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Il 6 luglio 1535 veniva giustiziato Thomas More

Last Update: 9/24/2010 7:25 PM
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Il 6 luglio 1535 veniva giustiziato Thomas More

Un dialogo chiamato coscienza


Pubblichiamo alcuni stralci di una conferenza tenuta a Roma, all'Istituto diplomatico di Villa Madama, dall'arcivescovo segretario della Congregazione per l'educazione cattolica.

di Jean-Louis Bruguès

Poco tempo dopo essere salito al trono, Enrico VIII aveva sposato Caterina d'Aragona, la quale era stata già la moglie di suo fratello maggiore, Arturo. Gli diede cinque figli, ma una figlia soltanto sopravvisse, Maria. Enrico aveva quindi una doppia preoccupazione. Aveva bisogno di un figlio allo scopo di assicurare in Inghilterra il futuro della dinastia che, ricordiamoci, aveva appena ottenuto il trono nella persona di suo padre Enrico vii, e rimaneva quindi fragile. Aveva bisogno di un successore energico per portare avanti la sua opera di "levatrice" della nazione inglese. Secondo la mentalità dell'epoca, una figlia sembrava incapace di avere una tale autorità.
L'ironia della storia ha voluto che il suo unico figlio, Edoardo, lasciasse solo un ricordo insignificante, mentre la sua seconda figlia, la grande Elisabetta, con mano di ferro ha fatto entrare l'Inghilterra nel concerto delle nazioni moderne.
 Enrico VIII "deve" quindi ripudiare sua moglie. Aspetta dal Papa una dichiarazione di nullità del suo matrimonio; Clemente vii si rifiuta, o piuttosto fa trascinare le cose per le lunghe.
Il re persiste nei suoi progetti. È allora che un membro del Parlamento molto influente e molto abile, Thomas Cromwell, lo convince a seguire l'esempio dei principi tedeschi e separarsi di Roma.
Nel 1531, Enrico si proclama capo supremo della Chiesa d'Inghilterra. Thomas More restituisce i sigilli il 16 maggio 1532. Il 12 aprile 1534, viene convocato a Lambeth per prestare giuramento di fedeltà all'Atto di Supremazia che riduce l'autorità del Papa e conferma il divorzio del re. Thomas, però, rifiuta per due volte.
Non è tanto la questione del divorzio ciò che preoccupa la sua coscienza, ma la scissione della Chiesa e il tradimento di Roma che gli viene richiesto. Interpella il procuratore generale, sir Richard Rich, a cui aveva prestato grandi servizi nel passato:  "Supponete - disse More - che il Parlamento faccia una legge affermando che Dio non sia Dio, lei direbbe, procuratore Rich, che Dio non è Dio?", "No, signore - rispose il procuratore - non lo direi, ma nessun Parlamento farebbe mai tale legge". "Ebbene - replicò More - il Parlamento non può neanche fare del re il capo supremo della Chiesa".
More fu condannato per alto tradimento e morì sul patibolo il 6 luglio 1535. Thomas More è stato sempre fedele al suo affetto verso il re; è stato fedele alla politica di quest'ultimo, che voleva riunire i popoli dell'isola in una nazione potente. Un giorno, queste fedeltà si sono trovate in opposizione con una fedeltà che More stimava superiore, la fedeltà alla propria coscienza.
La parola coscienza appare per ben diciassette volte nel suo ultimo scritto in forma di testamento. Per un cristiano, la coscienza non è soltanto quel luogo intimo dove l'uomo delibera con se stesso prima di prendere una decisione morale; essa è l'elevazione dell'essere che permette all'uomo di giudicare con la conoscenza propria di Dio.
Come scriverà tre secoli più tardi John Henry Newman, un altro inglese che la Chiesa si prepara a beatificare:  "La coscienza implica una relazione tra l'anima e qualcosa di esterno, molto di più, di superiore a essa; una relazione con una perfezione che essa non possiede, con un tribunale sul quale essa non ha nessun potere". È la voce stessa di Dio che, entrando nel cuore dell'uomo, gli indica la via del bene e della verità. Per More, questa stessa voce gli mostra che la fedeltà a Cristo, promessa di ogni battesimo, implica la fedeltà a Roma dove siede il Vicario di Cristo.
Insomma, More si iscriveva nella lunga litania dei martiri della coscienza. A partire dalla piccola Antigone che dichiarava al suo re che esistevano delle "leggi sussurrate al cuore" (Sofocle) che superavano le leggi della città, e che era meglio obbedire a esse, a costo di morire, i testimoni di questa libertà suprema sono stati una legione, che si sono sollevati contro i totalitarismi di tutte le specie.
Il rischio non è minore ai nostri giorni. Nelle società secolarizzate, dove l'ipotesi di una qualunque trascendenza è esclusa dalle scelte collettive, c'è il grande pericolo di lasciar credere di nuovo che non esiste niente al di sopra delle leggi della città. Questa è sempre stata la pretesa dello Stato di assoggettare le autorità morali, o di farle tacere, per attribuire a se stesso un'autorità morale assoluta.
I primi martiri cristiani ne sapevano qualcosa, poiché furono messi a morte per ragioni politiche, e non religiose. La coscienza ci suggerisce che ciò che è legale non è necessariamente legittimo, e che esistono delle circostanze nelle quali la dignità e la libertà della persona la spingono a fare obiezione, perfino a insorgere. Max Weber affermava che, quando si trovano in opposizione, l'etica della convinzione (personale) deve sempre inchinarsi davanti all'etica della responsabilità (incidenza collettiva). Il cristianesimo crede l'inverso:  la dignità dell'uomo gli intima l'ordine di seguire la sua coscienza fino in fondo.
Per Thomas More esiste in ciascuno di noi un organo meraviglioso che ci rende superiori alle leggi politiche. È questo organo che fa di noi degli esseri liberi.


(©L'Osservatore Romano - 5-6 luglio 2010)
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I tratti comuni che brillano nei grandi santi inglesi

Niente paura ci basta la verità


di Inos Biffi

Ci sono alcuni tratti che si direbbe emergano e accomunino alcuni dei grandi santi inglesi, come Thomas More, John Fisher, Thomas Becket, e, più vicino a noi John Henry Newman, prossimamente beato, ai quali assoceremmo Anselmo d'Aosta, arcivescovo di Canterbury. Sono i tratti della libertà interiore, della fedeltà alla coscienza, dell'obbedienza assoluta alla legge divina, del riconoscimento dell'autorità umana nel suo legittimo esercizio, e della comunione con la Chiesa di Roma, come segno imprescindibile della comunione con la Chiesa Cattolica.
Nella sua ultima e commovente lettera alla figlia Margaret Thomas More scriveva il 5 luglio 1535:  "Domani è la vigilia di san Tommaso e il giorno dell'ottava di san Pietro. Vorrei andare a Dio proprio domani, in un giorno così propizio per me"; il 7 luglio era la festa annuale della traslazione delle reliquie di Thomas Becket. E così avvenne. Il 6 luglio venne decapitato sullo spiazzo davanti a quella Torre. Si era rifiutato di sottoscrivere.
 L'episcopato inglese, una quindicina di vescovi - noi diremmo l'intera conferenza episcopale - aveva già capitolato, a parte il vescovo di Rochester, John Fisher.
Thomas More, che già da tre anni si era dimesso dalla prestigiosa carica di cancelliere, affrontando con serenità e fiducia nella Provvidenza una sempre più grave condizione di indigenza, era rinchiuso, malato, nella Torre di Londra dall'aprile 1534, dove non mancavano giorni di sfiducia, ed era consolato dalla preghiera e particolarmente dalla meditazione sulla Passione - lo attestano le opere composte in quei mesi:  il Dialogo del conforto, il Trattato sulla passione, la Tristezza di Cristo; d'altronde egli dichiarava di conoscere ben pochi uomini al mondo privi di coraggio come lui. Scriveva però alla figlia:  "Ho la sensazione che Dio mi tenga sulle ginocchia e mi stia viziando come un bambino".
More si era rifiutato sia di firmare la lettera inviata al Papa in cui si chiedeva che venisse sciolto il primo matrimonio di Enrico VIII - che Clemente vii avrebbe dichiarato valido - sia di giurare con la formula dell'Atto di successione col preambolo che implicava il rigetto totale di ogni legame o dipendenza della Chiesa inglese dalla Chiesa di Roma; sia, infine, di accettare l'Atto di Supremazia, che dichiarava il re "il solo capo supremo in terra della Chiesa inglese". Di qui il processo, il primo luglio e la condanna a morte. John Fisher era stato decapitato il 22 giugno, mentre quattro monaci della certosa di Londra erano stati orrendamente squartati e sventrati.
Ai vari interrogatori More spiegava le ragioni della sua opposizione:  col suo consenso avrebbe messo in pericolo la salvezza della sua anima. Si sarebbe separato dall'unità della Chiesa, e questo sarebbe stato contro la sua coscienza. D'altronde aveva chiaramente dichiarato in una lettera la sua libertà interiore:  "Io non ho mai voluto attaccare l'anima mia sulla schiena di nessun altro, fosse pure il migliore degli uomini. Non c'è nessun uomo al mondo, finché si vive, di cui si possa essere del tutto sicuri". "L'unità della Chiesa cattolica era la ragione prima del suo rifiuto. La sua coscienza gli imponeva di stare con il consiglio della cristianità intera, non con il consiglio di un solo regno. L'Atto del Parlamento era contrario alle leggi di Dio e della Chiesa" (Angelo Paredi), che egli vedeva senza il minimo dubbio nella Chiesa di Roma, a cui professava irrinunciabile fedeltà.
 E questo è veramente sorprendente, se si pensa ai papi del suo tempo, i peggiori del Rinascimento:  da Alessandro vi a Giulio ii, da Leone x a Clemente vii. Solo che More, di là dagli abusi dei suoi pastori, aveva colto della Chiesa il non intaccabile mistero, com'era avvenuto per Dante, che, pur non esitando a mandare all'inferno anche dei papi, non cessava di vedere in loro l'immagine di Cristo e di conservare la "riverenza delle somme chiavi" (Inferno, xix, 101).
Anche nella tragica circostanza dell'esecuzione si rivelò lo humour che contrassegnava il carattere di More, "l'uomo di tutte le ore (omnium horarum homo)", come lo ebbe a chiamare Erasmo, il quale, nel profilo biografico, scrive che sembrava "venuto al mondo per prendere in giro la gente" e si domanda:  "Che ha mai creato la natura di più gentile, dolce e prezioso del genio di Thomas More?".
Pregò, dunque, chi lo accompagnava sul patibolo di dargli una mano per salire, che a scendere si sarebbe arrangiato da solo, mentre, ancora immediatamente prima di essere decapitato, volle ripetere che egli moriva nella fede e per la fede della santa Chiesa Cattolica, aggiungendo che moriva "suddito fedele del re, e di Dio innanzi tutto (King's good servant and God's first)".
La figura di Thomas More, così eccezionale ed eroica nella sua umana normalità, continua ad affascinare. Come la quella di Thomas Becket, nella quale risaltano gli stessi tratti che contrassegnano la santità di More, decapitato, secondo il suo desiderio, la vigilia della festa che commemorava la traslazione delle reliquie di Becket.
Cancelliere di Enrico ii e suo compagno d'avventure e di divertimento, nominato arcivescovo di Canterbury, Becket divenne un altro uomo, un uomo di Chiesa, inaspettatamente ormai in fermo contrasto col re, e con quanti dell'episcopato lo sostengono, per affermare la libertà della Chiesa - la sanctae Ecclesiae libertas, come egli scrive - e professare la sua comunione con la Sede Apostolica.
L'espressione libertas Ecclesiae richiama sant'Anselmo suo predecessore nelle Chiesa di Canterbury. Certamente, Tommaso non è Anselmo, non ha il suo prestigio, la sua spiritualità, il suo limpido passato; e tuttavia, con le possibilità e i limiti che gli sono propri, non apparirà minore il suo amore per la Chiesa, e lo rivelerà in forma tragica e suprema il vespro del 29 dicembre del 1170.
Avrebbe detto al re:  "Con la grazia di Dio noi esporremo la nostra testa ai persecutori della Chiesa". E Alessandro iii, che di Tommaso aveva potuto conoscere difetti e pregi, canonizzandolo il 21 febbraio 1173, non dubiterà a collegare il martirio alla causa della libertà della Chiesa:  Tommaso "ha combattuto fino alla morte per la giustizia della Chiesa (pro iustitia Dei et Ecclesiae)".
Le ultime parole di Becket di fronte ai suoi sicari richiamano quelle di Thomas More:  "Per il nome di Gesù e per la protezione della Chiesa sono pronto ad abbracciare la morte"; e non "da traditore del re, ma da sacerdote". Poco prima aveva dichiarato:  "Confido nel re dei cieli, che per i suoi è morto in croce. Da questo giorno in avanti nessuno vedrà più il mare tra me e la mia Chiesa".
Nel 1538 Enrico VIII darà ordine di demolire il sarcofago di Tommaso, di disperderne le ossa, di cancellare il suo nome dal calendario. Si capisce che il ricordo di Becket potesse essere insopportabile al re che aveva fatto decapitare un altro cancelliere, sempre di nome Tommaso, questa volta non vescovo ma laico.
Anche la figura di Thomas Becket non ha cessato di esercitare un'attrattiva profonda e la sua tomba di essere la mèta dei più celebri e suggestivi pellegrinaggi del medio evo. Abbiamo accennato a sant'Anselmo d'Aosta, predecessore di Becket a Canterbury. Non fu corporalmente martire, ma per la libertà della Chiesa, la comunione con la Sede Apostolica, e la fedeltà alla propria coscienza subì l'esilio e trascorse una vita tribolatissima. Scriverà a Papa Pasquale:  "Il re esigeva che io dessi il mio assenso, come se si trattasse di cose rette, ai suoi voleri che erano contrari alla legge e alla volontà di Dio". E si appellerà alla propria coscienza, cui era sensibilissimo, pur sapendo che contro la sua convinzione stava tutta l'Inghilterra, compresi i vescovi concordi con il re. "Tutta la forza dell'Inghilterra - dirà - cerca di eliminarmi, dal momento che non riesce a distogliermi dall'obbedienza alla Sede Apostolica". E dichiarerà:  "Preferisco essere in disaccordo con gli uomini che, d'accordo con loro, essere in disaccordo con Dio".
Sono i motivi che abbiamo riscontrato in Thomas More e in Thomas Becket:  la legge di Dio, la coscienza, la libertà della Chiesa e la comunione con la Chiesa di Roma.
Gli stessi, d'altra parte, che sentiamo ripetuti in John Henry Newman, presto beato, che, per fedeltà alla sua coscienza, torna alla "Chiesa dei Padri" riconoscibile nella "Chiesa Cattolica governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui". Né mai si sarebbe pentito del passo fatto. Trent'anni dopo la conversione avrebbe confidato:  "Non ho mai esitato, neppure per un solo istante, nella convinzione che fosse mio preciso dovere entrare, come allora ho fatto, in questa Chiesa cattolica che, nella mia propria coscienza, ho sentito essere divina".
E a Jemima, angosciata dalla scelta del fratello, dichiarava che se avesse fatto diversamente, avrebbe recato offesa Dio:  "Non vedo nulla che mi possa spingere alla decisione, se non il pensiero che offenderei Dio non facendolo", le stesse parole di Thomas More.
Secondo tratti che concordemente brillano in alcuni grandi santi.


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San Tommaso Moro: buon servitor del re perché miglior servitor di Dio

Dio, il re e il processo a Tommaso Moro
Benedetto XVI parla davanti al Parlamento britannico
di William Newton

TRUMAU (Austria), mercoledì, 22 settembre 2010 (ZENIT.org).- Secondo una celebre frase di Mark Twain, “la storia non si ripete, ma fa rima”. Lo scorso venerdì 17, nella Westminster Hall di Londra, si è verificata una di queste “rime”.

Nella stessa sala, il 1° luglio del 1535, San Tommaso Moro fu condannato a morte per tradimento, perché non aveva riconosciuto la supremazia dell’autorità temporale, il re, sull’autorità ecclesiastica e sul Papa. Ci sono voluti quasi 500 anni, ma lo scorso venerdì sera, John Bercow, il successore di Tommaso Moro alla presidenza della Camera dei comuni, ha invitato il successore di Papa Clemente VII a rivolgersi all’intero Parlamento britannico.

Benedetto XVI ha dimostrato di essere pienamente consapevole del significato di quell’occasione, non avendo avuto timore di ricordare ai parlamentari presenti ciò che era in ballo nel processo contro San Tommaso Moro. Il Papa ha notato che “il dilemma con cui Tommaso Moro si confrontava, in quei tempi difficili” era “la perenne questione del rapporto tra ciò che è dovuto a Cesare e ciò che è dovuto a Dio”. Lo scopo dell’intervento di Benedetto XVI – e in un certo senso dell’intera sua visita nel Regno Unito – è stato quello di “riflettere ... sul giusto posto che il credo religioso mantiene nel processo politico”.

Benedetto XVI ha proseguito sottolineando che “le questioni di fondo che furono in gioco nel processo contro Tommaso Moro continuano a presentarsi” ancora oggi e tra le più importanti vi è questa: “A quale autorità ci si può appellare per risolvere i dilemmi morali?”.

Tommaso Moro e tutti gli uomini e donne del suo tempo, in Inghilterra, erano costretti – pena la morte – a rispondere a questa domanda: su che basi va decisa la questione del divorzio e della possibilità di risposarsi? Doveva essere sulla base dell’opinione di colui che deteneva il potere politico (Enrico VIII), o sulla base dei perenni principi morali: i principi sostenuti dalla Chiesa?

Fondamenti

Molte cose sono cambiate politicamente in Inghilterra negli ultimi 500 anni, ma la questione rimane: esistono fondamenti etici della società civile e politica che semplicemente non sono nella disponibilità di chi detiene il potere, anche se il potere è democratico?

La risposta di Benedetto XVI naturalmente è sì, perché “se i principi morali che sostengono il processo democratico non si fondano, a loro volta, su nient’altro di più solido che sul consenso sociale, allora la fragilità del processo si mostra in tutta la sua evidenza”. Con queste parole, il Santo Padre, pensava sicuramente anche alle leggi contrarie alla vita, approvate dal Parlamento britannico e da altre democrazie avanzate, negli ultimi decenni, in ossequio al “consenso sociale”, ma in contrasto con il vero bene della società.

Benedetto XVI non ha espressamente menzionato l’aborto, l’eutanasia e la sperimentazione sugli embrioni umani, ma ha dato un altro esempio di come vengono sacrificati i fondamenti morali della società. Con riferimento all’attuale crisi finanziaria globale, ha ricordato che questa dimostra alla società cosa ci si può aspettare quando i sani fondamenti etici vengono sacrificati nel nome dell’interesse personale e del pragmatismo. Ha affermato che “vi è un vasto consenso sul fatto che la mancanza di un solido fondamento etico dell’attività economica abbia contribuito a creare la situazione di grave difficoltà [economica] nella quale si trovano ora milioni di persone nel mondo”.

Per arrivare al dunque del suo discorso, ha ricordato ai parlamentari “una delle conquiste particolarmente rimarchevoli del Parlamento britannico: l’abolizione del commercio degli schiavi”. Il Santo Padre ha osservato che “la campagna che portò a questa legislazione epocale, si basò”, non sulla spinta dell’opinione pubblica (che anzi esprimeva quanto meno ambiguità), ma “su principi morali solidi, fondati sulla legge naturale”, e, si potrebbe aggiungere, sostenuti da cristiani convinti come William Wilberforce.

Avendo ricordato agli onorevoli la necessità che la società politica sia fondata in definitiva su solidi fondamenti etici e non sui capricci del “consenso sociale”, Benedetto XVI ha proseguito l’intervento con l’ovvia domanda: “dove può essere trovato il fondamento etico per le scelte politiche?”. Il Papa ha risposto a questa domanda sottolineando che “le norme obiettive che governano il retto agire sono accessibili alla ragione, prescindendo dal contenuto della rivelazione”. Contrariamente a quando sostiene il relativismo, la ragione umana è in grado di capire ciò che è vero e ciò che è giusto. Egli quindi non fa altro che ricorrere alla legge naturale.

Gettare luce

Se dunque le norme morali oggettive possono essere conosciute dalla ragione umana anche senza la rivelazione, qual è il ruolo della religione e in particolare della fede cristiana nella società? Non è – ha affermato Benedetto XVI – quello di impartire queste norme morali e certamente non è quello di proporre un piano dettagliato per la riforma della vita politica ed economica di una nazione. È invece quello di “aiutare nel purificare e gettare luce sull’applicazione della ragione nella scoperta dei principi morali oggettivi”.

Pertanto, si tratta in molti casi di un ruolo “correttivo”, nel senso di aiutare a guidare la ragione nella sua ricerca delle norme morali e della loro concreta applicazione. Una guida che è necessaria, perché il peccato spesso ostacola la ragione nella sua ricerca della verità. Il Santo Padre ha anche avvertito che “senza il correttivo fornito dalla religione ... la ragione può cadere preda di distorsioni, come avviene quando essa è manipolata dall’ideologia, o applicata in un modo parziale, che non tiene conto pienamente della dignità della persona umana”.

Benedetto XVI ha ricordato all’assemblea che “fu questo uso distorto della ragione, in fin dei conti, che diede origine al commercio degli schiavi”, in quanto tale commercio era fondato sulla negazione di principi morali che anche la sola ragione avrebbe dovuto affermare, ovvero quello dell’eguaglianza di tutti gli uomini e della loro intrinseca dignità.

Il Pontefice ha osservato che questa funzione “correttiva” della fede e della rivelazione non sempre è gradita nelle società democratiche moderne. Ha ammesso che talvolta vi sono buoni motivi in questo senso, riferendosi ai fenomeni di settarismo e fondamentalismo, che sono forme di fede religiosa prive della ragione. Stando così le cose, Benedetto XVI ha invitato i suoi ascoltatori – gli uomini e le donne che detengono il potere politico nel Regno Unito – a fare il possibile per assicurare “un profondo e continuo dialogo”, tra “il mondo della razionalità secolare e il mondo del credo religioso”, per “il bene della nostra civiltà”.

Alla luce della decisiva importanza di questo dialogo tra ragione e fede, Benedetto XVI ha detto: “non posso che esprimere la mia preoccupazione di fronte alla crescente marginalizzazione della religione, in particolare del Cristianesimo, che sta prendendo piede in alcuni ambienti, anche in nazioni che attribuiscono alla tolleranza un grande valore”, come il Regno Unito.

Egli ha anche parlato dei “segni preoccupanti dell’incapacità di tenere nel giusto conto ... i diritti dei credenti alla libertà di coscienza e di religione”. In questo, il Papa pensava certamente alle recenti leggi cosiddette antidisciminazione, approvate dal Parlamento britannico, che tra l’altro conferiscono diritti inappropriati alle persone omosessuali (come il diritto all’adozione) a detrimento della libertà religiosa. Le organizzazioni cattoliche per l’adozione sono state obbligate ad adeguarsi o a chiudere l’attività.

Tacitare

Il Papa ha anche osservato che “vi sono alcuni che sostengono che la voce della religione andrebbe messa a tacere, o tutt’al più relegata alla sfera puramente privata”.

Parlando, il giorno dopo, durante la vigilia della beatificazione del cardinale John Henry Newman, Benedetto XVI ha detto che “Newman avrebbe descritto il proprio lavoro come una lotta contro la tendenza crescente a considerare la religione come un fatto puramente privato e soggettivo”.

È alla luce di questa tendenza alla “privatizzazione” che il Papa è stato invitato dalla regina e dal suo governo (e non dai vescovi) a visitare il Regno Unito. Il fatto che si è trattato di una visita di Stato è di enorme importanza. Benedetto XVI, nelle parole e nei fatti, sta cercando di far passare la verità che le società moderne e le democrazie moderne non possono fare a meno della “religione nella sfera pubblica”.

San Tommaso Moro dopo tutto non era solo un buon servitore del re, e un migliore servitore di Dio; ma egli era un buon servitore del re proprio perché era un ancor migliore servitore di Dio. La comunità politica ha bisogno dell’influenza del Cristianesimo per raggiungere i suoi obiettivi.

Da questo invito al Santo Padre a rivolgersi al Parlamento britannico, un invito senza precedenti e semplicemente inconcepibile anche solo qualche anno fa, emana un raggio di speranza che il Cristianesimo possa continuare ad essere il faro della società.
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*William Newton è assistant professor (MMF) presso l’International Theological Institute di Trumau, in Austria, e membro del corpo docente del Maryvale Institute, Birmingham, U.K.

Una Fides
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