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Come (Santa) Caterina rimodellò se stessa

Last Update: 4/29/2010 7:48 PM
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L'esperienza della maternità spirituale nella santa di Siena

Come Caterina rimodellò se stessa


Pubblichiamo ampi stralci della conferenza che si terrà il 10 marzo a Roma, presso il Centro internazionale di studi cateriniani, nell'ambito di un ciclo di incontri dedicati al tema "La donna negli scritti cateriniani:  dagli stereotipi del tempo all'infaticabile cura della vita".

di Alessandra Bartolomei Romagnoli
Pontificia Università Gregoriana

Dopo esserne stato il confessore (1374-1380), Raimondo da Capua diventa il biografo di santa Caterina. Nominato maestro generale dell'ordine dei predicatori nello stesso anno della morte della Senese, si dedica alla stesura della Legenda maior tra il 1385 e il 1395. L'opera ha una gestazione lunga, ma nonostante i molti impegni e i viaggi continui Raimondo vi attende con grande impegno. La Legenda maior è un testo prolisso e letterariamente complesso che si sostiene su un difficile equilibrio tra l'esigenza della veridicità storica e della interpretazione teologica e sapienziale dell'esperienza viva della Senese. È questo secondo registro della scrittura che qui ci interessa.

L'opera di Raimondo da Capua può essere letta infatti come il racconto esemplare della trasformazione di un corpo naturale in un corpo cristico, un rituale di passaggio. La sua struttura è cristallina. Come ogni rito transizionale lo sviluppo della narrazione è infatti contraddistinto da tre fasi:  l'iniziazione, caratterizzata da pratiche di autonegazione e procedure di separazione e autoesclusione, necessarie affinché il corpo di Caterina sperimenti lo stato della "morte mistica". La fase liminale, il vero e proprio passaggio, in cui, operata la frantumazione, la creatura partecipa di una condizione ambigua, è ormai priva di attributi ed è dunque suscettibile di essere completamente rimodellata. Infine la trasfigurazione del corpo, che, ormai trasformato, può mettere in atto la pienezza della sua fecondità soprannaturale.
 All'inizio del racconto, la figlia del tintore Benincasa è una bambina ben nutrita dal latte della madre e molto amata, anzi è la prediletta, e tutti l'ammirano per la sua pietà, la saggezza, la precocità nel linguaggio. Ma a sei anni ha una visione di Cristo che la sfida:  "Che fai? Non vieni?". Caterina accetta la seduzione e si perde. La situazione iniziale si capovolge. Rinuncia progressivamente al cibo fino a diventare incapace di mangiare regolarmente, si priva del sonno, indossa il cilicio, con la catena si dissangua di flagellazioni. Il corpo, da grande e forte che era, si riduce, si rimpicciolisce, si contrae. Infine si blocca, in una immobilità simbolica che non è né vita né morte.
Anche lo spazio è contrassegnato da un progressivo ritirarsi. Si rinchiude in casa, poi non esce più dalla sua stanza, infine si mura dentro la cella interiore per negarsi anche alla parola:  diventa muta. Fra lei e l'Assoluto, a questo punto, l'ultimo ostacolo è la famiglia. Sostituisce alla parentela carnale le figure divine. Si taglia i capelli, a sancire l'irrevocabilità del patto.
Caterina a questo punto è diventata una creatura liminale:  non ha nulla, non è nulla. Non ha status, proprietà, rango, e dunque nemmeno diritti. Anche la scelta di entrare tra le mantellate rimane culturalmente equivoca. Fisicamente presente, si rende strutturalmente invisibile. Condizione paradossale e ambigua, fonte di scandalo, tanto che la vergogna viene anche materialmente confinata e sottratta alla vista.

Ma in positivo il processo di frantumazione e dissolvimento contiene in sé l'apertura a tutte le possibilità, al cambiamento dell'essere, a una trasformazione ontologica radicale. Al culmine del lavoro di sottrazione, come uno scultore, Caterina ottiene infatti un corpo che non è più regolato dall'ordine biologico, ma che funziona secondo le disposizioni dell'Assoluto. Ne esce completamente trasformata e rimodellata, perché Cristo le impone un'altra natura. Dopo le nozze mistiche le fa indossare una veste sanguigna, le dona un cuore nuovo e la corona di spine. Si nutre di un altro cibo, quello eucaristico, e del sangue che sgorga dal costato del Crocefisso. Si identifica completamente in lui, ne assume le connotazioni fisiche, stigmate, piaghe.

I sensi della percezione spirituale vengono amplificati:  vede e sente con l'olfatto il peccato e le virtù delle anime. Assimila la potenza straordinaria e salvifica del corpo glorioso:  lievitazione, forza sovrumana, invulnerabilità al fuoco, immobilità, dono di compiere miracoli. Il movimento non è più un chiudersi e un ritrarsi, ma un aprirsi e un andare fuori. Il corpo, sino a ora trattenuto, controllato, contratto, si dilata, esce fuori sé, nell'estasi, e si diffonde all'esterno, nel mondo. Caterina lascia la cella, poi la casa, infine Siena, e diventa feconda, madre di anime.
Chiudendo il corpo al cibo, non accumulando, prendendo su di sé l'abiezione fisica e spirituale degli altri, Caterina ha restituito il corpo al sacro e ha ristabilito la circolazione simbolica, permettendo agli altri di nutrirsi, consentendo la redistribuzione dei beni materiali e spirituali. Acquisisce infine, per investitura divina, anche il privilegio della parola. Al termine del suo lavoro, Caterina è diventata la madre di tutti.
Tra il 1411 e il 1416 alla curia vescovile di Venezia, non ancora patriarcato, affluiscono ventitré deposizioni giurate, solennemente autenticate per mano di pubblico notaio. Tranne due laici, sono tutti appartenenti al clero regolare, quindici i domenicani. Sono padri e insieme figli della madre, formati alla sua "divina scuola". A distanza di trent'anni dalla morte riaffiorano i ricordi, il calore del pane e delle focacce che lei impastava e cuoceva, il profumo delle coroncine di fiori che intrecciava e regalava ai suoi figlioli, una nota di colore che rompe la fitta coltre del dolorismo. Caterina digiunava e nutriva, soffriva e serviva, soprattutto prendeva su di sé i peccati di tutti. I gesti familiari della vita ordinaria si incrociano con i miracoli strepitosi:  le moltiplicazioni del pane, quelle del vino. La memoria dei figli, ormai orfani, prende il posto della presenza di cui sono stati privati.

Ma sullo sfondo si profila anche l'urgenza di una frontiera per spazi da circoscrivere con rigore. Si è alla vigilia del concilio di Costanza, quello che rimetterà in causa i doni di Brigida, veracissima prophetissa, e i maestri di Parigi, Gerson in testa, pongono sul tappeto la questione della discretio spirituum. Al centro delle deposizioni si intravede la necessità di definire la funzione e le modalità di trasmissione del carisma.
I discepoli si sentono chiamati a rafforzare il processo di idealizzazione di Caterina, necessario a giustificare il loro lavoro al servizio della collettività. In gioco c'è infatti anche la questione della riforma dell'ordine. Essa rinvia a due fondatori:  la santa madre Caterina e il beato padre Raimondo. Sono loro i genitori del discorso riformato. Ma la madre prevale sul padre, in nome di una struttura che assegna alla donna la trasmissione dei mysteria Dei per scientiam infusam. Femminilità della rivelazione divina e della sua abitazione nel mondo. È attraverso la madre che la parola arriva e si fa corpo e discorso.
La Legenda maior diventa così il racconto di fondazione dell'osservanza domenicana, è il mythos delle origini. A farsene carico, con una consapevolezza precisa, è soprattutto frate Tommaso da Siena, il Caffarini. La deposizione al processo dell'autore del Libellus ha l'andamento di un sermone. Sulla scorta di Bartolomeo da Pisa sviluppa il tema della perfetta conformità di Caterina, alter Franciscus, a Cristo.

Ma il punto centrale nell'argomentazione di Tommaso è nella proposta di soluzione del rapporto tra esercizio del carisma e sacerdozio ordinato, sia nei termini del munus docendi che sul piano sacramentale. Per tagliare alla radice ogni potenziale tensione ed equivoca interpretazione, Caffarini sottolinea che l'opera di materna direzione svolta da Caterina mirava in realtà a rafforzare e potenziare i ruoli direttivi dei padri, risolvendosi in una forma di apostolato privilegiato nei confronti dei sacerdoti. Un modello esemplare di questa situazione gli viene fornito dalla coppia spirituale Giacomo da Vitry/Maria di Oignies. Era stata la madre a "generare" Giacomo, indicando all'intellettuale prigioniero della sua passione per i libri la via della santa predicazione, era stata lei a sostenerlo per i suoi meriti e le sue preghiere nel lavoro apostolico. Ancora prima del riconoscimento ufficiale della santità di Caterina, il processo Castellano offre una delucidazione intellettuale:  l'opera di direzione spirituale, entro alcuni parametri, è consentita alle donne e considerata di grandissima utilità, anzi incoraggiata. Canonizzando la leggenda di Raimondo da Capua e garantendo la conservazione e la trasmissione degli scritti di Caterina, il processo conferisce una singolare patente di fondazione alle esperienze di vita consacrata femminile ponendo le premesse alla fioritura delle sante vive e delle terziarie domenicane che tra Quattrocento e Cinquecento si riconosceranno nel profetico modello cateriniano.

Vorrei adesso fare un passo indietro per cercare di riflettere su come Caterina stessa abbia interiorizzato il proprio ruolo direttivo e materno. A questo proposito vorrei solo accennare a un tema al quale non mi sembra sia stata accordata nella storiografia una attenzione sufficiente. La tradizione accosta immediatamente Brigida di Svezia e Caterina da Siena, le due grandi madri della Chiesa e del Papato trecentesco. Le evidenti analogie non devono però farci perdere di vista alcune sostanziali differenze del loro linguaggio spirituale e le diverse modalità con cui esse hanno interpretato la propria funzione carismatica.

In contrasto con Brigida, Caterina è ben attenta a non avanzare per sé una apostolicità di tipo profetico, né a proporsi quale strumento e canale della continua rivelazione di Dio, come fa invece la Svedese, che nell'evento rivelatorio si autoidentifica con la Madre di Dio. Caterina mette in guardia dal paradigma di un profetismo inteso come conoscenza di eventi futuri ed è molto cauta nei confronti di forme di gnosi estatica e visionaria. Non parla mai di segreti divini che non sono tramandati dalla Scrittura e, a differenza di Brigida, è assai prudente anche nella utilizzazione degli apocrifi. Rimane tomista nell'invito costante a mantenere ben lucido e chiaro l'occhio dell'intelletto. L'aristocratica Brigida non esita con piglio regale a somministrare irrevocabili condanne su ecclesiastici e dottori che sovente nelle sue visioni le appaiono sprofondati negli abissi infernali. Caterina è severa, anche dura nell'opera di correzione, ma mantiene sempre intatta la reverenza e la devozione affettuosa nei confronti dei sacerdoti, ministri del dolce sacramento.

E tuttavia, in Caterina, non meno che in Brigida è forte la coscienza di adempiere a un preciso mandato divino e, come una madre, "sente" di portare i suoi figli, letteralmente, con il corpo e con l'anima.
Nella Legenda maior si parla in maniera molto diffusa del rapporto tormentato di Caterina con la madre. È un motivo - lo noto qui per inciso - che si introduce nelle agiografie delle sante mistiche della fine del medioevo. Nella tradizione antica, il paradigma offerto dalla coppia Monica/Agostino suggerisce l'idea di una trasmissione dei valori cristiani per via matrilineare. La nuova agiografia sembra invece organizzarsi su una frattura che capovolge gli assunti culturali. Nella legenda maior, in particolare, il tema del conflitto trova uno sviluppo del tutto inedito, tanto che la madre assurge quasi al ruolo di maestra in negativo nel processo di formazione della figlia.

 Caterina indirizza alla "madre sconsolata" quattro lettere del suo immenso epistolario, poche forse, se misurate all'angoscia di Lapa Benincasa. La figlia lontana conosce bene la sua sofferenza, la sua "fadiga" di comprendere:  "Tutto questo v'addiviene perché voi amate più quella parte che io ho tratto da voi, che quella ch'io ho tratta da Dio, cioè la carne vostra, della quale mi vestiste". Supplica allora la madre di deporre "ogni disordinata tenerezza", l'"amore sensitivo", e di lasciarla andare, per diventare finalmente "madre non solamente del corpo, ma dell'anima mia". Le chiede di seguire l'esempio della Vergine che "dona sé e figlioli, e tutte le cose sue, e la vita per onore di Dio", e di non avere paura di restare come lei "sola, ospita e peregrina". Il dolore solitario della madre di Dio ai piedi della croce è un momento forte della spiritualità di Caterina, che nel segno domenicano ha una devozione profonda nei confronti della Vergine.
Tuttavia la sua esperienza mistica di maternità trova la sua prima ragione nella cristologia. Nella visione di Caterina, pienamente compresa nel quadro teologico della scolastica, Cristo è innanzitutto il redentore, in quanto solo il suo essere Dio rende possibile la salvezza per l'uomo, è il suo sacrificio di espiazione a cancellare il peccato, è il suo sangue a ricomprare l'umanità pagandone il riscatto. È dunque insieme un atto di giustizia e un atto d'amore. Ma nell'incarnazione si realizza compiutamente anche il mistero dell'unione umano-divina:  "l'uomo è fatto Dio e Dio si è fatto uomo per l'unione della natura divina e della natura umana in Cristo", scrive nel Dialogo. Per questo l'immagine fondamentale di Cristo negli scritti di Caterina è quella del corpo di Dio che muore affinché gli uomini possano nutrirsi e vivere:  "A noi, carissima madre, conviene fare come fa il fanciullo, el quale, volendo prendere il latte, prende la mammella della madre e mettesela in bocca, unde col mezzo della carne trae a sé il latte; e così doviamo fare noi, se vogliamo notricare l'anima nostra:  dovianci attaccare al petto di Cristo crocifisso, in cui è la madre della carità".

La teologia della maternità di Dio aveva radici profonde nel pensiero medievale. La serie era stata aperta nel XII secolo da Ildegarde di Bingen, che aveva visto nell'incarnazione quasi una seconda creazione, e in Cristo il padre e la madre insieme dell'umanità nuova. Cristo quindi, nuovo Adamo, ha un tratto comune anche con Eva, in quanto la sua nascita non ex semine, sed caro ex carne presenta delle analogie con quella della progenitrice:  non avendo avuto un padre umano, la carne di Cristo è tratta da sua madre. Per questo nel Liber divinorum operum Ildegarde era giunta ad affermare esplicitamente che "l'uomo veramente significa la divinità del Figlio di Dio, e la donna la sua umanità". Se il Padre è il segno della potenza del divino, nell'incarnazione, vissuta nel segno dell'accettazione dell'umana debolezza, si fa presente e visibile il mistero del suo amore e della sua misericordia.

Ma Ildegarde rimane ancora all'interno della tradizione monastica. Quando viene trasferito sul piano dell'esperienza, questo dato teologico dà forma al nuovo linguaggio della mistica femminile, dove l'intimità totale con la persona di Cristo viene ricercata nella partecipazione alla sua sofferenza. È questo anche il grande problema di Caterina:  la possibilità del ripetersi dell'evento dell'incarnazione in ogni uomo, come una realtà storicamente tangibile come lo è nella carne eucaristica. Non è più, per via di contemplazione, l'oltrepassamento da questo mondo finito e diveniente per raggiungere l'Essere eterno e immutabile, perché quello che la sua vita e la sua scrittura testimoniano è il tentativo di lasciare sempre aperta la possibilità che l'Essere avvenga.

In altri termini potremmo dire che è un modo di porsi, nei confronti dell'Essere, in relazione materna, di generarlo, di farlo venire alla luce. L'attenzione si sposta da un conoscere, o un contemplare, a un fare. È questo quello che Caterina intende quando parla di "partorire un figliolo dell'Amore". Non è una novità:  espressioni simili si ritrovano in Hadewijch che sente "amor che cresce nel suo grembo", in Gertrude di Helfta, che la notte di Natale si sente incinta del divino Bambino, ma anche in Angela da Foligno cui il mondo intero appare come gravido di Dio, vivente nell'attesa. Decine e decine di visioni di sante donne ce le mostrano intente nell'accudimento del Figlio divino:  lo nutrono, lo fasciano, lo cullano.

Ma Caterina va oltre:  la singolarità della sua esperienza è quella di aver portato alle sue conseguenze estreme l'intuizione mistica del completo coinvolgimento di Dio nella storia e di aver trasferito il tema della maternità dal momento personale privato spirituale a quello pubblico.



(©L'Osservatore Romano - 8-9 marzo 2010)
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Caterina da Siena

La prima donna dottore della Chiesa


di Ludovico Cartotti Oddasso

Invita a riflettere la concessione - nell'ottobre 2010 sarà il quarantesimo anniversario - della qualifica di dottore della Chiesa a una umile popolana illetterata, Caterina da Siena, vissuta il breve periodo di 33 anni. Infatti, nei pochi anni della sua vita terrena - morì il 29 aprile 1380 - essa raggiunse le più alte vette della santità e della dottrina, unitamente a straordinari e clamorosi interventi in campo politico per la protezione del papato e per la pace fra i popoli.
Del tutto priva di educazione scolastica, popolana nel senso più schietto del termine, Caterina svolse, come noto, azioni di pace incisive e risolutive presso sovrani, uomini di governo, Pontefici. Inoltre, se si considera la sua condizione di donna nel Trecento - quando le donne non erano considerate al di fuori dei lavori domestici - l'operato della santa si configura come del tutto eccezionale. Basti pensare infatti ai clamorosi risultati ottenuti in campo politico, quali l'aver riportato a Roma da Avignone la sede papale, ponendo fine alla cosiddetta "cattività avignonese" (1308-1377) e l'aver ristabilito la pace tra Firenze e lo Stato Pontificio da tempo in guerra fra loro ed esortando alla pace i popoli europei, dilaniati dalle guerre fratricide, a unirsi nel nome di Cristo.

 Non possiamo pertanto non vedere nell'operato dell'umile Caterina l'intervento straordinario della Provvidenza divina la quale, come ha scritto Giovanni Paolo ii nella sua lettera apostolica Amantissima Providentia del 29 aprile 1980, per il sesto centenario del transito di Caterina, "si manifesta in vari modi protagonista della storia, accendendo sempre nuove luci sul cammino dell'uomo", scegliendo persone apparentemente incapaci o disadatte e ne eleva talmente le facoltà naturali, da renderle "capaci di azioni assolutamente superiori alla loro portata, non tanto per confondere la sapienza dei sapienti, quanto per mettere in luce la sua opera".

Pur essendo certamente dotata di singolari doti naturali, Caterina comprendeva le verità divine e i misteri della fede in virtù del suo carisma di sapienza infusa dallo Spirito Santo, come riconosciuto da Pio ii nella bolla di canonizzazione del 29 giugno 1461, secondo cui la dottrina della santa fu infusa, non acquisita:  "Prius Magistra visa est quam discipula".

Con l'insegnamento e la sua vita esemplare, Caterina assisteva tutti coloro che a lei ricorrevano e i discepoli, che sempre più numerosi la seguivano, costituivano la sua famiglia, la "bella brigata", come veniva anche definita. Ascoltavano le sue parole non solo la comune gente del popolo, ma illustri sapienti, teologi, sovrani, governatori di città o di Stati, Papi. Caterina amava il Papa, da lei definito "il dolce Cristo in terra" e lo consigliava, come testimoniano le sue numerose lettere. Oltre a Gregorio xi che trovò in Caterina l'angelo che l'accompagnava nei terribili momenti del ristabilimento della sede papale nel "loco suo proprio", Urbano vi la volle al suo fianco per infondere coraggio ai cardinali riuniti in concistoro, terrorizzati dagli attacchi e dalle violenze degli scismatici guidati dal sanguinario Robert de Genève, divenuto poi l'antipapa Clemente vii:  alla sua appassionata preghiera viene infatti attribuita la vittoria sugli attaccanti, costretti così a fuggire da Roma.

Mirabilis in Ecclesia Deus, scriveva quarant'anni fa Paolo vi nella lettera apostolica del 4 ottobre 1970, con cui proclamava santa Caterina da Siena dottore della Chiesa:  "Egli, mentre tiene nascosti ai sapienti i suoi disegni, li rivela invece ai piccoli e suole anche chiamare semplici e modesti discepoli, con celesti ispirazioni e stimoli, a cose eccelse, per l'edificazione del Corpo di Cristo".
Paolo vi, che ben conosceva le straordinarie doti di sapienza e i carismi di Caterina da Siena, unitamente alle alte vette di santità da lei raggiunte, parlò al terzo congresso mondiale per l'Apostolato dei laici del 15 ottobre 1967, manifestando di voler "riconoscere" alla santa senese, la quale era laica pur essendo terziaria domenicana, il titolo di dottore della Chiesa universale.

Il Pontefice ha sottolineato di volersi limitare a "riconoscere" tale titolo, confermando con la sua autorità quanto già universalmente affermato fin da subito. Il termine "dottore" era già stato infatti spesso usato dai discepoli della santa, fra i quali non pochi erano noti maestri in teologia come il teologo agostiniano inglese Guglielmo Flete e il monaco vallombrosiano Giovanni dalle Celle. Tralasciando di soffermarci sul beato Raimondo da Capua e su Tommaso da Siena detto "il Caffarini", entrambi domenicani e suoi biografi, anche i laici che furono suoi discepoli lasciarono entusiastiche testimonianze sulla sapienza di lei, come il senese Stefano Maconi, di nobile famiglia, Francesco Malvolti, anch'egli di nobile famiglia senese, il notaio Cristoforo Guidini, che riteneva Caterina "migliore che niuno dottore", i poeti Nastagio da Montalcino, Giovanni da Montepulciano e Jacopo del Pecora.

Anche nei secoli successivi alla morte di Caterina continuarono le testimonianze sulla di lei sapienza, dal famoso stampatore Aldo Manuzio al Capecelatro, al Tommaseo, per citarne alcuni, fino ad arrivare ai tempi a noi più vicini, a Giovanni xxiii che scolpì l'eccezionale figura della santa, nella sua lettera per il quinto centenario della canonizzazione (1961), con le parole "indocta docuit" o "quae praeclara doctrina excelluit".
A tanto numerosi e qualificati riconoscimenti dell'ortodossia dell'insegnamento di Caterina da Siena, non possiamo non ricordare la copiosa testimonianza iconografica, che raffigura la santa con in mano il libro, simbolo di magistero, o con la colomba, simbolo dell'ispirazione dello Spirito divino e, non da ultimo, seduta in cattedra con atteggiamento di dottore e maestro.
 
Tuttavia, pur essendo convinto del "dottorato" di Caterina, Paolo vi verso la fine degli anni Sessanta doveva ancora risolvere un problema, dato che tutti i trenta dottori della Chiesa fino ad allora proclamati erano solo uomini:  poteva una donna essere insignita di tale titolo? Il 20 dicembre 1967 la Sacra Congregazione dei Riti, interpellata dal Pontefice, accettava che anche una donna potesse essere proclamata dottore della Chiesa.
Il giorno della proclamazione di Caterina da Siena dottore della Chiesa universale vide anche l'istituzione, da parte dell'arcivescovo di Siena, Mario Ismaele Castellano, dell'Associazione ecumenica dei caterinati, continuazione di una precedente confraternita ispirata a santa Caterina, esistente in Siena, con riferimento all'antica "famiglia spirituale" della santa i cui membri, i "caterinati", la veneravano come "mamma" e "maestra".
 
L'associazione ottenne nel 1992 il riconoscimento da parte della Santa Sede, e da allora, con la nuova denominazione Associazione internazionale dei caterinati, ha continuato a svilupparsi in vari centri in Italia, tra cui Varazze, Genova, Milano, Trieste, Firenze, Siena, Roma, e in Belgio a Bruxelles e Astenet. Nel 2001 è stata tra i promotori del Movimento Anima europae costituito dalle famiglie religiose dei patroni del continente.

I dottori della Chiesa non appartengono a una qualche università o accademia, ma fanno parte unicamente della Chiesa la quale sola, come scrisse monsignor Castellano, "li riconosce tali ed è a essi grata perché il loro insegnamento la arricchisce di sapienza e l'aiuta nella missione di salvezza. La loro dottrina nasce dalla Chiesa, si nutre della Chiesa, fa progredire la Chiesa (...) e santa Caterina da Siena ama la santa Chiesa di amore indicibile e si adopera per la sua riforma in alto e in basso, con preghiere, veglie, digiuni, lacrime e sudori. Per lei soffre unita alla passione di Gesù, fino a portarne le stimmate nel suo corpo. Poco prima di morire poté dire ai suoi discepoli:  "Ho consumato tutta la mia vita per la santa Chiesa e questo io credo per una grazia eccezionale che mi ha concesso il Signore"".


(©L'Osservatore Romano - 30 aprile 2010)
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