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A cinquant'anni dalla scomparsa del cardinale Alojzije Stepinac

Last Update: 3/24/2010 8:15 PM
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L'eroica testimonianza del cardinale Alojzije Stepinac (1898-1959) a cinquant'anni dalla scomparsa

"Meglio non darsi troppo da fare per salvarmi"


Pubblichiamo una lettera del cardinale Stepinac datata Krasic, 26 marzo 1958, destinata a monsignor Smiljan Cekada, vescovo di Skopje.


Eccellenza cara,
ho ricevuto la tua cara lettera. Ti meravigli che non ho risposto alla lettera che mi hai inviato prima di questa, mentre eri qui. Ma non ti meravigliare. Allora l'Udba aveva dato la caccia alle mie lettere, tendendo un agguato. Il parroco di qui e il segretario dell'arcivescovo, per esempio, sono stati completamente denudati e perquisiti, controllando persino nelle calze e su ogni banconota del segretario, per vedere se c'era qualcosa di scritto da parte mia:  ma non hanno trovato nessuna lettera. Non è difficile indovinare a che cosa possa servire tutto questo rigore. Io dovrei pensare che tutto il mondo mi ha dimenticato e, quindi, dovrei piegarmi in ginocchio e chiedere la grazia a questi crudeli padroni. Invece, durante i cinque anni di detenzione a Lepoglava, non ho scritto nemmeno una lettera dell'alfabeto a nessuno; per cui posso trovarmi, anche qui, così fino alla morte; però, con l'aiuto di Dio frangar, sed non flectar dinanzi ai bestemmiatori rappresentati dal Kpj.
Mi chiedi se l'episcopato potrebbe prendere qualche iniziativa per la mia liberazione in occasione del mio sessantesimo compleanno. Ti rispondo brevemente.
Secondo il mio modesto parere, ora è troppo tardi. È vero, Dio può fare il miracolo con la mia salute; però non c'è molto da sperare nella mia situazione attuale. Prima di tutto si tratta di una malattia grave, di una malattia mortale:  policitemia oppure leucemia. Per quest'ultima non c'è rimedio:  le medicine, con cui pensano di tenere in vita più a lungo il paziente, sono le iniezioni P32. In realtà, io continuo a vivere a causa del prelievo del sangue. Finora, durante sessanta mesi, ossia durante cinque anni, mi hanno prelevato 30 litri di sangue; quindi, facendo un conto, mezzo litro al mese. Questo non può durare a lungo. Inoltre, a causa della trombosi, il professor Riesner ha dovuto legarmi chirurgicamente la vena principale della gamba, per cui il sangue, da allora in poi, non può circolare regolarmente e durante il giorno ho sempre il piede gonfio. Anche se durante la notte si normalizza, praticamente non posso più stare in ginocchio, né camminare per lungo tempo senza dolori. Più volte sono stato costretto a rimanere a letto senza celebrare la santa messa, il che per me era molto doloroso. Infatti, che cosa è il sacerdote senza la santa messa? Tuttavia, il buon Dio non ha permesso che questo durasse a lungo tempo; così finora ho potuto celebrare tutte le sante messe pro populo, sebbene qualche volta in ritardo. Ora mi ha colpito un'altra grave tribolazione. Da sedici mesi soffro di prostata. I medici hanno fatto di tutto per aiutarmi; però il male si ripete ogni momento:  allora mi sento debole e non posso nemmeno celebrare la messa. Lascio ai medici decidere se dovranno operarmi.
 Inoltre i miei bronchi sono tutt'altro che sani. Quando i medici hanno chiesto alle autorità dello Stato di lasciarmi andare al mare, hanno risposto di presentare la domanda. Ho detto:  "Mai!" Preferisco morire qui piuttosto che dare l'impressione che la Chiesa ceda e, proprio, per la misera salute di un vescovo. E sii certo che ben presto avrebbero divulgato questa notizia per sedurre il popolo, indurlo nell'errore. A chi hanno fatto una grande ingiustizia, ora vorrebbero che chiedesse la grazia per poter dire che hanno ragione loro e non la Chiesa, quando alza la sua voce contro la loro ingiustizia.
Non parlerò nemmeno delle mie altre tribolazioni fisiche; però, come dico, tutto mi fa sentire, come dice san Gregorio:  Dominus pulsat, cum per aegritudinis molestias mortem esse vicinam designar. Questo non dovrebbe accadere a me, in questo momento, e Dio può cambiare tutto; però, mi pare che alzare la voce, adesso, sarebbe per me in ritardo almeno da questo punto di vista, perché la mia salute è completamente rovinata.
Tu ti ricordi delle ripetute dichiarazioni del maresciallo Tito, che finché lui sarà in vita, io non potrò ritornare a Zagabria. Il signor maresciallo sbaglia se pensa che io sarei attirato dal desiderio di Zagabria, o per assumere qualche posizione. L'unica mia ambizione in questo mondo è questa:  resistere fino alla fine e morire nella grazia di Dio, come scrissi a qualcuno che voleva dedicarmi un certo libro.
Hai veramente la garanzia di ottenere qualcosa, se prendessi un'iniziativa per la mia liberazione, sia pure suaviter in modo, ma fortiter in re? Noi non chiediamo qualche grazia ai potenti, come se fossimo dei pezzenti, bensì vogliamo che siano rispettati i diritti più elementari della santa Chiesa cattolica, la quale non è e non può essere ancilla, ma libera.
Ecco le motivazioni per cui ritengo assolutamente inopportuno intraprendere, ora, qualsiasi cosa riguardo alla mia liberazione. Infine, sarei veramente libero nel palazzo arcivescovile? Per me sarebbe cento volte peggio che qui. Infatti, quale libertà ho sperimentato proprio là nell'anno 1945 e nel 1946? La libertà nel comunismo è una menzogna, è sabbia negli occhi per il pubblico mondiale; come, per esempio, è menzogna che le votazioni siano libere. Avevo l'occasione di vedere dalla finestra della mia prigione coloro che con le percosse e le minacce visitavano le case invitando ad andare a votare. Tutto sommato è meglio non intraprendere nulla per il mio caso, dopo tredici anni:  lasciamo tutto nelle mani di Dio.
Sarebbe meglio consigliarsi, come sradicare la peste della Cmd:  si tratta della Chiesa nazionale in fieri, se non in esse come in Cina. Non si chiede infatti che cosa ne pensa questo o quel sacerdote venduto, bensì che cosa ne pensa l'Udba, che ha fondato e che guida tutto ciò. Non molto tempo fa, alcuni esponenti dell'Udba, ubriachi, lo hanno detto chiaramente a un sacerdote di campagna, quando sono venuti a trovarlo:  in vino veritas. Ogni uomo saggio può capire questo, senza ulteriori spiegazioni. Se persiste il duro programma del Kpj (Partito comunista jugoslavo) di sradicare il falso misticismo (cioè la nostra fede e la Chiesa), allora vuoi dire che non istituiscono la Cmd per rafforzare la Chiesa nella nostra patria, bensì, secondo il detto divide et impera, lo fanno per poter raggiungere più facilmente la sua distruzione.
Intanto, eccellenza cara, ti raccomando caldamente di essere del tutto fiducioso per quanto riguarda il futuro della nostra Chiesa. Anche se io morirò qui, offro volentieri la mia vita per Dio e per la Chiesa cattolica. Prego Dio, ogni giorno, di darmi la grazia di farmi morire cento volte, piuttosto che far vacillare il popolo nella fede per un mio piccolo segno di debolezza. Dio non perde mai la battaglia:  l'ho detto più volte e lo ripeto ancora. Non la perderà nemmeno nella lotta con il Kpj.
Dopo che avrai letto questa lettera, bruciala, perché coloro che vanno a caccia delle mie lettere possono giungere anche fino a te, anche se non ti scrivo alcun segreto e non mi immischio nella politica di professione.
Ti saluta fraternamente in Cristo

Alojzije cardinale Stepinac
Arcivescovo di Zagabria


(©L'Osservatore Romano - 25 marzo 2010)
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Il coraggio della fedeltà


Pubblichiamo la prefazione scritta dal cardinale arcivescovo di Zagabria al libro Lettere dal martirio quotidiano (Pordenone, Proget Edizioni, 2009, pagine 443, euro 19). Il volume curato da Alberto Di Chio e Luciana Mirri, raccoglie le lettere del cardinale Alojzije Stepinac.
 

di Josip Bozanic

Nate dalla viva fede e scritte di proprio pugno, questi documenti sono l'autentica testimonianza del beato; le sue epistole ci avvicinano alla sua opera e alla sua sofferta ed eroica testimonianza per la gloria e per la giustizia divina e per la dignità e i diritti dell'uomo fondati da Dio.
Il contenuto di questo libro mostra al lettore come l'arcivescovo Alojzije Stepinac abbia continuato a esercitare il proprio servizio, benché allontanato forzatamente dal proprio gregge. Prega e soffre pazientemente, non si abbandona mai allo scoraggiamento, anzi invitava in particolare i sacerdoti, a essere fedeli a Cristo e alla Chiesa nonché a una indomabile fede nella vittoria di Dio. Con tutta la sua autorità cercava di convincere e incoraggiarli a opporsi decisamente a tutte le pressioni del Governo di formare le cosiddette "società dei sacerdoti". In esse egli individuava un grande sotterfugio nemico che poneva in questione il cattolicesimo e l'unità della Chiesa, che per lui erano le cose più sacre.
In queste pagine la nostra Chiesa riscopre il periodo difficile in cui ha offerto la testimonianza del proprio amore verso Dio e l'opzione per la fondamentale unità con il vescovo di Roma e con la Santa Sede di fronte a empie pressioni e opposizioni. Grazie ai sacrifici dei vescovi, dei sacerdoti, dei religiosi, delle religiose e di tanti fedeli laici, e specialmente al sacrificio del cardinale Stepinac, essa è rimasta unanimemente unita e fedele. Poiché questa testimonianza scritta del nostro beato ha un fondamento biblico ed è redatta su questo nostro suolo, merita di essere letta, meglio conosciuta e meditata. Inoltre, essa merita di essere "indicatore della strada di salvezza, il faro della Chiesa del popolo croato".
In qualità di terzo successore del beato Alojzije Stepinac sulla cattedra dell'arcidiocesi di Zagabria, sono lieto che la nostra Chiesa e un pubblico più vasto possano conoscere la santità e il martirio del beato dal contenuto delle sue lettere scritte al tempo  della  persecuzione dei cristiani.


(©L'Osservatore Romano - 25 marzo 2010)
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"Ubi Aloisius ibi Ecclesia"


Martedì 23 marzo a Roma, nell'ambasciata della Repubblica di Croazia presso la Santa Sede, si è tenuta una conferenza dedicata al cardinale Stepinac, "Un modello per il nostro tempo". Pubblichiamo parte di uno degli interventi.


di Roberto de Mattei

Alojzije Stepinac nacque l'8 maggio 1898 nel villaggio di Brezanic, parrocchia di Krasic, a una trentina di chilometri da Zagabria. Durante la prima guerra mondiale combatté sul fronte italiano, fu ferito e fatto prigioniero. Con il crollo dell'impero austro-ungarico la Croazia divenne parte del nuovo regno dei serbi, dei croati e degli sloveni. Il giovane Stepinac fu ordinato sacerdote il 26 ottobre 1930; tre anni dopo fu nominato arcivescovo coadiutore di Zagabria, con diritto di successione.
Il 7 dicembre 1937, con la morte dell'arcivescovo Anton Bauer, Stepinac assunse il pieno governo della grande diocesi, che contava circa due milioni di abitanti. Sull'orizzonte si addensavano però fosche nubi. La guerra, scoppiata nel settembre 1939, nei primi mesi del 1941 dilagò anche in Jugoslavia. Nella terra di Croazia si scontrarono le due ideologie totalitarie del xx secolo, nazionalsocialismo e comunismo.
Nel 1945 la Jugoslavia entrò nell'orbita sovietica; i comunisti, giunti al potere con l'aiuto di Mosca, cercarono di estirpare le radici cristiane del popolo croato. Monsignor Stepinac venne arrestato il 18 settembre 1946; il reale movente era la lettera pastorale del 23 settembre di un anno prima, con cui l'episcopato rivendicava i diritti della Chiesa e denunciava le persecuzioni in Jugoslavia. Sottoposto a un processo farsa, l'11 ottobre seguente fu condannato a sedici anni di lavori forzati e il 19 ottobre trasferito al carcere di Lepoglava. Si aprì così il "caso Stepinac" di cui parlarono i giornali di tutto il mondo.
L'arcivescovo di Zagabria fu imprigionato dal 19 ottobre 1946 fino al 5 dicembre 1951, quando fu trasferito al domicilio coatto, nella canonica del paese nativo. Nel confino di Krasic - che i fedeli chiamavano "piccolo Vaticano", ubi Aloisius, ibi Ecclesia si diceva in Croazia - Stepinac non poteva allontanarsi fuori dai confini della parrocchia ed era strettamente sorvegliato.
Il 10 dicembre 1952 la Santa Sede annunciò che Pio xii lo avrebbe creato cardinale nel concistoro del 13 gennaio seguente. Il Governo di Tito considerò questa decisione una provocazione e ruppe ogni relazione diplomatica con la Santa Sede, chiedendo che il Vaticano richiamasse immediatamente la sua missione a Belgrado. Subito dopo, l'8 gennaio 1953, il maresciallo Tito convocò presso di sé sette vescovi jugoslavi per studiare le possibilità di un accordo diretto tra il regime comunista e l'episcopato locale, tentando di separare la Chiesa jugoslava dal centro della cattolicità. "Quando l'erba avrà coperto le tombe dei persecutori della nostra Chiesa di oggi - scrive Stepinac al padre Stanko Banic, nel giugno del 1959 - rimarrà ancora salda e incrollabile fino alla fine del mondo".



(©L'Osservatore Romano - 25 marzo 2010)
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