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Il Gesù del cardinale Martini non avrebbe mai scritto la "Humanae Vitae"

Last Update: 4/6/2010 6:52 AM
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Il Gesù del cardinale Martini non avrebbe mai scritto la "Humanae Vitae"

È un Gesù che lotta contro l'ingiustizia. E quindi anche contro le "bugie" e i "danni" dell'enciclica in cui Paolo VI vietò la contraccezione artificiale. Così scrive l'ex arcivescovo di Milano nel suo ultimo libro. Intanto però, in un altro libro, due studiose tratteggiano diversamente lo spirito di quel documento

di Sandro Magister




ROMA, 3 novembre 2008 – Nel suo ultimo libro-intervista, uscito prima in Germania e ora anche in Italia, il cardinale Carlo Maria Martini si autodefinisce non un antipapa come spesso è dipinto dai media, ma "un ante-papa, un precursore e preparatore per il Santo Padre".

Stando comunque a quello che si legge nel libro, sono molti i punti su cui il cardinale Martini appare parecchio distante dal papa regnante e dai suoi ultimi predecessori.

Se si confrontano, ad esempio, il "Gesù di Nazaret" di Benedetto XVI e il Gesù descritto dal cardinale Martini in questo libro, la lontananza è impressionante. La dice bene il gesuita tedesco che fa da intervistatore, padre Georg Sporschill, senza nascondere a chi dà la sua preferenza:

"Il libro del pontefice è una professione di fede nel buon Gesù. Il cardinale Martini ci pone di fronte a Gesù da un'altra prospettiva. Gesù è l'amico del pubblicano e del peccatore. Ascolta le domande della gioventù. Porta scompiglio. Lotta con noi contro l'ingiustizia".

Proprio così. Nelle parole del cardinale, il Discorso della Montagna è una carta dei diritti degli oppressi. La giustizia è "l'attributo fondamentale di Dio" e "il criterio di distinzione" con cui Egli ci giudica. L'inferno "esiste ed è già sulla terra": nella predicazione di Gesù era semplicemente "un monito" a non produrre troppo inferno quaggiù. Il purgatorio è anch'esso "un'immagine", sviluppata questa volta dalla Chiesa, "una delle rappresentazioni umane che mostra come sia possibile essere preservati dall'inferno". La speranza finale è "che Dio ci accolga tutti", quando la giustizia cederà il passo alla misericordia.

Lo stile espressivo di Martini è come sempre il chiaroscuro, lo sfumato, fin dal titolo di questo suo ultimo libro: "Conversazioni notturne a Gerusalemme. Sul rischio della fede". Sul celibato del clero, ad esempio, dice e non dice. E così sulle donne prete. E così sull'omosessualità. E così sul preservativo. Anche quando critica la gerarchia della Chiesa non fa i nomi, né delle persone né delle cose.

Ma questa volta un'eccezione c'è. In un capitolo del libro, il bersaglio esplicito è l'enciclica di Paolo VI del 1968 "Humanae Vitae" sul matrimonio e la procreazione. Martini l'accusa d'aver prodotto "un grave danno" col divieto della contraccezione artificiale: "molte persone si sono allontanate dalla Chiesa e la Chiesa dalle persone".

A Paolo VI, Martini imputa d'aver celato deliberatamente la verità, lasciando che fossero poi i teologi e i pastori a rimediare, adattando i precetti alla pratica:

"Io Paolo VI l'ho conosciuto bene. Con l'enciclica voleva esprimere considerazione per la vita umana. Ad alcuni amici spiegò il suo intento servendosi di un paragone: anche se non si deve mentire, a volte non è possibile fare altrimenti; forse occorre nascondere la verità, oppure è inevitabile dire una bugia. Spetta ai moralisti spiegare dove comincia il peccato, soprattutto nei casi in cui esiste un dovere più grande della trasmissione della vita".

In effetti, prosegue il cardinale, "dopo l'enciclica Humanae Vitae i vescovi austriaci e tedeschi, e molti altri vescovi, seguirono, con le loro dichiarazioni di preoccupazione, un orientamento che oggi potremmo portare avanti". Un orientamento che esprime "una nuova cultura della tenerezza e un approccio alla sessualità più libero da pregiudizi".

Dopo Paolo VI venne però Giovanni Paolo II, che "seguì la via di una rigorosa applicazione" dei divieti dell'enciclica. "Non voleva che su questo punto sorgessero dubbi. Pare che avesse perfino pensato a una dichiarazione che godesse il privilegio dell'infallibilità papale".

E dopo Giovanni Paolo II è venuto Benedetto XVI. Martini non ne fa il nome e non sembra fare su di lui affidamento, ma azzarda questa previsione:

"Probabilmente il papa non ritirerà l'enciclica, ma può scriverne una nuova che ne sia la continuazione. Sono fermamente convinto che la direzione della Chiesa possa mostrare una via migliore di quanto non sia riuscito alla Humanae Vitae. Saper ammettere i propri errori e la limitatezza delle proprie vedute di ieri è segno di grandezza d'animo e di sicurezza. La Chiesa riacquisterà credibilità e competenza".

Fin qui Martini. Chi si limitasse però a leggere il suo ultimo libro non imparerebbe nulla né della lettera né tanto meno dello spirito di quella contestatissima enciclica.

Molto più istruttivo, da questo punto di vista, è il discorso che papa Joseph Ratzinger ha dedicato alla "Humanae Vitae" il 10 maggio di quest'anno. Illustrandone i contenuti, ha affermato che "a quarant’anni dalla sua pubblicazione quell’insegnamento non solo manifesta immutata la sua verità, ma rivela anche la lungimiranza con la quale il problema venne affrontato".

E ancor più interessante, per capire il contesto prossimo e remoto entro il quale la "Humanae Vitae" ha preso forma, è la lettura di un libro uscito in Italia poco prima di quello del cardinale Martini.

Il libro ha per titolo: "Due in una carne. Chiesa e sessualità nella storia". E ha per autrici due studiose, entrambe militanti femministe negli anni Settanta, entrambe storiche, l'una laica e l'altra cattolica: Margherita Pelaja e Lucetta Scaraffia.

Quest'ultima dedica alla "Humanae Vitae" un ampio capitolo, ricostruendone la genesi, i contenuti e gli sviluppi. Eccone la parte finale:


E venne il metodo dei coniugi Billings

di Lucetta Scaraffia


Paolo VI non riuscì a farsi capire, a farsi ascoltare, dagli "uomini del nostro tempo", perché le sue parole non riuscirono a superare il muro di delusione e di protesta che si era alzato contro la "Humanae Vitae" fin da subito anche fra i cattolici. Il dialogo fra gli innovatori delusi e la Chiesa, a rileggerlo oggi, sembra un dialogo fra sordi, tanto che questa rimane l’enciclica meno ricordata dalla Chiesa stessa fra quelle del Novecento, quasi un brutto incidente da dimenticare.

Ciò non toglie che le tesi dell’enciclica sono state riprese dal magistero della Chiesa negli anni successivi. La condanna all’intervento umano nella procreazione, stabilito in essa con recisione – ma del resto già anticipato senza ambiguità da Giovanni XXIII nell’enciclica "Mater et magistra" del 1961 –, costituirà un precedente importante per la morale cattolica non solo nei confronti del controllo delle nascite, ma anche delle tecniche di fecondazione artificiale e di manipolazione degli embrioni che si affermeranno alla fine del Novecento. E la concezione lì espressa di legge naturale, una concezione di stampo personalista ma comunque legata ad una idea di natura umana da rispettarsi perché creata da Dio a sua immagine e somiglianza, sarà ripresa e sviluppata dal Giovanni Paolo II.

Uno dei più tempestivi e coraggiosi difensori dell’enciclica è stato infatti proprio il cardinale Karol Wojtyla, che già era stato uno dei consulenti di Paolo VI. Wojtyla, del resto, era uno dei pochi cardinali che si era occupato di morale sessuale in un libro intitolato "Amore e responsabilità", uscito in polacco nel 1960 e poi tradotto in altre lingue europee. Nel libro Wojtyla affronta temi come "analisi della parola godere", "la libido e il neomalthusianismo", "analisi della sensualità" e "la castità e il risentimento" con una chiarezza e spregiudicatezza di linguaggio a cui la tradizione cattolica non era certo abituata.

La sua definizione della tendenza sessuale si contrappone a "uno spirito ipnotizzato dall’ordine biologico" e dà largo spazio alla interezza della persona: "La tendenza sessuale è la fonte di ciò che si verifica nell’uomo, dei diversi avvenimenti che hanno luogo nella sua vita sensoriale o affettiva senza la partecipazione della sua volontà. Ciò prova che essa fa parte dell’essere umano totale e non soltanto di una delle sue sfere o facoltà. Permeando tutto l’uomo, essa ha il carattere di una forza, che si manifesta non soltanto attraverso ciò che si verifica nel corpo dell’uomo, nei suoi sensi o sentimenti, senza la partecipazione della volontà, ma anche attraverso ciò che vi si forma con il suo concorso".

Il futuro papa critica il concetto freudiano di libido per la sua stretta correlazione "all’atteggiamento utilitarista", che conferisce all’atto sessuale un significato prettamente egocentrico: "La sola sensualità non è dunque amore e può anche molto facilmente divenire il contrario dell’amore".

Ma non per questo egli condanna la sessualità né il corpo: "Conviene precisare che esiste una differenza tra l’amore carnale e l’amore del corpo, perché il corpo, in quanto elemento della persona, può anche essere oggetto d’amore e non soltanto di concupiscenza".

In conclusione, dopo avere denunciato l’errore di una cultura che "rifiuta di riconoscere il grande valore della castità per l’amore" egli si avvìa a confutare l’idea, sempre più diffusa, che "la mancanza di rapporti sessuali è nociva alla salute dell’essere umano in genere, e a quella dell’uomo in particolare. Non si conosce una sola malattia che possa confermare la veridicità di questa tesi", mentre "le nevrosi sessuali sono soprattutto conseguenza degli eccessi nella vita sessuale e si manifestano quando l’individuo non si conforma alla natura e ai suoi processi".

Questo libro dimostra come Wojtyla, anche prima dell’enciclica, avesse visto il pericolo – da cui avrebbe messo in guardia la "Humanae Vitae" – di lasciare il problema dell’atto coniugale e della procreazione al di fuori della sfera etica e di togliere così all’uomo la responsabilità di azioni profondamente radicate nella sua struttura personale. Nell’articolo che scrisse in difesa dell’enciclica su "L’Osservatore Romano" del 5 gennaio 1969 egli riprende l’interpretazione personalista dell’atto coniugale e sostiene che non c’è identificazione fra l’amore coniugale e la sua espressione privilegiata, l’atto sessuale: "Questo amore si esprime anche nella continenza – anche periodica – perché l’amore è capace di rinunciare all’atto coniugale, ma non può rinunciare al dono autentico della persona".

Dieci anni dopo, poco prima di diventare papa, Wojtyla scrive di nuovo sull’enciclica, cercando di spiegare "la visione integrale dell’uomo" di cui parla Paolo VI e di mostrare cosa fa la "dignità della persona": l’uomo non è un essere diviso perché "l’essere e il valore devono costituire insieme il principio ermeneutico dell’uomo". L’uomo e la donna, quindi, devono vivere l’atto coniugale nella verità: questa verità interiore dell’atto che è indicata dal testo dell’enciclica.

Consapevole del malessere che ha accompagnato l’apparizione della "Humanae Vitae", malessere ancora vivo dieci anni dopo, appena divenuto papa Wojtyla realizza il progetto di Paolo VI di convocare un sinodo sulla famiglia, che si tiene nel settembre del 1980. Nel corso dell’assemblea sinodale ha l’occasione di riprendere le tesi dell’enciclica contestata, che definisce profetiche, e presentare quelle che diventeranno le proposizioni dell’esortazione apostolica "Familiaris consortio", da lui emanata nel 1982. Qui egli sviluppa in chiave personalista gli argomenti dell’enciclica: l’amore implica l’uomo tutto intero; la sessualità "non è qualcosa di puramente biologico, ma concerne la persona umana in quello che ha di più intimo"; il matrimonio ha carattere sacro perché tocca alla più profonda essenza dell’uomo, il punto in cui è legato a Dio. Il vocabolario dei fini del matrimonio viene messo da parte definitivamente, mentre la concezione di sessualità che emerge dal documento è pienamente umana, legata alla persona, che non può mai essere utilizzata come oggetto. In questo contesto, il corpo acquista una positività completa, legato allo spirito nell’unità: il principio personalista implica che tutte le dimensioni dell’essere umano partecipino della dignità personale, e siano quindi oggetto di rispetto, e mai considerate come puri strumenti. Per Giovanni Paolo II la sessualità, intimamente legata alla persona, è il segno corporale della donazione totale della persona nel suo porsi in relazione con un’altra persona.

L’attenzione del papa a questo tema è testimoniata anche dalle catechesi che tiene a partire dal maggio 1984 sul tema "l’amore umano nel piano di Dio", in cui cerca di mettere in relazione la verità e l’etica ripercorrendo le radici della concezione del corpo nella tradizione scritturistica.

Durante il pontificato di Giovanni Paolo II è avvenuta anche quella svolta nella ricerca scientifica auspicata da Paolo VI nella "Humanae Vitae", cioè la scoperta di un metodo di regolazione delle nascite, basato sul periodo infecondo mensile, facile da applicare e sicuro. La notizia, però, nel mondo sviluppato non è uscita dall’ambiente cattolico, e anche lì non è stato sufficientemente difuso in paesi occidentali come l’Italia, mentre ha avuto molto più successo nel Terzo Mondo.

Nei paesi occidentali, infatti, i metodi naturali hanno continuato a essere considerati non solo totalmente inefficaci, ma anche scomodi e difficili da applicare. Del resto, essi hanno anche un’altra caratteristica, non detta, che ha contribuito alla loro denigrazione: il fatto di essere gratuiti. Nessuna casa farmaceutica aveva interesse a finanziare ricerche su questa forma di controllo delle nascite, che conveniva piuttosto coprire di ridicolo e di discredito.

Ma una coppia di medici australiani di Melbourne – Evelyn e John Billings, lui di antica ascendenza cattolica irlandese, lei convertitasi al cattolicesimo con il matrimonio – ha dedicato la vita a questa ricerca, ottenendo, fin dal 1964, risultati importanti. Il nuovo metodo naturale che ha preso il loro nome non è complicato e scarsamente efficace come sono quelli della temperatura e dei ritmi ovulativi fino a quel momento sperimentati, ma al contrario è semplice e sicuro. Si tratta infatti di un metodo semplicissimo, senza costi, basato sulla conoscenza del proprio corpo che ogni donna deve essere preparata ad avere. Per chi ricorda le campagne delle femministe per la scoperta dell’apparato sessuale femminile – negli anni Settanta si consigliava alle donne di prendere uno specchio e di esplorare il proprio sesso – il metodo Billings sembra perfetto: la donna controlla la sua potenza procreatrice attraverso la conoscenza di sé, senza l’intermediazione di medici e medicine, in perfetta autonomia. In realtà le femministe lo hanno sempre trattato con disprezzo.

Intanto, però, il metodo Billings si è diffuso nel mondo: la coppia australiana è arrivata a fondare centri anche in Cina, dove il governo ha subito capito l’utilità di un metodo gratuito e privo di effetti collaterali per la salute delle donne, e in India, dove il metodo è stato insegnato da madre Teresa di Calcutta e dalle sue suore. Lo scarso entusiasmo che il metodo sembra suscitare nei ricchi e moderni paesi occidentali si può forse spiegare anche osservando il modello di comportamento sessuale considerato auspicabile: il metodo Billings, infatti, presuppone una fedeltà di coppia, una sessualità vissuta insieme e con responsabilità di entrambi, molto lontana dal mito della completa libertà sessuale e della separazione fra sessualità e procreazione che si è radicato nelle società dell'Occidente.

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I libri:

Carlo Maria Martini, Georg Sporschill, "Conversazioni notturne a Gerusalemme. Sul rischio della fede", Mondadori, Milano, 2008, pp. 128, euro 17,00.

Margherita Pelaja, Lucetta Scaraffia, "Due in una carne. Chiesa e sessualità nella storia", Laterza, Roma-Bari, 2008, pp. 324, euro 18,00.


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L'enciclica pubblicata da Paolo VI nel 1968:

> "Humanae Vitae"

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Il discorso tenuto da Benedetto XVI il 10 maggio 2008 nel quarantennio della "Humanae Vitae":

> "Venerati fratelli nell'episcopato..."

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