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In ricordo del cardinale Giuseppe Siri

Last Update: 5/8/2010 7:09 AM
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Il cardinale Giuseppe Siri e il suo tempo

Rosso porpora antitotalitario


di Roberto Pertici

Il cardinale Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova dal 1946 al 1987, cardinale dal 1953, a lungo presidente della Conferenza Episcopale Italiana (Cei), è stato certamente una delle personalità eminenti della Chiesa del xx secolo, di quella italiana in specie:  in qualche modo anche figura simbolica, punto di riferimento di atteggiamenti ecclesiali, posizioni culturali e politiche che sono state a lungo "segno di contraddizione" in Italia come nel mondo cattolico. Pochi anni dopo la sua morte, nel 1993, il vaticanista italiano Benny Lai gli dedicò una biografia ricca di innumerevoli testimonianze e ricordi autobiografici, che lo stesso Siri gli aveva affidati negli oltre quarant'anni della loro familiarità:  come ogni materiale autobiografico, anche questo è per lo storico una fonte preziosa, ma anche un problema, su cui esercitare continua verifica critica.

Più recentemente, nel 2006, è apparso - a opera di Nicla Buonasorte - un profilo documentato, che in qualche modo condensa l'immagine che di Siri è stata elaborata in ambienti influenti del cattolicesimo italiano del secondo Novecento:  quelli, in qualche modo, critici della "linea Siri".
 Il merito fondamentale del volume curato e introdotto da Paolo Gheda (Siri, La Chiesa, l'Italia, Genova-Milano, Marietti, 2009, pagine 418, euro 25) è invece proprio quello di delineare quadri storiografici meno polarizzati e consueti e quindi offrire quasi un nuovo inizio per la riflessione sul cardinale genovese. Vi sono raccolti, assieme ad altri contributi, gli atti del convegno su Siri che si svolse a Genova nel settembre 2008, articolati in tre parti dedicate rispettivamente al ruolo da lui svolto nella Chiesa italiana, all'azione politico-culturale e infine alla partecipazione al dibattito teologico ed ecclesiale dei suoi anni. Seguono alcune importanti testimonianze e in appendice testi di Giovanni Paolo II, di Benedetto XVI e dei cardinali Bagnasco e Bertone.

Come si vede, si tratta di un gran numero di temi e problemi, affrontati con sensibilità e prospettive talora diverse. Una questione di fondo, tuttavia, attraversa la maggior parte dei saggi:  la "grande trasformazione" che investì l'Italia e il mondo a partire dagli anni Cinquanta e le risposte che a essa cercò di fornire la Chiesa cattolica.

In Italia sono gli anni del cosiddetto boom economico, cioè la fase definitiva della rivoluzione industriale apertasi nel lontano 1896:  quindi migrazioni interne, urbanesimo, allentamento dei legami tradizionali, sviluppo dei consumi. La fine, insomma, dell'Italia rurale. A livello internazionale è il periodo culminante della Golden age, che si apre - intorno al 1950 - col boom "coreano" e si chiuderà nel 1973 con la crisi petrolifera. La distensione internazionale sembra attenuare la durezza del contrasto ideologico degli anni Cinquanta e si accompagna con un intenso processo di decolonizzazione e di emersione di nuove culture.

Questi mutamenti culturali e sociali hanno presto ricadute giuridico-istituzionali. Nel primo decennio post-bellico si era assistito in Occidente a un generale ritorno della religione tradizionale anche nelle sue forme istituzionalizzate:  in Inghilterra - per fare solo un esempio significativo - è tra il 1955 e il 1959 che si tocca il picco di praticanti. Ma intorno al 1960 il clima sta già cambiando:  l'opinione pubblica si appassiona al processo contro i Penguin Books per la ristampa di Lady Chatterley's Lover, processo attorno a cui si apre un grande dibattito nazionale sulla sessualità e l'adulterio. Come si vede, i problemi della pubblica moralità che preoccupano tanto in quegli anni i vescovi italiani, in particolare il loro presidente Siri in continuo contatto con l'arcivescovo di Milano Montini - li documenta Gheda nel saggio che dedica ai loro rapporti - sono il capitolo italiano di processi più vasti che coinvolgono tutta l'Europa occidentale e gli Stati Uniti.

In Inghilterra sarà nel 1967 che si arriverà all'Abortion Act, che prevede l'interruzione volontaria della gravidanza nelle strutture sanitarie pubbliche, negli Stati Uniti nel 1973 attraverso una celebre sentenza della Corte suprema, nel 1975 in Francia con la legge Veil, in Italia nel 1978. Questo impetuoso mutamento socio-culturale è in genere accompagnato da "svolte a sinistra" nella politica interna:  nel 1960 l'elezione di Kennedy negli Stati Uniti, nel 1962-63 l'avvio del centro-sinistra in Italia, nel 1964 il Labour Party torna al potere in Gran Bretagna dopo tredici anni di opposizione, nel 1966 si conclude il lungo monopolio del potere democristiano in Germania occidentale e prende avvio la Grosse Koalition con i socialdemocratici. Unica eccezione di rilievo, la Francia, in cui invece si consolida la svolta gollista.

Si tratta di un insieme di processi che - in generale - tende a indebolire la presenza religiosa nella società e a porre in difficoltà le Chiese. Tanto più un'istituzione come la Chiesa cattolica, con il suo compatto corpus dottrinale e la sua complessa struttura gerarchica. Le questioni si complicano ulteriormente per la Chiesa italiana, che si trova ad affrontare più o meno negli stessi anni la profonda trasformazione del Paese, la svolta politica e - su d'un piano ovviamente assai diverso - il passaggio conciliare.

In ambito ecclesiale, anche in Italia, si delineano strategie diverse. Una - potrebbe dirsi - di "adeguamento", che scaturiva da un'interpretazione ottimistica dei mutamenti in atto, dalla convinzione della loro ineluttabilità e - in fondo - della loro sostanziale positività. Si trattava di assecondarli per operarvi una nuova semina cristiana:  anche la riduzione della presenza sociale della Chiesa era vissuta come una liberazione da un cattolicesimo di costume, "sociologico", e dai legami col potere politico che avevano caratterizzato i secoli passati. È tutta da verificare (e comunque andrebbe chiarita) l'affermazione che - secondo una confidenza di Siri a Lai - il pro segretario di Stato Montini gli avrebbe fatta alla fine del 1953, secondo cui "era fatale un'esperienza socialista in Italia" (p. 209). Ma indipendentemente da questo episodio e quindi dalla posizione di Montini, non c'è tuttavia dubbio che molti ambienti cattolici maturarono una concezione della "modernità" in qualche modo convergente con quelle che circolavano nella cultura laica e "progressista" degli stessi anni.

Un'altra strategia, che potrebbe dirsi di "contenimento", di "arginamento" (non di negazione o di compressione) fu quella elaborata da Siri. A questo proposito sono di notevole interesse le pagine (pp. 153-167) che Danilo Veneruso - nel suo ampio saggio su Il cardinale Giuseppe Siri e l'Onarmo - dedica al "centrismo" di Siri (politico, ma - per alcuni aspetti - anche ecclesiale). La sua non può essere definita una posizione di destra politica:  così non fu mai organico al cosiddetto "partito romano", in quanto - tra l'altro - non giunse mai a mettere in discussione l'unità politica dei cattolici attorno alla Democrazia cristiana, né aspirò a un secondo partito cattolico di destra. Nel 1955, di fronte alle richieste in tal senso del cardinale Ernesto Ruffini e di non pochi vescovi meridionali, ribadì chiaramente:  "Se si va con le destre, resta soltanto una porta aperta" (p.159).

"Centrista" è anche il suo anticomunismo, che continua a ritenere un valore permanente, anche quando sta tramontando come discrimine della politica italiana. L'atteggiamento di Siri è in realtà "antitotalitario":  era stato ostile alla "statolatria" fascista e ora continuava la lotta per la libertà della Chiesa e per la democrazia contro i nuovi avversari. Il suo anticomunismo si presentava come un'organica risposta a una complessa sfida:  risposta non eminentemente repressiva, ma in primo luogo culturale e sociale. Non si comprenderebbe altrimenti il suo impegno nell'Onarmo (Opera nazionale per l'assistenza religiosa e morale degli operai), nell'Ucid (Unione cristiana imprenditori dirigenti), e infine nell'organizzazione annuale delle Settimane Sociali. Ma il comunismo era, per lui, intrinsecamente materialistico e ateo, e quindi restava qualcosa di altro rispetto al mondo cristiano; non possedeva - come invece pensavano e talora affermavano non pochi ambienti cattolici - una parziale verità da inverare o da sviluppare, magari nel contatto e nel dialogo col pensiero cristiano.

Tuttavia non può dirsi che la sua iniziale opposizione alla politica di centro-sinistra in Italia scaturisca soltanto da un residuo di anticomunismo:  è in lui forte la sensazione che la nuova formula stia nascendo in un contesto culturale di "laicismo" avanzante, che proviene dall'emarginazione del partito liberale (laico, ma non laicista), dalla saldatura fra la sinistra liberale (il nuovo partito radicale) e il partito repubblicano (un po' gli ideologi dell'operazione) e dal riavvicinamento della socialdemocrazia al partito socialista, una formazione tradizionalmente anticlericale. Gheda pubblica una lunga lettera di Aldo Moro a Siri presidente della Cei del dicembre 1962 (pp. 64-67), in cui si adduce la consueta giustificazione dello "stato di necessità" - "il nostro partito ha creduto (...) di obbedire a una necessità, in quanto non vi era, come non vi è, nell'attuale parlamento un'alternativa democratica alla presente formula di governo" - e si sottolinea come quella di centro-sinistra sia un'operazione puramente politica, non culturale o ideologica - "atto necessario, inderogabile, e comunque non penalizzante l'indirizzo morale del mondo cattolico nella gestione del paese". Siri invece l'avverte, al tempo stesso, come una svolta politica e culturale, a cui contribuisce anche la fine progressiva dell'orizzonte "cristiano" del partito di maggioranza relativa:  il cardinale genovese si rende conto, cioè, che con le scelte di Fanfani e di Moro ormai la Dc vuol "fare da sé", pur continuando a chiedere il voto cattolico in nome del collateralismo. Nella nuova fase, che sarebbe stata contrassegnata da una modernizzazione impetuosa del costume e della cultura, sarebbe così progressivamente venuta meno alla Chiesa la principale forma di mediazione con la società politica di cui si era avvalsa fin dalla Liberazione.

Anche in un ambito tutto diverso come quello ecclesiastico, Siri prende una posizione complessa, non identificabile completamente con quella della minoranza conciliare:  lo mostrano - sia pure in una diversa prospettiva - i saggi di Gheda e di Roberto de Mattei. Anche quando emerge il suo dissenso da determinate scelte dei successori di Pio xii, esso si coniuga con un atteggiamento costante di totale obbedienza e affidamento al Papa, corrispondente anche all'altissima responsabilità che egli annetteva alla porpora cardinalizia. Ciò accade anche nei momenti di maggior distanza da Paolo VI, quelli immediatamente successivi alla sua elezione al pontificato. Il cardinale avvertì di aver avuto ragione in questa scelta di riservatezza - di "non secondare, come scriveva, né blocchi, né antiblocchi" - quando Paolo VI, nel novembre 1964, presentò ai padri conciliari la Nota explicativa praevia:  "Tutto a posto! Lo Spirito Santo è entrato in Concilio (...) - annotava nel suo diario il 17 novembre 1964 - Così il crinale del Concilio è stato passato:  il Papa ha puntato i piedi e solo Lui poteva farlo. Dio è colla sua Chiesa. Ora si comincia a vedere chiaro e la portata del voto di stamane è da reputarsi storica".

D'altra parte, l'esperienza degli anni difficili del post-concilio spinse Paolo VI a rivalutare in qualche modo la "linea" di Siri:  ne è testimonianza importante la loro convergenza di fronte ai problemi aperti dalla "rivoluzione sessuale" di quegli anni, a cui il Papa rispose con l'enciclica Humanae vitae del 25 luglio 1968, quasi invocata da Siri in una lettera del novembre precedente (pp. 86-87). Insomma, dalla fine degli anni Sessanta il legame tra Siri e Montini si viene rinsaldando, nella comune convinzione - per usare le parole del cardinale genovese - che il necessario "aggiornamento" dell'azione pastorale della Chiesa non poteva essere concepito "come un termine negativo, come un pentimento, come un discredito, come un ripudio, tanto meno come un'infedeltà".


(©L'Osservatore Romano - 5 maggio 2010)
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A vent'anni dalla morte

Il cardinale Siri è vivo nel cuore di Genova



Pubblichiamo l'omelia che il cardinale arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana, ha pronunciato ieri nella cattedrale di San Lorenzo in occasione della messa celebrata per il ventesimo anniversario della morte del suo predecessore, il cardinale Giuseppe Siri, che guidò la diocesi di Genova dal 1946 al 1987. 

 

di Angelo Bagnasco

Sono trascorsi vent'anni - era il 2 maggio 1989 - dalla morte del cardinale Giuseppe Siri, indimenticato pastore della nostra diocesi dal 1946 al 1987.

La sua presenza è ancora viva e cara nel cuore della diocesi e della città:  l'avverto nei sacerdoti che l'hanno conosciuto e amato, e che, avvicinandolo, sentivano di essere da lui amati e conosciuti, a volte con un'arguzia bonaria che non si immaginava sotto l'immagine pubblica.




L'avverto nelle istituzioni e in grande parte del popolo; soprattutto lo sento nel cuore dei lavoratori degli stabilimenti e delle aziende a tutti i livelli. La memoria della sua attenzione per i problemi del lavoro e per il bene della città è vivissima:  attenzione che si traduceva in interventi puntuali perché nulla si perdesse del patrimonio imprenditoriale e portuale di Genova, o in mediazioni richieste tra le parti sociali in vertenze difficili e note.

Ancora oggi tocco con mano la fiducia che questo mondo ha verso la Chiesa grazie soprattutto a lui che, in anni di forti contrapposizioni e diffidenze verso il clero, non ha avuto timore di varcare le soglie di ogni ambiente per portare il Vangelo e celebrare le messe pasquali. Non si è tirato indietro semplicemente perché amava le anime per amore di Cristo, e sapeva che quello era il suo dovere:  essere il pastore di tutti sempre e ovunque.

Non posso dimenticare, nei giorni in cui la salma rimase esposta qui nella sua cattedrale, la folla di operai in tuta, braccia conserte, in piedi e in silenzio:  sembrava che volessero vegliare, quasi trattenere il loro vescovo che forse sentivano padre più di quanto apparisse solitamente. Incarnavano la presenza del popolo, della gente semplice, avvezza al lavoro duro, a far quadrare i conti del mese.

Non so se andassero in chiesa ogni domenica, ma di certo lo riconoscevano come un punto di riferimento, di sicurezza; sentivano che di lui ci si poteva fidare al di là di ogni bandiera, perché capivano che lui, figlio di povera gente, li comprendeva e li amava. I vicoli del centro storico, qui attorno, lo conoscevano bene:  lui e chi regolarmente mandava per distribuire aiuti ai più poveri.

Era, la sua, una carità tipicamente genovese, discreta e concreta:  carità che andava a completare quel senso profondo di giustizia sociale che sempre ha ispirato la sua azione di pastore e di uomo di cultura, in particolare con la presidenza delle Settimane sociali.

La divina provvidenza gli diede molte e delicate responsabilità nella Chiesa, a Genova e in Italia:  a servizio leale e cordiale di quattro Papi, presidente della Commissione episcopale per l'alta direzione dell'Azione cattolica, primo presidente della Conferenza episcopale italiana, partecipò al concilio Vaticano ii fedelmente, fino a ripetere a noi seminaristi, una volta concluso, che dovevamo leggere i documenti del concilio integralmente e in ginocchio:  "Sono felice di avere sofferto e di avere sempre difeso la Chiesa e il Sommo Pontefice" (dal suo testamento).

Le diverse questioni di cui dovette occuparsi - e furono moltissime - le affrontò sempre da sacerdote e solo da sacerdote. Come amava raccomandare ai suoi preti usando un'immagine eloquente:  "Dovrete, nel vostro ministero occuparvi di molte cose anche non direttamente pastorali; ma dovrete trattarle sempre rimanendo sulla predella dell'altare". Cioè in quanto sacerdoti e pastori. Nient'altro! "Sono felice - scrive ancora nel suo testamento spirituale - di aver esercitato solo il sacerdozio e quello che anche casualmente ne diventava dovere".

Ed egli era sempre ministro di Dio, sempre riferito a Dio tanto da assumere il motto "Non nobis Domine":  non a noi, Signore, non a noi, ma a Te solo la gloria! Il senso della maestà di Dio, per il quale nulla era mai troppo di dignità, decoro, nobiltà, era sempre congiunto con il senso della vicinanza amorosa di Dio in Gesù, e quindi nella Santissima Eucaristia. L'amore alla divina liturgia era noto a tutti:  la viveva come "il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù. Poiché il lavoro apostolico - continua il concilio - è ordinato a che tutti, diventati figli di Dio mediante il battesimo, si riuniscano in assemblea, lodino Dio nella Chiesa, prendano parte al sacrificio e alla mensa del signore" (Sacrosanctum concilium, 10).

Il cardinale Siri, insieme con monsignor Moglia, partecipò all'opera del rinnovamento liturgico che vedrà nel Vaticano ii la sua espressione più compiuta. Tutto doveva essere nobile e il più possibile bello, sapendo che la bellezza, nel gesto e nella parola, nel canto e nella musica, nel parato e nelle suppellettili, è una via dell'anima a Dio.

Amava la storia e, il parlarne, non era sfoggio ma piuttosto saggezza e contemplazione della Provvidenza che guida la storia e la conduce misteriosamente verso il suo compimento:  da qui il suo lasciarsi andare all'onda di Dio comunque questa si presentasse, quieta o burrascosa, piena di luce o rivestita di oscurità.

In questo orizzonte di fede, entrando in Genova come arcivescovo, poté dire con serenità e semplicità:  "Non sono qui da me, e non sono qui per me", un programma di vita che lo condusse per l'intero suo episcopato, e che fu come un'ancora in momenti anche di grave difficoltà e di forte incomprensione, ma che visse nella pace interiore.

Riservato nei sentimenti, non nascondeva l'amore per i suoi preti, specialmente per chi si trovava in difficoltà, e tutti sapevano il particolare legame, immutato negli anni, per i suoi antichi studenti del liceo Doria che radunava periodicamente. Dal Cielo tutti noi guarda e per noi prega:  continuiamo a essere la sua famiglia! Un grazie speciale vorrei dirlo ai suoi ultimi due segretari:  sua eccellenza monsignor Giacomo Barabino e monsignor Mario Grone. Servendo lui con fedeltà e intelligenza, hanno servito anche noi.

Insieme con lui guardiamo a Maria, Regina di Genova, che egli ha imparato a venerare nella sua carissima parrocchia dell'Immacolata, da suo amato parroco.

E con rinnovato affetto ascoltiamo le sue ultime parole:  "L'ultima benedizione per coloro dei quali sono stato vescovo. L'ultimo atto:  Non nobis Domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriam" (dal suo testamento).



(©L'Osservatore Romano - 7 maggio 2009)
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Lo splendore del rito aiuta a vedere la verità

 

di Uwe Michael Lang

 

Per comprendere il pensiero e l'azione del cardinale Giuseppe Siri nell'ambito della sacra liturgia bisogna riandare ai suoi anni di formazione come seminarista e come giovane sacerdote a Genova. Nella prima metà del Novecento la metropoli della Liguria emerse come importante centro di movimento liturgico. Nel 1903 l'arcivescovo Edoardo Pulciano iniziò nel seminario genovese l'insegnamento di liturgia come disciplina distinta da quella delle rubriche. Nel 1914 venne fondata la "Rivista Liturgica", un progetto congiunto delle abbazie di Finalpia, nel savonese, e di Praglia. Nella presentazione della nuova rivista si indicava come scopo quello di studiare e spiegare sia al clero sia ai fedeli la sacra liturgia, quale "culto pubblico che la Chiesa a rende a Dio".

La figura chiave che emergeva in questi anni fu quella di monsignor Giacomo Moglia (1881-1941), il fondatore dell'Apostolato liturgico, alla quale il giovane Siri fu molto legato. (...) In un importante intervento del 1981 lo definì "uno dei massimi promotori della rinascita liturgica in Italia". L'Apostolato liturgico venne fondato nel 1930, e la sua prima iniziativa (...) fu la pubblicazione settimanale dei "foglietti domenicali", con le varie parti della messa in latino e in traduzione italiana, come rileva Siri, "perché tutto il popolo capisse, seguisse, partecipasse". Alla scuola di monsignor Moglia Siri apprese il principio che "il culto a Dio resta il primo dovere dell'uomo e della Chiesa".

Vorrei qui presentare in maniera sintetica tre elementi caratteristici della sua visione liturgica, che trovarono espressione nel suo lungo ministero come arcivescovo di Genova:  la liturgia come realtà soprannaturale, la solennità della liturgia e la dimensione ecclesiale del culto divino.

Nei suoi molti contributi sul tema, il cardinal Siri ribadiva il carattere soprannaturale della sacra liturgia, dovuto al fatto che la celebrazione dei sacramenti è intimamente legata alla Rivelazione divina. In sintonia con l'enciclica Mediator Dei di Pio xii e la Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, Siri metteva in rilievo che la liturgia è l'azione di Cristo Sommo Sacerdote (...) Quindi "la divina liturgia è stimolo, fonte, causa di spirito e vita soprannaturale" nell'anima dei fedeli. Il culto a Dio è "il primo atto al quale sono tenuti gli uomini (...) e il primo strumento ordinario per la salvezza delle anime (...) Colla divina liturgia, specialmente se capita e seguita, si santifica, si eleva tutto".

Siri concepiva la liturgia come l'espressione visibile della fede (...) Per il cardinale l'importanza del culto non può essere sovrastimata, perché esso "rappresenta per la maggior parte degli uomini nella gran parte della vita la principale sorgente, spesso l'unica, della fede conservata, della grazia di Dio, della speranza eterna", come osserva in una lettera pastorale al clero dell'arcidiocesi nel 1977. Quindi la "custodia dell'ortodossia della fede implica l'accurata custodia dell'ortodossia nella liturgia".

In questo contesto, Siri spesso riaffermava la necessità della preparazione catechetica. (...) Una concezione della liturgia che prescindesse dal suo contenuto rivelato rischierebbe di diventare soltanto uno "spettacolo", come Siri sottolinea spesso nei suoi discorsi sul tema.
Nel suo lungo ministero liturgico egli ha sempre incoraggiato e promosso la partecipazione dei fedeli non nel senso di un attivismo esterno - per Siri la distinzione essenziale fra il sacerdozio ministeriale e lo stato laicale era fondamentale nella vita della Chiesa - ma nel senso di preghiera, meditazione e comprensione dei sacri misteri che sono celebrati nella liturgia. Una fruttuosa partecipazione al culto si manifesta poi in un impegno che include ogni aspetto della vita cristiana.

Vi è poi l'aspetto della solennità. La partecipazione dei fedeli nella liturgia va al di là di quella solo intellettuale, perché le azioni liturgiche con il loro simbolismo sono "strumento di una traduzione in elementi figurati più accessibili alla capacità umana di intendere". Nel dibattito sull'uso della lingua latina nel culto cattolico, Siri esprimeva la sua convinzione che "nella liturgia prima ed oltre la lingua c'è il contenuto ed il significato dogmatico, c'è la regia, la coreografia, il simbolismo, il gesto, il canto, il contorno, le persone, le vesti". Nella liturgia, attraverso i segni ed i gesti, si sente la presenza e la maestà di Dio. (...) "La solennità - affermava nel 1981 - vuol realizzare il grande anche nel piccolo, il decoro anche nel misero, l'armonioso anche nella tempesta, la dignità anche nell'umile".

La solennità è anche il fondamento dell'arte sacra e della musica sacra. A più riprese durante il suo lungo governo episcopale, Siri enunciò norme e direttive per la progettazione e la costruzione delle nuove chiese in diocesi, compito urgente in particolare negli anni del dopoguerra a Genova. Il cardinale s'interessava personalmente dell'architettura sacra e favoriva una linea in essenziale continuità con il linguaggio tradizionale dell'architettura sacra, tuttavia non escludendo lo stile moderno, purché corrispondente ai criteri di monumentalità, normalità, idea teologica, intento ascetico e coerenza liturgica.

Nell'ambito della musica sacra, Siri non cessò mai di promuovere il canto gregoriano come grande patrimonio del rito romano. L'arcivescovo desiderava che i fedeli imparassero un repertorio essenziale di canti più semplici del Graduale romanum. Allo stesso tempo, egli incentivò altri canti di qualità e dignità, in particolare quelli tradizionali, e l'uso delle cantorie per l'esecuzione dei brani polifonici e per il sostegno del canto popolare.

Infine la dimensione ecclesiale della liturgia. Per il cardinale Siri questa era al fondamento della sua visione liturgica. Le parole che usò in uno dei suoi discorsi commemorativi di monsignor Moglia possono essere applicate anche a lui:  "Della Chiesa la liturgia era il respiro, per la Chiesa la liturgia realizzava la grande spirituale unità, in essa si sentivano riuniti e collegati i figli adottivi di Dio". Nella sua azione di adorazione e lode a Dio la Chiesa è congiunta con la comunione dei santi, che celebrano la liturgia celeste alla presenza di Dio. La partecipazione al coro della Celeste Gerusalemme si manifesta in modo particolare nell'ufficio divino, che fu sempre molto caro a Siri. Il cardinale arcivescovo di Genova considerava la celebrazione dei vespri un elemento integrale della santificazione del giorno del Signore e delle feste dell'anno liturgico, incoraggiando i fedeli a parteciparvi.

La dimensione ecclesiale della liturgia si mostra anche nel rispetto per la legge della Chiesa. Per Siri l'obbedienza alle norme e prescrizioni liturgiche era un'esigenza della spiritualità sacerdotale. Il cardinale ribadiva che l'aggiornamento liturgico si doveva svolgere solo sotto la guida dell'autorità competente, soprattutto della Santa Sede. La "romanità" di Siri si esprimeva in questo atteggiamento di assoluta fedeltà al Successore di Pietro, anche in momenti di grande prova personale.

Anche se durante il Concilio Vaticano ii Siri mostrò alcune riserve (...) sul documento dedicato alla Sacra Liturgia, il suo giudizio sulla Sacrosanctum Concilium fu assai favorevole. (...) Era però molto preoccupato dell'applicazione della riforma liturgica. Nella sua arcidiocesi rispondeva a questa situazione con una lettura della riforma conciliare secondo "una ermeneutica di continuità" (Benedetto XVI). Del resto, già dai primi anni del suo governo episcopale Siri usò prudenza nell'ambito liturgico, e con questa prudenza accolse anche la riforma postconciliare, sia nella liturgia stessa, in particolare nella messa e nel culto della Santissima Eucaristia, sia nell'ambito dell'architettura, dell'arte sacra e della musica sacra.



(©L'Osservatore Romano - 12 settembre 2008)


QUI   POTRETE TROVARE LE LETTERE DEL CARD. SIRI AI SACERDOTI:

"A TE, Seminarista" parole al cuore del cardinale Giuseppe Siri

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