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Celestino V nei versi di Leone XIII

Last Update: 5/18/2010 7:23 PM
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Celestino V nei versi di Leone XIII

Una poesia tra due Papi e sei secoli


di Isabella Farinelli

Un arco sottile, ma significativo, unisce due pontefici apparentemente lontani a cui, com'è noto, le rispettive terre stanno dedicando importanti celebrazioni centenarie, con una serie di iniziative culturali e religiose che prevedono la presenza di Benedetto XVI.
A Carpineto Romano, il 2 marzo 1810, nasceva Vincenzo Gioacchino Pecci, Papa dal 1878 con il nome di Leone XIII. La città laziale ha aperto l'anno bicentenario in grande stile con l'impegno congiunto delle istituzioni religiose, civili e culturali, annoverando tra queste ultime i numerosi istituti e le associazioni che da Leone XIII traggono nome e ispirazione. Su invito di monsignor Lorenzo Loppa, vescovo di Anagni-Alatri, è intervenuto anche l'arcivescovo emerito di Perugia monsignor Giuseppe Chiaretti che nel 2003 dedicò a Pecci un anno centenario dalla morte (20 luglio 1903) nella diocesi da lui retta per oltre un trentennio, dal 1846 all'elezione al soglio pontificio.
 Con un balzo cronologico di sei secoli - tuttavia non così accentuato geograficamente e meno ancora spiritualmente - Sulmona, terra della vita eremitica del molisano Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio, il 20 marzo ha aperto, nell'ambito dell'Anno giubilare celestiniano, un importante ciclo di conferenze, con tappe successive a Campobasso, Isernia, Chieti e naturalmente L'Aquila, dove, nella basilica di Santa Maria di Collemaggio da lui fortemente voluta, sono custodite le spoglie mortali del santo, eletto a Perugia nel 1294, morto nel 1296 a Fumone, canonizzato da Clemente v nel 1313. Nella prima tappa del convegno, relazioni ben orchestrate dal vescovo di Sulmona-Valva monsignor Angelo Spina hanno messo a fuoco da diverse angolazioni il "fervido e tormentato" tredicesimo secolo, contesto alla vicenda di san Pietro Celestino, più complessa e forse, alle fondamenta, più lineare di quanto tramandino certe semplificazioni divulgative.
"Se Dante nel terzo canto dell'Inferno si riferisce veramente a lui", come dubita monsignor Spina condividendo le perplessità di alcuni studiosi, è pesata a lungo, innegabilmente, l'orma della Commedia, segnando quasi proverbialmente "colui che fece per viltade il gran rifiuto". Papa eremita, Pietro Celestino, proprio per la dicotomia e le sfaccettature non convenzionali della sua figura e della sua storia, ha offerto e continua a offrire spazi alla fantasia, alle proiezioni e talora all'appropriazione di poeti e narratori, rimodulandosi da Jacopone a Petrarca, da Silone alla narrativa contemporanea.
Fu il suo lontano successore Leone XIII che "rileggendo" san Pietro Celestino gli attribuì in poesia un locus di inattesa prossimità, in due distici latini che meritarono di essere inclusi nell'antologia del filologo Ugo Enrico Paoli Prose e poesie latine di scrittori italiani (Firenze, Felice Le Monnier, prima edizione 1926) accanto ad autori quali Dante, Petrarca, Bembo, Flaminio e, naturalmente, il quasi coevo Pascoli. Oltre alla coppia di distici dedicati a Celestino V, di Pecci si riportano quattro carmina, ritenuti esemplari per varietà di ampiezza, contenuto - non esclusa una sottile vena ironica ed elegantemente conviviale - e soprattutto metro, dall'esametro neoumanistico di ascendenza virgiliana al distico elegiaco al dimetro giambico, usato da Orazio e poi da autori cristiani quali Ambrogio e Prudenzio.
Il classicista Ilio Di Iorio, coordinatore del convegno di Sulmona e artefice della scoperta, si chiedeva se i distici citati da Ugo Enrico Paoli fossero un frammento o un intero componimento a carattere epigrammatico. Il dilemma è stato sciolto ad abundantiam da Paolo Vian, direttore del Dipartimento Manoscritti della Biblioteca Apostolica Vaticana, che ha rinvenuto, nella copiosa bibliografia poetica pecciana custodita dalla Biblioteca, l'edizione a stampa che conferma un componimento originale in due distici, intitolato De S. Petro Caelestino v Pont. Max. Ecco il testo:  Ponere tergeminam festinas, Petre, coronam, / Tota ardens uni mente vacare Deo. / O te felicem! spernis mortalia regna / Caelicolum largo fenore regna tenes (Leonis XIII P.M. Carmina et Inscriptiones cum accessionibus novissimis. Editio quarta, Utini, ex officina typ. Patronatus, 1893, p. 143).
Paolo Vian ha scoperto anche una versione italiana curata da Adolfo Severi, allora parroco di Cenerente, poi canonico della Cattedrale di Perugia, intitolata Di s. Celestino quinto:  "Oh! qual pensier magnanimo / Il tuo voler si sprona / Dalla tua testa a togliere / La triplice corona? / Tal ti stringe desio / Di viver solo a Dio! / Dai regni, che si volgono / Collo sparir degli anni / A quei, che mai non passano / Tu dirigesti i vanni; / Felice chi non cura / Splendor, che poco dura!" (Le poesie di Leone XIII volgarizzate da d. Adolfo Severi, Perugia, Ditta Tip. V. Santucci, 1902, p. 49).
"Il Paese", settimanale fondato a Perugia nel 1876 da don Geremia Brunelli sotto gli auspici del vescovo Pecci, annunciava la "edizione principe" di Carmina et inscriptiones Leonis XIII il 15 luglio 1893 ascrivendola tra le iniziative per il suo giubileo episcopale, e aggiungendola alle "cose letterarie leoniane" già in circolazione:  anzitutto i Carmina usciti nel 1883 a cura e traduzione di Brunelli, docente di lettere nel Seminario perugino, poeta lui stesso e primo curatore degli scritti leoniani (il volume è stato ristampato nel 2003 a Perugia in anastatica dall'arcivescovo Chiaretti); poi la raccolta pubblicata nel 1887 in occasione del giubileo sacerdotale di Leone XIII, di minor ampiezza ma non di minor pregio. In realtà edizioni e ristampe, con revisioni e ricomposizioni e aggiornamenti - includendo talora le epigrafi di cui Pecci si dilettava - sono in gran numero, spesso con versioni più o meno libere di sacerdoti e letterati della vera e propria "scuola" pecciana; per non parlare dei componimenti da lui ispirati e a lui dedicati. Inoltre, lo stesso Pecci scriveva pure nella "volgar lingua" e non di rado si dilettava a tradurre di persona i propri carmina.
L'edizione 1893 della "rinomata Tipografia del Patronato di Udine" (istituzione benefica sostenuta da Leone XIII con tali committenze) è corredata da uno studio di Geremia Brunelli sulla Vita letteraria di Leone XIII, come nel 1888 lo era stato Il Medagliere di Leone XIII, raccolta di sonetti dello stesso Brunelli in onore del Papa tradotti in latino, francese, spagnolo, tedesco, inglese.
La premura pedagogica di Leone XIII, di stampo neotomista, è sin troppo nota nei risvolti pastorali e istituzionali a largo raggio.
Ma è interessante seguire dal vivo con l'ex allievo, al di là di alcuni accenti inevitabilmente encomiastici, lo stretto legame tra la riforma del seminario di Perugia e l'itinerario creativo di Gioacchino Pecci, iniziato nella primissima adolescenza, perseguito tutta la vita come studio e pratica, e tradotto in criteri formativi per i presbiteri. Nel dare ampio spazio alle materie scientifiche, Pecci contestava l'apparente divario tra queste e "l'arte del bel dire" e della chiarezza, qualità particolarmente importanti "nella palestra filosofica e teologica". Dilatò il ventaglio umanistico, "rimettendo l'insegnamento della lingua greca, allargando quello della lingua italiana, della storia, della geografia e dell'aritmetica". In precedenza, sottolinea Brunelli, lo studio della poesia volgare era bandito dal Seminario, "forse per falso timore che potesse soverchiamente eccitare gli animi giovanili":  Pecci rimosse il divieto, anzi spronò con la parola e con l'esempio allo studio di Dante, che conosceva quasi interamente a memoria, e di Manzoni, "del quale ultimo ben rammento come più volte a noi giovinetti con piacere declamasse e commentasse il coro di Ermengarda, ricordando di aver visto coi propri occhi la Mosa errante" - e proprio gli anni di nunziatura belga dal 1843 al 1846, con puntate in Francia e Inghilterra, erano menzionati da Brunelli tra le fonti dell'apertura mentale di Pecci, il quale incoraggiava a esperienze di viaggio gli stessi presbiteri, purché testimoniassero ovunque la propria identità.
Maria Sticco annoverava anche tra i ricordi della madre Gaetana Baldeschi Oddi, educata in un monastero di agostiniane, le visite del cardinale Pecci, che "correggeva le alunne alla declamazione degli Inni sacri, e declamava egli stesso con enfasi Il cinque maggio".
Persino la villeggiatura del vescovo a Corciano con i seminaristi diventava, nei numerosi certamina improvvisati, palestra di versificazione estemporanea in latino e italiano, nonché esercizio di memorizzazione e di dizione, "necessari fondamenti del bello scrivere non solo, ma del sapere".
"Pubbliche dispute" venivano organizzate per gli allievi più preparati chiamando "professori esterni ed anche laici di altre città e da Roma stessa ad esaminare, dando la solennità maggiore che potesse a cotali esercizi di scuola". Anche così prendeva forma, osserva Maria Lupi, "un modello di sacerdote che, nella mente del vescovo, doveva esser capace di far fronte ai nuovi problemi pastorali, di presentarsi con dignità e coerenza davanti alla società, per non screditare con un comportamento non integerrimo l'istituzione che rappresentava, e infine doveva essere in grado di opporre argomentazioni valide e convincenti agli avversari ideologici" (Il clero a Perugia durante l'episcopato di Gioacchino Pecci, Roma, Herder Editrice e Libreria, 1998).
Adolfo Severi, ordinato dal successore di Pecci, continuava a muoversi nella stessa scia. Per le sue due sestine celestiniane, si rivela pienamente fondata l'ipotesi di Paolo Vian, che vi identifica il "volgarizzamento" dei due distici di Leone XIII, benché resi con dichiarata libertà. Ciò appare tanto più evidente alla luce di casi analoghi (distici leoniani volti da Severi in sestine) cui dà ampio spazio "Il Paese" nello stesso 1902. Si pensi ad esempio al famoso e pensoso Deo et Virgini Matri, extrema Leonis vota, riportato anche da Paoli, "volgarizzato" da Severi come Gli ultimi voti di Leone, a Dio e a Maria, ove appare analogia di tono con la poesia dedicata a Celestino V, tanto più che la prima stesura risale al 1896:  "Lassù freno è al corso, è quella la meta / del lungo cammino; Signore, deh acqueta / per tua gran mercede dell'alma il sospir! / E alfin dell'Empireo a me cittadino / la luce beata, il volto divino / nei secoli eterni sia dato fruir".
Si parli dell'Empireo o del Morrone, il rimando è evidente, con manifestazioni ricorrenti nella poetica di Pecci; già a vent'anni De invaletudine sua, dietro l'apparente mestizia elegiaca e il linguaggio mitologico, riaffermava la fede non ambigua nella vita in Dio. Leone XIII vi approdò ultranovantenne, eppure fino all'ultimo innamorato delle res novae, cui aveva voluto intitolare l'enciclica ancor oggi caposaldo del magistero sociale della Chiesa. E di tutte novissima per Gioacchino Pecci fu forse proprio la poesia. Nell'attesa dei contributi che le due iniziative centenarie daranno alla conoscenza approfondita dei due pontefici, appare intanto evidente come la vocazione poetica e quella celestiniana "di viver solo a Dio" fossero, per Leone XIII, due lati della stessa medaglia:  né evasione né fuga, ma anzi segno e impegno di più piena e dialogica presenza, già mostrata nel difficile passaggio umbro documentato dal carteggio della cancelleria episcopale perugina affidata allo scrupoloso Lorenzo Silvestrini.
La poetica pecciana sembra situarsi alle propaggini del romanticismo di robusto stampo manzoniano, integrando il presente alla riscoperta della potenza innovatrice del cristianesimo. Il canzoniere di Papa Leone associa corposi inni ai patroni, note elegiache e classicheggianti, bozzetti di attualità, curiosità non epidermica per le innovazioni e i loro risvolti in termini di bene comune e annuncio evangelico - si pensi all'elegia sull'acqua condotta a sue spese in Carpineto e soprattutto alle veloci strofe giambiche di Ars photographicaO mira virtus ingenî / Novumque monstrum! Imaginem / Naturae Apelles aemulus / Non pulchriorem pingeret. Aveva trentuno anni questa poesia quando, il 25 maggio 1898, Secondo Pia ottenne sulla Sindone la famosa lastra rivelatrice. "Il Paese" ne diede notizia con molta cautela. Aneddotica invece, quasi in understatement, la cronaca della registrazione del messaggio che Leone XIII inviò a Chicago nel 1893 - stesso anno della silloge con il Carmen celestiniano - all'Esposizione Mondiale dedicata a Cristoforo Colombo. Il Papa aveva preparato un breve saluto in latino che cominciò "a leggere e a pronunziare" avvicinando con qualche incertezza la bocca "all'imbuto", tanto che l'esperimento dovette essere reiterato. "Questa volta la voce fu più sicura, senza arresti e senza ripetizioni; di maniera che quando il fonografo ripeté le parole del Papa, quanti erano presenti furono colpiti da meraviglia". Tutt'altro che scontato, dal Pontefice della Aeterni Patris, il commento a caldo:  "Se il fonografo fosse stato scoperto duemila anni fa, adesso udiremmo qui la voce di Gesù Cristo".


(©L'Osservatore Romano - 19 maggio 2010)
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