Le ragioni della storia in difesa di Pio XII

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Cattolico_Romano
00Sunday, June 7, 2009 7:12 AM
  Le ragioni della storia in difesa di Pio XII

Quando si oscura l'immagine di un grande Papa


Il 10 giugno alle 17,30, all'Istituto Luigi Sturzo di Roma, verrà presentato il libro curato dal nostro direttore, Giovanni Maria Vian, In difesa di Pio XII. Le ragioni della storia (Venezia, Marsilio, 2009, pagine 168, euro 13). All'incontro interverranno Anna Foa, Giorgio Israel, Paolo Mieli e Roberto Pertici. Sarà presente il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato. Nel volume sono rielaborati alcuni testi e contributi pubblicati su "L'Osservatore Romano". Di seguito presentiamo l'introduzione del curatore.

Pio XII? Un Papa lontano, dai tratti così sbiaditi da non essere più riconoscibili o, in alternativa, dai contorni sin troppo carichi, ma perché deformati da una rappresentazione polemica talmente aspra e persistente da oscurare la realtà storica. È questa l'immagine che oggi prevale di Eugenio Pacelli, eletto sulla sede di Pietro alla vigilia dell'ultima guerra mondiale.

Destino singolare per il primo romano pontefice che, sul cammino aperto dal predecessore, divenne popolare e davvero visibile in tutto il mondo. Grazie all'incipiente e tumultuosa modernità, anche della comunicazione, che il Papa di Roma volle e seppe utilizzare:  dai ripetuti viaggi - che lo portarono in Europa e America come diplomatico e segretario di Stato - al nuovo genere dei radiomessaggi, dalle grandi manifestazioni pubbliche alle copertine dei rotocalchi, dal cinema a un mezzo appena agli albori e destinato a grandi fortune come la televisione. Destino ancor più singolare se si pensa poi all'autorevolezza generalmente riconosciutagli in vita e ai giudizi positivi quasi unanimi che nel 1958, mezzo secolo fa, ne accompagnarono la scomparsa.

Come è stato allora possibile un simile rovesciamento d'immagine, verificatosi per di più nel giro di pochi anni, più o meno a partire dal 1963? I motivi sono principalmente due. Il primo risiede nelle difficili scelte politiche compiute da Pio XII sin dall'esordio del pontificato, poi durante la tragedia bellica, e infine al tempo della guerra fredda. La linea assunta negli anni del conflitto dal Papa e dalla Santa Sede, avversa ai totalitarismi ma tradizionalmente neutrale, nei fatti fu invece favorevole all'alleanza antihitleriana e si caratterizzò per uno sforzo umanitario senza precedenti, che salvò moltissime vite umane.

Questa linea fu comunque anticomunista, e per questo, già durante la guerra, il Papa cominciò a essere additato dalla propaganda sovietica come complice del nazismo e dei suoi orrori. La seconda ragione fu l'avvento del successore, Angelo Giuseppe Roncalli. Questi, descritto già molto tempo prima del conclave come candidato (e, una volta eletto, come Papa) "di transizione", in ragione soprattutto dell'età avanzata, prestissimo venne salutato come "il Papa buono", e senza sfumature sempre più contrapposto al predecessore:  per il carattere e lo stile radicalmente diversi, ma anche per la decisione inattesa e clamorosa di convocare un concilio.

Gli elementi principali che spiegano il cambiamento dell'immagine di Papa Pacelli sono dunque la scelta anticomunista di Pio XII e la contrapposizione con Giovanni XXIII. Contrapposizione che venne accentuata soprattutto dopo la morte di quest'ultimo e l'elezione di Giovanni Battista Montini (Paolo VI), anche perché fu favorita dalla polarizzazione dei contrasti, al tempo del Vaticano ii, tra conservatori e progressisti, che trasformarono in simboli contrapposti i due Papi scomparsi.

Intanto, nel rilancio delle accuse sovietiche e comuniste, ripetute con insistenza durante la guerra fredda, ebbe un ruolo decisivo il dramma Der Stellvertreter ("Il vicario") di Rolf Hochhuth, rappresentato per la prima volta a Berlino il 20 febbraio 1963 e tutto giocato sul silenzio di un Papa dipinto come indifferente davanti alla persecuzione e allo sterminio degli ebrei.

Di fronte all'estensione della polemica in Inghilterra, a difendere Pio XII scese in campo il cardinale Montini - già stretto collaboratore di Pacelli - con una lettera alla rivista cattolica "The Tablet" che arrivò in redazione il giorno della sua elezione al pontificato, il 21 giugno, e fu pubblicata anche su "L'Osservatore Romano" del 29 giugno:  "Un atteggiamento di condanna e di protesta, quale costui rimprovera al Papa di non avere adottato, sarebbe stato, oltre che inutile, dannoso; questo è tutto".

Severa, e scandita da parole scelte attentamente, la conclusione di Montini:  "Non si gioca con questi argomenti e con i personaggi storici che conosciamo con la fantasia creatrice di artisti di teatro, non abbastanza dotati di discernimento storico e, Dio non voglia, di onestà umana. Perché altrimenti, nel caso presente, il dramma vero sarebbe un altro:  quello di colui che tenta di scaricare sopra un Papa, estremamente coscienzioso del proprio dovere e della realtà storica, e per di più d'un Amico, imparziale, sì, ma fedelissimo del popolo germanico, gli orribili crimini del Nazismo tedesco. Pio XII avrà egualmente il merito d'essere stato un "Vicario" di Cristo, che ha cercato di compiere coraggiosamente e integralmente, come poteva, la sua missione; ma si potrà ascrivere a merito della cultura e dell'arte una simile ingiustizia teatrale?".

Da Papa, più volte Montini sarebbe tornato a parlare di Pacelli, di cui volle difendere l'opera di pace e la "venerabile memoria" il 5 gennaio 1964, congedandosi a Gerusalemme dal presidente israeliano, mentre nel sacrario dedicato alle vittime della persecuzione nazista il cardinale decano Eugène Tisserant accendeva sei lumi in ricordo dei milioni di ebrei sterminati. Quando "Paolo VI pose piede in terra israeliana, in quella che fu la tappa più significativa e "rivoluzionaria" della sua missione palestinese, tutti avvertirono" - ricordò Giovanni Spadolini su "il Resto del Carlino" del 18 febbraio 1965, dopo le prime rappresentazioni a Roma del dramma di Hochhuth e le conseguenti accese polemiche - "che il Pontefice intendeva rispondere, dallo stesso cuore del focolare nazionale ebraico, ai sistematici attacchi del mondo comunista che non mancavano di trovare qualche complicità o qualche condiscendenza anche nei cuori cattolici".

Allo storico laico era chiarissimo il ruolo della propaganda comunista nella mitizzazione negativa di Pacelli, con una consapevolezza che nella rappresentazione pubblica dei decenni successivi è quasi scomparsa, per lasciare il posto a una strumentale e denigratoria associazione della figura di Pio XII alla tragedia della Shoah, di fronte alla quale avrebbe taciuto o di cui si sarebbe addirittura reso complice.

La questione del silenzio del Papa è così divenuta preponderante, spesso tramutandosi in polemica accanita, provocando reazioni difensive di frequente solo apologetiche, e rendendo più difficile la soluzione di un reale problema storico.

Interrogativi e accuse per i silenzi e l'apparente indifferenza di Pio XII di fronte alle incipienti tragedie e agli orrori della guerra erano venuti infatti da cattolici:  come da Emmanuel Mounier già nel 1939, nelle prime settimane del pontificato, e più tardi da esponenti polacchi in esilio. Lo stesso Pacelli più volte s'interrogò sul suo atteggiamento, che fu dunque una scelta consapevole e sofferta di tentare la salvezza del maggior numero possibile di vite umane piuttosto che denunciare continuamente il male con il rischio reale di orrori ancora più grandi.

Come sottolineò ancora Paolo VI, secondo il quale Pio XII agì "per quanto le circostanze, misurate da lui con intensa e coscienziosa riflessione, glielo permisero", al punto che non si può "imputare a viltà, a disinteresse, a egoismo del Papa, se malanni senza numero e senza misura devastarono l'umanità. Chi sostenesse il contrario, offenderebbe la verità e la giustizia" (12 marzo 1964); Pacelli fu infatti "del tutto alieno da atteggiamenti di consapevole omissione di qualche suo possibile intervento ogni qualvolta fossero in pericolo i valori supremi della vita e della libertà dell'uomo; anzi egli ha osato sempre tentare, in circostanze concrete e difficili, quanto era in suo potere per evitare ogni gesto disumano e ingiusto" (10 marzo 1974).

Così, l'interminabile guerra sul silenzio di Papa Pacelli ha finito per oscurare l'obiettiva rilevanza di un pontificato importante, anzi decisivo nel passaggio dall'ultima tragedia bellica mondiale, attraverso il gelo della guerra fredda e le difficoltà della ricostruzione, a un'epoca nuova, in qualche modo avvertita nell'annuncio della morte del Pontefice che diede il cardinale Montini alla sua diocesi il 10 ottobre 1958:  "Scompare con Lui un'età, si compie una storia. L'orologio del mondo batte un'ora compiuta".

Un'età, comprendente gli anni spaventosi e dolorosi della guerra insieme a quelli duri del dopoguerra, che si volle dimenticare nei suoi tratti reali. Insieme al Papa che l'aveva affrontata, inerme. E presto si è dimenticato anche il suo governo, attento ed efficace, di un cattolicesimo che si faceva sempre più mondiale, il suo insegnamento imponente e innovatore in moltissimi ambiti che ha preparato di fatto il concilio Vaticano ii e che da questo in parte è stato ripreso, l'avvicinamento alla modernità e la sua comprensione.

Inoltre, al nodo storiografico già intricato - e al cui scioglimento Paolo VI volle contribuire disponendo la pubblicazione dagli archivi vaticani di migliaia di  Actes  et  documents  du  Saint-Siège relatifs à la seconde guerre mondiale, in dodici volumi a partire dal 1965 - si è intrecciato quello della causa di canonizzazione. L'avvio di questa insieme a quella di Giovanni XXIII fu annunciato proprio in quell'anno dallo stesso Montini in concilio, nel tentativo di contrastare la contrapposizione dei due predecessori e quindi l'uso strumentale delle loro figure, divenute quasi simboli e bandiere di tendenze opposte del cattolicesimo.

A mezzo secolo dalla morte di Pio XII (9 ottobre 1958) e a settant'anni dalla sua elezione (2 marzo 1939) sembra tuttavia formarsi un nuovo consenso storiografico sulla rilevanza storica della figura e del pontificato di Eugenio Pacelli, l'ultimo Papa romano. A questo riconoscimento ha voluto contribuire "L'Osservatore Romano" pubblicando una serie di testi e contributi di storici e teologi, ebrei e cattolici, qui rielaborati e raccolti insieme agli interventi di Benedetto XVI e del suo segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone.

Ragionando sul caso Pio XII, Paolo Mieli ha mostrato l'inconsistenza della "leggenda nera" e si è detto convinto che proprio gli storici riconosceranno l'importanza e la grandezza di Pacelli. Andrea Riccardi ha sintetizzato formazione e carriera del futuro Papa e ha ricostruito il significato del suo pontificato. La sensibilità dell'insegnamento teologico di Pio XII di fronte alla modernità e la sua incidenza sul cattolicesimo successivo sono state messe in luce da Rino Fisichella.

E, dai discorsi del Papa, Gianfranco Ravasi ha fatto emergere il suo mondo culturale. Postuma, la struggente evocazione di Saul Israel - scritta al tempo della devastante tempesta che travolse il popolo ebraico, nel fragile riparo di un convento romano - esprime la realtà più profonda della vicinanza e dell'amicizia tra ebrei e cristiani, ma soprattutto la fede nell'unico Signore che benedice e custodisce tutti, "sotto le ali dove la vita non ha avuto inizio e non avrà mai fine".


(©L'Osservatore Romano - 7 giugno 2009)
Cattolico_Romano
00Wednesday, June 10, 2009 4:21 PM

 Il Leone di Münster e Pio XII

di Stefania Falasca. Il New York Times definì il vescovo von Galen «l'oppositore più ostinato del programma nazionalsocialista anticristiano». Il suo coraggio e le sue dure prediche contro Hitler, pronunciate dal pulpito del duomo di Münster, fecero il giro del mondo. E papa Pacelli gli scrisse per manifestare il suo pieno appoggio e la sua gratitudine



 

«Le tre prediche del vescovo von Galen procurano anche a noi, sulla via del dolore che percorriamo insieme con i cattolici tedeschi, un conforto e una soddisfazione, che da molto tempo non provavamo. Il vescovo ha scelto bene il momento per farsi avanti con tanto coraggio»1. Con queste parole di gratitudine e di piena approvazione, Pio XII, scrivendo il 30 settembre 1941 al vescovo di Berlino, Konrad von Preysing, commentava l’attacco frontale sferrato al regime di Hitler dal pulpito del duomo di Münster in quell’estate del ’41 da Clemens August von Galen. Non solo. Pio XII concludeva la lettera al presule di Berlino manifestando tutto il suo sostegno: «Non occorre pertanto che assicuriamo espressamente te e i tuoi confratelli che vescovi i quali, come il vescovo von Galen, intervengono con un tale coraggio e con una tale irreprensibilità, troveranno sempre in noi appoggio»2. La missiva di Pacelli ebbe un’immediata risposta da parte del vescovo di Berlino. Il 17 ottobre von Preysing prese carta e penna e non esitò a rispondere al Papa così: «Mi riempie di vera gioia il fatto che l’operare del vescovo von Galen sia stato di consolazione per il cuore di Vostra Santità» 3.
 
 Ma qual è stata l’azione di questo vescovo al quale Pio XII fa giungere il suo incoraggiamento e il suo plauso? Chi era Clemens August von Galen? Il New York Times nel 1942, in piena guerra, pubblicava una serie di articoli su uomini di Chiesa che si opponevano a Hitler. L’8 giugno di quell’anno, il quotidiano statunitense apriva la rassegna dal titolo Churchmen who defy Hitler proprio con un articolo sul vescovo von Galen, definendolo così: «L’oppositore più ostinato del programma nazionalsocialista anticristiano».
 Il primo biografo di von Galen, il sacerdote tedesco Heinrich Portmann, che dal ’38 al ’46 fu suo segretario privato, ha fatto notare una coincidenza: «Von Galen ha governato come vescovo per un lasso di tempo uguale a quello di Adolf Hitler. Fu consacrato vescovo nove mesi dopo che Hitler era salito al potere ed è morto all’incirca nove mesi dopo la morte del Führer»4.
 Nato nel 1878 nel castello di Dinklage, nei pressi di Münster, Clemens August conte di Galen, figlio di una cattolicissima nobile famiglia della Westfalia, prima di essere consacrato vescovo da Pio XI aveva passato ventitré anni del suo sacerdozio in una parrocchia di Berlino. Ma quando il 5 settembre del ’33 Pio XI lo nomina successore alla cattedra di san Ludgero, gli elmetti d’acciaio con le croci uncinate del Terzo Reich presenti alla solenne cerimonia del suo insediamento non immaginavano ancora quanto filo da torcere questo presule di nobili origini e di radicati sentimenti patriottici avrebbe dato loro. Von Galen fu il primo vescovo eletto dopo il Concordato del Reich, siglato con la Santa Sede il 20 luglio del ’33, e fu uno dei primi vescovi tedeschi non solo ad intuire e a smascherare con estrema lucidità e fermezza il pericolo dell’ideologia neopagana del nazismo, ma anche a denunciare con forza e pubblicamente le violenze e la barbarie del terrore nazista.
 
 La condanna del “catechismo del sangue”
 Nec laudibus nec timore. Questo il motto episcopale scelto dall’imponente presule tedesco. E l’intrepidezza di quel nec timore si dimostrò subito.
 Già due mesi dopo la sua consacrazione, nel novembre del ’33, prende atto che i patti appena firmati col governo non vengono rispettati e protesta energicamente contro le violazioni del Concordato. E quando all’inizio del ’34 Alfred Rosenberg, il principale teorico del nazionalsocialismo, nominato sostituto del Führer per la direzione spirituale e ideologica del partito, fa diffondere massicciamente il suo Mito del XX secolo, von Galen, nella sua prima lettera pastorale diocesana della Pasqua del ’34, condanna senza riserve la Weltanschauung neopagana del nazismo evidenziando nettamente il carattere religioso di questa ideologia: «Una nuova nefasta dottrina totalitaria che pone la razza al di sopra della moralità, pone il sangue al di sopra della legge [...] ripudia la rivelazione, mira a distruggere le fondamenta del cristianesimo [...]. È un inganno religioso. A volte accade che questo nuovo paganesimo si nasconda perfino sotto nomi cristiani [...]. Questo attacco anticristiano che stiamo sperimentando ai nostri giorni supera, in quanto a violenza distruttrice, tutti gli altri di cui abbiamo conoscenza dai tempi più lontani»5. La lettera conclude con un’ammonizione ai fedeli a non lasciarsi sedurre da un simile «veleno delle coscienze» e invita i genitori cristiani a vigilare sui figli. Il messaggio pasquale colpì come una bomba ed ebbe un effetto liberatorio sul clero e sul popolo, originando un’eco non solo in Germania, ma anche all’estero.
 Nella Pasqua del ’35 un altro contraccolpo. Ed è ancora la teoria razziale e il «catechismo del sangue» di Rosenberg nel mirino del vescovo. Von Galen, non potendo tacere contro aberrazioni tanto pericolose per i fedeli, fa allegare al bollettino diocesano uno studio contro Il mito del XX secolo e si adopera per sfavorirne la diffusione. La risposta del regime non si fa attendere. Il capo della Gestapo Hermann Göring invia una circolare in cui chiede l’esclusione del clero dall’insegnamento nelle scuole. Rosenberg piomba a Münster e pronuncia parole di fuoco contro il vescovo, nel tentativo di aizzare il popolo contro di lui e liquidarlo. Ma il popolo della Westfalia, in maggioranza cattolico, fa cerchio intorno al suo vescovo; l’8 luglio le manifestazioni di solidarietà culminano in una processione massiccia dei fedeli. Le vicende di Münster varcano di nuovo i confini nazionali e la stampa estera registra la battaglia lodando il comportamento coraggioso del vescovo tedesco: «Se i cattolici vengono accusati di occuparsi di politica, in realtà è il nazionalsocialismo a occuparsi della religione» commenta laconicamente da Parigi Le Figaro 6.
 
 
 Von Galen non era certo l’unico presule tedesco a reagire chiaramente contro la dottrina del nazismo, e già a partire dal ’32 i vescovi si erano espressi anche nella loro collegialità. Celebri restarono le predicazioni del ’33 del cardinale Michael von Faulhaber, arcivescovo di Monaco. Ma con l’ascesa al potere di Hitler la Chiesa tedesca si trovò a fronteggiare un regime che sempre più insidiosamente e sfacciatamente si attribuiva il totale predominio nel campo religioso ed ecclesiastico, annientando i diritti civili ed umani. Così nel giro di pochi anni la Chiesa dovette pagare lo scotto di una violenta persecuzione. Persecuzione che s’incrudelì dopo la pubblicazione, sollecitata dagli stessi vescovi tedeschi, dell’enciclica pontificia Mit Brennender Sorge, nel 1937. L’enciclica di Pio XI, «una delle più severe condanne di un regime nazionale che il Vaticano avesse pronunciato»7, venne dichiarata dalle autorità naziste «un atto di alto tradimento contro lo Stato». Arresti e sequestri seguirono la sua diffusione. Von Galen, nella sua diocesi, ne aveva fatte stampare 120mila copie. Gli atti intimidatori diretti contro la sua persona aumentarono, crebbe al contempo il suo prestigio e la grande autorità morale che ne faceva un punto di riferimento riconosciuto da tutti, anche dagli ebrei. E alla vigilia della guerra, il vescovo di Münster, per aver «attaccato fortemente le basi e gli effetti del nazionalsocialismo», veniva registrato dalla Cancelleria del Reich come uno dei più pericolosi avversari del regime.
 Ma è con le prediche dell’estate del ’41 che il vescovo divenne famoso in tutto il mondo. Guadagnandosi sul campo l’appellativo di “Leone di Münster”.
 
 «Io grido: esigiamo giustizia!»
 Sabato 12 luglio 1941 il vescovo riceve la comunicazione dell’occupazione delle case dei gesuiti che si trovano nella Königstrasse e a Haus Sentmaring. Con l’avanzare della guerra i capi supremi del partito intensificarono il sequestro dei beni delle confessioni cristiane, e proprio nei giorni in cui Münster aveva subito gravi danni a causa dei bombardamenti, la Gestapo cominciò sistematicamente a deportare religiosi e ad occupare e confiscare i conventi. Anche i conventi delle suore di clausura furono sequestrati. I religiosi e le religiose insultati e cacciati. Il vescovo si mosse immediatamente. Affrontò personalmente gli uomini della Gestapo, dicendo loro che stavano compiendo «un incarico infame e vergognoso», e li chiamò con molta chiarezza e franchezza «ladri e briganti». Ritenne allora giunto il momento di intervenire pubblicamente. Era pronto a prendere tutto sopra di sé per Dio e per la Chiesa, anche se questo avrebbe potuto costargli la vita. Il giorno seguente, preparata con cura la predica, salì sul pulpito deciso a chiamare le cose con il loro nome. «Nessuno di noi è al sicuro, nemmeno se in coscienza fosse il cittadino più onesto, sicuro di non venire un giorno prelevato dalla propria abitazione, spogliato della propria libertà, rinchiuso nei campi di concentramento della polizia segreta di Stato. Sono cosciente che questo oggi può accadere anche a me...»8. E non esita a smascherare davanti a tutti le vili intenzioni della Gestapo, ritenendola responsabile di tutte le violazioni della più elementare giustizia sociale: «Il comportamento della Gestapo danneggia gravemente larghissimi strati della popolazione tedesca... In nome del popolo germanico onesto, in nome della maestà della giustizia, nell’interesse della pace... io alzo la mia voce nella qualità di uomo tedesco, di cittadino onorato, di ministro della religione cattolica, di vescovo cattolico, io grido: esigiamo giustizia!»9. Con forza e sicurezza le frasi uscivano come tuoni dalla sua bocca. Con indomito ardore denunciò uno per uno gli «atti infami» e i soprusi dei quali era venuto a conoscenza. «Gli uomini e le donne», ricorda un testimone, «si alzarono in piedi, si sentirono voci di consenso e anche di terrore e di indignazione, cosa che generalmente è impensabile qui da noi, in chiesa. Ho visto persone scoppiare in lacrime»10.
 
 L’effetto di questa prima predica fu dirompente. E alla seconda predica del 20 luglio la chiesa era stracolma. La gente veniva da lontano per ascoltarlo. Von Galen aprì ancora gli occhi sulla follia del progetto perseguito dal potere che avrebbe portato il Paese alla miseria e alla rovina, e tuonò ancora «contro l’iniqua, intollerabile azione che imprigiona i sacerdoti, caccia come selvaggina i nostri religiosi e le nostre care sorelle... che perseguita uomini e donne innocenti...»11. Dichiara vani tutti i tentativi e le suppliche inoltrate in favore di tanti cittadini ingiustamente offesi: «Ora noi vediamo e sperimentiamo chiaramente che cosa c’è dietro la nuova dottrina che da anni ci viene imposta: Odio! Odio profondo, come un abisso, nei confronti del cristianesimo, nei confronti del genere umano...»12. Ma è la terza predica del 3 agosto, quella sul V comandamento, che, per la virulenza delle parole, fu giudicata dal Ministero della Propaganda «l’attacco frontale più forte sferrato contro il nazismo in tutti gli anni della sua esistenza». Il vescovo era venuto a diretta conoscenza del piano di sterminio dei disabili, dei vecchi, dei malati di mente e dei bambini handicappati nelle case di cura della Westfalia. Il piano era tenuto nascosto dai nazisti. Commenta un testimone: «Solo chi ha sperimentato il tempo della dittatura nazista può misurare il significato delle seguenti parole che un vescovo ha osato pronunciare: “Vengono adesso uccisi, barbaramente uccisi degli innocenti indifesi; anche persone di altra razza, di diversa provenienza vengono soppresse... Siamo di fronte a una follia omicida senza eguali... Con gente come questa, con questi assassini che calpestano orgogliosi le nostre vite, non posso più avere comunanza di popolo!”. E applicava alle autorità del nazismo le parole dell’apostolo Paolo: “Il Dio dei quali è il ventre”»13.
 Le prediche ebbero una diffusione enorme, fecero in breve il giro del mondo. Vennero stampate e lette ovunque. Giunsero anche tra i soldati al fronte. Basta dire che la gente ambiva a tal punto di possederle che si ponevano come condizione per lo scambio di merci. Il popolo tedesco, cristiano e non, le aveva accolte con enorme riconoscenza. Risulta dalla documentazione ritrovata tra le macerie di Berlino che nell’inverno del ’41-42 parecchi ebrei vennero arrestati dalla Gestapo per la diffusione delle «prediche sobillatrici» del vescovo di Münster14. Per questi interventi tutti pensavano, compreso il vescovo, che di lì a poco egli sarebbe stato giustiziato. Il capo delle organizzazioni giovanili delle SS pubblicò questa dichiarazione: «Io lo chiamo il porco C. A., cioè Clemens August. Questo alto traditore e traditore del Paese, questo porco è libero e si prende la libertà di parlare contro il Führer. Deve essere impiccato»15. Invece questo non accadde.
 Il “caso von Galen” venne minuziosamente discusso dal Ministero della Propaganda e nella Cancelleria del partito. Anche il “delfino” di Hitler, Martin Bormann, voleva impiccarlo. Il ministro della Propaganda Joseph Goebbels consigliò invece il Führer di rimandare la sua esecuzione, per calcoli di opportunità politica. La tattica del regime era quella di non farne un martire, e ucciderlo avrebbe significato alienarsi il consenso di parte della popolazione, in particolare dei soldati al fronte. I nazionalisti avevano rimandato così «la resa dei conti» con von Galen dopo la “vittoria finale”. Allora, dichiarò Hitler il 4 luglio 1942, si sarebbero fatti i conti con lui «fino all’ultimo centesimo».
 Così testimonia il fratello di von Galen, il conte Franz: «Anche se non fu imprigionato, mio fratello continuava ad essere esposto agli attacchi, ai soprusi e alle ingiurie dei nemici della Chiesa. Conservò ciononostante il suo atteggiamento eretto e continuò ad annunciare intrepidamente la verità. Un giorno gli chiesi che cosa dovessimo fare nel caso fosse stato arrestato. “Niente” fu la sua risposta. “Anche san Paolo è stato rinchiuso per molti anni e il Signore non aveva timore che i pagani non fossero convertiti per tempo”. Condivideva con me che le forze diaboliche si fossero messe all’opera, ma accennò anche alle parole confortatrici del Signore: “Le porte dell’inferno non prevarranno sulla Chiesa”»16.
 Per Clemens August von Galen è stato aperto nell’ottobre del ’56 il processo di canonizzazione. Il 20 dicembre dello scorso anno è stato proclamato il decreto sulla eroicità delle virtù e la causa procede a grandi passi verso la beatificazione.
 «La lotta che il vescovo von Galen ha condotto contro quelli che considerava veri nemici della Chiesa», afferma il domenicano tedesco Ambrogio Eszer, relatore della causa di canonizzazione di von Galen, «dimostra univocamente che il servo di Dio considerava la difesa della fede come il suo più alto scopo e dovere. E nei confronti dello spirito del regime totalitario di allora, il vescovo von Galen ha mostrato una fortezza eroica ma anche una prudenza eroica».
 
 Pacelli-von Galen: uno stretto legame
 Ma Pio XII conobbe personalmente von Galen? Eugenio Pacelli era stato nunzio in Germania per dodici anni. Prima a Monaco, dal 1917 al 1925, e poi a Berlino fino al ’29.
 «È durante la sua permanenza a Berlino che Pacelli ebbe occasione di conoscere von Galen» ci spiega il gesuita tedesco Peter Gumpel, uno dei massimi esperti di Pio XII e relatore della sua causa di canonizzazione, «e già allora si era formato un’ottima idea di questo zelante e audace pastore d’anime, aperto alle necessità sociali del tempo».
 «Von Galen» spiega Gumpel «era cugino di Konrad von Preysing, l’uomo di fiducia di Pio XII in Germania. Von Preysing rappresentava certamente l’orientamento più fermo di opposizione al regime all’interno dell’episcopato tedesco. Von Preysing e von Galen, non solo erano parenti, erano legati da una stretta amicizia». «La considerazione e la fiducia di Pacelli verso von Galen, unitamente a quella verso lo stimatissimo von Preysing» continua Gumpel, «è tra l’altro testimoniata anche dalla loro presenza a Roma, nel gennaio del ’37, per la preparazione dell’enciclica Mit Brennender Sorge. Pacelli, che contribuì notevolmente alla stesura dell’enciclica di Pio XI, volendo essere ampiamente informato della situazione tedesca, chiese infatti di ascoltare il loro parere, oltre a quello dei cardinali tedeschi».
 Ma la sintonia con l’operato di von Galen da parte di Pacelli è provata già nel ’35. Durante la lotta contro Rosenberg. In quell’occasione, il segretario di Stato Pacelli inviò una severa nota al Ministero degli Esteri tedesco appellandosi alla base giuridica del Concordato, e il Vaticano sostenne massicciamente von Galen, tanto che L’Osservatore Romano, assecondando il volere del segretario di Stato, prese apertamente le difese del vescovo di Münster, attaccando Rosenberg come «il più rabbioso e sacrilego distruttore del cristianesimo»17.
 Riguardo invece alle famose tre prediche, non risulta che von Galen abbia ricevuto anticipatamente delle indicazioni da parte di Pio XII. Von Galen, come attestano le testimonianze processuali, agì di propria iniziativa, «ma sapeva» afferma Gumpel «d’incontrare il consenso del Papa. Pio XII ebbe a spiegare molto chiaramente, in una lettera del 30 aprile del ’43 a von Preysing, la sua posizione. Un intervento del Papa, in tempo di guerra, avrebbe potuto essere interpretato come una presa di posizione contro la Germania, con conseguenze negative per la Chiesa, già duramente perseguitata, e per il popolo tedesco. Lasciava quindi ai pastori sul posto di valutare, nelle circostanze, la scelta e la responsabilità delle decisioni. Incoraggiava così i vescovi nella linea seguita dalla Santa Sede dal tempo dell’enciclica di Pio XI, senza tuttavia imposizioni. Anche perché non è possibile ordinare il martirio».
 E quanto l’intrepida azione del “Leone di Münster” e «la forza della sua protesta» fossero state di consolazione al cuore di papa Pacelli lo dice il fatto che quelle famose prediche Pio XII volle leggerle personalmente persino ai suoi stessi familiari. Questo risulta dagli atti della causa di canonizzazione di von Galen. Nella sua deposizione, il sacerdote Heinrich Portmann, una delle migliori fonti del processo, dichiara di essere venuto a conoscenza di questo particolare da uno scritto del vescovo di Innsbruck indirizzato a von Galen il 18 settembre del ’41. In quello scritto il vescovo di Innsbruck riferisce che, durante un’udienza in Vaticano, il Papa, manifestando la sua profonda venerazione per il vescovo di Münster, gli confidò di aver letto le sue omelie ai propri cari.
 
 Sì, Pio XII lo riteneva un eroe. Lo disse esplicitamente ricevendo alcuni sacerdoti della Westfalia nel dicembre del ’45. Anche questa testimonianza, fornita dal sacerdote Eberhard Brand, è agli atti: «Il Santo Padre ci disse: “Il vescovo von Galen verrà presto a Roma. Poi aggiunse a voce alta: è un eroe”»18.
 Del resto il segno più eloquente dell’alta stima per «i meriti incalcolabili» acquisiti nella strenua difesa della Chiesa e dei diritti umani dalla violenza del nazismo è la porpora cardinalizia, che proprio papa Pacelli gli conferì il 18 febbraio del ’46. Von Galen fu «il vero eroe di quel concistoro», ebbe a commentare l’arcivescovo di Colonia.
 La Radio Vaticana aveva reso nota la nomina del vescovo di Münster a principe della Chiesa alla vigilia del Natale del ’45, insieme a 32 nuovi porporati. Tra questi anche altri due presuli tedeschi che si erano distinti nel fronteggiare il terrore nazista: l’arcivescovo di Colonia Joseph Frings e il vescovo di Berlino Konrad von Preysing. Per l’episcopato e il popolo tedesco quelle nomine erano «la dimostrazione che il Papa non era disposto a partecipare alle voci di odio che in quei tempi sorgevano ovunque contro i tedeschi», e al tempo stesso erano «il segno di un giusto premio per la resistenza coraggiosa che proprio uomini come questi avevano fatto, e tra di essi, il primo posto spettava certamente al vescovo di Münster»19. In una dettagliata relazione della solenne cerimonia per la consegna della berretta cardinalizia, il sacerdote che era stato designato caudatario di von Galen attesta: «Quando, all’entrata dei cardinali in San Pietro, Clemens August comparve sulla porta, un mormorio passò tra la folla dei presenti: “Eccolo, è lui”. Dato che, come caudatario, camminavo immediatamente dietro al cardinale, potevo sentire cosa la gente diceva, e mentre la sua gigantesca figura attraversava la navata centrale si alzò un uragano di entusiasmo. L’applauso giunse al culmine nel momento in cui il cardinale salì verso il trono del Santo Padre. “La benedico. Benedico la sua patria” gli disse Pio XII. Un noto giornale romano scrisse il giorno seguente: “Particolarmente lungo e forte l’applauso per il cardinale von Galen, l’eroico vescovo di Münster, propugnatore dell’antinazismo, che il Papa tenne presso di sé chiaramente più a lungo rispetto agli altri”»20.
 La stampa, dunque, riportava ciò che in quel momento era a tutti evidente: von Galen era il simbolo di quell’altra Germania che non si era fatta uniformare, e riconosceva nel conferimento della dignità cardinalizia «un’onorificenza di quel virile difensore della verità cristiana e dei diritti inalienabili dell’uomo che nello Stato totalitario dovevano essere estirpati»21. Così scriveva il settimale tedesco Die Zeit il giorno della sua morte, avvenuta appena un mese dopo il ricevimento della porpora, definendo von Galen «un combattente per la giustizia, un grande benefattore dell’umanità». Al suo funerale a Münster partecipò una folla di oltre cinquantamila persone.
 Quando l’ultimo ambasciatore del Reich in Vaticano, Ernst von Weizsäcker, che nel ’46, ritiratosi dalla vita politica, viveva ancora a Roma, inviò alla Santa Sede le condoglianze per la morte di von Galen, l’allora sostituto alla Segreteria di Stato, Giovanni Battista Montini, il 28 marzo 1946 lo ringraziò a nome di Pio XII con queste parole: «Con la morte di questo prelato, il suo Paese ha perso una delle più grandi personalità del nostro tempo».
 
 E Pio XII scrisse: «Hai tutto il mio appoggio»
 Ma non è tutto. Ci sono anche altri documenti che mostrano e siglano con chiarezza il rapporto di stima e di sintonia tra papa Pacelli e il “Leone di Münster”: la loro corrispondenza. Risulta dai documenti dell’Archivio segreto vaticano che Pio XII indirizzò direttamente a von Galen delle lettere.
 Quattro di queste missive scritte dal Papa in lingua tedesca sono contenute nel secondo volume degli Actes et documents du Saint Siège relatifs à la Seconde guerre mondiale, la monumentale opera in 11 volumi e 12 tomi curata da studiosi gesuiti che raccoglie la documentazione della Segreteria di Stato e dell’Archivio segreto vaticano attinente a quegli anni. Opera che, come è noto, fu voluta da Paolo VI, quando, sul principio degli anni Sessanta, fece aprire anticipatamente la consultazione degli Archivi vaticani in seguito al crescere della leggenda nera costruitasi attorno alla figura del suo predecessore. Le lettere inviate al vescovo di Münster recano queste date: 12 giugno 1940; 16 febbraio 1941; 24 febbraio 1943; 26 marzo 1944.
 In questa corrispondenza Pio XII sottolinea più volte la sua gratitudine, la convergenza di vedute e l’apprezzamento verso l’operato del presule tedesco. Nella lettera del 24 febbraio ’43, ad esempio, nel­l’esprimergli la sua viva «consolazione» ogniqualvolta viene «a conoscenza di una parola chiara e coraggiosa da parte di un vescovo», tiene anche a rassicurarlo del fatto che quei vescovi, che agiscono con «interventi risoluti e coraggiosi a favore della verità e del diritto e contro l’ingiustizia, non arrecano danno alla reputazione del loro popolo all’estero», anzi, «gli sono di giovamento», seppure qualcuno dovesse accusarli del contrario. Pio XII ringrazia inoltre espressamente von Galen per aver «preparato», con le sue lettere pastorali, il terreno al suo Messaggio natalizio del 24 dicembre 1942. Messaggio che il New York Times apprezzò per «le parole chiare in difesa degli ebrei» e per aver «denunciato al mondo la strage di tanti innocenti»; e la cui divulgazione, in Germania, fu considerata dalle alte uniformi del Reich «un crimine contro la sicurezza dello Stato, passibile di pena di morte»22.
 I testi di queste importanti missive (due delle quali, insieme alla lettera a von Preysing, vengono ora presentate all’attenzione dei lettori) non erano mai stati tradotti e pubblicati integralmente in italiano.
 
 E l’importanza di queste lettere è tanto più incisiva quanto più si considera il contesto in cui sono comprese. Le lettere a von Galen, infatti, fanno parte di un corpus di 124 missive indirizzate da Pio XII ai presuli tedeschi nel corso degli anni 1939-1944. Il motivo di questa corrispondenza fu espresso dallo stesso Pio XII ai quattro cardinali di lingua tedesca giunti a Roma nel marzo del ’39 in occasione del conclave che lo elesse Papa. Dopo il conclave, i cardinali prolungarono il loro soggiorno nella Città eterna per esaminare con il nuovo Pontefice la situazione della Chiesa in Germania, situazione che il Papa aveva seguito da vicino, prima come nunzio e poi come segretario di Stato. A loro pertanto così disse: «La questione tedesca è per me la più importante. Mi riservo di trattarla io stesso»23. Pacelli, in via eccezionale, aveva quindi invitato i cardinali, e, attraverso loro, l’episcopato, a scrivergli direttamente. Nella sua prima lettera all’episcopato tedesco del 20 luglio 1939 Pio XII, con animo commosso, rievocò i suoi anni trascorsi in Germania e le relazioni che ancora vi conservava: «... perché questo ci ha permesso di avere oggi, della situazione, delle sofferenze, dei compiti, delle necessità dei cattolici della Germania, quella conoscenza approfondita che sola può nascere dall’esperienza personale diretta e prolungata nel corso di molti anni»24. Con l’inizio della guerra queste relazioni dirette sarebbero divenute ancor più preziose. Invitandoli a scrivergli, il Papa aveva loro mostrato che la nunziatura di Berlino possedeva una via sicura di corrispondenza con Roma. La corrispondenza, che venne mantenuta fino all’ultimo anno di guerra, mostra come i vescovi si servirono ampiamente di questa possibilità che veniva loro straordinariamente offerta di comunicare con il capo della Chiesa, e a lui indirizzarono regolarmente tutte le possibili informazioni, allegando a queste anche le copie dei documenti più importanti.
 Le Lettres de Pie XII aux évêques allemands, documenti noti agli studiosi, restano tuttavia ancora sconosciute ai più. Eppure le dichiarazioni contenute in queste missive sono d’importanza capitale per comprendere non solo la resistenza cattolica in Germania, lo stato di persecuzione sotto il nazismo e la posizione dell’episcopato tedesco troppo spesso a torto considerato filonazista, ma, come spiega il gesuita padre Pierre Blet nel suo Pio XII e la Seconda guerra mondiale negli Archivi vaticani, «costituiscono un documento eccezionale del pensiero di Pio XII, delle sue intenzioni e del suo operato»25. Quell’intento e quel pensiero comuni a chi, senza timore, aveva osato gridare in faccia ai nazisti: «Non posso più avere comunanza di popolo con degli assassini che giustificano l’uccisione di innocenti... Il vostro Dio è il ventre.
 
 NOTE
 1 Lettera di Pio XII al vescovo di Berlino, vedi p. 50.
 2 Ibidem.
 3 Lettres de Pie XII aux évêques allemands, in Actes et documents du Saint Siège relatifs à la Seconde guerre mondiale, Città del Vaticano 1967, vol. II, nota a p. 229.
 4 Positio super virtutibus beatificationis et canonizationis servi Dei Clementis Augustini von Galen, vol. I, Summarium, p. 427.
 5 C. A. Graf von Galen, Un vescovo indesiderabile. Le grandi prediche di sfida al nazismo, a cura di R. F. Esposito, Padova 1985, p. 47.
 6 Le Figaro , 28 luglio 1935.
 7 A. Rhodes, Il Vaticano e le dittature .1922-1945, Milano 1973, p. 211.
 8 C. A. Graf von Galen, Un vescovo indesiderabile, op. cit., p. 122.
 9 Ibidem, p. 122.
 10 Positio, op.cit., vol. I, Summarium, p. 418.
 11 C. A. Graf von Galen, Un vescovo indesiderabile, op. cit., p. 128.
 12 Ibidem, p. 129.
 13 Positio, op. cit., vol. I, Summarium, p. 422.
 14 Riguardo al rapporto del vescovo di Münster con gli ebrei si veda nelle biografie su von Galen: Max Bierbaum, Nicht Lob nicht Furcht, Münster 1974; Joachim Kuropka, Clemens August Graf von Galen. Neue Forschungen zum Leben und Wirken des Bischofs von Münster, Münster 1992.
 15 R. A. Graham, Il “Diritto di uccidere” nel Terzo Reich – Preludio al genocidio, in La Civiltà Cattolica, 15 marzo 1975, vol. I, p. 154.
 16 Positio, op. cit., vol. I, Summarium, p. 65.
 17 L’Osservatore Romano, 10 luglio 1935.
 18 Positio, op. cit., vol. II, Documenta, p. 505.
 19 Neue Westfälische Zeitung, 28 dicembre 1945.
 20 Positio, op. cit., vol. II, Documenta, p. 507.
 21 Die Zeit, 28 marzo 1946.
 22 G. Sale, Hitler, la Santa Sede e gli ebrei. Con i documenti dell’Archivio segreto vaticano, Milano 2004, p. 221.
 23 Pierre Blet, Pio XII e la Seconda guerra mondiale negli Archivi vaticani, Cinisello Balsamo 1999, p. 81.
 24 Ibidem, p. 79.
 25 Ibidem, p. 83.

Cattolico_Romano
00Saturday, June 13, 2009 6:58 PM
Presentato all'Istituto Sturzo il volume «In difesa di Pio XII. Le ragioni della storia»

I silenzi degli altri


E Paolo Mieli ripete con forza:  «I miei morti non li metto in conto a un non colpevole»

di Raffaele Alessandrini

Se lo storico medievista agnostico Léo Moulin (1906-1996) fosse stato tra i presenti che nel tardo pomeriggio di mercoledì 10, a Roma, gremivano la sala Perin del Vaga dell'Istituto Luigi Sturzo, avrebbe approvato e condiviso, con tutta probabilità, molte delle affermazioni ascoltate durante l'incontro dedicato al volume di saggi storici su Papa Pacelli di vari autori - e corredato dalle riflessioni di Benedetto XVI sul suo predecessore - curato dal direttore del nostro giornale Giovanni Maria Vian (In difesa di Pio XII. Le ragioni della storia, Venezia, Marsilio, 2009, pagine 168, euro 13).

E soprattutto lo storico avrebbe applaudito a scena aperta quando il cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, intervenendo sui contenuti del dibattito, al quale hanno partecipato testimoni e studiosi profondamente diversi per cultura e per storia personale, non ha mancato di chiamare in causa quanti, guardando al passato, sono soliti mettere sul banco degli accusati la Chiesa cattolica.



"Date retta a me, vecchio incredulo che se ne intende:  il capolavoro della propaganda anticristiana - aveva infatti detto un giorno Moulin - è l'essere riusciti a creare nei cristiani, nei cattolici soprattutto, una cattiva coscienza; a istillargli l'imbarazzo, quando non la vergogna per la loro storia. A furia di insistere, dalla riforma sino ad oggi, ce l'hanno fatta a convincervi di essere i responsabili di tutti o quasi i mali del mondo (...) E voi, così spesso ignoranti del vostro passato, avete finito per crederci, magari per dar loro manforte. Invece io (agnostico, ma storico che cerca di essere oggettivo) vi dico che dovete reagire, in nome della verità. Spesso, infatti, non è vero. E se qualcosa di vero c'è, è anche vero che in un bilancio di venti secoli di cristianesimo le luci prevalgono di gran lunga sulle ombre. Ma poi:  perché non chiedere a vostra volta il conto a chi lo presenta a voi? (...) Da quali pulpiti ascoltate, contriti, certe prediche?".

Nel caso specifico si può ben dire come il cardinale segretario di Stato, mercoledì scorso, il "conto" lo abbia presentato ai sostenitori di quella propaganda che ha ridotto la grandiosa figura di Pio XII - nonché la complessità e la ricchezza di un pontificato durato vent'anni - alle fosche mitologie storicizzanti affiorate sul solco tracciato dall'opera teatrale Der Stellvertreter di Rolf Hochhuut (1963), e dai suoi epigoni, quelle del "Papa di Hitler" da additare al pubblico obbrobrio per i presunti silenzi, se non addirittura connivenze, di fronte alla Shoah.

"Si potrebbe, e sarebbe ormai davvero ora di fare luce - ha detto invece il cardinal Bertone - su ben altri silenzi. Sia in merito alla persecuzione ebraica sia su altre vicende rivelatrici, quelle sì, di cattiva coscienza. E per stare sull'attualità basti solo pensare al settantesimo anniversario del patto Molotov-Ribbentrop", cioè all'intesa di non aggressione germano-sovietica ratificata nel 1939, la quale, avvenuta nella quasi totale indifferenza delle nazioni, di fatto spianò la strada all'invasione nazista della Polonia e allo scoppio della seconda guerra mondiale.

Il discorso evidentemente chiama in causa quanti invocano l'apertura degli archivi degli anni della guerra. Anche in questo campo la Santa Sede è molto più avanti di altre istituzioni. Al di là della monumentale opera, voluta a suo tempo da Paolo vi, della pubblicazione degli Actes et documents du Saint Siège relatifs à la seconde guerre mondiale (1939-1945) in dodici volumi (1965-1981), è significativo ricordare quanto per l'occasione ha tenuto a sottolineare il cardinale Bertone sulle carte a disposizione degli studiosi dell'Archivio Segreto Vaticano che a tutt'oggi comprendono l'intero pontificato di Papa Pio xi.

Come mai - chiede il porporato - tanti storici così attenti e puntigliosi a vagliare i comportamenti e a processare le intenzioni di Pio XII non si impegnano a fondo sui documenti che testimoniano l'operato del segretario di Stato, primo e più fedele collaboratore di Pio xi, il cardinale Eugenio Pacelli? E questo proprio negli anni in cui il nazionalsocialismo si affermava in Germania e in Austria e - gradualmente ma in termini chiarissimi - dietro il fosco mito della razza e del sangue manifestava le proprie intenzioni totalitarie, l'odio per gli ebrei e per i non ariani? È davvero possibile pensare che Papa Ratti, di solito ricordato proprio per le sue nette e accorte posizioni anche in difesa degli ebrei (così come contro tutte le forme di totalitarismo e contro il capitalismo selvaggio) si affidasse per tanti anni a un uomo lontano dalla sua sensibilità?

Al dibattito sul volume curato da Vian, al quale assistevano tra gli altri anche il cardinale archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa Raffaele Farina, gli arcivescovi Pier Luigi Celata, Rino Fisichella e Gianfranco Ravasi, nonché il presidente emerito della Corte costituzionale italiana, Giovanni Maria Flick, hanno preso parte gli storici Giorgio Israel, Paolo Mieli e Roberto Pertici, moderati da Cesare De Michelis, presidente della casa editrice Marsilio.

Giorgio Israel ha sottolineato le circostanze in cui suo padre, il biologo e scrittore Saul, ebreo di Salonicco(1897-1981) - trasferito a Roma in giovane età e cittadino italiano dal 1919 - strinse amicizia con il poeta e critico letterario cristiano Giulio Salvadori (morto nel 1928), e poi come negli anni della persecuzione fosse costretto a rifugiarsi prima nel convento di Sant'Antonio a via Merulana e poi a San Giovanni in Laterano. A quel periodo, nell'aprile 1944, risale il toccante testo inedito pubblicato nel libro In difesa di Pio XII. La testimonianza di Saul Israel, ebreo osservante, è indicativa:  l'accoglienza nei conventi, il via vai di partigiani cattolici che aiutano e assistono i rifugiati, sono evidentemente segno che questa gigantesca operazione di salvataggio non può avvenire che con l'assenso del Papa.



Per Paolo Mieli la vera questione celata dietro le accuse assurde di antisemitismo è da ricercarsi invece nel deciso anticomunismo di Pio XII. Mieli che tiene a ricordare di non essere cattolico e di avere del sangue ebraico nella propria famiglia - "non poco di questo sangue è stato versato nei campi di sterminio" - anzitutto trova inconcepibile l'idea di un Pio XII ridotto dalla leggenda nera a complice di Hitler:  "I miei morti non li metto in conto a un non colpevole". Anzi, Papa Pacelli fu tutt'altro che persecutore di ebrei ma li aiutò in modo così straordinario che è difficile, volgendosi indietro, trovare eguali termini di paragone sullo scenario di quel tempo.

A rafforzare la propria opinione Mieli ricorda anche la testimonianza riconoscente di un altro grande giornalista, come Arrigo Levi che nel suo ultimo libro Un paese non basta (il Mulino) racconta come ebbe alcuni parenti salvati dall'azione provvidenziale della Chiesa cattolica. E a chi sollevava l'interrogativo - non infrequente - sui motivi che avessero indotto Pio XII a non adottare atteggiamenti esteriori di protesta dopo le deportazioni naziste degli ebrei di Roma, Mieli ricorda come Levi abbia realisticamente osservato che nell'ipotesi di un Papa andato platealmente a stracciarsi le vesti in ghetto "migliaia e migliaia di ebrei rifugiatisi nei conventi, e le suore e i frati che li avevano accolti, non si sarebbero salvati".

Quindi Mieli pone in risalto alcuni fatti che anche per gli storici non professionisti dovrebbero essere evidenti:  "I vent'anni di pontificato di Papa Pacelli sono complessi e importantissimi".
Come è possibile che una figura così rilevante - l'autore di encicliche come la Mystici Corporis, la Divino afflante Spiritu, la Mediator Dei e come la Miranda prorsus, dedicata agli strumenti di comunicazione sociale e ancora oggi straordinariamente viva e attuale - sia stato sottoposto a una così volgare banalizzazione?

A questa domanda Mieli ne ha aggiunta una seconda:  come dimenticare gli attestati di stima e di omaggio che nel dopoguerra tutte le grandi personalità del mondo ebraico riservarono a Pio XII? I motivi di questa campagna denigratoria, secondo lo storico che per due volte è stato direttore del "Corriere della Sera", sono da rintracciarsi nella coerenza di Papa Pacelli al proprio antitotalitarismo e all'impegno sviluppato dalla Santa Sede per smascherare i crimini comunisti.

La stessa accusa dei "silenzi" non regge. Meno ancora quella di collaborazionismo ricorrente nei Paesi dell'Est in chiave anticattolica. Ben altri e più gravi furono ad esempio i silenzi sulla persecuzione ebraica tenuti da Stalin. A ricordarlo è stato Roberto Pertici. Nessuna notizia filtra nell'Unione Sovietica, ad esempio tra il 1939 e il 1941, sulle persecuzioni degli ebrei polacchi. Gli ebrei russi entrati a contatto con le truppe naziste andranno inconsapevoli alla morte. Ma non meno pesanti e gravidi di conseguenze saranno il silenzio e il disinteresse negli anni della guerra per la questione ebraica nei Paesi anglosassoni, come poi avrebbe ammesso lo storico e commentatore americano Arthur Schlesinger. A ciò si aggiunge l'influsso delle correnti storiografiche di stampo marxista o antiromano decise a fare i conti con i passati regimi e con quanto poteva apparire in qualche modo connivente col fascismo o con il nazionalsocialismo. Vi sono pagine oscure da chiudere e la cattiva coscienza di molti riveste sistematicamente di luminoso progresso ogni cultura che ponga la Chiesa cattolica sul banco degli imputati. Di fatto, dal 1963 in poi, gli unici "silenzi" a essere condannati dall'opinione pubblica internazionale saranno quelli di Pio XII.


(©L'Osservatore Romano - 14 giugno 2009)
Cattolico_Romano
00Saturday, June 13, 2009 7:00 PM
Nelle memorie dello scultore la genesi del monumento vaticano a Papa Pacelli

Severo o benedicente? I dubbi dell'artista


La Galleria d'arte sacra dei contemporanei di Villa Clerici a Milano ospiterà, dal 15 giugno al 18 luglio, la mostra "L'immagine di Pio XII nell'arte contemporanea" a cura di Arturo Bodini. Anticipiamo uno dei testi del catalogo.

di Francesco Messina

Nel 1960 la commissione cardinalizia preposta all'erezione del monumento a Pio XII in San Pietro, voluto da Papa Giovanni XXIII, mi invitò a partecipare al concorso bandito a tal scopo. Ringraziai, ma risposi che alla mia età non mi sentivo più di fare esami. Il concorso, protrattosi per un paio d'anni, riuscì nullo, perché nessuno dei bozzetti presentati aveva le caratteristiche richieste.



Allora la commissione, con molta cautela, si rivolse ancora a me incaricandomi di modellare un bozzetto. Le cose erano andate così:  dopo l'annullamento del concorso ogni cardinale aveva avuto facoltà di proporre il nome di uno scultore di fiducia. Il cardinale Spellman fece il mio e gli altri furono tutti d'accordo. Così iniziai gli studi preparatori per un bozzetto (...). La presentazione doveva aver luogo nel Palazzo della Cancelleria e, precisamente nell'appartamento del cardinale Micara, dove la commissione si sarebbe riunita per l'esame e la scelta.

Stavo estraendo i bozzetti dalle casse quando arrivò inaspettato il principe Carlo Pacelli, nipote del defunto Pontefice, accompagnato da monsignor Giovanni Fallani, presidente della Pontificia Commissione per l'Arte Sacra. I bozzetti ancora non erano stati sistemati sui piedistalli che già il Principe Pacelli emetteva giudizi negativi per tutti e da tutti i punti di vista. Lo ascoltavo sorpreso, ma con cauta pazienza, finché una sua osservazione mi fece scattare:  "Mio zio portava gli occhiali a stanghetta, ma con l'appoggio cerchiato in alto e non in mezzo alle lenti..".

Non ci volle molto ad accorgermi che era insoddisfatto perché mi preferiva un collega. Ma i cardinali mi avevano accordato la loro fiducia; scelsero proprio il bozzetto che prediligevo e subito fecero seguire la firma del contratto. Ritornato a Milano mi chiusi nel mio studio di Brera per alcuni mesi in una specie di ossessione.

Sviluppai il bozzetto prescelto in varie dimensioni, fino a modellare una statua di due metri che avrebbe dovuto servirmi come studio per la figura definitiva. Questa doveva misurare tre metri e settanta di altezza. Feci formare il modello in gesso, ne mostrai le fotografie alla commissione, che lo approvò. Ma nel visitare più volte la cappella di San Sebastiano, la seconda a destra in San Pietro, cui era destinato il monumento, e nel considerare la mia statua, più che mai mi sentivo incerto e tormentato.

Tutto mi appariva da rifare. Niente marmo e niente triregno. Altri bozzetti, dunque, con la mitria e concepiti per il bronzo. Li studiai e ne modellai in tutto diciotto. Ne portai le fotografie in visione alla commissione dei cardinali, presieduta dal compianto Gregorio Agagianian. Decisi di alzare il braccio destro della mia statua in atto di monito severo, quasi di condanna. Pio XII era stato Papa e vescovo di Roma durante la seconda guerra mondiale e io avrei voluto ricordarlo ispirandomi al Cristo giudice della Cappella Sistina. La mitria anziché la tiara. Un altro cardinale disse che avrei degradato un generale a colonnello. In bronzo in luogo del marmo.

Ma per il braccio levato in alto in atteggiamento di giudizio non mi fu possibile convincere la commissione. Un Papa, mi fecero osservare, non condanna, benedice soltanto. Rifeci il bozzetto e finalmente trovai la soluzione. La mano del Pontefice sarebbe stata benedicente, ma sollevata quasi all'altezza del mento, per una situazione stilistica di maggior chiusura e conformità con la composizione ascensionale della statua.
A questo punto mi rivolsi a cercare appoggio al cardinale di Genova Giuseppe Siri, che con altri sette porporati formava la commissione giudicatrice. Il cardinale venne subito a Milano e solo per vedere il mio bozzetto, perché immediatamente dopo ripartì per Genova. L'approvazione del cardinale mi confortò.

L'estate di quell'anno la passai come sempre a Forte dei Marmi, dove, nella stessa strada in cui era il mio albergo, si trovava anche la villa di Giulio Pacelli, fratello minore del principe Carlo, che aveva ben diverse disposizioni a mio riguardo.
Ci incontravamo di tanto in tanto sulla marina e discorrevamo del momento e di tutte le difficoltà che incontravo, sia dal punto di vista di una soddisfacente realizzazione plastica sia di quello di un'immagine libera da certe convenzioni iconografiche. Non ero affatto sicuro che la commissione avrebbe accettato la novità dell'avambraccio levato in alto con gesto benedicente, ma raccolto.

Giulio Pacelli mi si affiancò con slancio, studiando il modo di far accelerare l'approvazione definitiva del mio ultimo bozzetto con la modifica apportata al braccio destro.
Dopo qualche tempo organizzò una colazione nella sua casa romana, invitando quale ospite di massimo riguardo il cardinale Spellman, allora a Roma. Con fermezza spiegai le ragioni che mi avevano indotto ad apportare le varianti alla mia statua. Tutti mi ascoltavano attentamente ma con gli occhi fissi sul cardinale giudice.

Questi mi seguiva, approvando col capo e sussurrando di tanto in tanto, poi ad ogni approvazione sollevava lo zucchetto. Mancava ancora però l'approvazione definitiva, quella di Papa Giovanni.
La commissione cardinalizia trattenne la cartella delle fotografie per mostrargliele, ma questo meraviglioso Pontefice non le volle vedere. Dichiarò:  "Se il Papa dice che l'opera piace tutti la troveranno bella, ma se dice il contrario tutti si scaglieranno contro il povero scultore che ha tanto faticato".


(©L'Osservatore Romano - 14 giugno 2009)
Cattolico_Romano
00Sunday, June 14, 2009 8:43 AM
Un Rabbino americano chiede la canonizzazione di Pio XII

Nella prefazione all’ultimo libro di suor Margherita Marchione


di Antonio Gaspari


ROMA, venerdì, 12 giugno 2009 (ZENIT.org).- E’ un Rabbino statunitense, fino al settembre del 2008 aveva sollevato dubbi sull’idoneità per la beatificazione di Pio XII, mentre adesso prega per il Pontefice e propone di riconoscere Papa Pacelli come santo

Nella prefazione all’ultimo libro di suor Margherita Marchione, “Papa Pio XII. Un antologia di testi nel 70° anniversario dell’incoronazione”, edito in italiano e inglese dalla Libreria Editrice Vaticana, il Rabbino americano Erich A. Silver del Temple Beth David in Cheshire, responsabile per il miglioramento delle relazioni tra Giudaismo e Chiesa Cattolica, racconta il perchè del suo cambio di opinione.

“Credevo – ha scritto Silver nella prefazione al libro della Marchione – che poteva fare di più. Volevo sapere se, infatti, fosse stato un collaboratore, un antisemita passivo, mentre milioni furono uccisi, alcuni in vista del Vaticano”.

Poi – ha raccontato il Rabbino – nel mese di settembre del 2008 venne a Roma, invitato da Gary Krupp a partecipare ad un simposio organizzato dalla Pave The Way Foundation, in cui si voleva esplorare il ruolo di Pio XII durante l’Olocausto.In quell’occasione il Rabbino Silver conobbe suor Marchione e una cinquantina tra, Rabbini, sacerdoti, studiosi e giornalisti che avevano studiato e indagato a fondo sul tema.

Per Silver, quel simposio è stata una folgorazione: “Le prove che ho visto – ha scritto – mi hanno convinto che la sua sola motivazione (di Pio XII ndr) è stata di salvare tutti gli ebrei che poteva”.

E l’immagine negativa contro Pio XII? Secondo Silver, tutto è cominciato con la pubblicazione del libro “The Deputy” con la diffusione di bugie e l’abitudine a non indagare i fatti storici. Così molte persone sono diventate “strumento di coloro che detestano Pio XII perchè fu sempre anticomunista”.“E’ da notare – ha rilevato Silver – che, dopo la fine della guerra, e fino alla sua morte gli ebrei lo hanno lodato continuamente riconoscendolo come salvatore”.

“Io spero – ha auspicato il Rabbino – che la canonizzazione di Papa Pio XII possa procedere speditamente, affinché non solo i cattolici, ma tutto il mondo possa conoscere il bene compiuto da quest’uomo di Dio”.

Nella parte finale della sua introduzione al libro della Marchione, Silver ha ricordato che nel 50° anniversario della morte di Pio XII, nella predica di Yom Kippur, “ho parlato del bisogno che c’è di correggere gli sbagli fatti nel passato. Dopo tutto, Eugenio Pacelli è un amico speciale di Dio – un santo. Tocca a noi riconoscere questo fatto”.

Intervistata da ZENIT suor Margherita Marchione, conosciuta come “Fighting Nun” (la suora che combatte), autrice di oltre 15 libri sulla figura di Pio XII, ha ricordato di aver conosciuto e incontrato Papa Pacelli nell’estate del 1957, quando venne in Italia per condurre una serie di ricerche sul poeta Clemente Rebora.

Per suor Margherita, Pio XII è la più grande personalità dell’epoca della Seconda Guerra Mondiale. “Questo Papa – ha detto a ZENIT – nel silenzio e nella sofferenza, senza armi e senza eserciti, riuscì a salvare tante vite umane e ad alleviare tante pene. E’ la verità storica”.Suor Margherita ha dimostrato che Pio XII fu nemico acerrimo dei nazisti e dei comunisti. Come ha scritto monsignor Fulton J. Sheen, “il Vaticano è stato tacciato di comunismo dai nazisti, di nazismo dai nazisti, di antifascismo dai fascisti, ma in realtà si oppone a ogni ideologia antireligiosa”.

In merito al rapporto con gli ebrei, suor Margherita può dimostrare che “Pio XII ha salvato più ebrei di qualsiasi altra persona inclusi Oskar Schindler e Raoul Wallemberg”.

“Durante la guerra – ha aggiunto – Pio XII ha fatto di più di qualsiasi altro capo di stato come il presidente americano Franklin Roosevelt oppure Winston Churchill i quali potevano servirsi di mezzi militari. L’unico capo mondiale che ha salvato migliaia di ebrei è stato Pio XII, il quale non aveva mezzi militari”.“Per questo motivo – ha concluso la religiosa – Pio XII merita di essere riconosciuto come beato” .
Cattolico_Romano
00Tuesday, July 28, 2009 3:08 PM


In difesa di Pio XII

Tra i sussurri e le grida la verità della storia


di Roberto Pertici

Università di Bergamo

Un problema percorre molti  saggi   compresi nel volume In difesa di Pio XII. Le ragioni della storia (a cura di Giovanni Maria Vian, Venezia, Marsilio, 2009, pagine 168, euro 13):  il mutamento di giudizio sulla figura di Pio XII, sul suo atteggiamento durante il secondo conflitto mondiale e di fronte allo sterminio degli ebrei europei, che si verificò intorno al 1960. Il punto di svolta  è costituito dalla rappresentazione berlinese di Der Stellvertreter di Rolf Hochhuth, il 20 febbraio 1963:  il dramma sarebbe stato in seguito messo in scena a Londra il 25 settembre, a New York il 26 febbraio 1964 e a Roma il 13 febbraio 1965 e poi pubblicato un po' in tutte le lingue. Fino ad allora - si ripete - i giudizi erano stati generalmente positivi, spesso molto positivi, anche da parte dei principali esponenti dell'ebraismo internazionale e dello Stato d'Israele.

È vero:  chi, per fare solo un esempio, ripercorra i dibattiti dell'Assemblea costituente italiana, si imbatte di continuo in ampi riconoscimenti all'operato della Chiesa cattolica negli ultimi anni del fascismo, in quelli della guerra e poi dell'occupazione nazista:  "Perché in Italia c'è la pace religiosa? - si chiedeva forse il massimo esponente del laicismo italiano di allora, l'azionista Piero Calamandrei nel suo discorso del 20 marzo 1947 contro l'articolo 7 - Perché a un certo momento, negli anni della maggiore oppressione ci siamo accorti che l'unico giornale nel quale si poteva ancora trovare qualche accenno di libertà, della nostra libertà, della libertà comune a tutti gli uomini liberi, era "L'Osservatore Romano"; perché abbiamo sperimentato che chi comprava "L'Osservatore Romano" era esposto ad essere bastonato; perché una voce libera si trovava negli "Acta diurna" dell'amico Gonella; perché, quando sono cominciate le persecuzioni razziali, la Chiesa si è schierata contro gli oppressori (Approvazioni) in difesa degli oppressi; perché quando i tedeschi ricercavano i nostri figliuoli per torturarli e fucilarli, essi, qualunque fosse il loro partito, hanno trovato rifugio - ve lo attesta un babbo - nelle canoniche e nei conventi".

Tuttavia già in quegli anni si erano introdotte note dissonanti:  molto attiva in tal senso fu la propaganda sovietica, che aveva iniziato a produrre decine di opuscoli contro la politica vaticana degli anni Venti e Trenta e durante il conflitto appena trascorso, presentandola tutta in blocco come connivente con i fascismi e poi in qualche modo complice della progettata egemonia nazista. Sembra che la maggior parte delle tesi poi drammatizzate ne Il vicario fossero rinvenute da Hochhuth nel volume dello storico sovietico Mikhail Marcovich Scheinmann, Der Vatikan im zweiten Weltkrieg, pubblicato in russo dall'Istituto storico dell'Accademia sovietica delle scienze e tradotto poi in tedesco (1954) e anche inglese (1955).

Scheinmann non era ignoto al pubblico italiano:  la sua opera precedente, Il Vaticano tra due guerre, era stata pubblicata dalle Edizioni di cultura sociale - una delle case editrici del Pci - nel 1951, con una prefazione dello storico Giorgio Candeloro, che allora era militante comunista.

A cosa era dovuta questa massiccia campagna antivaticana? I dirigenti dell'Urss avvertivano nell'anticomunismo di Pio XII uno dei principali ostacoli alla loro politica, al tempo stesso minacciosa e suadente, verso l'Europa occidentale; ma sicuramente c'era anche dell'altro. Nel suo saggio, Paolo Mieli parla di "cattiva coscienza", cioè del tentativo da parte della dirigenza sovietica di occultare le proprie gravi responsabilità di fronte alla politica di sterminio portata avanti dai nazisti, in primo luogo nell'Europa orientale. È ormai stato documentato che in tutti i discorsi pubblici da lui pronunziati durante la guerra, Stalin citò gli ebrei una sola volta, ignorando in modo sistematico le violenze dei nazisti nei loro confronti. Nei quasi due anni che vanno dall'invasione tedesca della Polonia all'inizio dell'operazione Barbarossa nel giugno del 1941, la stampa sovietica - in questo periodo l'Urss era praticamente alleata con Hitler - evitò qualsiasi resoconto su ciò che stava accadendo agli ebrei nella Polonia occupata dai nazisti.

In questo modo gli ebrei sovietici restarono nella più completa ignoranza sul destino che sarebbe toccato loro in sorte e la natura specifica della violenza razziale - anche nel momento in cui dilagava sul territorio sovietico - fu minimizzata. Di recente un acuto storico inglese come Michael Burleigh ha sottolineato la trascuratezza  della  storiografia nei confronti delle risposte sovietiche alla Shoah, se paragonata alla vastità della letteratura dedicata alle nazioni neutrali e alle democrazie occidentali - e, possiamo aggiungere, alla Santa Sede.

Ancora Mieli aggiunge che la "leggenda nera" di Pio XII non è nata nell'ambiente ebraico, ma in quello anglosassone e protestante:  anch'esso aveva tardato a prendere coscienza di quanto stava accadendo in Europa. Il cosiddetto telegramma Riegner dell'8 agosto 1942, che forniva le prime informazioni - sia pure in modo ancora ipotetico - sulla "soluzione finale" fu accolto con grande scetticismo dall'establishment americano, che solo nel dicembre successivo si decise a una prima dichiarazione nel merito.

Ma mi è capitato di leggere di recente l'autobiografia di uno dei più diretti collaboratori di John Fitzgerald Kennedy negli anni della sua presidenza, lo storico Arthur M. Schlesinger jr., che conferma tali incomprensioni:  l'Office of Strategic Service, presso cui lavorava dopo il 1943 in qualità di analista politico, si pose il problema di cosa fosse la "soluzione finale", senza arrivare a vere conclusioni e limitandosi ad una considerazione in termini di semplice "persecuzione" e non di "sterminio":  "Forse - ricorda Schlesinger - eravamo talmente assorbiti dalla sordida minaccia della guerra, che non ci focalizzammo su questo inesprimibile abominio. È anche possibile che l'idea di uno sterminio di massa fosse così al di là della normale capacità di comprensione degli americani di impedirci istintivamente di credere alla sua esistenza".

Se ormai è abbastanza noto il ruolo che ha svolto del denunziare i cosiddetti "silenzi" di Pio XII una serie di cattolici "inquieti" nei primi anni del dopoguerra - esiste in merito un saggio di Giovanni Maria Vian che documenta le posizioni di Mounier e di Mauriac in Francia, in Italia di Carlo Bo - va ricordato che tali temi emersero largamente anche nelle grandi polemiche anticlericali che si svilupparono in Italia negli ultimi anni del pontificato pacelliano:  le ritroviamo, per esempio, nel noto volume di Ernesto Rossi, Il manganello e l'aspersorio del 1957.

Ma perché questi "sussurri" diventarono "grida" dopo il 1963? Il dramma di Hochhuth è di lettura impervia e, se rappresentato integralmente, di una durata sterminata - in Italia, Gianmaria Volonté dovette operare numerosi tagli per renderlo digeribile. In un dibattito parlamentare del marzo del 1965, un laico come il liberale Giovanni Malagodi ebbe a definirlo "un dramma teatrale grossolano nella sua natura". Come mai allora il suo impatto fu così devastante? Perché nel frattempo si era verificato un decisivo mutamento di sfondo culturale, che avrebbe condizionato tutto il dibattito successivo. Non c'è dubbio che il processo Eichmann, svoltosi negli anni immediatamente precedenti, aveva riproposto di fronte a tutta l'opinione pubblica internazionale - specialmente alle generazioni che non avevano conosciuto la guerra - la tragedia dello sterminio e quindi dato una nuova centralità alla Shoah. Ma soprattutto si stava allora affermando nei Paesi dell'Europa occidentale e negli Usa una cultura che possiamo definire - con mille virgolette - "progressista", che tracciava una determinata linea di progresso nella storia, individuando nel contempo le forze che premevano in quella direzione e quelle che vi facevano resistenza.

Questa nuova cultura si basava essenzialmente su un giudizio intorno alla storia contemporanea, che possiamo così sintetizzare:  tutto il vecchio mondo è confluito nei fascismi; la loro liquidazione definitiva comporta anche una resa dei conti con quei valori e con quelle strutture "tradizionali" che ad essi hanno dato appoggio o, comunque, ne hanno favorito l'ascesa. In questo contesto Il vicario di Hochhuth finiva  per  non  riguardare soltanto Pio XII:  esso metteva in discussione il ruolo svolto dalla Chiesa cattolica nell'intera storia del Novecento, contribuendo potentemente a mutare l'opinione fino ad allora prevalente.
 
Negli stessi anni - ci sono in merito osservazioni importanti nei saggi di Andrea Riccardi e dello stesso Vian - un'operazione parallela a questa veniva svolta da alcuni ambienti che potremmo chiamare - anche qui le virgolette sono d'obbligo - di "progressismo cattolico":  il problema dei "silenzi" di Pio XII rientrava nella più generale questione costituita - a giudizio di questi ambienti - dal favore che la Chiesa avrebbe accordato ai movimenti fascisti. Esso non poteva essere considerato - si sosteneva - come un fatto accidentale, senza ragioni lontane. Ne emergeva una visione critica della storia della Chiesa in età moderna, nella quale si cominciava a vedere essenzialmente un limite:  l'istituzione ecclesiastica si sarebbe posta generalmente dalla parte della "reazione", per cui le sue illusioni rispetto al fascismo altro non sarebbero state che la conclusione di un lungo processo. Questo errore corrispondeva, nelle sue radici ultime, a un difetto teologico che risaliva alla riforma cattolica e al concilio di Trento:  da qui la necessità di una complessiva rifondazione teologica ed ecclesiale e le speranze nel concilio Vaticano II.

Anche su queste basi nasce quell'"ermeneutica della discontinuità" nella valutazione del concilio, di cui tanto si è discusso in questi ultimi anni. Insomma la posta in gioco nei dibattiti su Pio XII è - come si vede - assai rilevante:  s'intende perché da allora la bibliografia sulla sua figura sia diventata sterminata e difficilmente controllabile da qualunque studioso.

Quale contributo fornisce, allora, questo volume?

Innanzitutto sarebbe fuor di luogo chiedergli nuova documentazione o prospettive di ricerca radicalmente innovative:  si tratta - come ha dichiarato il suo curatore - di una raccolta di testi di alta divulgazione pubblicati precedentemente su "L'Osservatore Romano" e poi spesso riscritti o rielaborati dai diversi autori - a essi sono aggiunti alcuni importanti interventi di Benedetto XVI sulla figura di Papa Pacelli e sul suo ruolo nella storia del Novecento. Ciò non toglie che ne emergano tutta una serie di suggestioni degne di nota:  nell'attività storiografica, il corretto ragionamento è altrettanto importante del momento della ricerca documentaria.

Il saggio di Andrea Riccardi offre un'ampia riflessione sulle varie fasi dell'attività e del magistero di Eugenio Pacelli prima e poi di Pio XII, accennando a un tema da lui sviluppato anche altrove - per esempio nell'introduzione al suo ultimo libro L'inverno più lungo. 1943-44:  Pio XII, gli ebrei e i nazisti a Roma - e che a me pare assai rilevante nel nostro discorso:  quello della debolezza "politica" della Chiesa in un mondo di Stati, lacerato dai nazionalismi. Una Chiesa solo apparentemente forte, ma politicamente non è mai tale, poiché non controlla nessun territorio e deve fare i conti con poteri in loco, spesso di carattere autoritario o totalitario. Questa - per lo storico - è la sua realtà nel lungo periodo, oltre i miti in un senso o nell'altro.

Chi ragiona della politica di Pio XII dal 1939 al 1945 non può prescindere da questo sfondo:  deve condurre un'analisi differenziata dei vari contesti europei, in relazione ai vari episcopati, alle personalità dei nunzi e alla natura dei governi di fronte ai quali ebbe a trovarsi l'azione della Santa Sede. Mentre per il Vaticano fu praticamente impossibile esercitare una qualche forma di influenza laddove i nazisti avevano un dominio diretto - quindi in Olanda, in Belgio, nella Francia occupata, in Polonia, in Ucraina, nella Russia conquistata, oltre che naturalmente in Germania - in alcuni degli Stati satelliti del Terzo Reich - specie se dichiaratamente confessionali - e in alcuni degli Stati alleati di Hitler, i suoi interventi un qualche risultato lo ottennero:  talora riuscirono a posporre o a ritardare la deportazione di centinaia di migliaia di ebrei una parte dei quali nel frattempo poté essere salvata.

Nella Slovacchia governata dal discusso monsignor Jozef Tiso, fra l'ottobre 1942 e l'autunno 1944 la deportazione venne sospesa per le continue pressioni del nunzio Giuseppe Burzio e della segreteria di Stato vaticana:  si tratta di un caso pressoché unico nella storia della Shoah. Discriminati ma non deportati furono anche gli ebrei ungheresi, almeno finché restò al governo il protestante Miklós Horthy (cioè sino al 23 marzo 1944) e anche qui è nota l'azione svolta, prima e dopo quella data, dal nunzio monsignor Angelo Rotta. Minore smalto ebbe probabilmente l'intervento della Santa Sede nella Francia di Vichy, ma resta il fatto che l'ebraismo francese - con quello italiano - è stato uno di quelli che percentualmente sono stati meno devastati dalla persecuzione nazista e che questo fu dovuto a un "contesto", in cui la presenza ecclesiastica ebbe un notevole peso.

È merito di una serie di contributi quello di ricercare un approccio "totale" alla figura di Pio XII, la cui attività e il cui pensiero non possono essere limitati agli anni del secondo conflitto mondiale, ma valutati in tutta la loro complessità, dai primi passi del giovane monsignore romano fino alla fine degli anni Cinquanta - una prospettiva aperta da Riccardi negli anni Ottanta e continuata, per esempio, da Philippe Chenaux nella sua biografia del 2003.

Così l'arcivescovo Rino Fisichella cerca di sintetizzare la risposta pacelliana alle sfide della "modernità", nella consapevolezza che essa non è un valore in sé, ma appunto una sfida a cui rispondere in modo articolato e consapevole di una tradizione, che non può essere dismessa. La "cultura" - compatta ed enciclopedica - di Pio XII è saggiata da diverse prospettive dall'arcivescovo Gianfranco Ravasi, che ricorda - fra i tanti spunti del suo saggio - il discorso del 6 dicembre 1953 all'Unione dei giuristi cattolici italiani, in cui offrì una teorizzazione della tolleranza religiosa, che prelude in qualche modo ai documenti conciliari.



Il cardinale Tarcisio Bertone ripercorre l'azione diplomatica di Pacelli nunzio, segretario di Stato e romano pontefice. Anche qui mi limito a un'osservazione:  Bertone sottolinea l'importanza del viaggio negli Stati Uniti che il cardinale Pacelli compì nell'autunno del 1936 (Carissimo Cardinali suo Transatlantico Panamerico Eugenio Pacelli feliciter redenti:  questa fu la dedica che Pio XI gli fece al suo ritorno).

Nonostante la massa documentaria messa a disposizione dal volume di Ennio Di Nolfo del 1978, forse non si è ancora messa del tutto a fuoco l'importanza del precoce vincolo fra Pacelli e gli Usa - Chenaux parla di "alleanza morale" fra la Santa Sede e gli Stati Uniti nel decennio successivo. Non è un problema indifferente al nostro discorso:  gli Usa di Roosevelt sono un altro mondo rispetto alla Germania di Hitler e - direi - all'Europa continentale per lo più in mano a Stati autoritari. Qualcosa cambia nelle coordinate di fondo del cardinale romano, nella sua complessiva visione dei problemi mondiali. Il segretario di Stato ricavò una forte impressione dalla realtà americana, dal suo "dinamismo" e dalle sue potenzialità:  cominciò a prender coscienza di un modello di società diverso da quello tedesco, con cui aveva avuto, da sempre, profonda familiarità.

Dopo la guerra, Pio XII non divenne - lo si ripete anche in questo volume - il "cappellano dell'Occidente", ma indubbiamente fu una delle voce più notevoli del vario anticomunismo europeo. Anche a questo proposito credo che ci si debba liberare da un certo anti-anticomunismo, residuo culturale degli anni Sessanta e Settanta. L'anticomunismo - come d'altronde l'antifascismo - fu un movimento estremamente variegato nei temi, nei punti di riferimento culturale e nelle prospettive politiche:  esso quindi deve essere disaggregato e valutato nelle sue varie componenti. Ma riprendendo il titolo di un noto libro di John Lewis Gaddis, We now know:  dopo l'apertura degli archivi sovietici, è difficile imputare - per fare solo un esempio - ai vescovi tedeschi di avere fortemente sostenuto la politica atlantica ed europeista di Adenauer, resistendo alle sirene neutraliste e pacifiste di Stalin - e ciò in piena sintonia con le indicazioni del Papa.

Infine questo volume testimonia la possibilità di un fecondo incontro fra la cultura cattolica e quella ebraica anche su questi temi spinosi. Particolarmente toccanti sono le pagine di Saul Israel che vi vengono ripubblicate:  si tratta di riflessioni e ricordi dell'"ebreo di Salonicco", come lo chiamava Arturo Carlo Jemolo, nate nel convento di Sant'Antonio in via Merulana nell'aprile del 1944, dove riuscì a salvarsi dalla persecuzione nazista. Ancora Israel aveva rievocato, in un saggio apparso su "Studium", nell'ottobre 1950, la figura di Giulio Salvadori e il suo rapporto aperto e simpatetico con la tradizione ebraica:  il poeta dell'"umile Italia" fa parte di una linea di filosemitismo, che - sia pure minoritaria - è presente nel cattolicesimo italiano degli ultimi due secoli e che deve essere ricuperata e adeguatamente valutata.
Si è cominciato a farlo col recente volume di Valerio De Cesaris, Pro Judaeis, ma molte figure devono essere ancora recuperate:  senza questo retroterra, è difficile capire fino in fondo lo "Spiritualmente siamo tutti semiti" del lombardo e manzoniano Achille Ratti.



(©L'Osservatore Romano - 27-28 luglio 2009)
Cattolico_Romano
00Tuesday, July 28, 2009 3:09 PM

E nel 1939 l'ebreo Emanuel Celler scrisse al Congresso


L'impegno  della Santa Sede e di Pio XII per la giustizia e la pace nel mondo ebbe significativi riconoscimenti da parte ebraica anche prima dello scoppio della seconda guerra mondiale. "Pio XII si sta attivando per portare la pace in un mondo minacciato dalla guerra. Egli ci ha teso una mano di amicizia. Afferriamola e ristabiliamo quindi le relazioni diplomatiche". Con questi toni inequivocabili Emanuel Celler, membro del Congresso statunitense e rappresentante della comunità ebraica di New York, si rivolgeva al segretario di Stato americano Cordell Hull in una lettera del 24 luglio del 1939. Lo ha ricordato, in un'intervista rilasciata ad Amedeo Lomonaco della Radio Vaticana, don Giovanni Caputa vicedirettore dell'Istituto teologico salesiano Ratisbonne di Gerusalemme nonché segretario della delegazione vaticana nella Commissione bilaterale Santa Sede - Israele. Nel documento risaltano l'importanza della religione "nel preservare la democrazia contro le spietate incursioni di fascismo, nazismo e comunismo" e l'alto valore riposto dalla Santa Sede in valori quali la giustizia e la carità. La lettera di Celler caldeggia anche il ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra la Sede apostolica e gli Stati Uniti; relazioni che erano state stabilite il 15 dicembre 1784 sotto Pio vi, ed erano quindi state interrotte con la presa di Roma del 20 settembre 1870. Significativa qui risulta anche l'asserzione di Celler sull'antisemitismo che egli sa non essere mai stato condiviso dai "rappresentanti della Chiesa cattolica". (raffaele alessandrini)



(©L'Osservatore Romano - 27-28 luglio 2009)
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