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L'altare ieri e oggi

Last Update: 11/3/2009 4:01 PM
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L'altare ieri e oggi


KLAUS GAMBER


 

L’ALTARE E IL SANTUARIO
IERI E OGGI
 Così nel santuario ti ho cercato,
per contemplare la tua potenza e la tua gloria.
(Sl. 62, 3) Ma io per la giustizia contemplerò il tuo volto,
al risveglio mi sazierò della tua presenza.

 (Sl. 16,15)

Pubblicato da "Italia Ortodossa" primo e secondo trimestre 2000 pag56
 

Le parole succitate, tratte dal salterio, indicano quale fosse la partecipazione interiore dei credenti nell’Antico Testamento al momento in cui essi varcavano le soglie del tempio di Gerusalemme. Tali parole non esprimono altro che la supplica rivolta a Dio con la quale Mosè chiedeva di contemplare il volto divino (cfr. Es 33, 11-23). Ma, dal  momento  che  Mosè   poté  ve-
dere  solo  “le spalle” di Yahweh, il devoto israelita non poteva pretendere di contemplare più del santuario di Dio e, se non apparteneva alla stirpe sacerdotale, doveva limitarsi ad ammirarne la facciata.
Colui che entra nella casa di Dio cristiana (domus Dei) si dovrebbe augurare quanto spera il salmista, ossia vedere “la gloria” di Dio e sentire la sua “potenza”, com’esse si presentano nel corso della liturgia e si manifestano attraverso i riti e le sacre rappresentazioni. Noi contempliamo il Signore attraverso il velo delle specie eucaristiche perché ora non ci è permesso di contemplare il viso di Dio senza morire (cfr. Es. 33,20).
Origene ricorda:
 
È certo che le potenze angeliche partecipano con l’assemblea dei fedeli, e che la virtù del nostro Signore e Salvatore vi è presente, come pure lo spirito dei Santi .
Mentre il poeta siriano Balaï afferma:Affinché sulla terra si possa trovare (il Signore), quest’ultimo si è costruito una casa tra i mortali e  vi  ha  edificato  degli
altari […] perché la Chiesa possa trarne la vita. Che nessuno si  sbagli:  è  il  Re  che qui vi dimora! Andiamo [dunque] nel tempio per contemplarLo .
Al fine di vedere un po’ della “potenza e della gloria” divina e sentirla nella liturgia, gli uomini, nel corso dei secoli passati, hanno edificato delle chiese e delle cattedrali e le hanno arredate meglio che potevano. Hanno voluto che il loro tempio, in quanto dimora divina, fosse elegante, nonostante vivessero in miserabili capanne. Non era, forse, il loro santuario?  Era  un  bene che apparteneva a tutti.
[In Germania] non si costruirono più nuove chiese se non negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale. La maggioranza di tali costruzioni erano concepite in senso puramente utilitario. È stato coscientemente evitato di edificare delle opere d’arte ma, ciononostante, hanno richiesto un notevole impegno finanziario. Dal punto di vista tecnico non manca loro nulla: hanno una buona acustica e un’areazione perfetta; sono ben illuminate e facilmente riscaldabili. Vi si possono trovare pure degli altari laterali.
Ciononostante, queste chiese non sono propriamente delle case di Dio, non sono uno spazio sacro, un tempio del Signore nel quale entrare con piacere per adorare Dio e pregarLo. Sono delle sale nelle quali riunirsi dove non si entra che nei momenti in cui si svolgono le ufficiature liturgiche. Esse fanno da pendant a quelle abitazioni situate nelle periferie delle città che possono classificarsi come “alveari abitativi” o “depositi umani”. Nel linguaggio popolare tali chiese vengono pure chiamate “alveari d’anime” o “depositi per il Padre Nostro”.
Altre recenti chiese sono state espressamente ideate come opere d’arte. Il loro modello è la cappella di pellegrinaggio di Ronchamp. Le Corbusier, il celebre architetto che l’ha progettata, era agnostico ed è riuscito a creare un capolavoro d’architettura. Ma questo non trasformato l’edificio in una chiesa. La costruzione può essere un luogo di preghiera personale, può stimolare la meditazione ma nulla di più! In seguito, tale modello fu imitato. Così la costruzione delle chiese si è trasformata in un campo sperimentale nel quale scatenare la bizzarria soggettiva degli architetti. Questo si è facilitato dal momento in cui s’è imposto il principio secondo il quale non esisterebbero “spazi sacri” in opposizione ad un “mondo profano”.
I nuovi edifici sono divenuti, in tal modo, simbolo del nostro tempo, espressione della decomposizione delle precedenti norme esistenti in materia e immagine della caoticità esistente nel mondo contemporaneo. Ora, uno spazio di culto ha delle peculiari disposizioni che non sono sottomesse né alla moda né al fluire del tempo. Dio è presente in esso in un modo particolare come nel tempio di Gerusalemme. È questo che compie il culto verso Dio.
Al precedente quadro si deve inoltre aggiungere che le basi spirituali e teologiche [cattoliche] sono oggi molto carenti. Il secolarismo è penetrato profondamente nella vita sociale. Le Chiese cristiane non costituiscono più, purtroppo, la forza principale della società occidentale. Ma, ciononostante, gli architetti continuano a costruire chiese come se nulla fosse cambiato, visto che, generalmente, i fondi non mancano. I giganteschi centri parrocchiali, edificati nelle periferie cittadine, c’infondono l’impressione che la Chiesa continui ad attirare gli uomini come se fosse una grande calamita.
Tuttavia, in un prossimo futuro, ci sarà solo l’interesse a costruire delle strutture semplici e relativamente contenute che, anche se non si distingueranno molto esteriormente, al loro interno presenteranno una soddisfacente sistemazione, interamente orientata verso il centro cultuale. Analogamente, la basilica della Chiesa primitiva si distingueva poco se osservata dalla strada; tuttavia dall’eleganza delle sue tende e delle sue lampade e, soprattutto, dal prezioso arredo dell’altare e del santuario, l’interno costituiva un quadro degno del mistero che vi si svolgeva.
Nelle nuove chiese [cattoliche], il santuario è stato sistemato in varie maniere. Mentre nelle chiese tra le due guerre mondiali si doveva salire diversi gradini per raggiungere l’altare, oggi questo è posto su un piano leggermente sopraelevato dal pavimento e il più possibile vicino ai fedeli.
Al centro di quest’area sopraelevata è posta la tavola d’altare (mensa), generalmente di grandi dimensioni e priva d’ogni suppellettile. Al suo lato si trova un ambone in pietra mentre dietro sono poste tre o più sedie (imbottite) per il celebrante e i suoi assistenti. Infine, il tabernacolo, dove vengono conservate le specie eucaristiche, è nascosto in qualche angolo a ridosso del nudo muro absidale. Il crocefisso, verso il quale si dirigeva da secoli lo sguardo di coloro che pregavano, nella maggioranza dei casi è oramai assente o si trova, in miniatura, sull’altare. Quest’ultimo sostiene, a fianco dell’inevitabile mazzo di fiori, qualche candeliere e, se sono candelieri di grandi dimensioni, questi sono disposti a terra attorno all’altare.
In confronto a ciò le chiese ortodosse in Oriente sono costruite ancora oggi alla stessa maniera di mille e più anni fa e sono ornate di pitture e d’icone. In questo caso si tratta di un’arte tipica dove l’architetto e l’artista sono legati al typos, al modello tradizionale, senza che ciò produca un’arte uniforme.
Pure in Occidente, secondo l’allora comune tradizione con l’Oriente, era essenziale che il santuario fosse separato dallo spazio riservato ai fedeli, come un tempo lo era il santuario gerosolimitano dal resto del tempio. Il principio, così spesso ripetuto ai nostri giorni, in base al quale “l’altare deve essere al centro” è dunque falso, se ci si riferisce alla sua posizione nella pianta della chiesa.
L’altare è il centro dell’azione sacra: è su questo che, durante la celebrazione della messa, si appoggia “l’agnello sgozzato” dell’Apocalisse (5, 6). È per questo che Ildegarda di Bingen lo denomina “la tavola dispensatrice di vita” aggiungendo:
Quando il prete […] si avvicina all’altare per celebrarvi i santi misteri, un lampo di luce splendente appare immediatamente nel cielo, gli angeli scendono, la luce circonda l’altare […] e gli spiriti celesti s’inchinano alla vista del servizio divino .La rigida separazione tra il santuario e la navata s’impose quando le folle aderirono in massa alla Chiesa, dunque un po’ dopo l’anno 300. Da allora si edificarono delle recinzioni attorno al coro e vi si posero delle tende, una attorno al baldacchino dell’altare, l’altra pendente dalla pergola delle recinzioni del coro, pergola che, nelle piccole chiese, si riduceva ad una semplice traversa in legno (cfr. fig. 1). Si osservavano queste disposizioni perché si pensava che il mistero celebrato sull’altare dovesse essere custodito sottraendolo dal diretto sguardo degli uomini.
L’iconostasi bizantina non è altro che un’estensione di queste recinzioni del coro (cancelli) della Chiesa primitiva. L’iconostasi ha normalmente tre porte come quelle costruite sotto l’imperatore Giustiniano († 565) nella chiesa di Santa Sofia in Costantinopoli, dotata già, come generalmente nei secoli successivi, di raffigurazioni del Cristo e della Theotokos, degli angeli, dei profeti e degli Apostoli. La celebre icona di Cristo, conservata al monastero di Santa Caterina nel monte Sinai, risale alla stessa epoca. Date le sue dimensioni – 84 centimetri d’altezza –, dovrebbe provenire da una di quelle antiche iconostasi. Da allora a tutt’oggi, si pongono delle icone, in parte tra le colonne della pergola e in parte in alto di essa, come nel caso della deisis (Cristo tra la Theotokos e San Giovanni Battista).
Nelle chiese occidentali, le tende (vela) che ornavano sin dall’inizio l’altare e le recinzioni del coro, hanno cessato d’essere definitivamente utilizzate nell’epoca barocca, dove il presbiterio era disposto in modo da aprire il più possibile il campo visivo. Questo spiega perché, verso l’anno 800 nel sacramentario d’Angoulême, si può ancora trovare la seguente prescrizione alla fine dei formulari di consacrazione della chiesa:
Inoltre si ricopre gli altari (con le tovaglie) e si appendono le tende del tempio (vela templi) .Ma ciò che importa sottolineare è il rispetto dovuto all’altare.
Nelle chiese d’Oriente come in quelle d’Occidente è normale che il prete, quando si avvicina all’altare, s’inclini profondamente davanti ad esso; mentre nel libro dell’Esodo (29, 37), a proposito dell’altare e del tabernacolo, è scritto:
Tutto quello che lo tocca verrà santificato.Cristo stesso afferma che “è l’altare che santifica l’offerta” (cfr. Mt 23,18) e che non vi deve essere deposta alcuna offerta prima d’essere riconciliati col proprio fratello (cfr. Mt 5, 23).
Al momento dell’offerta del sacrificio neotestamentario l’altare diviene il trono di Dio. È per questo che San Giovanni Crisostomo esorta i fedeli con le seguenti parole:
Pensa a colui che sta per entrare qui. Trema già ora perché colui che vede il trono regale vuoto, freme in cuor suo pensando all’arrivo del re .
Nella Chiesa primitiva, ma anche in seguito, dal baldacchino che copriva l’altare pendeva, oltre ad un lampadario circolare, un contenitore d’oro o d’argento, rappresentante il più delle volte una colomba, nel quale si conservava l’eucarestia (per la comunione dei malati). A tal fine si utilizzava molto spesso un cofanetto che, come l’Arca dell’Alleanza veterotestamentaria (arca), era in legno d’acacia rivestito in foglia d’oro (cfr. Es 37, 1-9). A Coira è conservato un bell’esemplare dell’VIII secolo di tale manufatto liturgico. Questo cofanetto, con le sue quattro colonnette, assomiglia molto all’artophorion (tabernacolo) che si trova oggi sull’altare delle chiese bizantine.
Questi contenitori erano sempre posti sull’altare o in una nicchia appositamente scavata sul lato posteriore di esso. Il tabernacolo moderno proviene da essi. Ancora nel XIII secolo, Guglielmo Durando nel suo Razionale o Manuale dei divini uffici, parla dell’installazione di un’arca (tabernacolo) sull’altare nel quale “con il corpo del Signore sono deposte le reliquie dei santi” . Invece la conservazione del pane eucaristico in un tabernacolo fissato al muro sinistro del coro è più recente è cominciò ad essere abituale soprattutto nell’epoca gotica. La conservazione dell’eucarestia sull’altare è, in ogni caso, la forma più appropriata. Comunque, non si può obiettare nulla sulla conservazione dell’Eucarestia in un altro posto della chiesa purché sia degno.
Nell’abside si trovava il trono del vescovo e le sedi dei preti e, nella sua parte superiore fino al V secolo – come attesta Nilo di Ancyra († 430) – non era rappresentata che la croce oppure, come si può ancora vedere in qualche mosaico romanico, oltre ad essa, il Cristo che insegna circondato dagli Apostoli. Più tardi un po’ dappertutto in Occidente fino all’epoca gotica, era rappresentato il Cristo in trono in una mandorla sull’arco del cielo, circondato dai quattro animali dell’Apocalisse (4, 8 sq.) e da angeli mentre, nel registro inferiore, erano rappresentati la Madre di Dio, gli Apostoli e altri santi dell’assemblea celeste.
I fedeli, al momento della celebrazione dell’eucarestia, contemplando l’ immagine del Cristo sul suo trono celeste, lo sentivano tra di loro. Non ci si poteva accontentare di ricordarsi delle parole del Signore: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20). Bisognava esprimerlo in un modo sensibile, precisamente attraverso l’immagine.
Una parete absidale nuda, come si vede in molte chiese [cattoliche] moderne, era a quel tempo inconcepibile. Quando si terminava una nuova costruzione l’abside era il primo punto che veniva coperto con pitture o mosaici. Solo in seguito si decorava il resto. Ricordiamoci, a tal proposito, i magnifici mosaici della basilica di Ravenna e delle cattedrali di Venezia, Torcello e Parenzo (cfr. fig. 2).
Mentre i dipinti absidiali avevano prima di tutto un carattere cultuale poiché evocavano la presenza del Signore sull’assemblea, le altre pitture murali della navata, con le loro scene tratte dall’antico e dal nuovo testamento avevano in primo luogo, secondo il pensiero occidentale, dei fini didattici. Esse erano destinate a istruire i fedeli sulle realtà divine.
Invece l’Oriente bizantino davanti a queste rappresentazioni vede innanzitutto un’attualizzazione del mistero della salvezza mentre i numerosi ritratti dei santi lungo i pilastri e i muri laterali simbolizzano la presenza dell’assemblea celeste alla quale il fedele si unisce (cfr. Ebr. 12, 22).
È per questo che l’interno della chiesa ortodossa diviene il luogo dove il passato, il presente e il futuro coincidono, dove l’eternità – l’hodie (l’oggi, parola con la quale iniziano solennemente numerosi canti) – appare, dove il cielo e la terra si riuniscono.
Nelle chiese occidentali lo sguardo dei partecipanti era un tempo diretto verso la rappresentazione del Figlio di Dio trasfigurato o verso la croce, segno della nostra salvezza. La croce era prima di tutto considerata come un segno di vittoria, come il segno del Figlio dell’uomo che ritorna alla fine dei tempi (Mt 24, 30) e, per questo motivo, era ornata d’oro e di pietre preziose. Si trovava dietro all’altare, e fino all’epoca romanica, non rappresentava il corpo di Cristo.
È solo più tardi che s’impose l’uso di dipingervi l’immagine del crocefisso o di raffigurarlo attraverso uno smalto ma, pure allora, non era l’immagine d’un Cristo straziato dai dolori morto dopo atroci sofferenze ma la rappresentazione di colui che aveva vinto la morte, oppure l’immagine del gran sacerdote. La plastica rappresentazione dei corpi suppliziati, come divenne abituale in Occidente, è respinta dall’Oriente perché si ritiene che rappresenti troppo l’aspetto umano e fisico.
La rappresentazione absidale tradizionale del Figlio di Dio in gloria e della croce sopra o sull’altare sono elementi decorativi essenziali del santuario. Nessuno aveva mai dubitato su ciò e nemmeno sul fatto che lo sguardo del sacerdote celebrante, al momento dell’offerta sacrificale, fosse diretto verso Oriente, verso la croce e la rappresentazione del Cristo trasfigurato, non verso i fedeli che partecipavano alla celebrazione, come accade ora nel caso della celebrazione versus populum (verso il popolo).
Pertanto oggi in Occidente poche chiese mantengono ancora tale riferimento; sembra pure che, in generale, gli artisti moderni temano d’introdurre delle rappresentazioni plastiche nelle chiese. Questo è si deve ai conflitti interiori che lacerano l’uomo moderno mettendolo nell’impossibilità di creare un’arte sacra. In definitiva, ciò che manca è proprio la tradizione che, nelle chiese d’Oriente, non ha smesso di sostenere fino ad oggi lo svolgimento del culto, l’architettura delle chiese e l’arte liturgica.
Nell’ortodossia l’artista ha la principale missione di rappresentare il mistero della salvezza così com’è descritto nella Sacra Scrittura e trasmesso dalla Tradizione. Tale limite lo preserva dagli spaventosi arbitri che possiamo constatare sovente nell’arte sacra  contemporanea, senza però ch’esso sia troppo vincolato nella sua realizzazione artistica.
Dopo che in Occidente – contrariamente a quello che è avvenuto in Oriente – la costruzione del santuario e degli altari ha a più riprese subìto diversi cambiamenti nel corso dei secoli (è così che alla fine dell’epoca romanica e, soprattutto nell’epoca gotica, si aggiunse agli altari delle pale, cosa che alla fine porterà alla comparsa degli altari barocchi, particolari proprio per la loro altezza), nei nostri giorni non si può negare che, in tal campo, non sia stato prodotto, in seguito al Concilio Vaticano II, un nuovo fondamentale cambiamento.
In tal modo in molti luoghi, subito dopo il Concilio, si abolì la balaustra per la comunione (ultima testimonianza delle recinzioni del coro) per sistemare – di fronte all’esistente altare maggiore – un altro altare finalizzato per la celebrazione verso il popolo. Inoltre sono stati installati dappertutto microfoni: all’altare, alle sedi, all’ambone... Inoltre la cattedra episcopale non è più utilizzata.
Tali nuove sistemazioni del santuario sono realizzate praticamente in tutti i paesi. Mentre nelle antiche chiese il (nuovo) altare verso il popolo, le sedi e l’ambone sono, nella maggior parte dei casi, rimovibili i nuovi edifici hanno questi elementi definitivamente stabili.
L’eucarestia si conserva  in un tabernacolo murale (al centro della parete absidale o sulla parete laterale sinistra). Il nuovo altare verso il popolo è in pietra e la sua disposizione sovente non permette altro che la celebrazione versus populum; le sedi, a volte, sono in pietra come l’ambone. Ogni elemento ha un aspetto massiccio e uno stile spesso criticabile. In ogni caso, non esiste alcun legame con la tradizione!
Ora, se ci volgiamo nei secoli passati, potremmo osservare molti modelli dai quali avremmo potuto trarre spunto per delle eventuali sistemazioni, in particolare per l’altare.
 

Per terminare aggiungeremo ancora qualcosa sulla celebrazione eucaristica all’aperto. Duranti eventi molti sono infastiditi soprattutto dalla pratica con la quale avviene la comunione ai fedeli.
Non dimentichiamolo: è vero che Gesù Cristo ha predicato davanti a delle grandi folle che, sovente, arrivavano a migliaia di persone (cfr. Mt 14, 21). Tuttavia non ha mai istituito la Santa Eucarestia in presenza di tali folle ma nel ristretto cerchio degli apostoli.
Era parere comune a tutta la cristianità che la messa, sacrificio che unisce il cielo e la terra, non avrebbe potuto essere celebrata che in locali sacri destinati a tale scopo. Si conosceva pure che l’agnello ebraico doveva essere consumato in locali chiusi, non al di fuori di essi (cfr. Es 12, 46). Bisogna inoltre aggiungere che la preparazione e la consacrazione del pane eucaristico, necessario per la comunione di migliaia di persone, crea enormi difficoltà. Sembra che non si voglia rinunciare a far partecipare i fedeli alla comunione per delle ragioni di principio, anche se il rifiuto della comunione sarebbe la soluzione più semplice. Ciò nasce dal concetto della messa come pasto, per cui si pensa erroneamente che comunicarsi faccia parte della messa stessa.
 
Ma quello che è totalmente inconcepibile è che si celebrano delle messe all’aperto quando si dispone di capienti chiese. Questo si oppone a una tradizione ecclesiastica che risale quasi a duemila anni e cozza, inoltre, contro la natura stessa della messa che è sempre stata concepita come un sacrificio e il compimento d’un mistero. È per questo che, per celebrare il “mistero della fede”, dobbiamo recarci nelle mura delle chiese, custodi del mistero stesso. La santità del luogo stimolerà ad avere una buona attitudine verso il sacro che si svela solo a colui che vi si avvicina con rispetto.

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11/3/2009 10:30 AM
 
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Cosa è che rende sacro il sacrificio eucaristico?

La presenza sacramentale di Cristo o il luogo?
11/3/2009 11:57 AM
 
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PRINCIPI E NORME
PER L'USO DEL MESSALE AMBROSIANO

CAPITOLO V

DISPOSIZIONE E ARREDAMENTO DELLE CHIESE PER LA CELEBRAZIONE DELL'EUCARISTIA

IV. L'altare

272. L'altare, sul quale si rende presente nei segni sacramentali il sacrificio della croce, è anche la mensa del Signore, alla quale il popolo di Dio è chiamato a partecipare quando è convocato per la messa; l'altare è il centro dell'azione di grazie che si compie con l'eucaristia (9).

273. La celebrazione dell'eucaristia in un luogo sacro, si deve compiere sopra un altare fisso o mobile; fuori del luogo sacro, invece, specie se fatta ad modum actus, si può compiere anche sopra un tavolo adatto, purché vi siano sempre una tovaglia e il corporale.

274. L'altare si dice «fisso» se è costruito in modo da aderire al pavimento e non poter quindi venir rimosso; si dice invece «mobile» se lo si può trasportare.

275. Nella chiesa vi sia di norma l'altare fisso e dedicato, costruito ad una certa distanza dalla parete, per potervi facilmente girare intorno e celebrare rivolti verso il popolo. Sia poi collocato in modo da costituire realmente il centro verso il quale spontaneamente converga l'attenzione di tutta l'assemblea (10). (Cfr. Sacra Congregazione dei Riti, Istruzione Inter Oecumenici, 26 settembre 1964, nn. 91: AAS 56 (1964) p. 898. )

276. Secondo un uso e un simbolismo tradizionali nella Chiesa, la mensa dell'altare fisso sia di pietra, e più precisamente di pietra naturale. Tuttavia, a giudizio della competente autorità, si può adoperare anche un'altra materia degna, solida e ben lavorata. Gli stipiti però e la base per sostenere la mensa possono essere di qualsiasi materiale, purché conveniente e solido.

277. L'altare mobile può essere costruito con qualsiasi materiale di un certo pregio e solido, confacente all'uso liturgico, secondo lo stile e gli usi locali delle diverse regioni.

278. Gli altari, sia fissi che mobili, si dedicano secondo il rito descritto nei libri liturgici; tuttavia gli altari mobili possono anche essere soltanto benedetti. Non vi è alcun obbligo di inserire la pietra consacrata nell'altare mobile o nel tavolo sul quale si compie la celebrazione fuori del luogo sacro (cfr. n. 273).

279. Si mantenga l'uso di collocare sotto l'altare da dedicare le reliquie dei santi, anche se non martiri. Però si curi di verificare l'autenticità di tali reliquie.

280. Gli altri altari siano ridotti di numero e, nelle nuove chiese, siano collocati in cappelle, separate in qualche modo dalla navata della chiesa (11).

Ordinamento generale del Messale Romano

Capitolo V
 
DISPOSIZIONE E  
 ARREDAMENTO  DELLE CHIESE
 PER LA 
 CELEBRAZIONE EUCARISTICA

II. ORDINAMENTO DEL PRESBITERIO PER LA CELEBRAZIONE EUCARISTICA


295. Il presbiterio è il luogo dove si trova l'altare, viene proclamata la parola di Dio, e il sacerdote, il diacono e gli altri ministri esercitano il loro ufficio. Si deve opportunamente distinguere dalla navata della chiesa per mezzo di una elevazione, o mediante strutture e ornamenti particolari. Sia inoltre di tale ampiezza da consentire un comodo svolgimento della celebrazione dell'Eucaristia e da favorire la sua visione115.


L'altare e le sue suppellettili

296. L'altare, sul quale si rende presente nei segni sacramentali il sacrificio della croce, è anche la mensa del Signore, alla quale il popolo di Dio è chiamato a partecipare quando è convocato per la Messa; l'altare è il centro dell' azione di grazie che si compie con l'Eucaristia.

297. La celebrazione dell'Eucaristia, nel luogo sacro, si deve compiere sopra un altare; fuori del luogo sacro, invece, si può compiere anche sopra un tavolo adatto, purché vi siano sempre una tovaglia e il corporale, la croce e i candelabri.


298. Conviene che in ogni chiesa ci sia l'altare fisso, che significa più chiaramente e permanentemente Gesù Cristo, pietra viva (Cf. 1Pt 2,4; £f2,20); negli altri luoghi, destinati alle celebrazioni sacre, l'altare può essere mobile.
L'altare si dice fisso se è costruito in modo da aderire al pavimento e non poter quindi venir rimosso; si dice invece mobile se lo si può trasportare.


299. L'altare sia costruito staccato dalla parete, per potervi facilmente girare intorno e celebrare rivolti verso il popolo: la qual cosa è conveniente realizzare ovunque sia possibile. L'altare sia poi collocato in modo da costituire realmente il centro verso il quale spontaneamente converga l'attenzione dei fedeli116. Normalmente sia fisso e dedicato.

114 Cf. SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Inter oecumenici, 26 settembre 1964, nn. 97-98: AAS 56 (1964) 899.
115 Cf. ibidem, n. 91: AAS 56 (1964) 898.
116 Cf. ivi.

 

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11/3/2009 12:04 PM
 
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Enrico, il post da me messo è il punto di vista Ortodosso seondo la sua Tradizione liturgica, inutile mettere dei testi che parlano delle disposizioni Occidentali.
11/3/2009 12:12 PM
 
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Scusa dove lo devo mettere?
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Cosa è che rende sacro il sacrificio eucaristico?

La presenza sacramentale di Cristo o il luogo?



Credi che questi due elementi si escludano o sono unite intrensicamente?
Volendo la tua domanda può valere per ogni cosa, del tipo; Perchè bisogna consacrare un luogo? Non rende forse sacro quel luogo la presenza sacramentale di Cristo nell'eucarestia?
Questa mio caro Enrico si chiama Traditio, è sempre stato così, ciò che gli Ortodossi rimproverano è lo stesso di tanti liturgisti cattolici, da sempre la Chiesa celebra verso l’àbside e non versum populum, così come tante altre disposizioni post concilium che sono molto discutibili.
Per maggiori chiarimenti si legga qui e qui
11/3/2009 1:03 PM
 
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Ma quello che è totalmente inconcepibile è che si celebrano delle messe all’aperto quando si dispone di capienti chiese. Questo si oppone a una tradizione ecclesiastica che risale quasi a duemila anni e cozza, inoltre, contro la natura stessa della messa che è sempre stata concepita come un sacrificio e il compimento d’un mistero. È per questo che, per celebrare il “mistero della fede”, dobbiamo recarci nelle mura delle chiese, custodi del mistero stesso. La santità del luogo stimolerà ad avere una buona attitudine verso il sacro che si svela solo a colui che vi si avvicina con rispetto.

Forse non ho precisato la mia domanda, io ho posto la questione su sul paragrafo sopra citato.

Sono daccordo anche io che le messe si debbano, di norma, celebrare in chiesa, ma ci sono sitiazioni, dove per capacità, ad esempio la comnvocazione nazionale del RnS o di CL, o anche per posizione, campeggi estivi montani non è possibile
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Re:
enricorns, 03/11/2009 13.03:

Ma quello che è totalmente inconcepibile è che si celebrano delle messe all’aperto quando si dispone di capienti chiese. Questo si oppone a una tradizione ecclesiastica che risale quasi a duemila anni e cozza, inoltre, contro la natura stessa della messa che è sempre stata concepita come un sacrificio e il compimento d’un mistero. È per questo che, per celebrare il “mistero della fede”, dobbiamo recarci nelle mura delle chiese, custodi del mistero stesso. La santità del luogo stimolerà ad avere una buona attitudine verso il sacro che si svela solo a colui che vi si avvicina con rispetto.

Forse non ho precisato la mia domanda, io ho posto la questione su sul paragrafo sopra citato.

Sono daccordo anche io che le messe si debbano, di norma, celebrare in chiesa, ma ci sono sitiazioni, dove per capacità, ad esempio la comnvocazione nazionale del RnS o di CL, o anche per posizione, campeggi estivi montani non è possibile




Ok, ora ho capito, ma appunto qui si parla della visione dei fratelli ortodossi che sono molto più restrittivi di noi Occidentali, basta pensare che criticano le scelte della Chiesa per aver accettato di avere dei movimenti come il RnS e altri.
11/3/2009 2:44 PM
 
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ee ma ma noi non siamo ortodossi
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Re:
enricorns, 03/11/2009 14.44:

ee ma ma noi non siamo ortodossi




Ma questa sezione lo è, e qui metto il punto di vista ortodosso. [SM=g7554]
11/3/2009 3:04 PM
 
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scuss
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Re:
enricorns, 03/11/2009 15.04:

scuss




Non c'è nulla da scusarsi, anzi, questi post possono giovare per riflettere del perchè si hanno posizioni differenti.
Solo che io non posso rispondere al posto degli ortodossi, non essendo tale non saprei nemmeno cosa dire. [SM=g6794]
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