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Roma capitale, verità indiscussa (ma non indiscutibile, diciamolo!)

Last Update: 9/24/2010 7:14 PM
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meglio il turbante del turco che la berretta del cardinale

S. Em. il Card. Tarcisio Bertone: Roma capitale, verità indiscussa (ma non indiscutibile, diciamolo!)

Il segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone ha detto oggi, in occasione della celebrazione del 140esimo anniversario della presa di Roma da parte dello stato italiano, che la Chiesa riconosce “la verità indiscussa” di Roma capitale d’Italia. “Un gesto d’onore e altamente simbolico… per raccogliere il messaggio che viene dalla Breccia di Porta Pia”, ha definito Bertone l’inedita presenza vaticana alla celebrazione, di fatto, della fine del potere temporale della Chiesa, che oggi governa solo su una piccolissima porzione della città. “Da decenni Roma è l’indiscussa capitale dello stato italiano”, ha detto il cardinale davanti al presidente della Repubblica e al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta. Il prelato, sottolineando comunque il ruolo di “centro del cristianesimo” di Roma, ha detto che “la comunità civile e quella ecclesiale desiderano praticare una vasta collaborazione a vantaggio della persona umana.

Breccia di Porta Pia, una guerra sacrilega
e osannata oggi da una gerarchia modernista...

zuavi pontifici

Pio IX: "Signor generale , ora che si va a compiere un gran sacrilegio e la più enorme ingiustizia, e la truppa d'un Re cattolico, senza provocazioni, anzi senza nemmeno l'apparenza di qualunque motivo, cinge d'assedio la capitale dell'Orbe cattolico, sento in primo luogo il bisogno di ringraziare Lei e tutta la truppa nostra della generosa condotta finora tenuta, dell'affezione mostrata alla Santa Sede e della volontà di consacrarsi interamente alla difesa di questa metropoli. Siano queste parole un documento solenne che certifichi la disciplina, la lealtà, il valore della truppa al servizio di questa Santa Sede. In quanto poi alla durata della difesa, sono in dovere di ordinare che questa debba unicamente consistere in una protesta, atta a contrastare la violenza e nulla più, cioè di aprire trattative della resa ai primi colpi di cannone. In un momento in cui l'Europa intera deplora le vittime numerosissime, conseguenza di una guerra fra ...

... due grandi nazioni , non si dica mai che il Vicario di Gesù Cristo, qantunque ingiustamente assalito, abbia ad acconsentire a qualunque spargimento di sangue. La nostra causa è Dio, e noi rimettiamo nelle sue mani la nostra difesa.Benedico di cuore Lei, signor generale, e tutte le nostre truppe" ...

I fatti:

Il giorno 10 settembre 1870, ricevuto l'immotivato ed esilarante ultimatum del Savoia di abbandonare Roma, il Papa Pio IX chiamò a se il Ministro della Guerra, Generale Hermann Kanzler e serenamente gli ordinò: "Ebbene a questo esercito io debbo dare un grande dolore: esso dovrà cedere".

Infatti l'ordine fu che le truppe pontificie si dovevano via via ritirare senza combattere, effettuando una semplice, ma non accanita resistenza e ciò solo ed esclusivamente per non avallare l'illegittimità dell'azione del Savoia e mostrare al mondo quanto la Chiesa di Cristo stava patendo.

Il giorno 19 settembre 1870 il Papa invia al suo generale una nota:"Signor generale, ora che si va a compiere un gran sacrilegio e la più enorme ingiustizia, e la trupa di un Re cattolico, senza provocazioni, anzi senza nemmeno l'apparenza di qualunque motivo, cinge d'assedio la capitale dell'Orbe cattolico, sento in primo luogo il bisogno di ringraziare Lei e tutta la truppa nostra della generosa condotta finora tenuta, dell'affezione mostrata alla Santa Sede e della volontà di consacrarsi interamente alla difesa di questa metropoli. Siano queste parole un documento solenne che certifichi la disciplina, la lealtà, il valore della truppa al servizio di questa Santa Sede. In quanto poi alla durata della difesa, sono in dovere di ordinare che questa debba unicamente consistere in una protesta, atta a contrastare la violenza e nulla più, cioè di aprire trattative della resa ai primi colpi di cannone.In un momento in cui l'Europa intera deplora le vittime numerosissime, conseguenza di una guerra fra due grandi nazioni, non si dica mai che il Vicario di Gesù Cristo, qantunque ingiustamente assalito, abbia ad acconsentire a qualunque spargimento di sangue. La nostra causa è Dio, e noi rimettiamo nelle sue mani la nostra difesa.Benedico di cuore Lei, signor generale, e tutte le nostre truppe".

L'aggressione

Alle 5.10 del 20 settembre 1870, le prime cannonate piemontesi riecheggiano nel cielo di Roma. Vengono colpiti gli archi ed i merli di Porta Pia e Porta Maggiore; le mura ed i contrafforti del colle Vaticano e della cinta leonina.

Alle 6.35 aprono il fuoco le batterie del generale Bixio che dirigono il tiro contro Porta San Pancrazio. I proiettili sfiorano la Cupola di San Pietro e finiscono nel Borgo e nei giardini vaticani. Altri cadono a Trastevere dove scoppia un furioso incendio.

Il Papa convoca il corpo diplomatico. Si presentano i rappresentanti di 17 nazioni ai quali espone la sua viva protesta per quanto stava facendo il Governo Italiano identificando nel verso giusto quell'impresa che aveva un significato più diabolico che politico.

Egli, infatti, tra l'altro affermò: "Bixio, il famoso Bixio, è là coll'esercito italiano. Oggi è generale! Bixio, fin dal tempo nel quale era repubblicano, aveva formato il progetto di annegare nel Tevere il papa e i suoi cardinali quando sarebbe entrato in Roma.

Io l'aspetto il liberatore insieme al sue re, novello Attila (...). Poi, scuro in viso e dopo aver parlamentato con il Colonnello Carpegna dichiara: "Io ho dato in questo istante l'ordine della resa totale.

Non si potrebbe più difendere se non spargendo molto sangue ed io mi rifiuto di ciò. Io non vi parlo di me: non è per me che io piango, ma per quei poveri figli che sono venuti a difendermi come loro Padre.

Voi vi occuperete per quelli dei vostri paesi: ve ne sono di tutte le nazioni; pensate anche, io ve ne prego, agli inglesi, ai canadesi, i quali non hanno qui rappresentanti".Nello stesso tempo veniva issata sulla Cupola di S. Pietro la bandiera bianca.

Nonostante il chiaro segno di resa, i colpi delle cannonate continuavano a solcare rabbiose il cielo di Roma. Il reparto comandato dal Generale Bixio, attestato di fronte a Porta San Pancrazio, continuava un tiro teso ed all'impazzata in direzione di San Pietro.

Alcuni ufficiali sabaudi chiesero conto di un tale comportamento fuori da ogni regola ed in violazione di chiari ordini.

Lo stesso generale Cadorna in seguito dichiarò: " (..) sul compianto generale Bixio diremo bravo, ma impetuoso e teatrale per natura, mal sofferendo di avere per compito una semplice dimostrazione, qui sotto Roma fece tirare all'impazzata (..)".

Avendo le truppe papaline di fatto smesso di difendersi per ordine del Papa, i bersaglieri si accostarono alla cinta muraria più debole, nei pressi di Porta Pia, per sistemare di fianco alcune cariche esplosive ad alto potenziale e ciò nonostante la porta fosse ormai libera da militi e da ostruzioni.

A seguito dell'esplosione si aprì una stretta breccia larga poco più di un paio di metri. Quindi la spaccatura venne enormemente allargata a colpi di cannone e piccone dagli uomini del genio sabaudo.

Nonostante le bandiere bianche di resa, la fanteria sabauda si dispose su tre colonne di attacco. Uno schieramento formidabile per assaltare una porta "spalancata".

Alla vista di quanto si stavano preparando a fare i "valorosi" bersaglieri, il capitano zuavo Berger, avuto anch’egli l'ordine di non combattere, si eresse piangendo sulle rovine delle mura tenendo per la lama la sua spada ed alzando verso il cielo l'elsa intonò l'inno dei crociati zuavi.

Quando fu suonata la carica una calca indescrivibile di soldati italiani formata dalle tre colonne si avventò sulle postazioni papaline che già da molto tempo avevano cessato il fuoco ed avevano issato la bandiera bianca.

Emblematica appare la probabilità in via di verifica che i feriti sabaudi della famosa carica siano solo il frutto del cosiddetto fuoco amico casuale che, oltre ad abbattere i bersaglieri, “(...) li espose al calpestio dei loro compagni intenti a conquistare Roma di corsa”.

Su questo squallido episodio militare, la mitologia risorgimentale si è sbizzarrita ad imbastire incredibili episodi di valore, costruendo eroi e vicende su stampe e foto raffiguranti cariche, scontri e luoghi esistiti solo nell'immaginario di una disonorevole e piratesca conquista.

Una volta dilagate in Roma, le truppe di conquista si preoccuparono di attestarsi nei punti chiave della città e di occupare i ministeri, le caserme ed i tribunali.Puntarono i loro cannoni su S. Pietro dal Gianicolo e da Castel Sant'Angelo e predisposero la cavalleria e la fanteria pronta ad attaccare il Vaticano.

Mancava solo un ordine e la città di Cristo sarebbe stata ridotta a poco più di un colle di rovine.Un ordine che tardò ad arrivare e mai arrivò.

Ancora una volta “Attila” era stato fermato da un Sommo Pontefice.Importante e significativo il resoconto di Ugo Pesci, un giornalista a seguito dei piemontesi: "Noto prima di ogni altra cosa la mancanza assoluta di qualunque entusiasmo (...)

Sette o otto reggimenti di fanteria traversano le strette vie della città colla musica. Nessun saluto, nessun sorriso, pianti si, molti".Ma allora, da dove è stato rilevato l'entusiasmo del popolo romano festoso raccontato dalla storiografia risorgimentale? Altrettanto interessante appare il fatto che l'ambasciata Inglese fu poi realizzata a pochi metri dalla famosa "breccia".

Un caso? Una necessità? Oppure un segnale importante, se non addirittura un monito, trasmesso a tutti coloro che ancora dubitano su chi sono stati i veri artefici di un risorgimento anticattolico e crudele che non fu altro che "una fase importante dell'imperialismo inglese"?

Don Bosco nell’ammonire "Chi ruba alla Chiesa ruba a Dio", coraggiosamente sentenziò a quella "maledetta dinastia" che aveva comandato l’aggressione alla Chiesa, che non avrebbe visto la 3^ generazione da regnanti.

E così fu.

A completamento dell'intera vicenda c'è la curiosa ma significativa decisione del generale Raffele Cadorna quando al decimo anniversario della "storica" breccia di Porta Pia si rifiutò categoricamente di prender parte ai festeggiamenti in ricordo di una "(...) battaglia disonorevole, inutile e sacrilega ".

Una curiosità molto importante.

Per la massoneria le date sono fondamentali, infatti le truppe sabaude, attestate da una settimana alle porte di Roma, attesero il 20 settembre 1870 per scatenare l’aggressione che si sarebbe dovuta concludere il 21, anniversario della fondazione della prima repubblica giacobina.

Con la resa immediata e, quindi, con l’amore verso la sua gente, il Sommo Pontefice ruppe l’incantesimo dei numeri dell’odio di Satana. [Tratto dal web] [Francesca Romano]

Bibliografia e fonti di archivio:De Cesare – Roma e lo Stato del Papa – Dal ritorno di Pio IX al XX settembre 1870 – Forzani – Roma;Hercule De Sauclières - Il Risorgimento contro la Chiesa e il Sud – Controcorrente – Napoli;Cesare Bartoletti – Il Risorgimento visto dall’altra sponda – Arturo Berisio – Napoli;Ivanoe Bonomi – la politica italiana da Porta Pia a Vittorio Veneto – 1870 – 1918 – Einaudi;Gerlandino Lentini – La bugia risorgimentale – Edizioni il Cerchio – Città di Castello – PG;Vincenzo Del Giudice e altri – I patti Lateranensi – Quaderno n. 12 – Ed. Aldo Cricca – Tivoli:Antonmaria Bonetti – La liberazione di Roma del 1870 – Osservazioni critiche – Tip. Arciv. Siena;Massimo Brandani ed altri – L’Esercito Pontificio da Castelfidardo a Porta Pia – Intergest – Milano;Gigi Di fiore – i Vinto del Risorgimento – Utet – Torino;Domenico De Marco – Il Tramonto dello Stato Pontificio – Edizioni Scientifiche Italiane – Napoli.Archivi di Stato di Roma,Archivi di Stato di Napoli;Archivio S.C.V.;Archivio Borbone Roma;Ufficio Storico Esercito Italiano. [Tratto dal web] [Francesca Romano]

Carlo Di Pietro


°§°§°§°§°



Un principe turco crociato di Pio IX



Riproponiamo un articolo diffuso nel settembre 2006 relativo alla straordinaria vicenda di un giovane principe turco che si convertì alla Fede Cattolica e che si arruolò nell’esercito papalino per difendere la Chiesa dall’assalto della Massoneria. Ebbe la grazia di nascere prima dell’ecumenismo filo-islamico promosso dal Concilio Vaticano II...

Il libro da cui è tratto il brano è stato ristampato: Antonmaria Bonetti, Il volontario di Pio IX, Racconto storico di un volontario di Pio IX dal 1867 al 1870, Centro Librario Sodalitium, pagg. 130, euro 10,00:

Due mercenari

… Questa volta fra i convitati vi erano due soldati di linea che non conosceva. Chi erano? “Due mercenari del Papa”, direbbe il “vincitore” di Castelfidardo (il gen. Cialdini, ndr); io invece dico che erano due veri tipi del Crociato moderno.

Il primo di oltre quarant’anni era un nobile gentiluomo dell’Emilia (il conte Sormani Moretti) che, capo di battaglione sotto il Duca di Modena, suo Sovrano, aveva seguito questo Principe nell’impero, dopo che la rivoluzione gli ebbe rovesciato il trono. Dopo qualche anno per l’avvenuto scioglimento della Brigata del Duca, passò col suo grado e il suo servizio nelle file dell’esercito austriaco. Si trovava già presso al giorno che poteva chiedere la giubilazione, e chiudere così in pace l’onorata sua carriera, quando non potendo più resistere alla voce interna del cuore, rinunzia al grado e ad ogni diritto di avanzamento e di pensione, e vola a Roma ad arruolarsi semplice soldato, nonostante gli inviti del Ministro e di Sua Santità di entrare come Maggiore, o almeno come Ufficiale subalterno, nello Stato Maggiore Generale. Quanto diversamente la pensava questo personaggio dai corifei della rivoluzione. In quanta stima aveva la divisa ancora del semplice soldato di Pio IX, sì da anteporla agli spallini di Maggiore Austriaco!


Più lunga e piena di avventure è la storia dell’altro, giovane sui vent’anni, di statura gigantesca e di erculee forme. Egli nacque in Gerusalemme dalla nobilissima famiglia Alamy, una delle primarie dell’Impero Turco, il cui capo occupava una delle più elevate cariche del Governo, a fianco del Sultano.

Il nostro giovane, benché allevato nella religione e nei costumi maomettani, venuto in età di discernimento, col sussidio dei profondi e vasti studi fatti, e di un’acutezza di mente e di un candore di vita non comune, venne ben presto in dubbio sulla verità e sulla santità del culto dei suoi padri, e finì per concludere che era una superstizione.

Ma quale era dunque la vera religione? Aveva letto molte storie di Maometto, e lo aveva trovato un ardito cerretano e un fortunato e feroce avventuriere. Aveva studiato le origini delle molteplici credenze delle varie regioni dell’Asia e dell’Africa e le aveva viste perdersi o nella favola, o nel dubbio, o nell’assurdo.

La genesi pietosa della Fede Cattolica, il meraviglioso crescere e propagarsi di essa con nessun mezzo materiale, osteggiata anzi e combattuta da popoli, da filosofi e da monarchi, l’aveva colpito! Che fare?

Voglio frequentare le prediche cattoliche, esclama, e vedremo di riuscire all’ergo. Vacci una volta, vacci due, vacci tre, il suo criterio, aiutato dalla divina grazia, che lo voleva nel grembo della vera Chiesa, finì per pensare che la cattolica fosse la vera religione.

Poche settimane prima, il giovane Alamy usciva in gran treno, in abito di seta a ricami d’oro e di perle, preceduto e scortato da dodici scudieri a cavallo, come alla dignità del padre e al lustro di sua famiglia si conveniva, ed al suo passaggio si prostravano i cittadini. Ora in abito dimesso, avvolto in ampio e modesto mantello di panno, pedone e soletto usciva dall’avito palazzo e si recava sulle rive del Cedron o del Giordano, o sulle vette del Calvario.

Quivi giunto apriva una Bibbia, procuratasi furtivamente, e meditava sulle riposte ragioni della verità col confronto delle bellezze eloquenti della natura, che accennano a un Ente Creatore, a un Ente superiore a tutti, quindi necessariamente a un Ente o Dio unico e onnipotente, buono, provvidente, misericordioso.

Era già, si può dire, convertito nell’interno, quando gli venne la felice idea (suggeritagli certo dal suo buon angelo) di convitare i primari saggi del Corano, e proporre loro tutte le questioni, i dubbi possibili sulle più celebri religioni del mondo. Le risposte ottenute non lo soddisfecero per nulla, anzi gli crebbero l’opinione favorevole per quella di Cristo, e la disistima, il disprezzo per tutte le altre. Levate le tavole e licenziati gli ospiti, senza dir nulla, esce in stretto incognito e si reca dal Patriarca Cattolico della città. Annunziato per chi era, fu subito introdotto e ricevuto dall’esimio prelato, che si fece un vanto di circondarlo di tutte le distinzioni dovute alla sua posizione sociale, inferiore di poco a quella del sovrano.

Non si conoscono i particolari del colloquio fra il giovane turco e il venerando Pastore, fatto è che dopo alcune altre visite egli fu pienamente cattolico di mente e di cuore, deciso di esserlo quanto prima anche, esteriormente, ben persuaso che sì l’uno e sì l’altro culto è dovuto in omaggio a Colui cui tutto dobbiamo e l’essere e le potenze intellettuali e i sensi del corpo.

La madre, dal fare reciso e dal carattere taciturno e pensieroso, assunto dal figlio dopo la disputa tenutasi in sua presenza, era entrata in sospetto circa i divisamenti che ravvolgeva il giovane in secreto. E siccome era tenacissima nella credenza dei suoi maggiori, dubitando di un’apostasia dell’unico erede della sua casa, e temendo, come conseguenza necessaria, la perdita di tutti i favori, il credito e l’influenza presso la corte, scrisse di tratto al marito, consigliandolo a proporre il figlio al Sultano per suo successore, come il mezzo più potente per fargli dimenticare le sue nuove utopie religiose, come ella le chiamava.

Fu un colpo di fulmine per il vecchio magistrato questa lettera della moglie; però accettando il consiglio di lei, si recò tosto dal Principe per presentargli le sue dimissioni, e per proporgli il figlio. Il Sultano che conosceva i rari pregi del giovine Alamy, accettò subito e fece stendere il decreto di nomina, anche per rendere un meritato omaggio e guiderdone ai molti ed importanti servigi resi dal padre e dagli avi suoi in ogni tempo allo Stato.

Questa novella recata per telegrafo a Gerusalemme innondò il cuore di gioia alla vecchia madre, e (parrà strano il crederlo) al giovane Alamy, perché l’una credeva di stringere in pugno il lauro della sua vittoria, e l’altro vedeva in questa disposizione della Porta (riferimento alla Sublime Porta, termine usato per indicare l’impero ottomano, NdR), il più sicuro mezzo per condurre a termine i suoi progetti. Ricevute con la solennità prescritta le varie autorità e deputazioni cittadine che andarono a congratularsi con lui, e forse anche a mendicare la protezione del novello ministro, venuto il giorno della partenza per la capitale, abbracciò non senza grande commozione la madre che certo più non avrebbe riveduta, e si mise in cammino con grandissimo corteo di servi, di scudieri e di guardie.

Già a Costantinopoli si disponeva per il suo ricevimento, e il canuto genitore gongolava dalla gioia al pensiero che presto avrebbe riabbracciato il diletto figliuolo, e trionfato dei trionfi che certo avrebbe raccolto col suo senno, col suo ingegno, colla sua coltura alla Corte. Si sapeva essere egli a poche leghe dalla città, ma nessuna staffetta, nessun avviso, anzi nessun benché minimo indizio, veniva al governo dell’ora del suo ingresso. Si telegrafò, si spedirono corrieri, si trovarono le persone del seguito, si domandò loro del padrone, ma nessuno ne sapeva nulla. Tutti rispondevano che da circa tre giorni non lo si era più visto, che era scomparso di nottetempo, lasciando ordine preciso che nessuno si movesse e che si attendesse il suo ritorno. Si stette così vario tempo al buio di ogni cosa, finché una lettera datata da Roma spiegò al padre ed al governo l’arcano.

Non è stato possibile l’avere copia di quella lettera, ma se ne conosce il contenuto. Eccone il sunto, imitante il meglio possibile il testo nella sua orientale magnificenza:

“La grazia di Dio aveva squarciato e, tolto dai miei occhi il velo della secolare ignoranza che offusca i popoli dell’Oriente, quando mi giunse la nomina del gran Signore dell’Impero Ottomano a tuo successore, diletto Genitore. Io ti ringrazio, e ti prego ancora di far parte della mia riconoscenza al Principe generoso, cui la Provvidenza affidò il regime delle sorti degli abitanti del Bosforo e del Giordano, perché così ho trovata aperta la via al compimento dei miei desideri.

Io venni incognito a Costantinopoli e in una casa religiosa cattolica ebbi il battesimo della Fede di Cristo, e la Cresima e la Comunione; quindi noleggiato un posto in un legno francese che partiva alla volta d’Italia, venni a Roma, e mi arruolai fra i campioni del Gran Sacerdote della nuova mia Religione. Compito questo voto, l’unico che lui rimane e che depongo quotidianamente ai piedi dell’altare dell’altissimo Iddio, è la conversione tua, amato padre, di mia madre e di tutti i miei amici e infine di tutto codesto vasto e infelice impero, sepolto nel letargo dell’ignoranza e dell’errore. Voglia l’onnipotente e misericordiosissimo Arbitro di tutto il mondo, esaudirmi, a prezzo ancora del mio sangue.”

Seguiva quindi il magnanimo giovane inviando le più cordiali e vive proteste d’amor figliale ai suoi genitori, loro facendo i più caldi auguri di felicità. Aggiungeremo ancora qualche particolare per meglio chiarire per quali vie meravigliose conducesse questo giovane avventurato al porto di salute, la bontà del Signore. Giunto in Roma trovò il Patriarca di Gerusalemme, qua convenuto per l’apertura del Concilio Ecumenico. Fu per venir meno dalla gioia il veglio venerando nel riabbracciare quella cara pecorella dell’ovile di Pietro, e nell’udire la storia della sua rigenerazione.

Lo presentò subito al Santo Padre, il quale esclamò nell’eccesso della consolazione: Non inveni tantam fidem in Israel, e se lo strinse con paterna benevolenza al cuore. Diede subito ordine all’autorità militare perché accogliesse e tenesse il giovane crociato con le più eccezionali distinzioni, e perché gli venisse elargito a suo conto, fino a che avesse potuto meritarsi gli spallini, un soprassoldo di sessanta franchi al mese. Quindi lo licenziò, regalandolo di una magnifica medaglia d’argento, che il giovane Gabriele (tale era il nome impostogli nel battesimo) terrà sempre più cara della vita. Né ciò bastò: l’augusto Gerarca nell’inesausta sua munificenza non cessò mai fino alla data fatale del 20 settembre di accoglierlo spesso nelle sue stanze, e di dargli frequenti attestati della sua paterna tenerezza.

Giornalisti, romanzieri, filosofi, poeti, legislatori del secolo XIX! Che ne dite di questo racconto? È una favola, sento rispondermi; è un parto di un’immaginazione esaltata e nulla più. No, è la verità!


Brano tratto da: Il volontario di Pio IX. Racconto storico dal 1867 al 1870, di Antonmaria Bonetti, Tipografia Arciv. S. Paolino, Lucca 1890, pagg. 93-100.


Bonetti era un universitario bolognese che si arruolò volontario nell’esercito di Pio IX, nel Corpo dei Cacciatori. Il 20 settembre 1870 prese parte alla difesa di Roma, fu fatto prigioniero e subì la deportazione nel campo di Alessandria, dove rifiutò di entrare a far parte dell’esercito italiano, come la maggioranza dei suoi commilitoni. In seguito scrisse numerosi libri per rispondere alle menzogne della propaganda risorgimentale.

Una Fides
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