre li invitiamo a dare tutta l'assistenza spirituale, ma non solo spirituale, a queste vittime. In un recente caso riguardante un sacerdote condannato da un tribunale civile italiano, è stata proprio questa Congregazione a suggerire ai denunciatori, che si erano rivolti a noi per un processo canonico, di adire anche alle autorità civili nell'interesse delle vittime e per evitare altri reati.

Un'ultima domanda: è prevista la prescrizione per i delicta graviora?

Monsignor Scicluna: Lei tocca un punto - a mio avviso - dolente. In passato, cioè prima del 1898, quello della prescrizione dell'azione penale era un istituto estraneo al diritto canonico. E per i delitti più gravi solo con il motu proprio del 2001 è stata introdotta una prescrizione di dieci anni. In base a queste norme nei casi di abuso sessuale il decennio incomincia a decorrere dal giorno in cui il minore compie i diciotto anni.

È sufficiente?

Monsignor Scicluna: La prassi indica che il termine di dieci anni non è adeguato a questo tipo di casi e sarebbe auspicabile un ritorno al sistema precedente dell'imprescrittibilità dei delicta graviora. Il 7 novembre 2002, comunque, il Servo di Dio Venerabile Giovanni Paolo II ha concesso a questo dicastero la facoltà di derogare dalla prescrizione caso per caso su motivata domanda dei singoli vescovi. E la deroga viene normalmente concessa.

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GRECIA 2005 - GERMANIA 2010: LA STORIA SI RIPETE?


di Francesco Colafemmina

Nel febbraio-marzo 2005 (notate la coincidenza di date pre-pasquali) la Chiesa Greco-Ortodossa fu al centro di un incredibile scandalo. In realtà gli scandali erano molteplici: da quelli di carattere sessuale (volti a sbugiardare l'ipocrisia del clero), a quelli di carattere economico-lucrativo (volti a separare la Chiesa dallo Stato). Nonostante la terribile situazione fosse chiaramente motivata dallo scoperchiamento di fascicoli di qualche servizio segreto estero, l'allora Arcivescovo di Atene, Primate della Chiesa greca, Christodoulos (nella foto in visita a Benedetto XVI), si impegnò alla immediata denuncia e sospensione dei chierici coinvolti negli scandali, parlò di "pulizia" da fare nella Chiesa e instaurò una commissione sinodale volta alla "purificazione interna" della Chiesa greca.

L'Arcivescovo amatissimo dai Greci, morì poi nel 2008 a seguito di un terribile tumore al fegato che fu malamente curato da medici statunitensi... Al suo posto venne eletto l'attuale Primate di Grecia, Ieronimos, nemico giurato di Christodoulos, che nel 2005 si era scagliato contro quest'ultimo rivelando di aver subito pressioni per non candidarsi alle elezioni del 1998 per diventare Arcivescovo.

Oggi la Chiesa greca si trova a fronteggiare numerosi problemi che si inquadrano nell'ambito della sua identità "nazionale", ma che non sono per questo meno interessanti sotto un profilo più ampiamente europeo e occidentale. Infatti recentemente è scoppiata una grande divisione dopo la partecipazione di Ieronimos ad un Consiglio dei Ministri al fine di supportare il riconoscimento degli immigrati quali "cittadini greci", un'onta gravissima per la Grecia già crocevia del traffico degli immigrati clandestini e costretta a subire uno schiacciamento di popolazione impressionante (su 11 milioni di abitanti si stima che gli immigrati siano dai 2 ai 3 milioni).

In più - e veniamo ai fatti interessanti - lo Stato ha deciso di tassare al 20% le proprietà ecclesiastiche, ottenendo finalmente ciò che si voleva ottenere nel 2005: usare i denari della Chiesa per ripianare debiti contratti dalla cattiva gestione del governo pubblico.

Ma c'è un dato ancor più inquietante relativo a quegli scandali del 2005. Si trattava della cessione di alcuni immobili del Patriarcato di Gerusalemme che a quanto pare fu decisa dall'allora Patriarca Irineos. Irineos venne accusato dai Palestinesi ortodossi di svendere i beni della Chiesa (che sono immensi a Gerusalemme), e nonostante le sue discolpe (riteneva di essere vittima di un complotto), fu costretto con una inaudita decisione del Sinodo Panortodosso riunito a Costantinopoli a dimettersi di colpo. Fu costretto anche Christodulos - suo sostenitore - a propendere per le dimissioni, probabilmente provato da tutti gli scandali che avevano già gravato la Chiesa greca... Così tutto lo squallido scoperchiamento di zolfo d'un tratto finì, nel giro di pochi mesi.

Non azzardo interpretazioni. Solo mi limito a riscontrare che la situazione della Chiesa Cattolica oggi è assai simile per certi versi a quanto sopra descritto. Gli scandali della Germania sono semplicemente volti a colpire il Successore di Pietro, nonostante la sua chiara posizione per la trasparenza e la purificazione della Chiesa. Gli scandali della Germania - che, non ne dubito, potranno essere gonfiati a dismisura attraverso l'apertura di altri fascicoli dei servizi in altri paesi europei - vedono i giornalisti di mezzo mondo reagire con il solito sistema dell'accusa pedante e volgare, della perdita di controllo dell'obbiettività, e la richiesta - che prima o poi si farà incessante come negli States - di cospicui rimborsi...

Chi all'epoca in Grecia voleva screditare il grande Arcivescovo Christodoulos (che personalmente ho avuto l'onore di conoscere nel 2007 durante un indimenticabile Vespro dell'Annunciazione in Cattedrale ad Atene), è riuscito nei suoi intenti, tanto che oggi la Chiesa greca è guidata dall'umbratile Ieronimos... Anche se probabilmente il livello degli intrighi e degli scandali greco-ortodossi è superiore a quello della Chiesa Cattolica, stiamo attenti a non finire nello stesso modo in futuro...

Per indicarvi quanto simile fossa la situazione ho deciso di tradurvi questo splendido commento di un semplice e anonimo monaco ortodosso, datato Maggio 2005. Mutatis mutandis, le sue parole sono un valido commento anche ai fatti odierni che riguardano la Chiesa Cattolica. Buona lettura:
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Sono ormai mesi che non si fa che sentire e vedere in televisione e per radio nient'altro se non ingiurie contro l'Arcivescovo di Atene, Sua Beatitudine Christodulos, che in realtà altro non sono che ingiurie contro la Chiesa di Cristo, con l'obbiettivo di colpire il suo prestigio, diminuire la fiducia dei fedeli, spegnere la voce dell'Arcivescovo, perché dà fastidio ai loro piani malvagi su tutti i fronti, e soprattutto sui temi nazionali. E la causa (supposta) di tutto ciò sarebbe l'indegnità di alcuni sacerdoti, sia che si tratti della completa verità, sia che si tratti di una verità parziale, se non rara, o addirittura di una completa menzogna. E così purificheranno la Chiesa di Cristo i giornalisti che hanno purtroppo dalla loro parte anche alcuni dei nostri - di coloro che fanno parte della Chiesa.

Costoro che non conoscono neppure la loro parrocchia, che non hanno mai messo piede in una chiesa e vivono nel brago si sono infastiditi perché un numero limitato di chierici non è puro sotto il profilo etico o sotto altri punti di vista e perciò si slanciano per venirci a ripulire.
E' un fatto che sono esistiti, esistono ed esisteranno sempre nello scafo della Chiesa anche elementi indegni dell'onore che gli è stato concesso dal suo nocchiero. O per dirla meglio esistono ovunque anche pochi buoni, diamanti autentici, gioielli veri della Chiesa, che brillano e illuminano con la loro vita il mondo intero. Di costoro non si parla perché coloro che sono sporchi si occupano delle sporcizie, e le vanno a rimestare solo per provocare danni e mai per qualche vantaggio.
Avendo vissuto per parecchi anni sul Monte Athos e avendo imparato molte cose vicino al santo anziano Padre Paisios - sebbene indegno di una tale benedizione - ho visto un altro comportamento e ho imparato un altro modo di fare, quello giusto, quello dei padri, per combattere i problemi della Chiesa. Leggendo sia la vita che gli scritti di San Giovanni Crisostomo mi sono molto meravigliato della somiglianza che egli aveva con il Padre Paisios, mentre, al contrario, ho sempre notato una enorme differenza rispetto all'atteggiamento odierno di molti che scrivono e parlano come se fossero stati indicati da Dio in persona come giudici e maestri dell'ecumene con il prestigio del sinodo ecumenico. E naturalmente in questo caso non intendo i giornalisti che sono quel che sono...
Ma i nostri? Perché scrivono in questo modo? Uno spirito diverso non solo da quello del Padre, ma anche da tutti i santi Padri a lui contemporanei e da tutti i Padri della Chiesa i quali anche nei riguardi degli eretici continuavano a parlare con rispetto indipendentemente dalle loro differenze di opinione (lo spazio non ci permette di riferir qui degli esempi).
Ognuno ormai è testimone di un linguaggio così insolente da scadere nella volgarità che non solo è indegno di Cristiani ma pure di uomini seri.

Non hanno per nulla timore di Dio? Propongono al Beatissimo Padre le dimissioni (con quale diritto, prego?), maggiore conversione, preghiera e poche parole, pochi proclami in grado di smuovere la coscienza nazionale. Altre volte parlano di autoritarismo mentre essi stessi ci controllano senza fermarsi mai e parlano a ruota libera e la maggiorparte delle volte senza che ve ne sia ragione e senza che lo consenta la loro condizione di chierici.

Lo so di non essere il più idoneo a scrivere, non sono abituato nè mi sono mai esercitato a farlo. Ma vi confesso di averne abbastanza sia dei giornalisti che dei nostri. Per dirla più semplicemente: mi sono rotto! Non sopporto più l'ingiustizia. Per questo ho preso la penna per scrivere. Dico, ma perché non parlano e non scrivono gli altri che sono più abili? Forse per maggiore discrezione? Forse perché sono intenti a pregare? Fortunatamente alcuni si fanno coraggio e fra di essi due o tre giornalisti. Il Signore li possa ricompensare!

Direte: "non esistono forse impurità? Non sono stati commessi errori?". Eccome se esistono: anche l'Arcivescovo lo riconosce e ha chiesto scusa per questo, non solo per i suoi errori, ma si è accollato la responsabilità di tutti gli altri come primate della Chiesa, perché, come molto correttamente afferma, l'intera chiesa non è altro che il Corpo di Cristo che taluni cercano di fare a pezzi.
In ogni caso gli errori non li si corregge in base ai suggerimenti dei nemici della Chiesa, ma come hanno sempre fatto i Santi della nostra Chiesa.
Forse che Padre Paisios non vedeva la debolezza che esiste nella Chiesa (in alcuni), ma anche la sporcizia più generalizzata della società? Si, le vedeva molto più chiaramente di tutti (tanto quanto egli era più puro degli altri) e soffriva realmente, perché realmente amava la Chiesa - la Madre Chiesa - nel seno della quale era stato nutrito e santificato. E cosa diceva del nostro schifo?
"Bisogna che Dio cominci a darci i suoi schiaffi e che cominci per primo da me".
Questi invece che fanno? Pensano di essere loro puri e così colpiscono. Per questo, dico, vedo una grande differenza, un altro spirito.

Alcuni lanciano accuse per macchine costose, paramenti di lusso ma soprattutto perdono ogni traccia di vergogna, utilizzano parole sconvenienti, indifferenti per se stessi, se sono più responsabili, senza neppure trovare giustificazioni.

Hanno ignorato la realtà e non hanno scritto dell'altra ricchezza dell'Arcivescovo, della quale lo ha rivestito Dio, parlo della ricchezza dei carismi, i quali tutti egli utilizza per la gloria di Dio e lo splendore della Chiesa, una ricchezza nei riguardi della quale sembrano molto miseri coloro che combattono la Chiesa (politici e non).
Un altro chierico accusa l'Arcivescovo apertamente di ingenuità e malizia e lo indica quale unico responsabile di tutti i mali e aggiunge "è caduta la torre di carta" etc. Mi vergogno di continuare! Non leggono le storie del Padre (o scrivono soltanto?), le sue affermazioni sul metodo con cui dobbiamo far fronte a simili problemi. E tutti quasi, piccoli e grandi ,"puri e impuri", laici e non, ortodossi e non ortodossi, gente di ogni genere colpisce senza pietà, senza rispetto, con insolenza, ironia, empatia, e non poche volte, sempre fraintendendo i discorsi dell'Arcivescovo.
Alcuni sono anche giunti (non li nominerò) a definire blasfemamente le preoccupazioni per la pace della Chiesa "anti evangeliche".

Un altro poi (un vescovo sfortunatamente) parla di alzheimer per l'Arciversovo! Ho peccato Cristo mio! Ma cos'altro finiremo per sentire su quest'uomo che ha una tale sobrietà, chiarezza, linearità e che quando parla addolcisce il suo uditorio e avvince i cuori della gente, difende fino in fondo i diritti della nostra Chiesa e l'indipendenza della nostra patria, mentre gli altri la tradiscono.
Come abbiamo potuto permettere noi che siamo la Chiesa, che il nostro Arcivescovo si difendesse dinanzi ai giornalisti di mezzo mondo, fatto che solo un Sinodo ha il diritto di compiere?

Parlano ancora di bugie dell'Arcivescovo. E che dice l'Anziano Padre? "L'uomo vero non è colui che dice la verità indifferentemente, ma colui che la dice quando è necessario e dove è necessario."
Mentre scrivo queste righe seguo anche i discorsi dell'Arcivescovo, che sbugiardano tutti coloro che ci incolpano di tutto ciò di cui ho scritto sopra, e le mie parole sgorgano dalla mia coscienza e solo i miei fratelli più stretti mi hanno spinto a pubblicarle. Quanti, chiaramente, si danno da fare per lanciare accuse, che le lancino pure contro di me, se gli sembra bello. Questa nostra vocazione è il martirio della nostra coscienza.

Mi auguro umilmente, come ultimo fratello e membro della santa nostra Chiesa, che il buon Dio ci perdoni tutti per le nostre colpe note e ignote, e che non voglia abbandonare il suo piccolo gregge e che possa far emergere solo il bene da questa prova - che già con grande gioia possiamo vedere. E poi mi auguro che possa guidare i nostri pastori e il loro Primate a risplendere sempre più per svergognare così i nemici della Chiesa e per la gloria del Suo Santo Nome, amen.
.
Fonte: Periodico “Εκ βαθέων” del Monastero di San Giorgio di Ghiannitsa. Numero 8, Maggio 2005


* Padre Paisios è un grande monaco la cui fama di santità si diffuse in tutto l'orbe ortodosso. Morto nel 1994, Paisios era un mistico, un profeta, un curatore di anime del Monte Athos, la cui bontà e saggezza sono ampiamente considerate perfetta incarnazione del modello evangelico.

Fides et Forma
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Una bella lettera di Marcello Pera sui preti pedofili e l'attacco al Papa
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"Modesto esercizio antipapista"

Vian ci spiega perché Küng è fa "errori madornali" su celibato e pedofilia


Il direttore dell’Osservatore Romano sostiene che il teologo antiratzingeriano “cade sempre nelle stesse banalità”. Il Papa sa degli attacchi e se ne dispiace

di Paolo Rodari

“Ratzinger reciti il mea culpa sulla pedofilia” scriveva ieri su Repubblica il “teologo ribelle” Hans Küng, perché da arcivescovo di Monaco prima, da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e da Pontefice poi, pur conoscendo “i più gravi reati sessuali commessi dal clero in tutto il mondo” non ha fatto nulla per evitarli. Cosa avrebbe dovuto fare? Denunziare per tempo i preti pedofili e abolire il vincolo del celibato sacerdotale il quale, dice Küng citando lo psicoterapeuta americano Richard Sipe, “può favorire tendenze pedofile”. A queste parole è Gian Maria Vian, direttore dell’Osservatore Romano e voce autorevole dentro le mura leonine, che decide di rispondere. Lo fa, Vian, chiarendo subito un concetto: “L’articolo di Küng è modesto e di pessimo gusto. Non meriterebbe risposta ma siccome gli attacchi al Pontefice sono diretti ed espliciti qualche parola ritengo sia opportuno dirla”.
Del resto, non è la prima volta che Vian interviene contro Küng. Lo fece con un editoriale sul giornale vaticano il 29 ottobre scorso. Il teologo svizzero criticò la decisione del Papa di aprire le porte agli anglicani, “il Papa pesca nell’acqua di destra” scrisse Küng. E Vian rispose per le rime: “Le critiche di Küng sono lontanissime dalla realtà”. Parole che Vian userebbe anche oggi? “Sostanzialmente sì”, dice. “Dispiace che uno come Küng, antico collega di Ratzinger e amico, cada sempre nelle stesse banalità.
E lo faccia contro il Papa il quale, ricordiamolo, nel 2005, solo cinque mesi dopo la sua elezione, lo invitò a Castelgandolfo, in amicizia, per discutere delle comuni basi etiche delle religioni e del rapporto tra ragione e fede”. Küng chiede l’abolizione del celibato sacerdotale e insieme accusa Ratzinger di aver coperto gli abusi su minori commessi da preti.
In particolare parla di quando l’attuale Papa era arcivescovo di Monaco: “Lasciamo stare Monaco. I fatti non sono andati come Küng e certa stampa li ha raccontati. Ratzinger, quando era arcivescovo di Monaco, accolse nella propria diocesi un prete accusato di pedofilia. Venne mandato a Monaco per curarsi.
Ratzinger chiese che non venisse impiegato pastoralmente ma qualcuno disobbedì. Al di là delle vicende di Monaco, sono principalmente gli attacchi personali di Küng al Papa e anche al presidente dei vescovi tedeschi Robert Zollitsch che stupiscono perché sembrano fatti più a beneficio del grande pubblico che per altro”. Cioè? “Küng offre articoli preconfezionati (quello di ieri è stato pubblicato in eguale copia dalla Suddeutsche Zeitung), pezzi scritti più per andare dietro a degli stereotipi che per entrare nel fondo delle questioni”. Quanto dice sul celibato è sbagliato? “Direi di sì. Küng parla della norma ecclesiastica del celibato introdotta soltanto nell’XI secolo. Lo scrive per dire che il celibato prima non esisteva. Ma a parte il fatto che la riforma gregoriana, la grande riforma dell’XI secolo, venne messa in campo proprio con un forte richiamo al valore del celibato così come la traduzione della chiesa l’aveva tramandato, c’è da dire anche un’altra cosa: il celibato ha evidentemente fondamenti neo testamentari. Basta ricordare Matteo (19,11): ‘Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca’. Oppure la prima ai Corinzi (7,1): ‘E’ cosa buona per l’uomo non toccare donna’.
Siamo ai primordi del cristianesimo. Sono parole chiare. Parole poi riprese nella storia della chiesa. Una storia dove la sessualità è altamente valorizzata. Fino ai giorni nostri. Ci stiamo dimenticando dell’importante testo firmato da Margherita Pelaja e Lucetta Scaraffia intitolato ‘Due in una carne. Chiesa e sessualità nella storia’?”. E ancora: “Come si fa a ignorare che la scelta del celibato ha permesso a tante donne di emanciparsi?” Emanciparsi? “Sì. La scelta della vita religiosa è una grande forma di emancipazione femminile. E’ un segno grande che richiama a Dio. Un segno che tanti Pontefici hanno valorizzato. Non dimentichiamoci di Pio XI con la sua ‘Casti connubii’, di Paolo VI con la ‘Sacerdotalis caelibatus’ e la ‘Humanae vitae’, encicliche tanto contestate quanto importanti, di Giovanni Paolo II con tutta la sua teologia del corpo.
Fino a Benedetto XVI, un Papa che ha parlato più volte del celibato e ha messo in campo una grande operazione di trasparenza per quanto riguarda gli abusi su minori commessi da preti. Ha parlato della sporcizia della chiesa nella via crucis del Colosseo pochi giorni prima che Wojtyla morisse. Ha parlato degli abusi dei preti durante il viaggio negli Stati Uniti. In Australia ha addirittura incontrato l’associazione delle vittime di pedofilia”.
Gli attacchi di Küng senz’altro non fanno piacere al Papa. “Assolutamente no” dice Vian. Ma il Papa ne è informato? “Il Papa legge i giornali, è sempre informato e quanto scrivono i giornali è a sua conoscenza”. Gli arriva tutto? “Assolutamente sì. E si dispiace quando i giornali stravolgono la realtà. Ne ho parlato anche recentemente sul Corriere della Sera quando ho detto che il tentativo che certa stampa sta mettendo in atto è proprio quello di alterare la realtà presentando la chiesa come un ‘club di pedofili’. Una cosa falsa e disgustosa. Per fortuna c’è chi non fa questo tipo di operazioni. Vorrei in questo senso elogiare Angela Merkel che in un discorso al Bundestag ha detto che il problema della pedofilia è di tutta la società”. Gian Maria Vian non ha complessi nell’attaccare la cattiva stampa e nell’elogiare la buona. L’ha fatto proprio con Repubblica, recentemente. Dopo gli attacchi a Küng nello scorso ottobre ha elogiato il quotidiano di Ezio Mauro: “L’ho fatto perché era giusto farlo. Marco Ansaldo sta lavorando molto bene nella ricostruzione delle vicende storiche legate alla figura di Pio XII. E per questo motivo va lodato. Del resto ora sono qui a parlare con il Foglio. Non diceva Maritain che bisogna distinguere per unire?”.

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La "chiesa" progressista usa i pedofili contro il Papa. Le bugie di Kung ed il no al celibato (Socci)

Clicca qui per leggere l'editoriale di Antonio Socci
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Contro chi sputa sui preti

Ci scrive un missionario indignato per la campagna dei media sulla pedofilia


Sono in Italia da alcuni giorni e sono davvero amareggiato, addolorato per questi continui attacchi al Santo Padre, ai sacerdoti, alla Chiesa cattolica, usando la diabolica arma della pedofilia. E’ vero, questo argomento sembra interessare più a certi giornali e alle loro fantasie e allucinazioni che al pubblico: perché ho incontrato migliaia di persone e per lo più giovani, ma nessuno mi ha posto una domanda su questa questione. Il che significa che, sebbene esista questo flagello nel mondo e abbia intaccato anche la chiesa, con la dura, chiara e forte condanna del Santo Padre, siamo lontani anni luce da quel fenomeno di massa, come se tutti i preti fossero pedofili, come vogliono farci credere. Sono quarant’anni che sono sacerdote, sono stato in diverse parti del mondo, ho vissuto in brefotrofi, scuole, internati per bambini, ma non ho mai trovato un collega colpevole di questo delitto. Non solo, ma ho vissuto con sacerdoti, religiosi che hanno dato la vita perché questi bimbi avessero la vita.
Attualmente vivo in Paraguay, la mia missione abbraccia tutto l’umano nella sua povertà, quell’umano gettato nell’immondizia dal sensazionalismo dei media. Da 20 anni condivido la mia vita con prostitute, omosessuali, travestiti, ammalati di Aids, raccolti per le strade, negli immondezzai, nelle favelas e me li porto a casa dove la Provvidenza divina ha creato un ospedale di primo mondo come struttura architettonica, ma paradisiaco come clima umano. E in questa “anticamera del Paradiso”, come lo chiamano loro, li accompagno al Paradiso. Hanno vissuto come “cani” e muoiono come principi. Vicino alla clinica, sempre la Provvidenza ha creato due “case di Betlemme” per ricordare il luogo dove è nato Gesù, che raccolgono 32 bambini, molti di essi violentati dai patrigni o dal compagno occasionale della “madre”. Tutti i giorni ho a che fare con situazioni terribili e indescrivibili. Spesso non ho neanche la capacità di leggere i referti delle assistenti sociali, tanto sono orrende le violenze sessuali subite dai miei bambini. Eppure, dopo alcuni mesi che sono con noi, respirano un’altra aria, quell’aria che solo il fatto cristiano e l’amore di noi sacerdoti contro cui i mostri del giornalismo si scagliano, facendo di ogni erba un fascio. Aveva ragione Pablo Neruda quando definiva certi giornalisti “coloro che vivono mangiando gli escrementi del potere”.
La certezza che “io sono Tu che mi fai” che sono frutto del Mistero e non l’esito dei miei antecedenti, per quanto pessimi possano essere stati, si trasmette come per osmosi nel cuore dei miei bambini che ritrovano il sorriso.
Come si trasmette anche sui “mostri” (se così vi piace chiamarli voi giornalisti… a cui tanto assomigliate per la vostra ipocrisia) parlo di quelli che sembrano divertirsi a sputare contro la chiesa) che in fondo a loro volta, spesso, sono vittime e carnefici, vittime da piccoli e carnefici da grandi, avendo vissuto come bestie.
Il mio cuore di prete mentre do la mia vita per questi innocenti non può non dare la vita, come Gesù, anche per coloro di cui Gesù ha detto con parole fortissime “prima di scandalizzare uno di questi piccoli è meglio mettersi una macina da mulino al collo e buttarsi nel profondo del mare”.
Sono solo alcuni esempi, di milioni, della carità della chiesa. Mi fa soffrire questo sputare nel piatto nel quale, Dio lo voglia, anche certi morbosi giornalisti, un domani si troveranno a mangiare, perché se uno sbaglia non significa che la chiesa sia così. Questa chiesa che è il respiro del mondo. Non vi chiedete cosa sarebbe di questo mondo senza questo porto di sicura speranza per ogni uomo, compresi voi che in questi giorni come corvi inferociti vi divertite sadicamente a sputare sopra il Suo Casto Volto? Venite nel terzo mondo per capire cosa vuol dire migliaia di preti e suore che muoiono dando la vita per i bambini. Venite a vedere i miei bambini violentati che alcuni giorni fa prima di partire per l’Italia piangevano chiedendomi: “Papà quando torni?”.
Non voglio strappare le lacrime a voi che siete come le pietre ma solo ricordarvi che anche per voi un giorno quando la vita vi chiederà il “redde rationem vilicationis tuae” questa chiesa, questa madre contro cui avete imparato bene il gioco dello sputo, vi accoglierà, vi abbraccerà, vi perdonerà. Questa madre, che da 2000 anni è sputacchiata, derisa, accusata e che da 2000 anni continua a dire a tutti coloro che lo chiedono: “Io ti assolvo dai tuoi peccati, nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo”.
Questa madre, che sebbene giudichi e condanni duramente il peccato e richiami duramente il peccatore reo di certi orrendi delitti, come la pedofilia, non chiude e non chiuderà mai le porte della sua misericordia a nessuno. Mi confortano le parole di Gesù “le porte dell’inferno non prevarranno mai”. Come mi conforta l’immensa santità che trabocca dal suo corpo di “casta meretrix”.
Allora non perdiamo tempo dietro i deliri di alcuni giornalisti che usano certi esecrabili casi di pedofilia per attaccare l’Avvenimento cristiano, per mettere in discussione la perla del celibato, ma guardiamo le migliaia di persone, giovani in particolare, incontrati personalmente in una settimana di permanenza in Italia che credono, cercano e domandano alla chiesa il perché, il senso ultimo della vita e che vedono in lei l’unica possibile risposta.
Personalmente mi preoccupa di più l’assenza di santità in molti di noi sacerdoti che altre cose per quanto gravi e dolorose siano. Mi preoccupa di più una chiesa che si vergogna di Cristo, invece che predicarlo dai tetti. Mi preoccupa di più non incontrare i sacerdoti nel confessionale per cui il peccatore spesso vive quel tormento del suo peccato perché non trova un confessore che lo assolva. Alle accuse infamanti di questi giorni urge rispondere con la santità della nostra vita e con una consegna totale a Cristo e agli uomini bisognosi, come non mai, di certezza e di speranza. Alla pedofilia si deve rispondere come il Papa ci insegna.
Però solo annunciando Cristo si esce da questo orribile letamaio perché solo Cristo salva totalmente l’uomo. Ma se Cristo non è più il cuore della vita, allora qualunque perversione è possibile. L’unica difesa che abbiamo sono i nostri occhi innamorati di Cristo. Il dolore è grandissimo, ma la sicurezza granitica: “Io ho vinto il mondo” è infinitamente superiore.

Padre Aldo Trento, missionario in Paraguay

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Gli antipapi e i pericoli del magistero parallelo

di mons. Giampaolo Crepaldi*



ROMA, domenica, 21 marzo 2010 (ZENIT.org).-

Il tentativo della stampa di coinvolgere Benedetto XVI nella questione pedofilia è solo il più recente tra i segni di avversione che tanti nutrono per il Papa. Bisogna chiedersi come mai questo Pontefice, nonostante la sua mitezza evangelica e l’onestà, la chiarezza delle sue parole unitamente alla profondità del suo pensiero e dei suoi insegnamenti, susciti da alcune parti sentimenti di astio e forme di anticlericalismo che si pensavano superate. E questo, è bene dirlo, suscita ancora maggiore stupore e addirittura dolore, quando a non seguire il Papa e a denunciarne presunti errori sono uomini di Chiesa, siano essi teologi, sacerdoti o laici.

Le inusitate e palesemente forzate accuse del teologo Hans Küng contro la persona di Jopeph Ratzinger teologo, vescovo, Prefetto della Congregazione della Fede e ora Pontefice per aver causato, a suo dire, la pedofilia di alcuni ecclesiastici mediante la sua teologia e il suo magistero sul celibato ci amareggiano nel profondo. Non era forse mai accaduto che la Chiesa fosse attaccata in questo modo. Alle persecuzioni nei confronti di tanti cristiani, crocefissi in senso letterale in varie parti del mondo, ai molteplici tentativi per sradicare il cristianesimo nelle società un tempo cristiane con una violenza devastatrice sul piano legislativo, educativo e del costume che non può trovare spiegazioni nel normale buon senso si aggiunge ormai da tempo un accanimento contro questo Papa, la cui grandezza provvidenziale è davanti agli occhi di tutti.

A questi attacchi fanno tristemente eco quanti non ascoltano il Papa, anche tra ecclesiastici, professori di teologia nei seminari, sacerdoti e laici. Quanti non accusano apertamente il Pontefice, ma mettono la sordina ai suoi insegnamenti, non leggono i documenti del suo magistero, scrivono e parlano sostenendo esattamente il contrario di quanto egli dice, danno vita ad iniziative pastorali e culturali, per esempio sul terreno delle bioetica oppure del dialogo ecumenico, in aperta divergenza con quanto egli insegna. Il fenomeno è molto grave in quanto anche molto diffuso.

Benedetto XVI ha dato degli insegnamenti sul Vaticano II che moltissimi cattolici apertamente contrastano, promuovendo forme di controformazione e di sistematico magistero parallelo guidati da molti “antipapi”; ha dato degli insegnamenti sui “valori non negoziabili” che moltissimi cattolici minimizzano o reinterpretano e questo avviene anche da parte di teologi e commentatori di fama ospitati sulla stampa cattolica oltre che in quella laica; ha dato degli insegnamenti sul primato della fede apostolica nella lettura sapienziale degli avvenimenti e moltissimi continuano a parlare di primato della situazione, o della prassi o dei dati delle scienze umane; ha dato degli insegnamenti sulla coscienza o sulla dittatura del relativismo ma moltissimi antepongono la democrazia o la Costituzione al Vangelo. Per molti la Dominus Iesus, la Nota sui cattolici in politica del 2002, il discorso di Regensburg del 2006, la Caritas in veritate è come se non fossero mai state scritte.

La situazione è grave, perché questa divaricazione tra i fedeli che ascoltano il Papa e quelli che non lo ascoltano si diffonde ovunque, fino ai settimanali diocesani e agli Istituti di scienze religiose e anima due pastorali molto diverse tra loro, che non si comprendono ormai quasi più, come se fossero espressione di due Chiese diverse e procurando incertezza e smarrimento in molti fedeli.

In questi momenti molto difficili, il nostro Osservatorio si sente di esprimere la nostra filiale vicinanza a Benedetto XVI. Preghiamo per lui e restiamo fedelmente al suo seguito.

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Mons. Giampaolo Crepaldi è Arcivescovo di Trieste e Presidente dell’Osservatorio Internazionale “Cardinale Van Thuân”.

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