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Nel cuore della santità cilena

Last Update: 4/18/2010 9:15 AM
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Prosegue la visita ufficiale del cardinale Tarcisio Bertone nel Paese latinoamericano

Nel cuore della santità cilena


L'esemplarità delle grandi figure ecclesiali cilene è stata riproposta dal cardinale Tarcisio Bertone, nella quinta giornata trascorsa nel Paese. Il segretario di Stato infatti, sabato 10 aprile, ha visitato in mattinata il santuario di Santa Teresa delle Ande e, nel pomeriggio, quello di Sant'Alberto Hurtado.
In entrambe le occasioni il porporato ha voluto attualizzare il messaggio dei grandi santi cileni in un momento particolarmente difficile della vita del Paese, a causa del terribile terremoto del febbraio scorso, ma anche per il protrarsi di alcune questioni che ne hanno caratterizzato le vicende in questo ultimo scorcio di tempo. Naturalmente la santità di questi testimoni è stata offerta come modello di vita innanzitutto ai cristiani, a cominciare da sacerdoti e religiosi. Opportuno in questo senso l'incontro pomeridiano con i membri delle società di vita consacrata e con i superiori e le superiore maggiori del Paese nel santuario di Santiago dedicato ad Alberto Hurtado "il cui sacerdozio - ha detto nell'omelia della messa celebrata nel tempio votivo - si trasforma in un modello per vivere la fede in questo momento della storia durante il quale il Cile celebra il suo bicentenario". Effettivamente sant'Alberto è giunto all'incontro personale con il Signore "attraverso una vita non sempre facile - ha ricordato il porporato - a causa della perdita prematura del padre, delle ristrettezze economiche della sua famiglia e a causa della sofferenza per l'incomprensione del suo ministero da parte di molti suoi coetanei i quali non seppero valorizzare l'ardore che la sua vita cercava di risvegliare nei giovani. Nonostante  tutto  egli  continuò  a  pregare,  a  predicare sorridendo e a rendere concreta l'enorme creatività che Dio risvegliava nel suo cuore di credente".

Dunque egli è stato un modello per tutti "ma lo è in modo speciale per quelli che sono chiamati al ministero sacerdotale e alla vita consacrata". Il cardinale ha poi allargato il discorso anche agli altri grandi santi della Chiesa mettendone in rilievo le caratteristiche che accomunano la loro testimonianza a quella di sant'Alberto:  soprattutto l'intensità dell'amore a Dio e agli uomini, la profondità della preghiera, l'attenzione ai poveri.

"Potremmo continuare ancora - ha concluso il cardinale Bertone - ma l'importante è domandarsi:  forse non sono questi i tratti che devono caratterizzare un buon sacerdote nel momento attuale? Certamente, sono tratti che vorremmo sottolineare in un buon pastore in questo Anno sacerdotale. Ma anche qualità proprie di ogni discepolo e missionario di Cristo, che la figura di padre Hurtado propone a tutti con vigore, affinché vivano con entusiasmo il proprio impegno cristiano. È una proposta molto attuale, in un'epoca in cui alcuni credono che la fede non produca risposte vitali o non riescono a vedere cosa ha a che vedere con il Signore Dio nella vita pubblica di un popolo. Che l'esempio di padre Hurtado, con quella fede tanto salda che lo ha portato a intraprendere tante iniziative senza scoraggiarsi e senza temere le difficoltà, illumini anche oggi i cileni nei compiti di ricostruzione, dopo la grave situazione creata dal terribile movimento sismico che ha colpito di recente questa amata terra".

"Dobbiamo rendere grazie a Dio - ha aggiunto - per il tesoro di avere un santuario nella città, dove in mezzo al trambusto e al viavai della vita moderna, può nascere la preghiera, invocando la presenza viva del Signore per ognuno dei suoi abitanti, per ognuna delle sue famiglie. Un luogo dove quanti cercano Dio possono trovare un momento di conforto e che è diventato un centro emblematico di solidarietà per il Paese. In esso, tutti possono riconoscere che sant'Alberto Hurtado è un Padre per il Cile, un Padre per i fedeli e per i cittadini. Così lo vediamo in questo bicentenario del Cile".
Anche durante la visita compiuta in mattinata ad Auco, nel santuario dedicato a Teresa delle Ande, il cardinale aveva riproposto l'attualità del messaggio dei santi cileni. Rivolgendosi alla comunità locale, dopo aver ancora una volta assicurato la vicinanza spirituale del Papa a quanti ancora oggi soffrono le conseguenze del terremoto, e riferendosi alla devozione del popolo cileno per la piccola santa delle Ande, ha confidato che Benedetto XVI "apre il suo cuore a questo Paese, ogni volta che passa davanti alla statua di santa Teresa delle Ande, collocata sulla facciata esterna della basilica di San Pietro, e in lei contempla proprio il grande frutto della santità nato in queste terre".

Dopo aver rimarcato la grande devozione che guida migliaia di fedeli "sul cammino di santità che si dipana tra Chacabuco e le Ande" attraverso le terre che videro "l'allegra fanciullezza di Juanita", il cardinale si è posto una domanda:  "Cosa hanno visto in questa figura i cileni, che non finiscono mai di visitare questo santuario? Perché santa Teresina attira tanta gente e molti giovani la sentono come propria? La risposta la dà lei stessa, con i suoi scritti e con la sua stessa vita:  conobbe l'amore infinito del Signore, e si legò con tutta la sua anima a lui". La sua è stata una testimonianza che "un cuore limpido, che non si accontenta delle banalità o di certe soddisfazioni momentanee, può comprendere molto bene. Talvolta lo capiscono soprattutto i giovani che sono alla costante ricerca di ciò che è autentico e di ciò su cui vale veramente la pena progettare la propria vita".

"Santa Teresina - ha proseguito il cardinale Bertone - ci insegna che questo tipo di amore non ci allontana dalla vita quotidiana, anzi la illumina e la rende più grande". Prima di congedarsi il cardinale ha rivolto particolari espressioni augurali alle suore della comunità delle carmelitane scalze "che ha visto fiorire nel suo seno questa gioia di santità e può contare su un chiaro esempio di totale consacrazione a Dio, che vale più di ogni altra cosa", e alle carmelitane missionarie teresiane "che con la loro particolare cura del santuario aiutano i pellegrini e i fedeli più devoti a scoprire il tesoro della santità che qui si custodisce". Un pensiero infine il segretario di Stato lo ha riservato ai padri carmelitani "testimoni del torrente di grazia che il Signore ha voluto dispensare in questo singolare tempio".

La visita del cardinale proseguirà, domenica 11, con la partecipazione a due eventi significativi nell'arcidiocesi di Santiago:  il "Quasimodo", un antico rituale eucaristico risalente al XVI secolo e, nel pomeriggio, la messa in cattedrale con tutti i presuli della Conferenza episcopale cilena. Durante la celebrazione il porporato consegnerà al popolo e alla Chiesa in Cile la statua della Madonna del Carmine, patrona della nazione.


(©L'Osservatore Romano - 11 aprile 2010)
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Il cardinale Bertone incontra giornalisti, imprenditori e salesiani cileni alla vigilia della conclusione del suo viaggio

Il primato della persona nel magistero della Chiesa


Chiarezza. La chiede il cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone davanti all'imponente campagna mediatica innescata dai casi degli abusi sessuali, che in alcuni Paesi hanno visto coinvolti dei sacerdoti. Chiarezza la chiede soprattutto a chi "attacca solo la Chiesa", anche a costo "di non occuparsi più di dare informazioni sui problemi del mondo". Non usa mezzi termini il segretario di Stato nell'affrontare la questione incontrando i giornalisti al termine della plenaria dell'episcopato cileno, svoltasi lunedì mattina, 12 aprile, a Santiago, uno degli appuntamenti in agenda nella visita ufficiale che sta compiendo in questi giorni al Paese.

Esplicito è stato il riferimento ai continui attacchi portati dal "New York Times". Il cardinale Bertone ha ricordato in proposito le posizioni espresse dal più diffuso quotidiano economico internazionale, il "Wall Street Journal", e, più recentemente dal "The Jerusalem Post" che nella edizione on line di giovedì 8 aprile, aveva ospitato un intervento di Ed Koch - al quale il nostro giornale ha dato rilievo nella edizione di domenica scorsa, 11 aprile - per sostenere la tesi di "manifestazioni di anticattolicesimo" e di una serie di articoli che non hanno più "lo scopo di informare ma solo punitivo".
"Non vogliamo certo mettere il silenziatore su questi casi - ha quindi ripetuto il segretario di Stato durante la conferenza stampa - ma speriamo che questa campagna finisca" e si cominci a considerare che questa orrenda patologia "riguarda anche altre istituzioni. Abbiamo statistiche dell'Onu e dell'Unicef, relative a migliaia di casi riguardanti tutte le categorie e che non parlano solo della Chiesa cattolica perché è una percentuale minima". Ciononostante, visto che la gravità della tragedia resterebbe tale anche se si trattasse di un solo caso, come è stato più volte ribadito da parte della Chiesa cattolica, "il Papa ha incontrato molte delle vittime - ha ricordato il porporato secondo quanto riferisce l'Ansa - ed è disposto ad incontrarne altre. Sarebbe interessante che capi di Stato e capi di altre religioni incontrassero a loro volta" quanti sono rimasti vittime in altri contesti.

Il cardinale Bertone poi, ricordata la messa in linea, sul sito della Santa Sede, della Guida alla comprensione delle procedure di base della Congregazione per la Dottrina della Fede riguardo alle accuse di abusi sessuali, (avvenuta nella stessa giornata di lunedì 12, e della quale abbiamo dato notizia nella nostra edizione di ieri, ndr), non ha nascosto la possibilità di "altre iniziative" che il Papa prenderà ancora, che "non mancheranno di sorprenderci. Non posso anticipare, ma si sta pensando ad altre cose su questo tema specifico". "Anche altre istituzioni - ha aggiunto - dovrebbero prendere iniziative concrete, di cuore" per difendere la dignità dei bambini e delle mamme. Dal canto suo il Papa "ha chiesto perdono - ha precisato ancora - per i casi di abusi sessuali nei quali sono rimasti coinvolti dei religiosi" e ha citato la lettera ai cattolici irlandesi e i diversi interventi  negli  Stati  Uniti  e  in  Australia.

Durante l'incontro con i giornalisti sono state affrontate anche altre tematiche, alcune riguardanti la visita del cardinale in Cile "un'occasione per il Paese - ha detto per esempio il vescovo Alejandro Goic, presidente della Conferenza episcopale del Cile - per manifestare al Papa una comunione profonda davanti agli ingiusti attacchi di questi giorni".

Martedì mattina, 13 aprile, il cardinale segretario di Stato ha incontrato, in nunziatura, gli imprenditori cileni, per ribadire gli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa e soprattutto per rilanciare quelli contenuti nell'enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate. "La Chiesa - ha ripetuto in sostanza il cardinale - senza pretendere di offrire soluzioni tecniche ai problemi economici, ha la missione di illuminare le coscienze degli uomini con l'annuncio del Vangelo, affinché le loro azioni siano in linea con la necessità di rispettare la dignità della persona umana e si eviti ogni forma di degrado considerando la persona come mero strumento di produzione. Questa è la visione dell'umanesimo cristiano, in virtù della quale la disponibilità verso Dio comporta la disponibilità con i fratelli e una vita intesa come fonte di solidarietà". Ha poi ribadito la fondamentale importanza che qualsiasi attività economica abbia come obiettivo il bene comune e che tale fine sia ottenuto "con mezzi leciti". Per poter parlare di relazioni autenticamente umane "è necessario - ha aggiunto - che siano fondate su trasparenza, amicizia, solidarietà, reciprocità, responsabilità e fiducia". Un ideale questo che non può mai venir meno, soprattutto in un momento di crisi come quello attuale, nel quale le dinamiche economiche hanno influenzato molto il modo di intendere le iniziative imprenditoriali. In questo senso ha riproposto quanto sostenuto dal Papa a proposito dell'impiego delle risorse economiche che "non deve mai essere motivato da fini speculativi" o cedere al tentativo di "raggiungere unicamente un beneficio immediato".

Il segretario di Stato si è poi soffermato sulle grandi potenzialità offerte dal progresso tecnologico mettendo in guardia dai rischi che si possono correre quando, proprio con le nuove conquiste, si va affermando "una mentalità per la quale tutto è manipolabile, anche la vita umana". Si è riferito in particolare alla fecondazione in vitro, alla ricerca sugli embrioni, alla clonazione, all'aborto e all'eutanasia. Si tratta di "rischi - ha detto - che bisogna affrontare, come insegna il Papa, nella logica del dono e della gratuità" anche nell'ottica dell'economia di mercato. È necessario riaffermare così "il primato della persona sull'utile, quello della relazione personale sul prodotto finale".

Buona parte del pomeriggio il cardinale l'ha trascorsa "in famiglia". Si è intrattenuto infatti con la comunità salesiana nella pontificia università "Silva Henríquez". Dopo aver ripercorso la storia della presenza salesiana in questa terra, il cardinale si è soffermato sull'impegno che attende gli eredi di Don Bosco per il futuro della missione della Chiesa in Cile, così come disegnato nel corso della v Conferenza generale dell'episcopato latinoamericano e dei Caraibi, riunitasi ad Aparecida, affinché in Cristo tutti abbiano la vita. "La vocazione di tutti i cristiani - ha ricordato - è di essere discepoli che accolgono calorosamente la Parola di Dio e apostoli che la trasmettono gioiosamente. La fedeltà a questa convinzione pone i membri della famiglia salesiana al servizio di questo bel compito evangelizzatore, con il carisma che li caratterizza e l'esempio illuminato di san Giovanni Bosco, che seppe andare incontro ogni giorno ai bisogni e alla povertà dei ragazzi della sua epoca con un cuore di padre, maestro e amico dei giovani". Anche oggi per i salesiani la sfida resta quella di favorire l'incontro di ogni giovane con Gesù Cristo. "Una sfida permanente - ha detto - che si deve affrontare con fedeltà alla parola di Dio, con docilità al magistero della Chiesa e in comunione con i pastori e i piani diocesani di evangelizzazione, cercando  d'identificarsi  pienamente con il messaggio di salvezza che si proclama".

Dopo aver proposto il pensiero di Benedetto XVI sull'educazione, il cardinale Bertone ha ricordato ai suoi confratelli che "di fronte allo sconforto che invade alcuni educatori, genitori e professori, voi siete invitati, attraverso le vostre molteplici opere formative, a offrire una testimonianza di speranza. Guardare a don Bosco e continuare a imparare dal suo "umanesimo pedagogico" vi aiuterà a educare, considerando in primo luogo la dignità della persona, tenendo conto dei bisogni dei giovani, per renderli corresponsabili della loro crescita, e risvegliando e mobilitando tutte le loro potenzialità. Guardare a san Giovanni Bosco vi insegnerà anche ad apprezzare correttamente le realtà temporali, il carattere nobilitante del lavoro quotidiano e la gioia di vivere". "Il Cile - ha concluso - sta attualmente vivendo un momento di dolore e di speranza al quale tutti sono chiamati a partecipare offrendo il meglio di se stessi. A novembre dello scorso anno i vescovi del Cile, in vista del bicentenario, hanno invitato a fare di questa patria "una mensa per tutti". È un invito a lavorare insieme, senza che nessuno resti escluso e al quale tutti possano apportare i propri talenti per superare i grandi problemi esistenti e le disuguaglianze sociali che ancora esistono in questo Paese. Nella costruzione di questa mensa per tutti la Famiglia salesiana può offrire il proprio contributo, ricordando che al progresso materiale deve corrispondere un progresso nella formazione etica dell'uomo".

La giornata si è conclusa con una sosta nella casa di riposo per sacerdoti, intitolata al "santo Curato d'Ars". Nei confronti degli ospiti ha espresso stima per il servizio fedele reso alla Chiesa.


(©L'Osservatore Romano - 14 aprile 2010)
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A duecento anni dall'indipendenza nazionale del Cile

Le culture autentiche non sono chiuse in se stesse


Nell'ambito della sua visita in Cile, il cardinale segretario di Stato ha tenuto, nella Pontificia Università Cattolica del Cile, una conferenza su "La Chiesa e lo stato a duecento anni dall'indipendenza nazionale. Storia e prospettive". Ne pubblichiamo ampi stralci.

di Tarcisio Bertone

La celebrazione del bicentenario rappresenta un'opportunità per guardare con gratitudine al passato, per crescere nell'amore per la patria e nella concordia nazionale, per rinnovarsi nell'impegno al servizio del bene comune del popolo cileno e del bene comune della comunità internazionale, al quale il Cile, a partire dalla sua ricca cultura ed esperienza, ha tanto da offrire. Pensare all'indipendenza è anche pensare all'identità nazionale, ripercorrendo gli inizi della vita politica nazionale e considerando i diversi fattori che hanno configurato la nazionalità culturale cilena. Non vi è dubbio che il cattolicesimo è uno di quegli elementi che hanno contribuito notevolmente a conformare l'identità nazionale cilena e che oggi continua a costituire un valore di primissimo ordine.

A tale proposito, non vorrei perdere l'occasione di ricordare qui tutte quelle nazioni latinoamericane, come l'Argentina, la Bolivia, la Colombia, l'Ecuador o il Messico, che celebrano sempre quest'anno il bicentenario della loro indipendenza. Come in Cile, anche in esse la Chiesa ha svolto un ruolo importante in quel momento tanto significativo, contribuendo a forgiare sin dall'inizio una cultura e un'identità nazionale ispirate ai più alti valori umani ed evangelici.

Il punto di partenza della formazione dell'amata nazione cilena è l'incontro degli spagnoli con i popoli autoctoni, che avviò un ambivalente processo di fondazione di alcune società nuove, nel quale l'evangelizzazione fu un fattore importante, insieme ad altri d'indole molto diversa, per la definizione del modo di essere di queste società. Come ha messo in evidenza Papa Benedetto XVI nel suo storico viaggio in Brasile:  "dall'incontro di quella fede con le etnie originarie è nata la ricca cultura cristiana di questo continente espressa nell'arte, nella musica, nella letteratura e, soprattutto, nelle tradizioni religiose e nel modo di essere delle sue genti" (Discorso inaugurale della v Conferenza Dell'Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi, Aparecida, 13 maggio 2007). In effetti, con l'arrivo a metà del XVI secolo della piccola e amata immagine della Virgen del Socorro, che portò con sé Pedro de Valdivia, dei primi chierici secolari e di missionari domenicani, francescani e mercedari, e, dal 1593, dei gesuiti e, due anni dopo, degli agostiniani, cominciò l'annuncio del Vangelo in questa nobile terra.

 Il bene spirituale e materiale degli abitanti originari del Cile fu sin dal primo momento una delle grandi preoccupazioni della Chiesa locale. Come precoci esempi della ricerca della giustizia possiamo menzionare il virtuoso parroco Cristóbal de Molina, che intercedette dinanzi al re per gli indios e i meticci, il focoso domenicano frate Gil González de San Nicolás, primo protettore degli indios in questa terra, e il vescovo Antonio de san Miguel, frate francescano, che nel 1572 convinse il re a ordinare che si sostituisse il lavoro personale degli indigeni con un tributo moderato. Fu merito di vari membri della Compagnia di Gesù, principalmente di Padre Luis de Valdivia, e del vescovo Juan Pérez de Espinosa, se questo ordine del re non restò lettera morta e se, anni dopo, portò all'esenzione dal lavoro almeno per le donne e per i minorenni. Inoltre, l'opera educativa del clero e, in particolare, della Compagnia di Gesù, fu sin dall'inizio di capitale importanza per il Paese. Detto questo, bisogna aggiungere anche che non si possono ignorare le ombre che hanno accompagnato l'opera di evangelizzazione del continente latinoamericano. Come ha ricordato Papa Benedetto XVI, "non è possibile dimenticare le sofferenze e le ingiustizie inflitte dai colonizzatori alle popolazioni indigene, spesso calpestate nei loro diritti umani fondamentali. Ma la doverosa menzione di tali crimini ingiustificabili - crimini peraltro già allora condannati da missionari come Bartolomeo de Las Casas e da teologi come Francesco da Vitoria dell'Università di Salamanca - non deve impedire di prendere atto con gratitudine dell'opera meravigliosa compiuta dalla grazia divina tra quelle popolazioni nel corso di questi secoli" (Udienza generale, 23 maggio 2007).

In tal senso, la celebrazione del bicentenario, come avviene anche in altre nazioni del continente, suscita in Cile un'importante riflessione circa le condizioni delle popolazioni indigene e la loro integrazione nella vita nazionale. Il coraggio e l'eroismo con cui il popolo araucano difese la sua libertà di fronte all'avanzare della conquista suscitò profonda ammirazione negli spagnoli, e restò immortalato nel poema epico La araucana, di Alonso de Ercilla y Zúñiga, che ancora oggi è motivo di orgoglio per la memoria nazionale cilena. Le culture indigene sono chiamate a continuare ad arricchire con l'apporto delle loro tradizioni il bagaglio degli autentici valori nazionali del presente e del futuro. Ricordo qui l'ordine del padre della patria Bernardo O'Higgins, del 3 giugno 1818, affinché nei libri parrocchiali non si usassero più i termini "spagnolo" e "indio", ma tutti venissero chiamati indistintamente cileni. La promozione del bene comune obiettivo, quello che corrisponde alla verità dell'essere umano e della società, passa per il cammino della conoscenza e della stima reciproca, del rispetto, del dialogo e della collaborazione fra tutti i settori del popolo, senza escludere o dimenticare nessuna minoranza. Così come ci segnala il Santo Padre Benedetto XVI nella sua ultima enciclica, la cooperazione per lo sviluppo "deve diventare una grande occasione di incontro culturale e umano" (Caritas in veritate, n. 59), cercando tutti insieme di fare la "verità nella carità" (Efesini, 4, 15), conformemente all'insegnamento di san Paolo.

Per trattare questo tema occorrono grande discernimento e saggezza. Papa Benedetto XVI, nel sopracitato viaggio in Brasile, ha detto:  "Le autentiche culture non sono chiuse in se stesse né pietrificate in un determinato momento della storia, ma sono aperte, più ancora, cercano l'incontro con altre culture, sperano di raggiungere l'universalità nell'incontro e nel dialogo con altre forme di vita e con gli elementi che possono portare ad una nuova sintesi nella quale si rispetti sempre la diversità delle espressioni e della loro realizzazione culturale concreta" (Discorso inaugurale della v Conferenza dell'Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi, 13 maggio 2007). Sorprenderebbe ancora il voler ridare vita alle religioni precolombiane, separando i gruppi indigeni da Cristo e dalla Chiesa universale, come se il passato non preparasse all'incontro con Cristo, nel quale trova il suo significato e la sua pienezza, o come se le persone fossero al servizio delle espressioni culturali invece che queste ultime al servizio delle persone. In realtà, ciò sarebbe un'involuzione verso un momento storico ancorato al passato. Piuttosto, si deve cercare di preservare e anche di far risplendere la purezza del Vangelo e la saggezza dei popoli indigeni in un processo di autentica inculturazione della fede cristiana.

Avendo come fondamento questa ricca base storica e la molteplicità di sfumature, il Cile deve continuare a lavorare, come sta facendo da molto tempo, affinché i nostri fratelli delle popolazioni originarie possano ricevere pienamente, come membri attivi e decisivi dello sviluppo nazionale, tutti i benefici che sono propri di uno Stato moderno, assumendo allo stesso tempo gli obblighi e le responsabilità che esso comporta. Come ha lasciato scritto  Papa Giovanni Paolo ii nel suo libro Memoria e identità:  "La patria è un bene comune di tutti i cittadini e, come tale, anche un grande dovere".

Nel celebrare il bicentenario e nel ricordare la storia nazionale, bisogna essere consapevoli che lo sguardo al passato comporta sempre il rischio di riaprire vecchie ferite. Non tutti i membri di una società condividono gli stessi punti di vista riguardo al loro passato comune, né tutti hanno vissuto gli eventi allo stesso modo nella propria carne e nel proprio spirito. Il rispetto per questa legittima diversità di sensibilità storiche è un requisito per ogni riflessione matura sulla storia patria, che, come memoria collettiva, è e deve essere patrimonio di tutti i figli della nazione cilena. Sarebbe, pertanto, un deplorevole errore se la contemplazione del passato servisse ad approfondire le distanze e se le differenze di sensibilità storica degenerassero nell'inasprirsi di antiche rivalità.

Se la domanda sulla storia è sempre una domanda sull'identità, la risposta deve essere sempre un richiamo alla responsabilità, all'impegno nel presente per la costruzione del futuro. Il Cile, come molte altre nazioni della terra, ha vissuto antagonismi interni. Alcuni sono stati difficili da superare, condizionando dopo decenni la concordia nella Nazione. Al dovuto e legittimo anelito di giustizia, e di riparazione per i danni subiti, si deve aggiungere il, a sua volta dovuto, desiderio di concordia, ossia di cancellare rancori e di superare animavversioni. A questa autentica riconciliazione vuole contribuire anche la Chiesa. La nazione cilena, come ogni nazione, ha bisogno e merita gli sforzi di tutti i suoi membri per offrire alle nuove generazioni un futuro di giustizia e di amore.

La relazione fra lo Stato e la Chiesa nei primi tempi di vita indipendente non fu facile. Ebbene, il Cile ha il privilegio di essere stata la prima nazione fra tutte quelle dell'America indipendente a inviare un rappresentante a Roma. L'allora canonico Cienfuegos giunse alla città eterna nell'agosto del 1822 al fine di sollecitare a Papa Pio vii un legato pontificio per il Cile che potesse ristabilire l'organizzazione ecclesiastica. La richiesta fu accolta e il 3 gennaio 1824 giungeva in Sud America il vescovo monsignor Giovanni Muzi, in qualità di vicario apostolico, accompagnato da Giovanni Maria Mastai Ferretti, futuro Papa Pio ix, che si sarebbe sempre interessato molto all'America Latina, e del sacerdote Giuseppe Sallustri. La loro missione, pur non ottenendo molto in quanto a ricostruzione della vita ecclesiastica, resta come testimonianza di un precoce e reciproco interesse fra il Cile e la Santa Sede a mantenere qualche tipo di relazione a beneficio del popolo cileno.

Nelle relazioni fra lo Stato e la Chiesa in Cile durante il primo secolo dopo l'indipendenza, constatiamo che era frequente e persino normale l'ingerenza di un'istituzione nelle questioni proprie dell'altra, spiegabile in parte per le condizioni specifiche della società e dell'epoca in cui si viveva; tuttavia, questo non portò, se non raramente, a situazioni di conflitto. Ciò dimostra che il Cile ebbe fra le sue autorità civili ed ecclesiastiche uomini capaci di dialogo che seppero anteporre il bene comune agli interessi di parte. A tale proposito, i vescovi del Cile, nel 1925, dopo che fu stabilita la separazione fra la Chiesa e lo Stato, scrissero che la Chiesa "resterà pronta a servirlo; ad occuparsi del bene del popolo; a ricercare l'ordine sociale, ad accorrere in aiuto di tutti, senza escludere i propri avversari nei momenti di angoscia in cui tutti sono soliti, durante le grandi agitazioni sociali, ricordarsi di essa e chiederle aiuto" (Pastoral Colectiva sobre la separación de la Iglesia y el Estado, 22 settembre 1925).
Un'analisi storica seria, serena e obiettiva sull'interazione fra politica e religione ai tempi della lotta per l'indipendenza e per l'instaurazione di un nuovo ordine politico nella nazione, come pure nel successivo susseguirsi degli eventi, può validamente contribuire alla purificazione della memoria storica e all'assimilazione di questa esperienza storica collettiva.

La speranza è che, in sintonia con la tradizione della buona intesa reciproca, continui e s'intensifichi sempre la sana collaborazione fra lo Stato e la Chiesa in linea con gli auspici espressi dal concilio Vaticano II (Gaudium et spes, n. 76). Una collaborazione fondata sul riconoscimento e sul rispetto reciproco dell'autonomia propria di ogni istituzione e volta sempre al servizio della persona umana, la quale ha diritto a vedere garantita la sua libertà religiosa (Dignitatis humanae). In effetti, che esista la separazione fra Stato e Chiesa non significa che vi sia ignoranza reciproca, e tanto meno inimicizia. È fondamentale distinguere fra la sana laicità dello Stato, in base alla quale questo si mantiene neutrale nelle questioni religiose, facendo sì che siano i cittadini a esprimere liberamente il proprio sentimento religioso nella vita sociale, e il laicismo dello Stato, in base al quale questo si arrogherebbe la facoltà di limitare l'espressione sociale della vita religiosa, interferendo pertanto in essa.

 In tal senso, la Chiesa, come insegna Papa Benedetto XVI, è consapevole che:  "non può e non deve prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile, Non può e non deve mettersi al posto dello Stato. Ma non può e non deve neanche restare ai margini nella lotta per la giustizia. Deve inserirsi in essa per la via dell'argomentazione razionale e deve risvegliare le forze spirituali, senza le quali la giustizia, che sempre richiede anche rinunce, non può affermarsi e prosperare" (Deus caritas est, n. 28).
Credo che questa visione che ci offre il Papa, in linea con gli insegnamenti del concilio Vaticano II, debba illuminare il cammino delle relazioni fra la Chiesa e lo Stato in una nazione come quella cilena, dove la fede cristiana è radicata nella stragrande maggioranza del suo popolo e la Chiesa gode di stima, essendo la sua presenza, il suo lavoro e la sua parola rispettati. Non passa inosservato a chi si avvicina alla storia dell'indipendenza cilena l'impegno con cui molti dei protagonisti di allora ricercarono la giustizia, e la convinzione che questa esigesse che Dio fosse in qualche modo riconosciuto nella sfera pubblica. Una delle conseguenze più gravi dell'organizzare la vita sociale voltando le spalle a Dio è il relativismo, poiché, una volta accantonato Dio, non ci si mette molto ad accantonare anche la ragione naturale.

Negando la possibilità di conoscere la verità e, di conseguenza, ignorando ogni esigenza che da essa proviene, si farebbe del relativismo il fondamento filosofico della democrazia. "Questa, in effetti, si edificherebbe sulla base secondo la quale nessuno può avere la pretesa di conoscere la via vera, e si nutrirebbe del fatto che tutti i cammini si riconoscono reciprocamente come frammenti dello sforzo verso ciò che è migliore (...) Una società liberale sarebbe, quindi, una società relativista; solo a questa condizione potrebbe rimanere libera e aperta al futuro" (cardinale Joseph Ratzinger, Conferenza nell'incontro dei presidenti delle commissioni episcopali dell'America Latina per la dottrina della fede, Guadalajara,Messico, novembre 1996). Tuttavia, l'impossibilità di accedere alla verità e di formulare pertanto norme etiche universalmente valide, potrebbe condurre, in virtù della sua stessa logica interna, alla situazione paradossale di ammettere l'immoralità come qualcosa di moralmente accettabile, disprezzando il giudizio della stessa ragione naturale. Ciò, a sua volta, porterebbe a quello che sia Giovanni Paolo ii sia Benedetto XVI hanno chiamato "dittatura del relativismo", "che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie" (Omelia nella messa "Pro Eligendo Pontifice", 18 aprile 2005). Tutto resta allora alla mercé della forza dei voti, delle pressioni dei potenti, degli interessi di parte, facendo così trionfare la ragione della forza e non la forza della ragione; allora, afferma Papa Benedetto XVI, "le nostre società non diventeranno più ragionevoli o tolleranti o duttili, ma saranno piuttosto più fragili e meno inclusive, e dovranno faticare sempre di più per riconoscere quello che è vero, nobile e buono" (Incontro con il Mondo Accademico della Repubblica Ceca, 27 settembre 2009).

Il Cile, negli ultimi decenni, ha vissuto uno sviluppo economico e sociale accelerato, che è motivo di gioia e di speranza, e sono certo che l'impegno e la laboriosità di questo amato popolo non permetteranno che si oscurino, nonostante le dolorose vicissitudini delle scorse settimane. Allo stesso tempo però, è necessario restare vigili affinché questo sviluppo non vada contro l'identità propria della nazione o gli aspetti che riguardano essenzialmente la dignità della persona e della famiglia. Bisogna tener presente che possiamo parlare di autentico sviluppo solo quando questo risponde alle esigenze morali più profonde della persona. È auspicabile che il popolo cileno, per tanti motivi esemplare, abbia il coraggio di evitare i cammini sbagliati che oggi si deplorano in altre latitudini. Ciò dipenderà in buona parte dall'agire responsabile e coerente dei cattolici nella vita pubblica, difendendo quei valori "non negoziabili" che fanno parte della propria e intrinseca dignità della persona e che non sono pertanto esclusivi di una concezione cristiana dell'uomo.

Permettetemi di segnalare fra i principi fondamentali di ogni azione politica e sociale la tutela della vita umana in tutte le sue fasi, dal momento del concepimento fino alla morte naturale, poiché mai sarà lecito in una società moderna che aspira alla giustizia e alla verità, introdurre norme legali che permettano di porre fine a una vita umana già concepita. Desidero sottolineare anche la tutela del diritto dei genitori a educare i propri figli in sintonia con le loro convinzioni morali e religiose. Ciò implica che l'autorità politica provveda e predisponga gli spazi necessari affinché questo diritto sia davvero effettivo. È necessario riconoscere il servizio sociale che la Chiesa in Cile realizza nell'ambito dell'educazione, contribuendo così non solo all'esercizio positivo di un diritto dei genitori, ma anche allo sviluppo dell'intera società.


(©L'Osservatore Romano - 14 aprile 2010)
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Intervista al cardinale Tarcisio Bertone di ritorno dal viaggio in America latina

Un impegno di lealtà e di fedeltà


La riconoscenza dei cileni per il magistero mite e coraggioso di Benedetto XVI

Al termine del suo viaggio in Cile (5-15 aprile) il cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone ha rilasciato un'intervista a "L'Osservatore Romano", Radio Vaticana e Centro Televisivo Vaticano che pubblichiamo di seguito.
Il cardinale riassume i momenti salienti del viaggio collocandolo nella visione più ampia della presenza della Chiesa in America latina e nell'impegno per la giustizia e la pace che i cristiani sono chiamati a perseguire nell'azione economica e politica. Con l'emergenza creata dal recente sisma in Cile, l'intervista ricorda anche la forte eredità religiosa del popolo cileno e le speranze di un futuro migliore affidato alle nuove generazioni.


A più riprese lei, eminenza, ha trasmesso al popolo cileno la solidarietà del Papa in questo difficile momento del post-terremoto:  si è potuto fare un'idea precisa della gravità del sisma e degli aiuti pervenuti alle popolazioni?

Trovandoci tra i due grandi anniversari di Papa Benedetto XVI - il suo compleanno che è il 16 aprile e il quinto anniversario della sua elezione, il 19 aprile - vorrei prima di tutto manifestare il grande affetto, la comunione, la solidarietà del popolo cileno al Pontefice. Ho portato la vicinanza, la cercanía del Papa in tutti gli incontri che ho avuto in questo lungo viaggio in Cile. Ma contemporaneamente, adulti, giovani, comunità di credenti, autorità e popolo cileni mi hanno manifestato un grande amore per il Papa e mi hanno detto di portargli il loro affetto, la preghiera, la riconoscenza, la piena solidarietà per la sua missione, il suo magistero mite, coraggioso e convincente.
Ho potuto constatare purtroppo la gravità del sisma e del maremoto specialmente attorno Concepción e nel centro della capitale Santiago. La prima impressione, veramente toccante, l'ho avuta scendendo con l'aereo e vedendo il ponte crollato, rimasto interrotto a causa del terremoto, per cui la difficoltà delle comunicazioni, le strade dissestate. Nella capitale le costruzioni antisismiche hanno tenuto, anche quelle dei salesiani, mentre a Concepción e dintorni i danni sono evidenti e sono molto gravi. Sono gravi soprattutto per la distruzione delle case, di parte degli impianti di fabbriche con il conseguente blocco della produzione. Poi sono andato in una zona duramente colpita, ancora piena di macerie come Talcahuano, dove abbiamo inaugurato una cappella in segno della volontà di ricostruzione. Lì c'è una popolazione molto povera e provata, che chiedeva l'aiuto della preghiera e manifestava il suo affetto al Papa. Ha inaugurato direi con orgoglio la cappella perché voleva un luogo di preghiera, un luogo di incontro come una delle prime realizzazioni, dopo le distruzioni del terremoto.  Questo  è  un  segno  molto  positivo.

Dai resoconti della stampa internazionale sulla sua visita in Cile risulta che lei è rimasto meravigliato della religiosità popolare e dalla vocazione mariana del popolo cileno. Cosa l'ha colpita di più?

Si vedono dappertutto i segni della religiosità popolare, i santuari dedicati alla Madonna. Ciò che mi ha colpito di più è una bella tradizione cilena, la tradizione del "Quasimodo" che io ho presieduto alla periferia di Santiago. "Quasimodo" richiama la famosa antifona della domenica dopo Pasqua, "quasi modo geniti infantes" è la tradizione di portare la santa comunione ai malati nella prima domenica dopo Pasqua e nel tempo pasquale in generale. Questa volta l'arcivescovo di Santiago ha voluto che andassi io a portare la comunione nella parrocchia della Collina. In quella zona si porta il Santissimo Sacramento nella pisside su un carro coperto, antico, molto ornato, fermandosi accanto alle case dei malati che desiderano ricevere la comunione. Partiamo da una cappella - tutta la gente del posto era sulle strade per ricevere la benedizione del Signore, per cantare le lodi a Gesù presente nell'Eucarestia - scortati da più di 3 mila cavalieri con una sorta di paramenti sacerdotali e con le bandiere del Cile. Tutti a cavallo accompagnavano il sacerdote, in questo caso il segretario di Stato, che portava la santa comunione di luogo in luogo, di villaggio in villaggio. La gente sulle strade si inginocchiava per ricevere la benedizione e tutti cantavano, canti a Gesù Eucarestia e alla Trinità, "Santo, santo, santo, il Signore Dio dell'universo" - ripetevano - e suonando la campanella, da un gruppo di cavalieri all'altro cantavano, in spagnolo naturalmente, "Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo", poi ci fermavamo, ricevevano la comunione, con tutta la famiglia del malato radunata. Quando abbiamo concluso e abbiamo riposto il Santissimo Sacramento in una cappella, c'era ancora moltissima gente sulle strade che ci salutava, al nostro ritorno al centro della capitale. Una bellissima tradizione. La devozione alla Madonna è segnata anche da momenti storici caratteristici, come il momento dell'indipendenza, perché la Madonna ha aiutato nella famosa battaglia dell'indipendenza, vicino a Maipú, lì è stato costruito il santuario come voto dopo la vittoria, per cui la Madonna è venerata come Nostra Signora del Carmen, ma viene chiamata la Generala de las fuerzas armadas. L'immagine, antichissima, della Madonna è coperta con i manti ricamati secondo la tradizione mapuche o altre tradizioni antiche degli autoctoni, molto belle. Lì abbiamo celebrato il centenario dell'istituzione dell'ordinariato militare per l'assistenza pastorale alle forze armate che vengono messe sotto la protezione della Madonna e sono molto stimate dal popolo perché, al di là di episodi particolari, sono persone che hanno un forte senso della solidarietà e della presenza di Dio:  anche adesso, per il terremoto, migliaia e migliaia di soldati - come capita anche in altri Stati colpiti da calamità naturali - si sono prodigati a favore degli aiuti alle popolazioni colpite e si succedono in gruppi di 10 mila militari in questa opera di assistenza, di ricostruzione.

Lei ha incontrato le nuove autorità cilene insediatesi da poco. Il rapporto di rispetto fra Stato e Chiesa, ma anche di collaborazione continuerà e quali sono sfide e priorità più importanti di questo rapporto?

È consuetudine, quando vado in visita ai diversi Paesi, di incontrare sempre anche le autorità politiche. Ho incontrato il presidente della Repubblica, il ministro degli Esteri, altri ministri, sia in momenti di interscambio, sia in colazioni offerte da queste autorità e al santuario di Maipú è venuto il ministro della Difesa e il ministro della Segreteria generale della presidenza della Repubblica. Ho trattato con loro del momento presente dopo il terremoto, con i problemi della ricostruzione non solo delle case, delle fabbriche, ma anche delle chiese perché moltissime chiese - chiese di grande valore storico e artistico - sono state lesionate o gravemente danneggiate. A questo riguardo c'è un progetto di legge; ma è in atto una grande partecipazione della Chiesa nella ricostruzione, un contributo capillare nell'assistenza alle popolazioni colpite attraverso la Caritas cilena, la Caritas Internationalis e molte altre istituzioni, come le Conferenze episcopali, per esempio la Conferenza episcopale italiana, si sono messe naturalmente a disposizione per gli aiuti, con la volontà di curare la realizzazione di progetti specifici di ricostruzione. Quindi, il problema ricostruzione è emerso immediatamente; poi il problema dei rapporti tra lo Stato e la Chiesa in Cile, rapporti che sono positivi e promettenti. Nella storia del Cile questi rapporti si sono sviluppati positivamente, già dal momento dell'indipendenza; e poi abbiamo rivolto l'attenzione ai rapporti tra il Cile e i Paesi vicini, specialmente con l'Argentina dopo il Trattato di pace:  adesso c'è il grande progetto di scavare un tunnel sotto la cordigliera delle Ande in modo da unire Cile e Argentina. Naturalmente non abbiamo mancato di toccare quei principi fondamentali che stanno a cuore alla Chiesa cattolica e anche alla presidenza cilena, cioè il principio della tutela della vita, della tutela della famiglia, nel suo progetto originale, la tutela anche del principio di libertà di educazione. Il sistema educativo in Cile è bene organizzato e anche le scuole cattoliche che sono convenzionate con lo Stato per il loro progetto educativo, sono molto stimate e sono aiutate finanziariamente dallo Stato, a seconda anche del numero degli alunni, perché rendono un servizio pubblico e godono del favore della popolazione. Poi, il quarto principio, importantissimo, il principio della solidarietà, quindi il principio della tutela del bene comune, coniugando responsabilità e solidarietà.

La sua conferenza sulla presenza della Chiesa e del cattolicesimo nel corso dei due ultimi secoli, offerta nella cornice delle celebrazioni del bicentenario, ha avuto una vasta eco sulla stampa latinoamericana. I latinoamericani - in questo caso, i cileni - come sentono e vivono questo legame, questa presenza?

La presenza della Chiesa è molto sentita in tutta la storia dell'America latina, e soprattutto nella storia del Cile; adesso, in questo momento storico, la presenza della Chiesa è stata vista subito come una presenza fraterna e materna nella gravità delle circostanze vissute dalla popolazione. Però, nella storia del Cile, fin dagli inizi, nella lotta per l'indipendenza, sono stati protagonisti uomini di grande fede e uomini di Chiesa. Dicono:  "La Chiesa ha svolto un ruolo molto importante anche per la conquista dell'indipendenza e per la costruzione del giovane Stato cileno". Non bisogna poi dimenticare che il Cile è stato il primo Paese dell'America latina che ha mandato una missione a Roma e che ha chiesto una missione diplomatica da Roma in Cile. È venuto a Roma un famoso canonico, protagonista anche dell'Indipendenza, il canonico José Ignacio Cienfuegos, e da Roma è stata mandata una missione diplomatica - con molte difficoltà per arrivare lì - guidata da monsignor Muzzi, accompagnato dal giovane monsignor Mastai Ferretti, che fu poi Pio ix. Pio ix non ha mai dimenticato il Cile e ha appoggiato, nonostante le polemiche che sorsero proprio su questa missione di monsignor Muzzi, e difeso i rapporti diplomatici tra Cile e Santa Sede. Questo è un segno positivo fin dall'inizio dell'indipendenza. Poi, è stato apprezzato molto il lavoro educativo del clero, di molte congregazioni e, in modo particolare, del grande Santo sociale cileno:  padre Alberto Hurtado considerato un campione, un pioniere della dottrina sociale della Chiesa, fondatore dei sindacati cristiani. Egli è l'esempio concreto di questa interazione tra Chiesa e società, che ha forgiato il Cile come un Paese maturo, libero, democratico fondato sull'assimilazione della dottrina sociale della Chiesa.

Il Cile registra anche una grande crescita economica. Perché lei ha sottolineato di non dimenticare che al centro dell'economia rimane sempre la persona umana?

Dal punto di vista economico, il Cile è tra i Paesi dell'America latina quello che emerge per una sua robustezza economica. Devo dire che anche gli imprenditori venuti da lontano - imprenditori italiani, croati e di altre nazioni - si sono impiantatati bene in Cile, con grande senso di responsabilità sociale delle imprese. Ecco, questa idea della Caritas in veritate:  responsabilità sociale delle imprese, mi sembra che sia stata presente. Ho avuto un incontro con gli imprenditori, e questo incontro è stato molto positivo anche ai fini della ricostruzione del Cile, perché mi hanno mostrato anche i progetti per la ricostruzione e la volontà di destinare parte dei profitti delle loro aziende - delle miniere, ad esempio - per la ricostruzione. C'è un buon rapporto tra imprenditoria e università, ad esempio con le università cattoliche, che è molto importante perché fa emergere i giovani più dotati di talento e quelli che non possono accedere alle specializzazioni dei gradi superiori:  per questo c'è il sistema delle borse di studio fornite dalle imprese. È un sistema molto produttivo per la formazione dei quadri dirigenti, dei quadri professionali. Il magistero recente di Benedetto XVI, è stata la falsariga che mi ha guidato nei messaggi che ho lasciato alle varie categorie. L'idea della Caritas in veritate è che lo sviluppo dev'essere sviluppo di tutto l'uomo e di tutti gli uomini:  questa è l'idea fondante. Di tutto l'uomo e di tutti gli uomini, quindi senza lasciare da parte nessuno, per quanto sia possibile.

Ricordando la mediazione papale tra Cile e Argentina, lei ha posto in rilievo l'efficacia del dialogo per mantenere la pace tra gli Stati. È un esempio tuttora attuale per conflitti internazionali che durano nel tempo?

È un esempio straordinario, perché come tutti sanno e come è stato ribadito anche nella celebrazione del venticinquesimo, si era giunti sull'orlo della guerra e di una guerra che sarebbe stata devastante per i due Paesi. La guerra è stata evitata - si può dire - all'ultimo, proprio per la mediazione della Chiesa. In situazioni di contrasti tra popoli, molte volte la Chiesa - ho citato anche alcune mediazioni in Africa, durante il primo Sinodo africano - è invitata proprio a mediare tra le fazioni contrapposte e concorrenti, magari all'interno di un medesimo Stato. Però, perché questa mediazione abbia efficacia, è necessaria la scelta di uomini coraggiosi e illuminati da parte della Chiesa - ricordiamo solo il cardinale Samorè e i suoi collaboratori - ma anche da parte degli Stati, perché le delegazioni devono anche essere convinte della possibilità di raggiungere dei risultati e non contrapporre muro contro muro. In ogni caso è il dialogo che vince, come diceva Paolo VI:  non ci sono altre vie, perché vediamo che le altre vie - la via delle armi, la via delle contrapposizioni - non producono frutti.

Lei ha toccato anche il tema dei giovani e della pastorale giovanile. È stato sollecitato anche dal fatto che la diminuzione delle vocazioni sacerdotali e il problema della formazione di giovani leader politici possa interessare le Chiese dell'America latina?

Senza dubbio. L'America latina è un continente giovane, è un continente dove la popolazione giovanile - anche la popolazione minorile - è maggioritaria, e quindi c'è un problema di preparare, di educare all'assunzione di una missione, di un ruolo nella società, oltre che formare solide personalità, fondate su valori profondi umani e cristiani. In America latina c'era nei decenni passati a un boom di vocazioni, ci sono ancora Paesi che certamente possono vantare tante vocazioni allo stato sacerdotale, pensiamo al Messico. Però, in Cile la scarsità di vocazioni si fa sentire anche nelle congregazioni religiose:  quindi è un problema reale. Bisogna quindi formare i giovani a questa assunzione di responsabilità sociale, sia nella dedizione e nella risposta a Cristo che chiama a partecipare alla sua missione di salvezza, sia nella responsabilità nelle congregazioni religiose, negli istituti di vita consacrata con il lavoro stupendo che fanno i diversi istituti di vita consacrata, e sia nella vita sociale, quindi nella preparazione a svolgere compiti di natura specificamente politica. E ho visto che i giovani rispondono. Le università - io ho visitato alcune università cattoliche, l'università cattolica di Santiago, ho incontrato anche il superiore dei gesuiti, ho visitato l'università Raul Silva Henriquez (l'università è tenuta dai salesiani) - svolgono molti corsi di formazione alla dottrina sociale della Chiesa e hanno una risposta decisa, generosa da parte di molti giovani. Ho avuto un incontro con giovani leader impegnati in politica, nella società, nella scuola, impegnati già a livello di collaborazione con i vari ministeri del governo cileno, giovani tra i 22 e i 38 anni, giovani ben motivati religiosamente e formati con la base solida della dottrina sociale della Chiesa. Ho incontrato molti giovani:  ho avuto tre incontri con i giovani, un incontro a Punta Arenas, un incontro a Concepción e un incontro a Santiago - migliaia di giovani, incontri molto interessanti, puntando soprattutto sul tema dell'educazione alla responsabilità. Quindi, io credo che questo sia un tema molto importante, un cammino da percorrere, sia per suscitare risposte positive alla vocazione sacerdotale, sia per suscitare risposte positive al servizio sociale e al servizio al bene comune e all'impegno politico dei giovani. Mi sembra che i giovani diano risposte positive:  magari sono ancora gruppi piccoli, ma molti gruppi in diverse istanze della società cilena.

C'è un problema che non riguarda la Chiesa cilena in particolare, ma un po' la Chiesa universale, in questo momento:  secondo lei, la Chiesa come uscirà dal delicato  problema  degli  abusi  sessuali  del clero?

Mi sembra che in questi giorni, il Papa ci abbia dato una linea molto chiara, una linea di approfondimento dei comportamenti e di grande impegno di fedeltà a Cristo, di lealtà nella propria missione, a seconda della vocazione di ciascuno. Mi sembra che la prima indicazione che il Papa ha confermato ancora nella Cappella Paolina, parlando ai membri della Pontificia Commissione Biblica, è quella della purificazione e della penitenza, per assumere con decisione la propria missione secondo il progetto di Dio. La seconda linea è un coraggioso e forte impegno educativo, perché questo è il campo in cui si formano i fanciulli, i giovani, i formatori e quindi qui bisogna dare dei valori che siano la linfa della vita, dei comportamenti dei giovani e di coloro che si occupano dei giovani. L'impegno educativo, che è sempre stato un vanto per la Chiesa, nella storia della Chiesa, e che in Cile ha avuto grandi protagonisti come il santo sociale Alberto Hurtado, che ha scritto tanto sui problemi educativi, ha fondato una rivista, ha fondato i sindacati cristiani, è una pista da percorrere con serietà, con solidità in modo da costruire le personalità del terzo millennio, forgiate sulla legge evangelica. E poi, la terza linea - siamo alla fine dell'Anno sacerdotale - il rinnovamento della missione sacerdotale. Secondo il progetto di Cristo, che è modello di ogni sacerdote, e secondo i grandi messaggi che il Papa ha dato in questo Anno sacerdotale. Nell'incontro con i sacerdoti e anche nell'incontro con l'episcopato del Cile, mi chiedevano:  come fare a continuare a prendere gli elementi migliori dell'Anno sacerdotale e portarli nella vita, in modo che non si chiuda un ciclo con la chiusura dell'Anno sacerdotale? E questo è proprio l'impegno in cui tutti dobbiamo essere coinvolti, soprattutto per ciò che riguarda i candidati al sacerdozio e i sacerdoti, conformamente alla loro missione. E vorrei concludere con una bella espressione di sant'Alberto Hurtado, che è stato un santo sociale ma molto devoto della Madonna (ricordiamo la devozione mariana del popolo cileno). Egli rivolge questa preghiera alla Madonna, con la quale ho concluso la celebrazione al Santuario di Sant'Alberto Hurtado, e dice:  Maria, mira nos. Si tu nos miras, el Señor nos mirará. Madre mia, mira nos, de tu mano lleva nos muy a cerca de El - del Signore - que aquí queremos morar. Quindi, la cercanía con la Madonna e con il Signore dà sicurezza anche nel compimento della propria missione.


(©L'Osservatore Romano - 18 aprile 2010)
[Edited by S_Daniele 4/18/2010 9:15 AM]
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